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venerdì 9 marzo 2012

Sulla tragica scomparsa di Matteo Armellini

La tragica morte di Matteo Armellini, giovane operaio che lavorava al Palasport Pentimele di Reggio Calabria alla costruzione del palco per il concerto di Laura Pausini, ripropone con forza in tutta la sua drammaticità ed urgenza la questione della sicurezza del lavoro e della tutela dei lavoratori.

In Italia sono tanti, troppi i caduti sul lavoro. Ciò è determinato da due fattori che rappresentano una miscela esplosiva e devastante: l’aumento dello sfruttamento dei lavoratori costretti a ritmi di lavoro pesantissimi, assurdi ed impossibili e la caduta verticale dei livelli di sicurezza e di salvaguardia sui cantieri.

Ogni anno oltre mille lavoratori perdono la vita in quelli che non possono più essere definiti semplici incidenti, ma rientrano ormai nella categoria degli omicidi colposi causati dal perseguimento del massimo profitto anche a costo di sacrificare la vita dei lavoratori.

Tutto ciò è davvero inaccettabile. Non basta partecipare al dolore e al lutto se poi non si fa niente per migliorare la situazione dei lavoratori, dando sicurezza e dignità a chi svolge attività che si trasformano in trappole mortali.

La verità è che in questo paese non c’è più il dovuto e necessario rispetto nei confronti degli operai e dei lavoratori, che sono tornati ad essere carne da macello come avveniva nell’ottocento.

Ed è davvero incredibile che, invece di promuovere una politica incentrata sulla prevenzione e sulla sicurezza del lavoro, il governo Monti, continuando l’opera demolitoria della destra berlusconiana, nell'ambito del decreto semplificazioni tenti di mettere in discussione le norme sulla salute e sulla sicurezza, prevedendo addirittura di abbassare i livelli dei controlli e delle tutele.

Al danno si aggiungerebbe la beffa. Per questo chiediamo al Governo e al Parlamento di effettuare un profondo ripensamento sulla materia e di cancellare quelle misure che vanno nella direzione sbagliata, ponendo concretamente mano ad una politica di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Come Comunisti Italiani partecipiamo al profondo dolore dei familiari per l’ingiusta e tragica scomparsa del giovane operaio Matteo Armellini e chiediamo che si faccia piena luce sulle cause del crollo del palco, individuando e colpendo in modo esemplare i responsabili di questa tragedia che colpisce tutti coloro che hanno a cuore la vita delle persone e i diritti e la dignità dei lavoratori.



Reggio Calabria, 6.3.2012



IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PdCI

MICHELANGELO TRIPODI

giovedì 23 febbraio 2012

E CHE ORA SI PROCESSI LA MARLANE *

*Tratto da il Manifesto di sabato 18 febbraio

Di Fosco Giannini – segreteria nazionale PdCI

Giorgio Langella - segretario Federazione PdCI Vicenza


Quella dell’Eternit è una sentenza epocale. Con essa si stabilisce che le malattie professionali hanno una causa e che questa causa è, principalmente, la ricerca del profitto ad ogni costo. Fa riflettere. Viviamo in una società dove tutto viene asservito al guadagno di pochi. I lavoratori sono strumenti che servono ai padroni per accumulare ricchezza, diventano ingranaggi. Non sono più persone. La tutela dell’ambiente e la sicurezza nei luoghi di lavoro sono costi che si devono abbattere. Con questa logica spaventosa vengono perpetrati i più odiosi delitti. Si mette a rischio la salute di chi lavora, dei loro familiari, di chi vive vicino agli stabilimenti. Si uccide. In nome e per conto del padrone. Questo è successo alla Eternit. Questo è successo e succede, in maniera più o meno estesa, ogni giorno in ogni parte d’Italia. Il processo Eternit e la condanna per disastro doloso accendono una speranza. La speranza di chi non vuole chinare la testa e con ostinazione lotta per ottenere verità e giustizia nonostante il silenzio, l’omertà, i ricatti, le connivenze che ci sono quando si mettono in discussione i privilegi di lorsignori .

