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giovedì 18 agosto 2011

Unical: prove tecniche di dittatura.

L’Università della Calabria si trova ancora una volta vittima dell’autoritarismo del magnifico (?) rettore Giovanni La Torre, famosissimo per i suoi rapporti trasversali con la politica, per le sue amicizie personali sia con l’ex governatore di centro-sinistra Loiero che con l’attuale governatore di centro-destra Scopelliti, ma soprattutto per essersi prolungato il mandato, in barba alla legge, con una modifica “ad-personam” dello Statuto, che gli ha permesso ( e continua a permettergli ) di regnare sull’Unical da dodici anni a questa parte.
La Torre non ha mai nascosto la sua visione “aziendalistica” dell’Università; una visione che lo accomuna alla maggior parte dei rettori italiani e che lo trova in sintonia con il progetto criminoso di distruzione dell’Università pubblica portato avanti da questo governo, con i numerosi tagli, l’ampliamento dei poteri del rettore e l’ingresso dei privati nel c.d.a. dell’Università.
Ma La Torre non si “limita” a tutto questo; il suo progetto va oltre, colpendo tutti quelli che sono i centri di aggregazione sociale e di promozione del pensiero critico, all’interno dell’Ateneo.
Il primo ad essere colpito è stato il centro sociale “Filorosso”, nato in un capannone occupato da alcuni studenti ben 15 anni fa. Filorosso da sempre organizza eventi di diffusione della cultura alternativa con rassegne cinematografiche, concerti, dibattiti, cene sociali, sale prove e quant’altro. Il 4 agosto il capannone viene demolito e con esso un pezzo di storia dell’Unical, essendo stato distrutto anche tutto il materiale del Centro Studi Filorosso, ivi presente.
L’8 agosto tocca invece al Laboratorio Sociale Autogestito “Assalto”, di recente formazione. L’”Assalto” occupò, a gennaio scorso, l’aula Zenith2, per portare avanti iniziative come cineforum, dibattiti, presentazioni di libri, seminari autogestiti, musica del vivo ecc. L’aula in questione è stata sgomberata dalle forze dell’ordine, la serratura cambiata e tutti gli oggetti presenti nell’aula sono stati presi e depositati chissà dove, non esistendo alcun verbale di sequestro.
L’ultimo sgombero in ordine di tempo è stato quello dell’aula occupata della facoltà di ingegneria p2 sede del “Collettivo p2 occupata”, anch’esso promotore, da qualche anno a questa parte, di tantissime iniziative culturali e politiche.
La Torre non è nuovo a comportamenti autoritari. Già, qualche mese fa, nel corso delle proteste contro il ddl Gelmini, il rettore fece militarizzare l’aula magna per impedire agli studenti di riunirsi in assemblea ed esercitare così un loro diritto.
La cosa che colpisce di più è il comportamento vigliacco del rettore che agisce contro questi spazi liberi nel mese di agosto, quando gli studenti sono in vacanza e l’ateneo è isolato.
Ma l’indignazione cresce sui social network e la rabbia degli studenti è tanta. D’altra parte l’autunno è vicino e si preannuncia caldo.

Salvatore Schinello ( FGCI - Vibo Valentia)

sabato 4 giugno 2011

Contro il taglio dell'organico ATA

Continua il massacro sociale del governo Berlusconi-Bossi che infierisce sulla scuola italiana e calabrese. E’ di qualche giorno fa lo schema di decreto ministeriale sugli organici del personale ATA per l’anno scolastico 2011/12, che conferma quanto noi da tempo abbiamo fortemente denunciato.
Finita la campagna elettorale, ancora una volta le promesse di Berlusconi si rivelano false e menzognere. Una vera e propria presa in giro per i lavoratori e i cittadini.
Si sono dissolte come neve al sole le 65.000 assunzioni di cui si favoleggiava nella propaganda del regime berlusconiano, mentre i tagli agli organici diventano una concreta realtà, una nuova batosta ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici precari della scuola italiana e calabrese.
La scuola calabrese viene ancora una volta penalizzata in modo cinico  dalla bresciana ministro Gelmini che della Calabria si è ricordata solo quando doveva passare l’esame di procuratore legale.
I tagli previsti e annunciati dal ministero per il personale ATA sono massicci e colpiscono tutti i profili professionali. Sono circa 1.500 i posti di lavoro che solo in Calabria e solo nell’ambito del personale ATA saranno cancellati (14 DSGA; 158 Assistenti Amministrativi;  40  Assistenti Tecnici;  1200 collaboratori scolastici).
1.500 lavoratori precari rischiano di essere espulsi dal mondo del lavoro, creando una nuova sacca di disoccupati in una realtà fragile e debole sul piano economico, sociale ed occupazionale.
Ciò determinerà un ulteriore abbassamento della qualità del servizio scolastico, un declassamento dell’offerta formativa e una pesante riduzione del diritto allo studio. 
Si tratta del colpo finale arrecato alla scuola calabrese, all’occupazione e al diritto alla studio dei giovani e degli studenti.
Infatti, con questo ennesimo taglio dell’organico, la Calabria viene relegata in coda tra le regioni italiane e l’offerta formativa che la scuola sarà capace di erogare rischia di essere fortemente compromessa, nonostante la dedizione e lo spirito di sacrificio dimostrato dai dirigenti, dagli insegnanti e dal personale ATA che giornalmente tengono in piedi una baracca che fa acqua da tutte le parti.
E’ necessario bloccare questo processo sciagurato per difendere e rilanciare la qualità del servizio scolastico e per dare una speranza di futuro a migliaia di insegnanti e lavoratori scolastici precari, che sono oggi condannati se tutto va bene ad un lavoro precario a vita. 
Diciamo no ai tagli e ai licenziamenti di massa e diciamo si all’ampliamento dell’offerta formativa e all’estensione del tempo pieno.
E’ necessario respingere questa gravissima minaccia al futuro della scuola calabrese.
La Regione, le Province e gli Enti locali non possono stare a guardare senza reagire e senza difendere i lavoratori precari e il diritto allo studio. Bisogna chiedere un cambiamento radicale nella politica scolastica del governo Berlusconi.
Pertanto, per scongiurare gli effetti nefasti sulla Calabria delle politiche e delle scelte governative chiediamo che, finalmente, il Presidente Scopelliti faccia sentire la voce della regione, difendendone gli interessi, senza continuare a subire passivamente operazioni che colpiscono la scuola calabrese, riducono drasticamente l’occupazione e abbassano la qualità del servizio scolastico.

Reggio Calabria, 3 giugno 2011

MICHELANGELO TRIPODI
SEGRETARIO REGIONALE PdCI

domenica 24 aprile 2011

Comunicato contro i tagli del personale ATA

Il ministro Gelmini e il governo Berlusconi continuano imperterriti nella loro azione devastante che mira a demolire la scuola pubblica italiana.
E’ di questi giorni, infatti, l’annuncio dell’ennesimo taglio che il ministero guidato dalla Gelmini si accinge a fare sull’organico del personale ATA per il prossimo anno scolastico 2011/2012.
Si parla di una riduzione dell’organico di circa 15.000 unità, il che significa concretamente 15.000 posti di lavoro in meno solo per quanto riguarda il personale ATA ( Direttori Servizi Generali e Amministrativi, Assistenti Amministrativi, Assistenti Tecnici e Collaboratori Scolastici).
Siamo di fronte ad un governo antipopolare che, incurante della gravissima crisi economica e sociale che vive il paese e del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni e milioni di cittadini, prosegue nella sua sistematica controriforma della scuola che rappresenta un vero e proprio massacro sociale e che colpisce al cuore il diritto allo studio e la qualità del sistema scolastico nazionale.
Anche la Calabria continuerà a pagare un prezzo altissimo sull’altare delle politiche neoliberiste e di privatizzazione selvaggia della scuola che il governo Berlusconi sta portando avanti.
Saranno centinaia e centinaia i posti che verranno cancellati, si parla addirittura di oltre 1.000 posti di lavoro che rischiano di scomparire con il provvedimento di taglio dell’organico del personale ATA annunciato dalla Gelmini e che determineranno nuovi problemi di funzionalità per le istituzioni scolastiche, compromettendo il buon andamento e la qualità del servizio.
Ciò significa che moltissimi lavoratori rimarranno a casa e perderanno anche il lavoro precario di cui fruivano, andando ad aggiungersi all’esercito di senza lavoro qualificati e  laureati che in tre anni, da quando è partita la controriforma scolastica della destra, sono stati espulsi dal mondo del lavoro scolastico.
E’ davvero giunta l’ora di dire basta al governo dei tagli contro i lavoratori e delle leggi ad personam a favore di Berlusconi. Deve finire la politica dei tagli che punta a favorire la scuola privata. Occorre, invece, fare nuove scelte in termini di investimenti per l’istruzione e la formazione.
Oggi più mai emerge chiaramente che i paesi che investono sulla ricerca, sul sapere, sull’istruzione e sulla cultura sono tra quelli più dinamici e più in fase di crescita, mentre l’Italia arranca stancamente nelle retrovie dei paesi europei attanagliata da una crisi che questo governo di casta vuole scaricare sulle spalle dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e dei ceti più deboli.

Reggio Calabria, 22.4.2011

MICHELANGELO TRIPODI
SEGRETARIO REGIONALE  PdCI - Calabria

giovedì 13 gennaio 2011

Comunicato sulla situazione universitaria

Da settembre fino al periodo pre natalizio abbiamo assistito a livello nazionale ad un meraviglioso e crescente movimento studentesco che ha urlato a gran voce il suo dissenso al ddl Gelmini , scendendo in piazza con cortei che nella penisola mancavano tra troppi anni.

Ma ora che il ddl è diventato legge con le votazioni previste dal nostro sistema bi-camerale perfetto e grazie alla firma del Presidente Napolitano, le cui vane promesse fatte alla delegazione di studenti ricevuta a palazzo avevano fatto ben sperare, urge una riflessione politica su quanto è successo e su quanto succederà, specie nel nostro territorio reggino.

Innanzitutto definire tale ddl legge è un errore in quanto esso è in realtà un decreto legge ovvero, spiegato in parole povere, per diventare realtà avrà bisogno i 139 decreti attuativi. Solo 36 di questi spetteranno al governo. E qui ci sorgono dubbi molto concreti sulla sua attuazione. Cosa che ci fà ben sperare in flop di un ddl che se attuato distruggerebbe l’intero sistema universitario pubblico , dando così spazio a quello privato. E sembra quasi superfluo dire e spiegare come quello privato consentirà l’accesso , ai più alti livelli d’istruzione, solo alle classi sociali più agiate.