Un altro, drammatico caso, di cui si parla e si scrive poco, è quello della Marlane-Marzotto di Praia a Mare. Uno stabilimento tessile di proprietà prima del conte Rivetti, poi dell’Eni (Lanerossi), infine della Marzotto, che è stato chiuso definitivamente nel 2004. In qusta fabbrica è successo qualcosa di molto grave. Talmente grave che è in corso un processo che vede imputati i vertici della Marlane, della (ex) Lanerossi, della Marzotto. Il processo della Marlane doveva iniziare il 19 aprile 2011. Viene continuamente rinviato per cavilli procedurali. La prossima, ennesima, prima udienza dovrebbe esserci il 24 febbraio. Questi continui rinvii non hanno mosso all’indignazione, sono stati diluiti nell’indifferenza dei più. Gli imputati sono “persone importanti, che contano”, dirigenti e “grandi imprenditori” che sono accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni gravissime e disastro ambientale. Perché tra le circa 1.000 persone che hanno lavorato nella Marlane di Praia a Mare oltre cento si sono ammalate di cancro e decine ne sono morte. Perché nei pressi dello stabilimento (in un’ottica padronale per la quale il sud è la pattumiera d’Italia) sono stati sotterrati rifiuti pericolosi e tossici che hanno inquinato l’ambiente. Una strage di lavoratori e un disastro ambientale di enormi proporzioni. L’accusa è che le norme di sicurezza, alla Marlane, non venivano applicate, anzi “semplicemente” non esistevano. I lavoratori venivano considerati “strumenti” da sfruttare per guadagnare di più e meglio. Quando si ammalavano e arrivavano alla fine della loro vita veniva chiesto loro di firmare il proprio licenziamento. Lo si faceva, dicevano i servitori di lorpadroni, per “favorire” l’ottenimento della pensione di reversibilità da parte delle future vedove o per semplificare l’assunzione dei futuri orfani nella stessa fabbrica. Tutto questo è documentato da interviste e memorie raccolte da chi ha iniziato e continuato con ostinazione a credere nella giustizia. Persone normali, veri e propri eroi del nostro tempo come Luigi Pacchiano, ex operaio della Marlane e uno dei sopravissuti, come lo scrittore ambientalista Francesco Cirillo e la documentarista Giulia Zanfino. È grazie a persone come queste se oggi possiamo conoscere quanto è accaduto alla Marlane-Marzotto. Una storia di “ordinario sfruttamento”. È grazie a loro se si è riusciti a costruire un “ponte” tra Praia a Mare e Vicenza, dove è iniziato un costante lavoro di informazione promosso dal PdCI e che poche settimane fa ha prodotto un appello firmato da personalità del mondo della cultura, della scienza, dello spettacolo, della politica (ricordiamo tra i tanti Margherita Hack, Giorgio Nebbia, Franca Rame, Valentino Parlato, Oliviero Diliberto, Giuseppe Giulietti, Ascanio Celestini), lavoratori in lotta (il presidio permanente della IMS SRL – ex Emi di Caronno Pertusella), cittadini non indifferenti e, ancor più importante, parenti delle vittime della Marlane, come Teresa La Neve. Testimonianze “alte” di una politica fatta per passione da chi riesce ancora ad indignarsi per le ingiustizie e l’indifferenza imperante. La sentenza Eternit ha aperto una porta, ha squarciato un velo, ha fatto conoscere che di lavoro si dovrebbe vivere e che, invece, si può morire per l’avidità dei padroni. Oggi nessuno può chiudere gli occhi. Nessuno può dire di non sapere. Nessuno può giustificarsi. Quello che è successo alla Eternit, alla Marlane e in tutte gli altri posti dove è “normale” ammalarsi e morire (da Vicenza vogliamo ricordare l’esempio della Tricom-GalvanicaPM di Tezze sul Brenta) ci coinvolge tutti. Non ci si può fermare nella ricerca della verità. È tempo di fare giustizia.

venerdì 18 settembre 2009

contro la guerra sempre

oggi tutti si sono di nuovo ricordati che il nostro paese è in guerra

giusto per ricordare a chi la chiama missione di pace, ebbene si i fucili degli italiani sono caricati a salve altrimenti non riusciamo a spiegarci l'insistenza di tale espressione, riportiamo l'articolo 11 della nostra costituzione:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

porgiamo il nostro cordoglio alle famiglie che hanno subito questo grave lutto e porgiamo tutto il nostro cordoglio alle famiglie dei civili che tutti i giorni muoiono senza che venga detta nemmeno una parola nei telegiornali e molto spesso vittime di fuoco "alleato".

4MORTI AL GIORNO SUL LAVORO NESSUNO DICE UN CAZZO 6MILITARI TUTTI IN LUTTO?