E Reggio Calabria non è da meno. Anzi. Se gli atenei di tutta Italia sono sconvolti da questo ddl , quello della Mediterranea deve fare i conti anche con le inadeguatezze del rettore.
Massimo Giovannini infatti nel corso del suo mandato ha dimostrato ampiamente di non essere all’altezza dell’incarico al quale è stato eletto.

Nel nostro ateneo accadono recidivamente gravi nefandezze. La prima , ma non per gravità, è la risposta negativa alla domanda studentesca di visionare i bilanci d’ateno nonostante essi siano atti pubblici. E quindi per definizione giuridica visionabile da qualsivoglia interessato.La seconda, è costituita dalle borse di studio.La seconda rata dello scorso anno accademico ancora non è stata liquidata agli spettanti studenti nonostante i soldi siano stati finanziati dalla regione. La terza, riguarda i tre contributi fissi di facoltà che gli organi competenti avevano pensato d’imporre agli studenti fino a quando essi , giunti in corteo sotto il rettorato mentre se ne discuteva l’approvazione, non ne hanno ottenuto il ritiro. Tutto ciò non perchè gli studenti non vogliano pagare le tasse o siano evasori fiscali ma perchè questi contributi fissi più che delle tasse sembravano delle imposte.Gli studenti quindi, dimostrando un grandissimo affetto verso il proprio ateneo, hanno detto chiaramente che  se tali soldi servivano a mantenere aperta l’università essi li avrebbero messi volentieri , ma in queste condizioni , ovvero senza un progetto serio dietro questa richiesta di liquidi non c’è motivo di regalare soldi così.Ancor di più in momento di crisi come quello in cui versa il nostro paese.
Tutto questo ci fà sorgere 3 domande molto importanti.
-Per quale motivo l’università si ostina a negare i bilanci agli studenti ?Cosa nascondono?
-Dove sono i soldi finanziati dalla regione per le borse di studio? Se sono in mano all’università per quale motivo gli studenti , che con questi soldi ci vivono, non gli hanno ancora ricevuti?
-Vista la disponibilità degli studenti a mantenere la propria università , coscienti dei gravissimi disagi che comporterebbe la sua chiusura ( dal punto di vista economico e sociale), perchè il rettore e gli organi competenti non si mettono a parlare con gli studenti  dimostrando la reale necessità di tali fondi,in un puro esempio di cogestione come stabilito nell’art. 46 della nostra meravigliosa costituzione, anche se tale articolo riguarda le aziende e i lavoratori?
Noi e in particolar modo gli studenti sentiamo l’esigenza di risposte certe e concrete a tali domande.
Ci sentiamo inoltre di sottolineare il grande lavoro svolto fin’ora dal Collettivo Unirc che queste nefandezze le stà combattendo da 3 anni e sentiamo di dover esprimere la nostra massima solidarietà a tutti gli studenti che durante questi mesi sono scesi in piazza e hanno occupato gli atenei in nome dei loro diritti. A loro và la richiesta di non arrendersi mai e continuare la lotta.

Francesco Masè
Coordinamento Nazionale FGCI 

Partito dei Comunisti Italiani - Reggio Calabria
Federazione Giovanile Comunisti Italiani - Reggio Calabria

venerdì 10 dicembre 2010

La prima battaglia và agli studenti!

Dopo settimane di estenuanti battaglie politiche e sempre all’insegna della civiltà ieri, gli studenti della Mediterranea giunti in corteo fino al rettorato ove erano in discussione “i contributi fissi di facoltà”  hanno urlato e protestato ottenendo, dopo ore estenuanti e decisive, l’abolizione dei contributi e l’instaurazione di un filo diretto con la classe dirigente universitaria .

L’abolizione dei suddetti contributi è una grande vittoria per gli studenti in quanto  essi erano uno degli ulteriori strumenti con i quali la classe dirigente voleva coprire i buchi nei bilanci facendoli pagare agli studenti. Perchè nelle loro molteplici inadeguatezze gestionali , almeno una cosa l’hanno capita.L’università va avanti solo grazie agli studenti.

Studenti che dall’occupazione dell’aula magna “Quistelli” finendo con il corteo ed il sit in di ieri, hanno dimostrato di amare la loro università e hanno dimostrato che loro non sono disposti a chinare la testa e a favorire le baronie.

Per questo  come membro del coordinamento nazionale della FGCI  esprimo ancora una volta la mia solidarietà nei confronti degli studendi, con i quali sto occupando ancora l’aula magna di cui sopra e invito tutti voi lettori , studenti e non , a scendere in piazza il 14 per dimostrare che noi un governo pilotato dalla P2, un governo colluso con la mafia, un premier travolto dagli scandali che attacca continuamente la costituzione poichè essa è “uno strumento di limitazione del potere”, un governo che non rappresenta più il popolo e che preferisce investire nella baronia invece che negli studenti, NON LO VOGLIAMO!

In conclusione, ieri gli studenti hanno dimostrato a tutti che le proteste servono e che questa società può cambiare, con una presa di coscienza delle classi più vessate.

Francesco Masè
coordinamento nazionale FGCI

Convegno del PdCI sulla controriforma Gelmini

Scuola e università: la controriforma Gelmini cancella i diritti e privatizza l'istruzione.
E' questo il titolo di un dibattito pubblico organizzato dalla Federazione Provinciale del Partito dei Comunisti Italiani di Reggio Calabria che si terrà venerdì 10 dicembre alle ore 17.00 nella sala convegni della Provincia di Reggio Calabria.
Ricordiamo che la controriforma voluta dalla Gelmini ha cancellato nel comprato scuola 150 mila posti in tre anni, ha previsto l'espulsione in massa dei precari, ha cancellato numerose materie, classi e sezioni a danno dei lavoratori, degli studenti, dei genitori e della stessa didattica.
Per quanto riguarda l'università, invece, ha tagliato drasticamente i fondi alle università pubbliche facendo così aumentare in maniera indiscriminata le tasse universitarie, ha soppresso numerosi corsi di laurea, ha penalizzato i ricercatori e gli assegnisti inventandosi nuove modalità di assunzione che non colpiranno per nulla i baroni e i baronati ma creeranno ulteriore confusione all'interno del sistema universitario.
A discutere di questi e di altri temi che riguardano il presente e il futuro delle nuove generazioni e per difendere e rilanciare  il sacrosanto diritto all'istruzione, che può passare solo attraverso la bocciatura in  Senato e, quindi, la cancellazione,  del progetto della Gelmini, venerdì 10 nei locali della Provincia di Reggio Calabria si confronteranno: 
Michelangelo Tripodi, Segretario Regionale del PdCI Calabria, 
Nino Chiriaco, Responsabile Scuola PdCI di Reggio Calabria, 
Silvana Borgese, Dirigente Scolastico Direzione Didattica “Nosside” di Reggio Calabria, 
Giampiero Cesareo, Responsabile Nazionale Scuola FGCI, 
Lorenzo Fascì, segretario Provinciale PdCI di Reggio Calabria, 
Domenico Gattuso, professore dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria.
Le conclusioni del dibattito saranno di Piergiorgio Bergonzi, responsabile nazionale scuola PdCI.

Reggio Calabria, 7 dicembre 2010                               

                                                                           Ufficio Stampa PdCI

sabato 4 dicembre 2010

Università: il vento torna a fischiare.

“Anche l’operaio vuole il figlio dottore” così cantava Paolo Pietrangeli nella sua “Contessa” ed insieme a lui un’intera generazione di studenti e studentesse che lottarono per il diritto all’università pubblica, per tutti.
Ad oltre quarant’anni di distanza, nuovi fermenti scuotono le università italiane. L’università pubblica italiana è minacciata dalle visioni neoliberiste del governo Berlusconi che oltre ad aver tagliato drasticamente i fondi in finanziaria (per mano del ministro Tremonti, intento nell’opera di distruggere lo stato sociale per far quadrare i conti), riforma, con il ddl Gelmini, la struttura stessa degli atenei in una prospettiva aziendalistica, con la conseguenza di sottoporre la ricerca e la formazione del sapere al pareggio di bilancio ed alla logica del profitto.
Tra i tanti atenei che si oppongono con la lotta a questo disegno criminoso c’è anche l’Università della Calabria, con sede ad Arcavacata di Rende (CS). In una terra soggetta al potere clientelare della malapolitica, alla ‘ndrangheta, l’ateneo risulta essere la più grande occasione di riscatto per la Calabria, il luogo in cui sviluppare saperi e coscienze critiche che permettano alla regione meridionale di uscire da una condizione di arretratezza e sottosviluppo.
In concomitanza con le proteste in tutta Italia, all’interno dell’ateneo vengono occupate dal movimento studentesco l’Aula Magna, da subito utilizzata come luogo di discussione e confronto, ed il Rettorato, sede del potere decisionale.
Nell’Aula Magna, in particolare, si svolgono assemblee molto partecipate, che vedono presenti anche ricercatori, studenti medi e docenti. E’ il luogo ideale per inserire la protesta studentesca in un contesto più ampio, per coordinare le lotte con soggetti esterni al mondo universitario come lavoratori precari, movimenti per l’acqua pubblica ecc.
In occasione dell’approdo alla Camera del ddl Gelmini, il 30 novembre, viene indetta dal movimento studentesco una giornata di mobilitazione nazionale. In particolare gli studenti dell’Unical organizzano una manifestazione che vede la partecipazione di oltre cinquemila tra studenti, ricercatori,docenti e personale amministrativo. Il corteo parte dall’Aula Magna occupata e si dirige verso l’autostrada A3, bloccando il traffico.
“Se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città!!” cantano i manifestanti, insieme all’ormai famoso slogan “Noi la crisi non la paghiamo!!!” Un tripudio di striscioni colora il corteo.
Un grandissimo risultato per un movimento spontaneo, che nasce dal basso. Una bellissima pagina di partecipazione politica in Calabria.
Nonostante il ddl sia stato approvato dalla Camera, le lotte degli studenti in tutta Italia hanno sortito un piccolo ma sostanziale effetto: lo slittamento del passaggio della riforma al Senato a dopo il 14 dicembre, giorno in cui verrà votata la mozione di sfiducia al governo e in cui si pronuncerà la Consulta sulla costituzionalità del legittimo impedimento. Il ddl potrebbe finire su un binario morto a causa della caduta del governo e potrebbero ripartire i processi nei quali Berlusconi è imputato.
La dimostrazione del fatto che lottare per i propri diritti non è mai inutile.

Salvatore Schinello.

sabato 27 novembre 2010

Scuola: il futuro sarà a pagamento


Gli studenti di tutta Europa e in special modo quelli italiani sono in rivolta. Innumerevoli sit-in di protesta, manifestazioni, assemblee e quant’altro stanno sempre più colorando la  nostra Penisola. Diverse sono le città, gli atenei e di seguito le facoltà  dove monta sempre di più il dissenso contro le insensate riforme del governo. Ciò che invece non cambia, sempre uguale di città in città, è la richiesta di dimissioni che gli studenti volgono a tutti gli inetti che presidiano il potere della scuola pubblica. Le grida maggiori , giustamente, sono rivolte al ministro Gelmini che, tramite il ddl a lei intitolato e la cui votazione è calendarizzata a martedì prossimo, porrà sotto scacco l’intero sistema statale scolastico e universitario. Si tornerà alla scuola per ricchi di gentiliana memoria. Chi può studiare bene chi non ha la possibilità che si arrangi pure. Qualcosa di inaudito in un momento di crisi economica come questo. Almeno il governo ora ammette che esiste la crisi anche se la cammuffa con la solita frase “siamo messi meglio di altri paesi”, una frase sinistra visto quello che è successo in Grecia e che sta succedendo in Irlanda e mentre la prima meglio di noi non è mai stata la seconda  non aveva certo il nostro debito pubblico e il nostro è tra i più alti del mondo. Il debito pubblico diminuisce se cresce il PIL e il PIL cresce con gli investimenti per il futuro e non con i tagli forsennati.

Nella nostra regione la situazione non cambia. Una regione particolarmente colpita dai tagli. Tra le provincie sul fronte di guerra si distinguono particolarmente Reggio Calabria, che oltre a far i conti con i tagli deve anche vincere la battaglia morale e legale messa in luce, nei giorni scorsi, con l’ufficializzazione delle infiltrazioni mafiose da parte della Procura reggina; Cosenza dove le proteste continuano imperterrite e dove è stata occupata l’aula Magna. Ma tra tutto questo rimane nel buio, quasi assoluto, Vibo Valentia.
 Nel vibonese, escluendo qualche sporadica e poco seguita manifestazione, sono troppo pochi gli studenti che realmente hanno inteso la gravità di quanto sta’ accadendo. Eppure i segnali sono evidenti. E’ il caso del liceo scientifico “G. Berto” che ha i propri studenti accasati in diverse locazioni non adeguate (che in alcuni casi sono uffici o garage) e di cui si è persa ogni traccia del famoso nuovo istituto; è il caso dell’istituto alberghiero che ha dei locali del tutto non all'altezza e ben lontani da poter essere definite aule scolastiche, senza uscite di emergenza  per esempio, e si sa che in un territorio come il nostro, a forte rischio sismico, sono cose su cui non si può sorvolare. Di certo non abbiamo gli occhi chiusi e sappiamo bene che, per quanto riguarda l’istituto alberghiero, i lavori di costruzione del nuovo complesso scolastico siano bloccati da anni. Come mai? Quando riprenderanno i lavori ormai sarà troppo tardi e bisognerà “aggiustare” anche quanto è stato fatto? Ma gli studenti si sono forse rassegnati a tutto questo? Forse le riforme che fanno a Roma sono troppo lontane dalla provincia di Vibo ma è tutto collegato.
Ma con la riforma dell’università si passerà alla chiusura degli atenei, che nell’ottica della privatizzazione significa: se ci sono aziende locali pronte a sponsorizzare allora va bene altrimenti possono anche chiudere.

In Calabria secondo voi ci sono aziende e industrie pronte a versare soldi nelle casse delle università? O meglio: in Calabria ci sono aziende e industrie? La facoltà di Vibo sopravvivrà? Gli atenei non saranno costretti ad alzare le rette universitarie? Tale pagamento tra l’altro è già insostenibile negli atenei calabresi con tasse elevatissime dove c’è un’irrisoria proporzione che  differenzia i redditi bassi e quelli alti. Tutto questo naturalmente va sempre a scapito dei soliti noti.
Vi è quindi una situazione insostenibile e per tanto Vibo Valentia, i suoi studenti , i suoi docenti, oltre che tutti i suoi cittadini, devono reagire e contrastare questo criminoso marchingegno che imperterrito porterà i diritti, più importanti sanciti dalla nostra costituzione, a diventare servizi a pagamento.

Sia la FGCI che il PdCI di Vibo Valentia sono vicini a tutti gli studenti che nonostante manganellate e arresti  continueranno la loro lotta in nome dei diritti che noi tutti pretendiamo.

Francesco Masè
Coordinamento nazionale FGCI

Nicola Iozzo
Coordinatore PdCI Vibo Valentia

martedì 9 novembre 2010

LUNGA VITA AL FILOROSSO.

C’è uno spazio sociale all’interno dell’Università della Calabria che in tempi come questi, di omologazione culturale berlusconiana e di apatia, rappresenta un’oasi nel deserto.
Stiamo parlando del Filorosso, un laboratorio politico-culturale che viene autogestito dal 1995. Proprio in coincidenza con il suo 15esimo compleanno, che verrà festeggiato nel mese di Dicembre con un concerto degli Après La Classe, il centro sociale rischia di chiudere.
Nonostante urgenti questioni inerenti l’ennesima riforma, i tagli al fondo di finanziamento ordinario, lo sciopero dei ricercatori, i disagi sulla didattica causati agli studenti, il Senato Accademico, organo politico dell’Università, non trova di meglio da fare che pianificare la demolizione del Filorosso, con relativa spesa annessa.
“Non ci sono i soldi per niente ma per distruggere le cose belle i soldi si trovano sempre” affermano dal Filorosso ed aggiungono: “Ci è stato detto che concerti e feste si possono fare al Piccolo teatro oppure all’Anfiteatro all’aperto, non considerando il fatto che un teatro con le poltrone di velluto non si presta ai concerti rock, punk, reggae, ska, di gran lunga i generi più ascoltati dagli studenti”.
Ma Filorosso non è solo il luogo delle feste e dello svago, è anzitutto “un laboratorio politico e culturale, portatore di memoria storica, di una forte identità e senso di appartenenza”. E in una terra come la Calabria, violentata dalla ‘ndrangheta, da una diffusa corruzione e, come i recenti fatti di cronaca dimostrano, da rigurgiti fascisti, non è cosa da poco.
Senza contare che la chiusura del Filorosso andrebbe a danneggiare ulteriormente gli studenti, ai quali oltre a non essere garantito il diritto di studio, non verrebbe garantito nemmeno il diritto alla socialità. Il diritto a studiare in condizioni ottimali ma anche il diritto a crescere come persone e cittadini attivi e consapevoli.
Tutto questo fa parte di un disegno molto più ampio di distruzione del pensiero critico. In particolar modo si cerca di zittire una parte del paese che ancora oggi non accetta compromessi e, coerentemente con il proprio percorso, non rinuncia a definirsi comunista. Come dimostrano i tagli all’editoria (il Manifesto è a rischio chiusura) o il fatto che, come denunciato dal segretario del PdCI, Oliviero Diliberto, i comunisti sono letteralmente scomparsi dal mondo dell’informazione televisiva.
Perciò bisogna dare massimo sostegno a tutte quelle realtà che continuano ad avere una visione critica sulla società, per non soccombere nel baratro dell’omologazione e costruire una realtà più giusta.
LUNGA VITA AL FILOROSSO!!!

Salvatore Schinello

lunedì 30 agosto 2010

LA SCUOLA “AD ESAURIMENTO”

Quello della scuola, in Italia, è da sempre un argomento molto “caldo”: vi si intrecciano aspetti molto complessi e fondamentali per la vita del Paese intero. Come per ogni altro ambito dei servizi pubblici, parlare di scuola implica sia un approccio “politico”, per quanto riguarda la visione dell’istruzione in un progetto complessivo, sia un approccio più specificamente sindacale, per quanto riguarda l’aspetto del lavoro.
Da questo secondo aspetto vorrei iniziare, non perché sia meno importante, ma perché mentre il lavoro nella scuola pubblica interessa “solo” poche centinaia di migliaia di donne e di uomini, esperti ed altamente specializzati, la scuola pubblica nel suo complesso rappresenta una delle risorse fondamentali per l’intero Paese, per il suo futuro.

La riforma Gelmini (ma sarebbe più appropriato chiamarla de-forma), insieme ai più recenti provvedimenti inseriti nelle finanziarie del governo Berlusconi e dopo gli interventi di diversa natura dei governi precedenti, rappresenta l’attacco finale, da parte del capitale, all’istruzione pubblica, libera, democratica, gratuita, di qualità per tutti.
Nell’arco di 3 anni la scuola pubblica (e parliamo solo di scuola, da quella dell’infanzia alla secondaria superiore, esclusa l’istruzione professionale e l’università) sarà derubata di 8 miliardi di euro e circa 140.000 precari perderanno il posto di lavoro. Come? 1) Innalzamento degli alunni per classe: per formare una classe ci vuole un minimo di alunni più alto rispetto a prima, con la conseguenza che se questo minimo non si raggiunge, la classe non si forma, gli alunni vengono sparpagliati in altre classi, gli insegnanti perdono ore settimanali e intere cattedre, e anche gli assistenti tecnico-amministrativi, calcolati in base al numero di classi di un istituto scolastico, vanno in esubero. 2) Blocco del turn-over: se ad ogni pensionamento corrispondesse un’assunzione a tempo indeterminato, il male sarebbe minore. Peccato che il Ministero autorizzi, rispetto ai pensionamenti e quindi ai posti vacanti, solo un 10% circa di immissioni in ruolo, lasciando il resto ai perdenti posto e le briciole ai contratti a tempo determinato. Queste le misure più gravi che comportano, per es., solo per la Calabria e solo per l’anno scolastico 2010-2011, la perdita di circa 2300 posti di lavoro. Tanto per dare un’idea, gli operai FIAT a rischio licenziamento a Termini Imerese sono 1600!!! Tutto questo a fronte di una situazione sindacale che vede i confederali divisi tra gli“accondiscendenti” CISL e UIL e la CGIL che cerca di ritrovare l’unità spezzata dal tradimento di Bonanni e Angeletti coinvolgendo i lavoratori delusi e i precari disorganizzati. Questi ultimi persi nella selva di sigle che spesso sono più lunghe delle liste degli stessi aderenti, dei sindacati autonomi, risoluti e combattivi, ma sempre inconcludenti, e soprattutto dati in pasto a pseudo sindacalisti senza scrupolo che promuovono ricorsi su ricorsi e si arricchiscono sulle spalle dei disperati. I precari, appunto: migliaia di donne e di uomini, giovani, ma in molti casi anche di mezza età che lavorano da anni nella scuola, garantendo professionalità, impegno e dedizione, nonostante i continui saccheggi governativi alle risorse degli istituti, nonostante il fango gettato dal Brunetta di turno, nonostante la declassazione sociale, nonostante l’oggettiva difficoltà di lavorare in condizioni disagiatissime… Una classe, meglio: una sottoclasse sociale che ancora stenta a prendere coscienza di sé stessa. Perché disperata, da una parte, e in balia di profittatori senza scrupoli, dall’altra, che fanno leva sullo stato di bisogno dei lavoratori per metterli l’uno contro l’altro. All’orizzonte l’unica via credibile e seria è quella che sta mettendo in atto la FLC-CGIL con la costituzione di un Coordinamento dei Precari della Conoscenza unitario: staremo a vedere!