4 morti al giorno sul lavoro e nessuno dice un cazzo, muoiono 6 militari e tutti si dicono in lutto?

E' proprio vero, l'italia è il paese delle contraddizioni, un paese dove i morti sono suddivisi come nel campionato di calcio, ci sono le morti di serie A e di serie B


TANTO RISPETTO E CORDOGLIO PER LE FAMIGLIE DEI RAGAZZI CHE SONO CADUTI LA MANIFESTAZIONE DEL 19 SETTEMBRE PER LA LIBERTA D'INFORMAZIONE A ROMA E IL PRESIDIO A MILANO ANDAVANO FATTE


Ogni giorno 4 operai muoiono per 1300 1200 e forse anche meno per quelli il lutto non vale? Se morivano cadendo da un ponteggio o arsi vivi la manifestazione si manteneva ma siccome sono morti in Afghanistan ad "esportare democrazia" con uno stipendio di ben più alto di un'operaio al mese allora tutti a lutto.

Si chiamerebbe ipocrisia ma forse è semplicemente stupidità.

venerdì 10 luglio 2009

Incidenti Lavoro - Pagliarini: "Operaio muore sui binari. Ennesimo dramma nelle ferrovie mentre governo smantella Testo Unico su sicurezza"

Ufficio Stampa PdCI

"Un’altra volta ancora la tragedia quotidiana delle morti bianche si è abbattuta sul microcosmo delle Ferrovie, in tutta evidenza sempre più insicuro. E’ stata stroncata stamattina la vita di un operaio di 25 anni, colpevole soltanto di compiere il suo dovere lungo la massicciata sui binari nei pressi di Parma. Ironia della sorte stava lavorando su un cantiere dell’Alta Velocità, vale a dire quel settore che negli anni ha ottenuto ingenti risorse in precedenza destinate ai pendolari e, probabilmente, alla messa in sicurezza di linee periferiche e di convogli destinati al traffico locale o delle merci. Le cronache ci hanno raccontato per quanti minuti è rimasto interrotto il traffico ferroviario tra Milano e Bologna. Noi comunisti, che non dimentichiamo mai i disagi dei pendolari sacrificati sull’altare di chi utilizza il treno per fare business, aggiungiamo altre preoccupazioni, troppo spesso omesse: ci indigna sapere che il governo sta smantellando il Testo Unico sulla sicurezza varato poco più di un anno fa dal centrosinistra proprio mentre il dramma-infortuni si conferma come emergenza nazionale sempre più acuta, e ci lascia allibiti la leggerezza con cui l’amministratore delegato delle Ferrovie cerca, ogni volta che se ne presenta l’occasione, di sminuire la portata dei drammatici disservizi che circondano il traffico su rotaia e di enfatizzare i presunti successi di Trenitalia. Noi continueremo a denunciare da un lato quanto sta accadendo e dall’altro la scomparsa dall’agenda politica del tema della sicurezza sul lavoro". E' quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI.

giovedì 4 settembre 2008

Potenza: Giuseppe Santoro, 37 anni, assassinato sul lavoro

Giuseppe Santoro, operaio di 37 anni, è morto a Potenza dopo cinque giorni di coma, assassinato sul lavoro. Dipendente della SiderPotenza, Gruppo Pittini, impianto siderurgico costruito quasi fin dentro il capoluogo lucano, l’8 Agosto, un giorno come tanti altri, era impegnato nella sua ordinaria attività (Giuseppe svolgeva il compito di addetto agli scambi ferroviari) a bordo di un vagone di treno vuoto sul quale, a causa di un deragliamento, ha sbattuto violentemente un altro, delle ferrovie statali, carico di rottami, sbalzando l'uomo per terra.

Il treno impazzito ha poi terminato la sua corsa contro un edificio dello stabilimento usato come spogliatoio e solo un caso ha voluto che non vi fossero operai lì dentro. Alla fine, per Giuseppe, non c’è stato nulla da fare.

I suoi organi sono stati già donati: i reni aiuteranno a vivere altri due lucani, un uomo ed una donna; le cornee sono state inviate alla Banca delle cornee dell’ospedale “San Giovanni” di Roma, per essere successivamente trapiantate.

Per Trenitalia, la vicenda si può chiudere qui. Infatti, in un comunicato dell’ufficio stampa, naturalmente, l’azienda rende noto che “dai primi riscontri dell’inchiesta, avviata da Trenitalia in relazione all’incidente di venerdì 8 agosto a Potenza, risulta che il movimento di manovra dalla stazione al raccordo ferroviario è stato avviato - contrariamente alla normativa vigente – in assenza del secondo operatore, quindi a squadra incompleta”.

Aggiugendo poi: “il secondo operatore è giunto poi sul luogo di lavoro solo a incidente avvenuto. Le violazioni ai regolamenti e alle norme sono in corso di contestazione ai due dipendenti di Trenitalia”.

Pare quindi indubbio, secondo Trenitalia, che si tratti di una questione interna alla classe operaia, con lavoratori che muoiono e lavoratori che, per incuria, ignoranza, disattenzione, fannullosità (tanto cara ad Ichino e Brunetta) arrivano perfino a provocano la morte di altri compagni.

Un particolare molto interessante su cui andrebbe fatta una riflessione è che, nella pur scarna rassegna stampa che abbiamo raccolto (contrariamente a quella che ha pianto la prematura scomparsa di Andrea Pininfarina per incidente stradale: ma si sa, il peso specifico dei padroni è superiore a quello degli operai, perfino in punta di morte), non si fa menzione nemmeno del primo macchinista (di cui, a questo punto, dalle dichiarazioni di Trenitalia e per la logica comune, si dà per scontata la presenza a bordo).

Riscontro per riscontro, è difficile credere che un treno deragli, ne colpisca un altro fermo, si schianti sopra un edificio, ed il primo macchinista si volatilizzi per lo meno a mezzo stampa, nel nulla.

Confindustria rinnova l’invito ai sindacati di lavorare insieme per la sicurezza.

La Regione pone interrogativi circa il funzionamento delle infrastrutture che sono “al servizio delle nostre città”, in un gioco al rimpallo che non prevede l’analisi dei costi per non turbare quella dei profitti.

Intanto, anche in Basilicata, terra di inquisiti al Governo, si aspetta, con malinconica rassegnazione allo strapotere capitalista e dei suoi ascari, il prossimo morto ammazzato sul lavoro e/o di lavoro.

sabato 12 gennaio 2008

comunicato dello Slai Cobas di Vibo Valentia sulla vicenda del lavoratore Martelli