8.000.000.000 di euro, circa 140.000 lavoratori precari licenziati: queste le cifre impressionanti della gestione Gelmini al Ministero dell’Istruzione per il triennio 2009-2011!
Sulle spalle di chi studia e di chi lavora… La crisi economica è una, la principale forse, giustificazione di questa falcidia. Ebbene, mentre tutta l’Europa, mentre anche gli USA, proprio in periodo di crisi economica, investono di più nell’istruzione pubblica perché sanno bene quanto sia importante, per la stabilità e l’equilibrio sociale di un sistema/paese, l’Italia opera la più grande operazione di licenziamento mai vista nell’istruzione pubblica. A questo punto non è nemmeno più una questione di modelli economici contrapposti, il liberista e il comunista: si tratta di un non dichiarato, ma palese, attacco alla democrazia e alla libertà dell’insegnamento/apprendimento a favore del settore privato che, in questi anni, si è appropriato via via di fette sempre più grosse del “mercato” dell’istruzione dei nostri figli, dei nostri nipoti. Vorrei proporre alla vostra attenzione un brano d’autore: il giochino consiste non tanto nell’individuare l’autore, quanto piuttosto l’anno di pubblicazione.
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. […] ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. […] Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante […] (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. […] e comincia a favorire le scuole private. […] Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori - si dice - di quelle di Stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. […] Così […] il partito dominante [...] manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, […] l’operazione si fa in tre modi: 1) rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico. Indovinato? Karl Marx nel 1848? Ernesto Guevara nel gennaio del 1959? Un volantino delle BR negli anni ’70? Sbagliato: queste cose le scriveva un signore, Piero Calamandrei, che comunista non era, bensì giurista, moderato, azionista, membro dell’Assemblea Costituente, nel 1950, quando al potere c’era la Democrazia Cristiana e cominciavano a nascere le scuole private, cattoliche naturalmente. Le cose sono cambiate da allora, ma è esattamente quello che sta succedendo oggi: alla pluralità delle idee si sostituisce il pensiero unico del berlusconismo, alla libertà di scelta si sovrappone l’asfissia della propaganda, la scuola pubblica viene tartassata e gradualmente azzerata a favore della scuola privata… Ora, è forse superfluo prefigurare lo scenario che potrebbe delinearsi da qui a qualche anno, ma proviamoci lo stesso: le scuole pubbliche, sempre più cadenti e squallide, sempre più dequalificate e ingestibili saranno frequentate dai figli di chi non potrà permettersi i costi della scuola privata e i titoli rilasciati saranno pressoché inutili nel mondo del lavoro che ricercherà direttamente dagli albi dei diplomati nelle scuole private più prestigiose. Un po’ quello che succede negli USA con le scuole pubbliche ghetto e le scuole private prestigiosissima culla dei rampolli della plutocrazia!

Tutto ciò che sta succedendo alla scuola, dunque, non riguarda solo chi perde il posto di lavoro, ma riguarda tutti noi: come comunisti non possiamo restare con le mani in mano a vedere lo scempio dei diritti per i quali hanno combattuto e sono morti i nostri padri. Dobbiamo fare qualcosa, ma cosa? Innanzitutto ritrovare l’unità: il capitale oggi, in Italia e in Europa, ha vita facile contro i lavoratori perché non è contrastato affatto: le sinistre sono impegnate a litigare al loro interno per accaparrarsi nicchie di potere. Un atteggiamento che non appartiene alla nostra storia e non deve appartenere al nostro futuro. Ritrovare l’unità, dunque, all’insegna dell’opposizione ferma al neocapitalismo imperante: la nostra storia ci insegna che non siamo una forza di governo, non possiamo gestire il potere in un sistema capitalistico e di mercato; semmai dovremmo rifondare quel sistema di contropotere che abbiamo creato nel dopoguerra e che si è trasformato in una lobby con lo scioglimento del PCI.

Giovanni De Sossi
(PdCI - Vibo Valentia)






martedì 25 maggio 2010

Scuola - PDCI: "In nome della Costituzione, bisogna subito mandarli via"

"L’ha detto Berlusconi: “Nella manovra economica non ci saranno tagli alla scuola”. Possibile. Infatti, ha già tagliato il 25% del bilancio statale dell’istruzione, 12 miliardi in quattro anni!
La Gelmini gli fa da controcanto e aggiunge: si potrebbe iniziare la scuola in ottobre, 15-20 giorni più tardi di quanto accade ora. Ovvero, visto che non si possono tagliare i fondi si fa un’operazione più diretta, si taglia la scuola! Sarebbe come dire che non si taglia la sanità ma si chiudono gli ospedali un mese all’anno. Venti giorni di scuola in meno moltiplicati per dieci (gli anni dell’obbligo scolastico) fanno 150-200 giorni, equivalenti a un anno di scuola in meno per alunni-studenti dai sei ai sedici anni di età. Ad esso si va ad aggiungere un altro anno di scuola perduto a causa delle riduzioni di orario operate dalle “riforme gelminiane” in ogni ordine di scuola. Così il governo che “nella manovra economica non taglia alla scuola” è riuscito a ridurre di due anni l’obbligo di istruzione. Anzi di quattro anni! Infatti, i quattordicenni che lo vogliono possono frequentare corsi di formazione professionale anziché la scuola e i quindicenni, anziché andare a scuola, potranno lavorare come apprendisti. In due anni di governo, quattro anni di scuola obbligatoria rubati ai nostri figli. Mai furto sul loro futuro fu così ignobile! Sessant’anni fa la Costituzione italiana scriveva: “l’istruzione è obbligatoria e gratuita per almeno otto anni”. Sessant’anni dopo, nella società della conoscenza, l’hanno ridotta sostanzialmente a sei! Tanto c’è la tv del presidente. In nome della Costituzione italiana, bisogna subito mandarli via!". E' quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola del PdCI-Federazione della Sinistra.

venerdì 18 settembre 2009

Libri gratis...è ancora possibile!!

Continua anche quest'anno l'iniziativa della Federazione Giovanile dei Comunisti Italiani contro il caro libri e per una reale attuazione del diritto allo studio. Per il terzo anno consecutivo quindi la giovanile del PdCI fornirà fino ad “esaurimento scorte” libri di testo per le scuole medie e superiori a tutti gli studenti e le famiglie che ne facciano richiesta, A TITOLO COMPLETAMENTE GRATUITO! L'iniziativa si regge sulla solidarietà di compagni, cittadini e semplici studenti che hanno deciso di evitare facili guadagni con la vendita dell'usato, preferendo una via solidale e auto-organizzata che ha permesso e permetterà risparmi sulla spesa per i libri di testo a molte famiglie. Troppo facile rivendere i libri usati, seppur a metà prezzo, poiché in fondo rappresenta comunque lucrare sui bisogni e i diritti dei cittadini, avendo sempre e comunque un ricavo economico. Per noi della FGCI, giovani e comunisti, invece l'economia è subordinata ai bisogni e diritti delle persone, per questo i nostri testi vengono consegnati gratuitamente con la formula del comodato d'uso. A tal fine abbiamo allestito un'apposita libreria nella sede provinciale del PdCI, in via Paolo Pellicano n21/b, sopra Piazza Castello, dove è già possibile venire e cercare i propri testi. Resta sempre vivo anche l'invito a tutti coloro che vogliano accoglierlo a contribuire all'iniziativa donando i propri testi, ormai in disuso.In conclusione comunichiamo quindi l'apertura ufficiale della nostra libreria dell' usato gratuito, nella nostra sede in via P. Pellicano. Saremo a disposizione di studenti e famiglie fino alla fine di settembre, il pomeriggio dalle 15:30 alle 19:00, dal lunedì al venerdì. Consigliamo comunque un preventivo contatto telefonico o via mail, anche per controllare ed eventualmente prenotare i propri testi, ai contatti: 320-3715513 (Luca) – 380-2568553 (Giovanni) e lucalombardi1@hotmail.it.Siamo coscienti che le politiche degli ultimi anni tendono nella direzione opposta, ovvero alla privatizzazione del processo formativo e al progressivo smantellamento dello studio come diritto. Noi siamo e restiamo convinti invece che la scuola debba essere il primo riferimento per l'evoluzione sociale ed economica di un paese e che lo studio si prefiguri come diritto e non con servizio ed in quanto tale necessita di ogni sforzo per renderlo realmente ed effettivamente attuato. Nel nostro piccolo cerchiamo di dare il nostro contributo, non solo materialmente, ma speriamo anche che la nostra iniziativa possa fungere da stimolo per le coscienze stanche,disilluse e disinteressate di una parte della nostra città. Un modo concreto e fattivo per dire che comunque, si può cambiare.

Federazione Giovanile dei Comunisti Italiani (FGCI) di Reggio Calabria.

mercoledì 2 settembre 2009

Comunicato contro tagli Gelmini e contraddizioni Nucera

COMUNICATO STAMPA

Sono pienamente solidale con tutto il personale scolastico (docenti,
personale ATA, collaboratori scolastici, ecc.) e con le famiglie reggine che sono stati così pesantemente colpiti dai tagli sciagurati del ministro Gelmini e del governo di centrodestra Pdl-Lega.
Quello che nei mesi passati avevano purtroppo previsto si sta puntualmente verificando con le operazioni preliminari che sono propedeutiche all’avvio del nuovo anno scolastico 2009-2010.
I tagli di cui si parla, per il solo personale ATA, faranno perdere
quest’anno a Reggio e provincia oltre 500 posti di lavoro, in particolare circa 350 sono i collaboratori scolastici che non avranno il rinnovo dell’incarico.
Quello che sta succedendo è il frutto delle scellerate scelte politiche del centrodestra che vuole diminuire sempre più il sacrosanto diritto allo studio ed all’istruzione pubblica, a tutto vantaggio della scuola privata.
Ricordo che come comunisti italiani nell’autunno dell’anno scorso siamo scesi in piazza insieme a sindacati, insegnanti e studenti non solo in Calabria, ma anche a Roma, per protestare contro la riforma Gelmini.
Noi sì che siamo coerentemente parte di quello schieramento di sinistra, che si è battuto da subito per la difesa della scuola pubblica, il mantenimento delle autonomie scolastiche e i relativi livelli occupazionali.
La stessa cosa non si può dire per chi non si è mai visto nelle battaglie contro il decreto Gelmini, ed oggi, invece, senza alcun pudore, come incredibilmente fa il consigliere regionale del PDL Giovanni Nucera, tenta addirittura di cavalcare la tigre della protesta e del dissenso.
Certo avremmo voluto vedere il consigliere regionale Nucera, quando siamo scesi nelle piazze a Roma e in Calabria contro il decreto Gelmini ma lì non c’era.
Così come sarebbe stato molto meglio se, a suo tempo, il consigliere Nucera del PDL si fosse unito alla Giunta Regionale della Calabria che si è opposta con determinazione alla riforma Gelmini giungendo perfino a proporre un ricorso alla Corte Costituzionale contro il provvedimento del centrodestra.
Ed ancora il consigliere Nucera invece di attaccare la Regione per
responsabilità che non le appartengono, dovrebbe pensare ai danni che ha provocato il centrodestra di cui fa parte.
Ci auguriamo che il consigliere regionale del PDL tragga le necessarie conseguenze e prenda le distanze dal PDL e dal governo di centrodestra che ha provocato il disastro nella scuola italiana, calabrese e reggina.
E’ questo il minimo che dovrebbe fare per dare coerenza ad una presenza politica che, altrimenti, diventa espressione di un’operazione demagogica, populista e strumentale che si prende beffa del disagio e del dramma di centinaia di lavoratori gettati sulla strada dal governo Berlusconi.
Solo in clima di confusione totale può avvenire quello che in modo così sconcertante sta accadendo a Reggio Calabria, e cioè che un consigliere regionale del PDL tenti di ergersi a paladino della protesta dei precari della scuola, la cui drammatica condizione è stata provocata dalle scelte dello schieramento politico e del governo sostenuto, fino a prova contraria, da quello stesso consigliere regionale e che hanno prodotto la sconsiderata riforma della scuola targata ministro Gelmini, governo Berlusconi e maggioranza di centrodestra.

Reggio Calabria, 27.8.2009

IL SEGRETARIO
REGIONALE DEL PdCI CALABRIA
MICHELANGELO TRIPODI

Tripodi, La Riforma Gelmini va cancellata

COMUNICATO STAMPA


“E’ un giorno amaro quello che si consuma oggi per docenti, personale Ata, personale scolastico e famiglie così pesantemente colpito dai tagli sciagurati del ministro Gelmini e del governo di centrodestra Pdl-Lega". E' quanto afferma, in una nota, il segretario regionale del PdCI, Michelangelo Tripodi, in occasione dell’avvio dell’anno scolastico 2009-2010. “Un anno che passerà alla storia per quanti il lavoro ce lo avevano e ora non ce l’hanno più – spiega Tripodi -. Basti pensare che nella sola Reggio e provincia i tagli di cui si parla, tagliano per il solo personale Ata oltre 500 posti di lavoro, in particolare circa 350 sono i collaboratori scolastici che non hanno più il rinnovo dell'incarico, e per il personale docente si parla di circa mille posti di lavoro che sono venuti a mancare”. “Tagli prosegue Tripodi – che interesseranno essenzialmente il personale precario. Un lavoratore Ata su tre, infatti, è annualmente richiamato in servizio a settembre, dopo la scadenza del contratto avvenuta a termine dell’anno scolastico precedente. Lavoratori, intere famiglie senza più un reddito, che devono ringraziare le scellerate scelte politiche del centrodestra che vuole diminuire sempre più il sacrosanto diritto allo studio ed all'istruzione pubblica, a tutto vantaggio della scuola privata". “Dati impressionanti – afferma ancora il segretario regionale del PdCI - effetto del progressivo contingentamento del personale docente e non docente che prevede solo per questo anno il taglio di circa 43 mila insegnati e di circa 15 mila posti di personale ausiliario”. E ad essere maggiormente colpito da questa politica scellerata è nuovamente il Sud e la Calabria in particolare dove saranno 2700 docenti e circa 700 tra collaboratori scolastici e personale Ata che perderà il posto di lavoro a seguito dei tagli del Governo Berlusconi”. “Come giustamente sostengono i sindacati – ribadisce Tripodi - le conseguenze del piano di riduzione saranno gravissime, sia per quanto riguarda la perdita di posti di lavoro, sia relativamente al funzionamento delle amministrazioni scolastiche e sia relativamente all’abbassamento della qualità del servizio scolastico. Meno lavoro, quindi, meno diritto all’istruzione e allo studio”. “E’ necessario quindi – conclude Tripodi – che il fronte della protesta e delle contestazioni contro i tagli agli organici dei docenti e del personale ATA si allarghi ulteriormente. “Appare ormai indispensabile mettere i discussione i nefasti provvedimenti del Governo ed in particolare si rende necessario cancellare la riforma Gelmini che tanti guasti e tanti drammi sta provocando nella scuola italiana, calabrese e reggina”. “Come Comunisti Italiani, nel ribadire tutta la vicinanza e la solidarietà al personale scolastico, a famiglie e studenti, saremo come sempre pronti a scendere in piazza per rivendicare il diritto al lavoro e all’istruzione pubblica che il governo Berlusconi sta letteralmente smantellando ed invitiamo tutti a partecipare al dibattito sulla scuola che si terrà nei prossimi giorni all’interno della Festa Rossa del PdCI a Reggio Calabria”.


Reggio Calabria, 1 settembre 2009

Ufficio Stampa PdCI Calabria

mercoledì 10 dicembre 2008

Report sullo stato del movimento studentesco e sulla fase attuale

Col corteo nazionale degli universitari dello scorso 14 novembre, e all’indomani della due giorni di dibattito che ha coinvolto l’intero movimento a Roma, si può con ogni probabilità considerare esaurita la prima fase, quella più spontanea e genuinamente “caotica” dell’”Onda”. Come per tutti i movimenti di lotta e di contestazione, anche per quello universitario dell’autunno 2008 sembra essere giunta “l’ora della maturità”, cioè il momento di ragionare sui metodi di conflitto, sulle prospettive e soprattutto sui contenuti e obiettivi della mobilitazione.

In queste settimane praticamente tutte le organizzazioni della sinistra, politica e sindacale, di classe e non, hanno fatto a gara a chi tesseva meglio e di più le lodi del movimento, alcune sottolineandone quella carica di radicalità nelle parole d’ordine e nelle pratiche di lotta come da anni non se ne vedevano negli Atenei (e questo a noi è parso di gran lunga l’elemento più significativo e degno d’attenzione) altri ponendo invece l’accento, a nostro avviso oltremisura e spesso con intenti strumentali, sull’innovazione nei linguaggi e su una non meglio comprensibile “irrapresentabilità” del movimento.
Anche noi, come compagni appartenenti all’area comunista rivoluzionaria, abbiamo fin dal primo momento riconosciuto a questo movimento il merito (enorme!) della rottura di una pace sociale che negli Atenei regnava quasi ininterrotta da più di un decennio. Un merito che l’Onda si è conquistata sul campo, grazie a un proliferare di occupazioni e iniziative di lotta e a una partecipazione in piazza che l’ha resa, almeno nei numeri, il più grande movimento studentesco Italia dal 1990 (se non dal 1977) ad oggi.

Dopo due mesi di lotta e dopo due giornate di discussione nazionale (precedute e seguite da giorni e giorni di discussione nei singoli atenei e facoltà), sembrano tuttavia giunti al pettine una serie di “nodi” politici la cui risoluzione diviene per il movimento tutto ogni giorno di più necessaria e obbligatoria. Da comunisti, abbiamo a cuore non solo il presente, ma anche e soprattutto il futuro del movimento. E’ per questo che, pur nel rispetto totale dell’autonomia delle sue scelte, non intendiamo accodarci al carrozzone politicista di chi “liscia il pelo” al movimento pur di ricavarne qualche voto in più alle prossime elezioni universitarie o, in prospettiva, alle prossime europee, o di chi (peggio ancora!) “surfa” sul movimento con l’idea di poterne ricavare qualche ennesima, angusta briciola caduta dalla tavola dei baronati accademici, in termini di corsi “autogestiti” con tanto di crediti formativi (!!!).
Giunti alle soglie di dicembre (mese da sempre nefasto per le lotte studentesche), andrebbe fatto un bilancio della lotta come si è articolata finora, per individuarne le prospettive e proseguire la mobilitazione: al contrario, continuare con le tiritere dei tipo “tutto va bene, madama la marchesa” servirà solo ad accelerare il riflusso. Allo stesso tempo, pensiamo che una delle principali ricchezze del movimento consista nella sua pluralità, e soprattutto nella possibilità che questa pluralità emerga in maniera limpida agli occhi di tutti: cosa ben diversa da ciò a cui abbiamo assistito a Roma, dove due gruppi politici, disobbedienti-Uniriot e Sinistra Critica (senza dubbio maggioritari nell’Ateneo ospitante ma decisamente minoritari nell’insieme del movimento) hanno praticamente gestito a piacimento le assemblee, occupando le presidenze senza alcun mandato dell’assemblea, e dando vita, almeno sino alla rottura di sabato notte, a diplomazie segrete con tanto di rinvii reiterati delle plenarie: atteggiamenti i quali hanno infastidito non poco anche il grosso della platea “non politicizzata”.