Ci risiamo.
Per la seconda volta in pochi mesi il Giudice del Lavoro di Vibo Valentia ha smascherato l’inconsistenza e l’illegalità delle trame ordite dalla Ecocall di Vazzano al solo fine di “liberarsi” di un lavoratore non gradito colpevole evidentemente di essersi fatto sparare mentre svolgeva il proprio lavoro.
Stiamo parlando della vicenda di Martelli Domenico, lavoratore in forza alla Ecocall di Vazzano che annovera tra i suoi soci imprenditori del calibro di Pippo Callipo, Antonio Gentile e Rocco Letizia, tra l’altro esponenti di spicco dell’Assindustria di Vibo Valentia, che, evidentemente non hanno niente di meglio da fare che combattere una guerra personale nei confronti di un singolo lavoratore.
Non altrimenti può spiegarsi l’accanimento con cui da oltre un anno l’azienda ha preso di mira il Martelli non fermandosi di fronte a nulla pur di liberarsi della sua presenza poco gradita per motivi francamente incomprensibili.
L’unica colpa del Martelli, infatti, è quella di essere rimasto vittima, anni fa, di un ferimento all’interno dell’azienda medesima le cui conseguenze è destinato a portare con se tutta la vita.
Al ritorno dalla convalescenza l’azienda provvide subito a dare il “bentornato” al lavoratore dicendogli chiaramente che il rapporto si sarebbe dovuto interrompere a causa delle sue condizioni di salute!!
Di fronte al legittimo rifiuto del Martelli delle nuove penalizzanti condizioni impostegli, cominciò per lui un periodo molto difficile all’interno dell’azienda che culminò nel dicembre 2006, in un clamoroso licenziamento, prontamente impugnato e annullato dal Giudice del Lavoro con un provvedimento poi confermato anche dal Tribunale in sede di reclamo.
Morale della favola: lavoratore reintegrato ed Ecocall smascherata nelle sue reali intenzioni.
Ma che pensava che il discorso fosse finito là sbagliava.
Poteva mai l’Ecocall e con essa i suoi “potenti” soci – Callipo, Gentile, Letizia – accettare la sconfitta da parte di un singolo lavoratore?
Giammai.
Ed ecco che di fronte all’apparente normalizzazione della situazione, l’azienda brigava nell’ombra per cercare in ulteriore licenziamento intimato nel mese di agosto 2007 a pochi mesi dal precedente!
Incredibile: due licenziamenti a carico dello stesso lavoratore intimati in pochi mesi.
Se non è persecuzione questa!
Ma andiamo avanti: una nuova impugnazione, nuova causa e nuovo provvedimento di illegittimità del licenziamento emesso nello scorso mese di dicembre 2007, con un nuovo clamoroso smascheramento delle intenzioni dell’azienda disposta a tutto, anche a perdere la faccia, pur di allontanare il lavoratore.
L’unica differenza – che a ben vedere finisce con il rendere ancor più palesi le vere intenzioni dell’azienda – è che il Giudice del Lavoro, in questa occasione, con la propria decisione, ha ritenuto applicabile la tutela obbligatoria invece di quella reale e , quindi, non ha disposto la reintegrazione ma la riassunzione.
Obbligo del quale l’azienda può liberarsi pagando al lavoratore l’indennità prevista dal medesimo Giudice, ed evitando così la riassunzione.
E che cosa ha fatto l’Ecocall? Neanche a dirlo: lungi dal riassumerlo ha deciso guarda caso di liberarsi di lui pagandogli l’indennità!
Più palese di così non crediamo potesse manifestarsi la vergognosa intenzione dell’Ecocall di liberarsi del lavoratore.
Inutile dire che non è finita qui: il provvedimento verrà impugnato dallo Slai-Cobas perché se a marzo 2007 l’Ecocall rientrava nel campo di applicazione della tutela reale, per come stabilito dallo stesso Tribunale, non si vede perché ad agosto 2007 la stessa debba rientrare nell’ambito della tutela obbligatoria.
A ciò si aggiunga che il lavoratore Martelli, sabato 12 gennaio 2008, è stato invitato a rendere testimonianza della propria clamorosa e aberrante vicenda dal Coordinamento Nazionale dello Slai-Cobas per decidere in quella sede tutte le iniziative da intraprendere a tutela del lavoratore e contro l’Ecocall.
Ciò che preme sottolineare in questa sede è come ancora una volta il licenziamento, che non è niente di più di un pretesto, sia stato dichiarato illegittimo e come le reali intenzioni dell’azienda siano state da sempre quelle di liberarsi a ogni costo e con qualsiasi mezzo del Martelli.
Perché, e questo non può negarlo nessuno, in Calabria i lavoratori che vengono sparati durante il lavoro e dentro i locali dell’azienda devono essere allontanati e colpiti a costo di farne una guerra personale in cui senza alcuna vergogna, imprenditori cosiddetti “di successo” sono disposti a perdere la propria faccia ed il proprio nome, proprio quegli stessi imprenditori come Pippo Callido parlano di legalità ad ogni piè sospinto salvo, poi, perseguitare un povero lavoratore.
Ancora una volta Davide contro Golia, ma chi ne conosce la storia sa come è finita!!

Il Coord. Prov. dello Slai Cobas
di Vibo Valentia

giovedì 13 dicembre 2007

Strage della ThyssenKrupp, ennesima tragedia annunciata

La strage della ThyssenKrupp di Torino è l’ennesima tragedia annunciata
Aumentano i profitti e cresce lo sfruttamento. Diminuiscono i salari ed i diritti. Si muore sempre più di lavoro

Le statistiche riportano di continui infortuni e morti sul lavoro. Solo nel 2006 i lavoratori uccisi in Italia per soddisfare la sete di profitto dei propri padroni sono stati 1302 (quasi 4 al giorno di media!) e poco meno di un milione gli infortuni. Il caso della strage alla ThyssenKrupp è, quindi, soltanto l’ennesima tragedia annunciata.

I sindacati della concertazione continuano a ripetere le solite litanie: “serve una legge, un intervento legislativo a salvaguardia dei lavoratori”. Come non condividere normative a tutela della salute e della sicurezza?
Ma la risposta ad un’emergenza sociale di questa portata non può essere quella di puntare tutto su un pugno di leggi che, di per sé, non possono abbattere infortuni, malattie professionali e morti sul lavoro perché causate dalla mano libera dei padroni sulla vita dei lavoratori.

Peraltro siamo ormai abituati alla prassi consolidata che le leggi che devono sanzionare i padroni, senza un controllo ed una mobilitazione operaia, non vengono quasi mai applicate mentre spesso si abbattono come scuri sui lavoratori ed i loro delegati legittimamente eletti!