Irrappresentabili, da chi e da cosa?

Se quest’onda dev’essere davvero “irrapresentabile” (laddove per questo termine si intenda “non rappresentabile da alcuna forza politica o sindacale che in questi anni ha affossato le lotte e prodotto arretramenti generalizzati nelle condizioni di vita e di lavoro”) ebbene essa deve tanto più riaffermare l’indisponibilità a farsi rappresentare ed eterodirigere da gruppi politici che nell’ultimo decennio hanno prodotto solo sconfitte e fallimenti.
Ci sembra invece che dietro l’ammaliante slogan “siamo irrapresentabili”, si celi in realtà l’intento di una determinata area politica (ex-post-disobbedienti di Uniriot con l'aggiunta di qualche mummia vendoliana in uscita da Rifondazione) di impedire con ogni mezzo il contatto del movimento con la politica reale, con le altre lotte sociali in corso nel paese, con la necessità impellente di accompagnare lo slogan “noi la crisi non la paghiamo” (senz’altro dirompente) con un’analisi attenta e adeguata della crisi del capitalismo in atto e, soprattutto, con una pratica conseguente tesa a costruire l’unità di classe contro il governo Berlusconi, contro il padronato (sia esso di destra o di centrosinistra) e contro le burocrazie sindacali colluse col potere. In sintesi, chi ha in queste settimane abusato maggiormente di questo slogan, sembra in realtà voler dire “il movimento è cosa nostra, dunque saremo noi soli a rappresentarlo”… E così, chiunque “osi” avviare una discussione e un confronto sui contenuti e sulla necessità di unificare le lotte viene sistematicamente bollato come “m-l”, come “residuo del novecento”, e così via...
Come se poi le teorie “partecipative” dei disobbedienti fossero un’invenzione di oggi e non rappresentassero nient’altro che una versione riveduta e (s)corretta del socialismo utopistico pre-marxiano, dunque ottocentesco (do you remember Fourier?)…

La due giorni di assemblea

L’assemblea della Sapienza, da questo punto di vista, è stata paradigmatica e al tempo stesso indicativa dello stato del movimento.
Dopo una plenaria durata poco più di mezz’ora (con 4 interventi rigorosamente blindati), il dibattito si è subito trasferito nei tre gruppi di lavoro (welfare e diritto allo studio; didattica; formazione), non a caso ribattezzati “workshop” per sottolinearne il carattere più seminariale che decisionale.
In questa sede sono apparsi subito chiari i tentativi da parte delle presidenze (autoproclamatesi senza alcun mandato dell'assemblea) di eludere la discussione sui punti nevralgici: sulla modalità di partecipazione allo sciopero generale del 12 dicembre; sulla costruzione di momenti di confronto ed iniziative di lotta comuni col mondo del lavoro; sulla necessità di articolare una battaglia di lungo respiro contro il precariato nell’università e contro l'attacco al diritto allo studio (mense, residenze, trasporti, ecc.) inteso non come generica “sottrazione di reddito”, bensì come strumento di selezione di classe e di espulsione degli studenti lavoratori e proletari dagli atenei; infine, sulla necessità di una messa in discussione radicale del credito formativo, inteso come metro di valutazione di tipo produttivistico e aziendale, dunque padronale…

Non tutto però è andato come negli auspici delle presidenze autoproclamate: nel corso del dibattito pomeridiano, soprattutto nei gruppi welfare e didattica, si sono moltiplicati interventi di studenti e compagni che affrontavano in un ottica di classe le tematiche sopra accennate, al punto di costringere le presidenze a stravolgere più volte l’ordine degli interventi “per evitare che gli m-l prendessero il sopravvento nell’assemblea”. Lo stesso Raparelli, noto capo dei disobbedienti romani molto avvezzo alle presenze negli studi televisivi (un nuovo Caruso alle porte?), è stato notato mentre strigliava un gruppetto di accoliti ai bordi della sala del gruppo “welfare”, lasciandosi sfuggire che “l’assemblea gli stava sfuggendo di mano e non si poteva andare avanti così…”.

Ma quali i contenuti della proposta di Uniriot?
Sostanzialmente due, semplici semplici, i quali sono emersi in maniera chiara dall’intervento di tal Gigi Roggiero, proveniente dal nord-est:
1- Autoriforma, autoriforma, autoriforma: anche qui la parola sembra molto affascinante. Peccato che a pronunciarla siano in primo luogo coloro che già nel 1997, celandosi dietro questa innocua formuletta, accettarono la Riforma Berlinguer, che introduceva l’autonomia didattica e finanziaria per gli Atenei e il sistema del credito formativo. Ancora oggi Raparelli, Roggiero e compagnia continuano a vedere opportunità e spazi di “autoformazione” in quello che in realtà non è altro che un singolo tassello del puzzle messo a punto dalla borghesia negli ultimi vent’anni: un tassello che rende l’istruzione funzionale alla competizione capitalistica globale, dunque strumento per garantire e incentivare la tendenza costante all’abbassamento del costo del lavoro (salario diretto) allo smantellamento delle tutele sociali (salario indiretto) e delle pensioni (salario differito). Il credito serve esattamente a questo scopo: costringendo lo studente a offrire prestazioni lavorative gratuite o quasi, spesso attraverso la farsa degli “stages” non retribuiti, il capitale può abbassare più facilmente il costo del lavoro, attaccando i salari e le tutele di coloro che svolgono le medesime mansioni sotto contratto.
Per questo l’abolizione del credito dovrebbe essere in testa alle rivendicazioni del movimento, così come la cancellazione dell’autonomia finanziaria e didattica.

2 I lavoratori siamo noi (e basta!): uno dei passaggi più agghiaccianti dell’intera assemblea è stato quando Roggiero ha affermato a chiare lettere che per lui non c’è bisogno dell’unità tra lavoratori e studenti, poiché lo studente di oggi, vista la sua condizione precaria, è già lavoratore!!!
Dunque, secondo il nostro eroe, chissenefrega se nell’università attuale convivono ancora i figli di papà con la macchina di lusso da una parte, e dall’altra centinaia di migliaia di studenti che per pagarsi gli studi e gli affitti da rapina lavorano 5-6 ore al giorno per strada o nei ristoranti! Per il nostro eroe Roggiero siamo tutti studenti, volemose bene e cavalchiamo l’onda.
E poi, visto che lo studente è oramai l’unico, vero lavoratore (cognitivo, sia chiaro) del XXI secolo, che gliene frega a Roggiero dei 4 morti al giorno sui luoghi di lavoro: quelli tanto sono operai, residuati del novecento, quindi crepino pure e lascino spazio ai “ggiovani dell’esercito del surf”!
Che altro dire: di sicuro ci sentiamo di consigliare l’ascolto di tali interventi a chiunque ancora non si capacita di come i fasci del Blocco Studentesco si stiano radicando pericolosamente proprio tra settori significativi di studenti proletari…
In realtà se è vero, come è vero, che la condizione di molti studenti (ma non di tutti) diviene ogni giorno più simile, sia in termini di sfruttamento che di alienazione, a quella dei lavoratori, dovrebbe essere evidente a chiunque l'urgenza di riconnettere le lotte studentesche con quelle proletarie, a partire da alcune battaglie unificanti come il no alla precarietà e agli stages, la lotta contro il caro tasse e il caro-libri, nell'ottica di una vertenza generale contro il caro vita e per forti aumenti salariali. Ma si sa, per gli ultramodernisti di Uniriot questa è solo fraseologia novecentesca...

Il dibattito “reale”

Come dicevamo, fortunatamente buona parte degli interventi nei gruppi di lavoro del sabato pomeriggio sono andati in tutt’altra direzione, a dimostrazione che le farneticazioni interclassiste dei disobbedienti, seppur rappresentative di una buona fetta del movimento della Sapienza, sono del tutto minoritarie a livello nazionale. Ecco che allora, dopo aver perso il controllo dell’assemblea, Uniriot ha iniziato a perdere anche la testa. Non avendo altra arma che i loro “servizi d’ordine”, nel tardo pomeriggio sono iniziate le minacce e gli insulti nei confronti di numerosi compagni: il tutto col silenzio-assenso di Sinistra Critica, e soprattutto con l’occhio vigile ed interessato di qualche rottame dei giovani comunisti vendoliani e filo-PD. Un compagno ha addirittura raccontato di essere stato accerchiato da cinque persone per il solo fatto di aver criticato il sistema dei “corsi alternativi”… Ciò tuttavia non ha impedito a numerosi compagni di farsi ascoltare e comprendere da settori consistenti della platea.

La sinistra di classe inizia a parlarsi…
E’ di fronte a questo scenario che in serata ha preso vita, in maniera del tutto spontanea ed autoconvocata, una riunione delle realtà che non si riconoscono nella diarchia Uniriot-Sinistra Critica.
La riunione, seppur convocata in fretta e furia, ha visto la partecipazione di numerose realtà universitarie (singoli compagni della Sapienza, Tor Vergata di Roma, collettivi di Napoli, Firenze, Milano, Resistenza Universitaria, CSU) e diversi compagni della sinistra di classe (PCL, Unità Comunista, Militanz, Combat di Roma).
Un primo, embrionale momento di dialogo tra quelle realtà che a livello nazionale si muovono in maniera autonoma dalla sinistra istituzionale e in alternativa alle logiche interclassiste dei disobbedienti. Realtà spesso profondamente diverse tra loro, la cui possibilità di trovare punti di sintesi che tengano dentro tutti va tutta verificata, ma che a nostro avviso, nell’attuale fase, hanno il dovere di parlarsi e ricercare convergenze (seppur minime). In gioco oggi non è la sopravvivenza ne tantomeno il rafforzamento di questo o quel gruppo, quanto piuttosto la sopravvivenza e l’agibilità di un punto di vista autonomo e di classe nell’università, a fronte del tentativo condotto da riformisti ed opportunisti di fare terra bruciata attorno a chiunque osi parlare di comunismo.
La riunione, vista la ristrettezza dei tempi, non va molto oltre lo sfogatoio contro la condotta tenuta dalle presidenze e dai gruppi organizzati della Sapienza, ma si discute di dar vita a un azione congiunta in plenaria e di mettere in cantiere una riunione nazionale nelle settimane successive.