I fatti ci dicono che mentre in questi anni sono cresciuti i profitti aziendali, decine di malattie professionali non vengono neppure riconosciute, si lavora sempre di più percependo salari da fame e, non solo la nostra vita, ma l’esistenza di tutti lavoratori noi è diventata precaria.
In Italia col salario non si arriva alla quarta settimana del mese, in più le assunzioni, se si fanno, sono soprattutto a tempo determinato o sono inserimenti di “interinali” e di “formazione lavoro”.

Tanto gli operai ormai sono costretti a fare i “flessibili” e i padroni con la loro vita possono fare quel che vogliono: straordinari a mille, sicurezza a zero!

E’ vergognoso che i sindacati confederali, contro questa emergenza, con una mano proclamano solo 2 ore di sciopero, mentre con l’altra continuano a firmare e avallare accordi che istituzionalizzano sempre più la precarietà, incentivano gli straordinari e aumentano la flessibilità oraria, cause prime proprio dell'aumento delle morti e degli infortuni sul lavoro!

L’assenza di sicurezza nei luoghi di lavoro, la perdita di potere di acquisto dei salari, delle pensioni e dei diritti sono le sole emergenze delle quali vogliamo parlare e a cui il Governo dovrebbe dare risposte concrete.

Ma questo non è un Governo amico dei lavoratori! Come dimostrato col protocollo sul welfare e con la finanziaria è troppo preoccupato di dare risposte ai poteri forti del capitalismo regalandogli la detassazione degli straordinari e aumentando le spese militari mentre non “trova” i soldi per gli aumenti dei nostri stipendi da fame!

Per queste scelte c’è bisogno dello sdegno e della rabbia di tutti\e, perché non possiamo più accettare che vengano calpestate le nostre vite, ma c’è bisogno anche di scendere in lotta contro queste politiche!

Riappropiamoci della nostra vita!
Basta sacrifici per il profitto!
Le nostre emergenze sono quelle del salario, del lavoro, delle pensioni e di servizi sociali per tutti e tutte!

I compagni e le compagne del Coordinamento per l’Unità dei Comunisti

giovedì 25 gennaio 2007

contro gli infortuni sul lavoro

Il coordinamento provinciale dei giovani comunisti di Vibo valentia, esprime la sua più ferma solidarietà nei confronti di Giuseppe Preiato, l’operaio che nei giorni scorsi è rimasto seriamente ferito in seguito ad un incidente verificatosi sul luogo di lavoro.
Annualmente gli incidenti che si registrano sui luoghi di lavoro sono più di 1 milione, almeno quelli realmente riscontrati, senza considerare la molteplicità di tutti gli altri che vengono invece nascosti,
in media si riscontrano quotidianamente più di 3 morti al giorno, 1000 ogni anno.
Un bilancio paragonabile a quello di una guerra, e che matura nel più totale silenzio.
Tanti, troppi sono i sacrifici a cui vengono sottoposti quotidianamente i lavoratori: precarietà, sfruttamento salariale, mancato rispetto dei diritti, sottopagamento.
Per quanto tempo ancora dobbiamo continuare ad assistere a questa logica di sopraffazione dell’uomo sull’uomo?
Perché non viene messo in atto un piano di prevenzione, non vengono fatti rispettare i criteri basilari di sicurezza sui luoghi lavoro?
Domande riconducibili tutte ad un'unica risposta: supremazia del concetto del profitto, al quale tutto deve sottomettersi anche le stesse vite umane.
Come giovani comunisti ci dichiariamo estranei a questa logica di sfruttamento e di sottomissione, invitiamo tutti i lavoratori ad alzare la testa, e a lottare per vedere riconosciuti e rispettati i propri diritti, il diritto all’occupazione, il diritto al salario, il diritto alla vita.
Denunciamo lo stato di sfruttamento in cui vengono relegati ancora oggi milioni di lavoratori alla mercè di padroni i cui interessi sono quelli esclusivi dei profitti,senza riguardo per la salute,per i salari.
Convinti che contro lo sfruttamento solo la lotta paga, confermando fin da ora la nostra disponibilità attiva e militante per qualsivoglia iniziativa, cogliamo l’occasione per porgere la nostra più sentita solidarietà alla famiglia Preiato e i nostri saluti comunisti, al solito a pugno chiuso.