Ma dura poco…La finta bagarre “delegati si- delegati no”

Purtroppo, in serata, le cose cambiano. Sinistra critica, che finora aveva condiviso ogni scelta dei disobbedienti, di fronte alle difficoltà e vistasi “scavalcata a sinistra” da buona parte dell'assemblea decide di cambiare cavallo in corso d'opera, lanciando nella notte di Sabato la proposta di “fare come in Francia”, ovvero stabilire regole di rappresentanza certe e “democratiche”.
Proposta che trova subito concordi gli studenti del PCL e, almeno in parte, di RS; più fredda è la reazione del CSU, struttura che ha sempre fatto della questione delegati un cavallo di battaglia, ma che evidentemente nel contesto di Roma intuisce quanto la proposta di Sinistra Critica sia strumentale e dettata dal tentativo di eludere la sostanza delle questioni politiche; nettamente contrari invece gran parte dei collettivi e dell'area dell'autorganizzazione, in nome di un rifiuto “per principio” del metodo della rappresentanza.
Risultato: il raggruppamento di classe si divide di nuovo, tra “favorevoli” e “contrari” ai delegati, e congela il dibattito politico; Sinistra Critica tenta il colpaccio in plenaria proponendo la nuova forma organizzativa all’assemblea; i disobbedienti interrompono con la forza l’assemblea impedendone il proseguimento, e ripresentandosi la mattina seguente (domenica) blindatissimi e decisi a far passare per intero la loro linea. Nel frattempo la discussione politica evapora, coperta dal finto dibattito sulle forme organizzative, e la domenica non è più possibile neanche proporre correzioni ai “testi di sintesi” dei gruppi di lavoro scritti in nottata da una presidenza di fatto priva del benchè minimo vincolo di mandato.

Il nostro punto di vista nel merito: non c'è forma senza sostanza

Sulla vicenda dei “delegati” nel movimento pensiamo sia necessario fare chiarezza.
Come comunisti rivoluzionari non siamo mai stati contrari per principio alla definizione di forme di rappresentanza, purchè esse siano compatibili col principio e con la pratica della democrazia diretta: quindi definizione di portavoce revocabili e vincolati sempre e comunque al mandato delle assemblee, e non invece “deleghe in bianco” attraverso cui dar vita a nuove burocrazie e nuovi politicanti di mestiere, o peggio ancora a parlamentini blindati che si risolvono in intergruppi di strutture politiche che vivono come corpo separato dal movimento reale e dalle sue capacità di autorganizzazione.
Il punto però, a nostro avviso è un altro: non si può parlare di forme organizzative senza aver prima chiarito l'identità e la collocazione di classe del movimento. Prima vengono i contenuti, poi gli involucri organizzativi: fin quando, a partire dalle singole facoltà non sarà chiara la prospettiva politica che il movimento si prefigge, ovvero di alcuni minimi comuni denominatori che siano davvero“costituenti”, parlare di delegati equivale a discutere di aria fritta.
Almeno per quanto ci riguarda, riteniamo che il dibattito sull'analisi e gli obiettivi non si sia affatto risolto con le poche righe prodotte dai “workshop” di Roma, poiché, come vedremo, monche nell'analisi ed ambigue nei contenuti e nella proposta di lotta. Del resto, nel corso della due giorni è balzata agli occhi l'assoluta carenza di analisi organiche e di documenti politici da parte delle singole facoltà. Una carenza che, occorre costatarlo, è presente anche in quelle facoltà e in quelle aree di movimento collocate nel campo della sinistra di classe. Non è un dramma, se si considera il fatto che l'onda ha travolto e in parte colto di sorpresa la quasi totalità delle strutture preesistenti, ma a distanza di due mesi dallo scoppio delle mobilitazioni sarebbe il caso di iniziare un lavoro organico, possibilmente prima che il movimento rifluisca.
Dunque, la bagarre sui delegati, alla luce del profilo politico ancora primordiale con cui il movimento si è presentato a Roma, è servita soltanto a sviare ulteriormente la discussione, e ad offrire a Sinistra Critica un alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità politiche.

Gli “esiti” di domenica mattina

In sostanza l’assemblea si chiude con un sostanziale nulla di fatto per ciò che riguarda alcune scelte fondamentali, su tutte il percorso che porterà il movimento all’appuntamento con lo sciopero generale del 12 novembre: la scelta di non scegliere fa evidentemente comodo a chi, dal quartier generale della Sapienza, proverà ancora una volta a decidere in nome di tutti
Tale approssimazione, unita al caos prodotto dalla querelle sui delegati, ha portato gran parte degli studenti “non schierati” ad abbandonare la plenaria di sabato notte confusi e disorientati, per poi non ripresentarsi la mattina seguente (alla plenaria conclusiva erano presenti meno di un quarto dei partecipanti di sabato mattina!); gli stessi resoconti dei gruppi di lavoro, pur essendo più avanzati rispetto agli orientamenti iniziali (la presidenza evidentemente non ha potuto non tener conto di quanto emerso in gran parte degli interventi) hanno provato a far convivere in maniera raffazzonata ipotesi ed opzioni politiche distanti tra loro anni luce.
Su tutto, desta particolare perplessità il fatto che nel report sulla ricerca emerga per ben due volte (al punto 3 “reddito, diritti, contratti” e al punto 6 “reclutamento”), l'accettazione dei contratti a tempo determinato per i ricercatori. Ma l'onda non doveva travolgere con la sua forza le logiche di precarietà? Se l'obiettivo finale di una lotta di tale portata diventa quello di passare dalla giungla attuale a forme di precarietà temperate con contratti della durata di due anni (che è più o meno ciò che chiedono CGIL-CISL-UIL), ci troveremmo davvero di fronte alla montagna che partorisce il topolino!

Che fare? Alcune considerazioni conclusive

E’ evidente, alla luce di quanto detto, che il movimento è a un bivio: o si rende capace di fungere da traino per la generalizzazione del conflitto ad altri settori sociali, o è destinato inevitabilmente al riflusso e alla sconfitta. Una sconfitta di cui sarebbero responsabili unicamente quei gruppi organizzati che finora si sono autonominati a capo della protesta, sfruttando i vantaggi logistici e l’esposizione mediatica della Sapienza.
I primi segnali di riflusso si sono avvertiti già nel corso di questa settimana: a Napoli l’occupazione della Federico II ha chiuso i battenti, e quella dell’Orientale si avvia sulla stessa strada a seguito di una lacerazione politica profonda tra gli occupanti e soprattutto della controffensiva di un baronato accademico parassitario, da sempre interessato unicamente a trarre vantaggi di casta dalle proteste studentesche; a Firenze la situazione è identica; nella stessa Sapienza l’occupazione sembra trascinarsi stancamente verso il traguardo…delle elezioni universitarie (a cui Uniriot tra l’altro partecipa con una propria lista: a quanto pare il rifiuto della delega va bene solo quando fa comodo…).
Se le occupazioni segnano il passo, non è detto però che debba rifluire anche la lotta, tuttaltro. Un vero movimento universitario, di classe e non studentista, dovrebbe avere la capacità di leggere la fase attuale e muoversi di conseguenza.

A nostro avviso, la fase odierna è segnata da una crisi sistemica del capitalismo: se ciò è vero, il movimento studentesco e dei ricercatori precari di questo autunno rappresenta solo l’antipasto di ciò che potrebbe esplodere nei prossimi mesi. Le prime avvisaglie già possiamo scorgerle: la crisi finanziaria si è abbattuta sull’economia reale ben prima di quanto potessero prevedere i santoni dell’economia e della finanza. Ondate di licenziamenti già sono in atto nel settore manifatturiero e in quasi tutte le principali industrie automobilistiche del vecchio e del nuovo continente; le operazioni maestose di salvataggio di istituti bancari verranno pagate ancora una volta dai soliti noti i lavoratori e le loro famiglie, attraverso un ulteriore taglio della spesa sociale. Questa miscela esplosiva potrebbe prefigurare un ondata di mobilitazioni inedita e mai vista dalla nostra generazione. Il capitalismo è al collasso, ma non si farà da parte facilmente.
E’ per questo che il movimento studentesco, per battere la congiuntura fisiologica del riflusso ed uscirne rafforzato e in condizioni di vincere, non ha altra strada che una saldatura sempre più profonda con i luoghi di lavoro e con le lotte contro lo licenziamenti, precarietà e sfruttamento.

Il dibattito della due giorni di Roma, nonostante gli innumerevoli limiti sopra elencati, ci ha consegnato un'indubbia certezza: la sinistra di classe c'è, anche nell'università, e la storia e le battaglie portate avanti dalla parte migliore del movimento studentesco (ed operaio) negli ultimi cinquant'anni continuano a rappresentare una bussola per l'orientamento politico, sia a livello teorico che pratico, per migliaia di studenti. E' da quel filo rosso, e non certo in contrapposizione ad esso, che bisogna partire, provando ad aggiornare l'analisi, i contenuti e le forme di lotta alla luce delle nuove dinamiche dell'accumulazione capitalistica e delle nuove contraddizioni da esse prodotte. Le lotte di questi mesi, in un quadro di collasso del modo di produzione capitalistico, portano inevitabilmente a ri-mettere all'ordine del giorno la necessità di un'alternativa di sistema.
Di questo occorrerebbe iniziare a discutere. E bisognerebbe iniziare prima del 12 Dicembre.
Alcuni piccoli passi in questa direzione si stanno già muovendo: in numerose facoltà si stanno organizzando dibattiti sulla crisi (come a Napoli e Milano) e assemblee unitarie studenti-lavoratori (come a scienze politiche a Firenze, dove sono intervenuti, tra gli altri, lavoratori Elektrolux e Gkn, a psicologia e a Tor Vergata a Roma, ecc.). Questi passi vanno incentivati: una prima idea potrebbe essere quella di dar vita ad assemblee unitarie studenti-lavoratori che diano voce, all'interno degli atenei, ad esperienze di lotta reale sui luoghi di lavoro fuori e contro il collaborazionismo concertativo di CGIL-CISL-UIL. Ma è altrettanto chiaro che questi passaggi vanno coordinati: e per farlo serve un soggetto che adempia a tale scopo, e che abbia pochi comuni denominatori, ma chiari: l’anticapitalismo, la necessità di comporre un fronte unitario e combattivo studenti-lavoratori; la centralità e l'irriducibilità del conflitto capitale-lavoro, discrimine quanto mai attuale nella fase storica odierna; infine, l’antifascismo di classe come pratica fondante, in contrapposizione frontale con le logiche qualunquiste del “ne rossi ne neri” o “il movimento è apolitico”.

Di tutto il resto si può discutere. Se non ora, quando?

Contro l'università dei padroni: lotta di classe!

Roma, 23-11-2008


Studenti autonomi per l’unità proletaria

APPELLO A TUTTE LE REALTÀ STUDENTESCHE IN LOTTA

riceviamo e pubblichiamo....

RILANCIAMO LA LOTTA AD OLTRANZA FINO AL RITIRO
DI TUTTI I PROVVEDIMENTI SULLA SCUOLA!

INTERVENIAMO IN TUTTE LE MOBILITAZIONI
E ASSEMBLEE STUDENTESCHE
CON QUESTE PAROLE D'ORDINE,
PER COSTRUIRE
UN COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE LOTTE!

SOLO LA LOTTA PAGA, ORGANIZZIAMOCI!


APPELLO
A TUTTE LE REALTÀ STUDENTESCHE IN LOTTA

Costruiamo un coordinamento nazionale delle lotte studentesche


In tutta Italia sono sorti, in questi mesi, importanti momenti di lotta contro il massacro dell'istruzione pubblica: da decenni il nostro Paese non conosceva un'ondata di lotta di tali dimensioni. La maggioranza delle università italiane è in stato di agitazione: occupazioni, autogestioni, assemblee permanenti. Sono centinaia gli istituti superiori occupati o in mobilitazione. Ogni giorno nelle varie città d'Italia ci sono cortei, manifestazioni studentesche, momenti di protesta, lezioni all'aperto. E' evidente che il governo non intende, nella sostanza, arretrare e prosegue nella stessa direzione di marcia: drastico taglio (8 miliardi) dei finanziamenti all'istruzione pubblica; privatizzazione dell'università (gli atenei diventeranno fondazioni di diritto privato, con il conseguente rincaro delle tasse senza tetti limite: si potrà arrivare a tasse annuali di decine di migliaia di euro); taglio di più di 130 mila posti di lavoro nella scuola (che vanno ad aggiungersi ai 47 mila del precedente governo) con conseguente scadimento della qualità della scuola pubblica, a tutto vantaggio delle scuole private per i figli dei ricchi; introduzione del maestro unico alle elementari e cancellazione del tempo pieno; chiusura/accorpamento degli istituti con meno di 300/500 iscritti. Per vincere, è necessario organizzarsi e coordinarsi, come insegna la vittoria degli studenti francesi che, nella primavera del 2006, riuscirono a mettere in ginocchio il governo e imporre il ritiro delle leggi che aggravavano il lavoro precario (Cpe). In Francia gli studenti vinsero anche perché si diedero un coordinamento di lotta nazionale, costruito attraverso un percorso democratico che prevedeva l'elezione di delegati delle varie realtà di lotta. Dobbiamo seguire lo stesso esempio: ogni scuola o facoltà in mobilitazione elegga, attraverso assemblea, un numero di delegati proporzionale al numero dei partecipanti (un delegato ogni 50 studenti riuniti in assemblea). I delegati si faranno portavoce delle proposte emerse in assemblea e decideranno con gli altri delegati i momenti successivi della lotta. Solo con l'organizzazione e la democrazia si vince.


Continuiamo la lotta ad oltranza fino al ritiro
di tutti i provvedimenti su scuola e università

Ma l'esempio degli studenti francesi ci dà un'altra indicazione importante: solo la lotta ad oltranza paga. Gli studenti riuscirono a far arretrare il governo solo perché accanto a loro scesero in campo i lavoratori - prima i precari, poi tutti gli altri - e bloccarono il Paese fino a costringere il governo alla resa. Giudichiamo negativamente la proposta di un referendum che ha solo lo scopo di smorzare le lotte in corso. Il referendum potrebbe svolgersi solo nel 2010, cioè a massacro concluso. Non solo: non potrebbe, per legge, mettere in discussione il punto centrale, cioè i tagli ai finanziamenti alla scuola pubblica (il referendum non può riguardare "questioni che attengono al bilancio dello Stato"). Soprattutto, rischierebbe di tradursi in un boomerang: nessun referendum avviene in un regime di reale discussione democratica delle posizioni in campo: chi controlla i mezzi di comunicazione e ha risorse per fare campagne miliardarie potrà conquistare consenso con grande facilità. L'unica strada che ci resta da percorrere è quella della lotta ad oltranza fino al ritiro di tutti i provvedimenti sulla scuola e l'università. Questo vuol dire, sul terreno studentesco, che dovremo rilanciare sia nuovi scioperi e manifestazioni nazionali, sia occupazioni e manifestazioni locali. Ma non dobbiamo procedere in ordine sparso: occorre organizzarci nazionalmente, anche per far fronte a provocazioni e attacchi polizieschi (si pensi alle manganellate nei confronti di manifestanti inermi e alle provocazioni dei gruppi fascisti). Anche per questo è urgente la costituzione di un coordinamento nazionale di lotta.

Uniamo le nostre lotte a quelle dei lavoratori!

Il motivo per cui stanno massacrando la scuola pubblica è una ragione di risparmio, sulla pelle degli studenti e dei lavoratori. Intendono farci pagare la crisi dei banchieri e mirano a risparmiare sui servizi per tutti, scuola e sanità in primis, mentre le spese militari continuano ad aumentare. Quello che stiamo subendo nella scuola rientra in un progetto più complessivo che intende scaricare sulle spalle dei lavoratori e delle famiglie dei lavoratori i costi della crisi. Se nella scuola è previsto il taglio di centinaia di posti di lavoro (che penalizzeranno i precari, ma non solo), similmente sono sempre di più le aziende che licenziano e mandano a casa centinaia di lavoratori. Non possiamo accettare che a pagare la crisi siano i lavoratori e i figli dei lavoratori! La crisi la paghino i banchieri! E' per questo che è necessario unire le lotte. Nelle prossime settimane scenderanno in sciopero e manifesteranno i lavoratori del pubblico impiego, dell'università, gli operai (a partire dallo sciopero del 12 dicembre). E' necessario che studenti e lavoratori procedano di pari passo, fino a un grande sciopero nazionale di tutto il mondo del lavoro che blocchi l'Italia e imponga al governo le ragioni dei lavoratori, cioè della maggioranza della popolazione. Anche per questo occorre darci da subito una strutturazione nazionale. L'esperienza francese ci insegna che studenti e lavoratori uniti non temono rivali.



Nella tua scuola non esiste ancora
un collettivo di Studenti in lotta?
Costruiscilo tu!
Scrivi a nazionale@studentinlotta.org
e ti invieremo tutto il materiale necessario,
mettendoti in contatto coi collettivi più vicini

sabato 15 novembre 2008

SENZA TREGUA fino alla sconfitta del piano Tremonti-Gelmini

L’ onda anomala di studenti medi ed universitari, docenti e ricercatori precari che in queste settimane ha invaso piazze, strade, scuole e facoltà contro la legge 133 e il decreto 137 rappresenta ha finalmente rotto quella pace sociale che aveva garantito ai padroni decenni di dominio incontrastato.

Fino ad oggi i governi di centrodestra e centrosinistra hanno fatto il bello e il cattivo tempo, portando avanti attacchi generalizzati allo stato sociale, leggi che hanno imposto alle giovani generazioni condizioni di lavoro e di studio sempre più precarie ed umilianti, “riforme” che hanno sottratto risorse a lavoratori e studenti per consegnarle nelle mani dei padroni di Confindustria e delle banche: quegli stessi parassiti che con la loro avidità di profitti hanno portato al collasso del sistema capitalistico, e che ancora hanno la faccia tosta di pretendere che siano le classi oppresse a pagare il prezzo della loro crisi. Le leggi Gelmini non sono altro che il coronamento di quell’opera di macelleria sociale che attraverso le Riforme Ruberti, Berlinguer, Zecchino e Moratti ha progressivamente espulso i proletari da scuola e università.

Il movimento studentesco ha detto basta a tutto ciò, travolgendo con la radicalità delle sue parole d’ordine un governo reazionario e fascistoide, ed evitando le lusinghe delle finte opposizioni parlamentari, dei sindacati concertativi e dei baronati accademici, interessati solo a preservare privilegi di casta. Le tematiche poste dal movimento sono tutte politiche, ed è compito di questo movimento di sconfiggere i tentativi di burocrati e apparati di far apparire il movimento come a-politico, al fine di spegnere il conflitto e incanalarlo in alvei istituzionali.
La crisi economica in atto non lascia più spazio a compromessi e mediazioni: se la lotta degli studenti vince, essa sarà da esempio per rilanciare il conflitto nell’intero mondo del lavoro, contro il carovita e la precarietà, contro le politiche reazionarie e razziste della destra e per la riconquista di quei diritti sociali cancellati in questi anni grazie alla concertazione tra padroni, governi e sindacati confederali.

• RITIRO IMMEDIATO DELLA LEGGE 133 E DEL DECRETO 137
• FUORI I PADRONI DA SCUOLE E FACOLTA’: ABROGAZIONE DELLE RIFORME BERLINGUER, ZECCHINO E MORATTI
• ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO DI TUTTI I PRECARI
• AUMENTO DEI FONDI PER SCUOLA, UNIVERSITA’ E RICERCA ATTRAVERSO IL TAGLIO DELLE SPESE MILITARI E LO STOP ALLE “GRANDI OPERE”
• NO AL MAESTRO UNICO NELLE SCUOLE
• MENO PRIVILEGI PER PRESIDI E BARONI, PIU’ FONDI PER IL DIRITTO ALLO STUDIO: SALARIO GARANTITO AGLI STUDENTI MENO ABBIENTI
• IL MOVIMENTO E’ ANTIFASCISTA: FUORI I FASCISTI DAL MOVIMENTO

LA CRISI SE LA PAGHINO LORO!
SOLO LA LOTTA PAGA- STUDENTI E LAVORATORI: UNITI SI VINCE