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giovedì 18 agosto 2011

Unical: prove tecniche di dittatura.

L’Università della Calabria si trova ancora una volta vittima dell’autoritarismo del magnifico (?) rettore Giovanni La Torre, famosissimo per i suoi rapporti trasversali con la politica, per le sue amicizie personali sia con l’ex governatore di centro-sinistra Loiero che con l’attuale governatore di centro-destra Scopelliti, ma soprattutto per essersi prolungato il mandato, in barba alla legge, con una modifica “ad-personam” dello Statuto, che gli ha permesso ( e continua a permettergli ) di regnare sull’Unical da dodici anni a questa parte.
La Torre non ha mai nascosto la sua visione “aziendalistica” dell’Università; una visione che lo accomuna alla maggior parte dei rettori italiani e che lo trova in sintonia con il progetto criminoso di distruzione dell’Università pubblica portato avanti da questo governo, con i numerosi tagli, l’ampliamento dei poteri del rettore e l’ingresso dei privati nel c.d.a. dell’Università.
Ma La Torre non si “limita” a tutto questo; il suo progetto va oltre, colpendo tutti quelli che sono i centri di aggregazione sociale e di promozione del pensiero critico, all’interno dell’Ateneo.
Il primo ad essere colpito è stato il centro sociale “Filorosso”, nato in un capannone occupato da alcuni studenti ben 15 anni fa. Filorosso da sempre organizza eventi di diffusione della cultura alternativa con rassegne cinematografiche, concerti, dibattiti, cene sociali, sale prove e quant’altro. Il 4 agosto il capannone viene demolito e con esso un pezzo di storia dell’Unical, essendo stato distrutto anche tutto il materiale del Centro Studi Filorosso, ivi presente.
L’8 agosto tocca invece al Laboratorio Sociale Autogestito “Assalto”, di recente formazione. L’”Assalto” occupò, a gennaio scorso, l’aula Zenith2, per portare avanti iniziative come cineforum, dibattiti, presentazioni di libri, seminari autogestiti, musica del vivo ecc. L’aula in questione è stata sgomberata dalle forze dell’ordine, la serratura cambiata e tutti gli oggetti presenti nell’aula sono stati presi e depositati chissà dove, non esistendo alcun verbale di sequestro.
L’ultimo sgombero in ordine di tempo è stato quello dell’aula occupata della facoltà di ingegneria p2 sede del “Collettivo p2 occupata”, anch’esso promotore, da qualche anno a questa parte, di tantissime iniziative culturali e politiche.
La Torre non è nuovo a comportamenti autoritari. Già, qualche mese fa, nel corso delle proteste contro il ddl Gelmini, il rettore fece militarizzare l’aula magna per impedire agli studenti di riunirsi in assemblea ed esercitare così un loro diritto.
La cosa che colpisce di più è il comportamento vigliacco del rettore che agisce contro questi spazi liberi nel mese di agosto, quando gli studenti sono in vacanza e l’ateneo è isolato.
Ma l’indignazione cresce sui social network e la rabbia degli studenti è tanta. D’altra parte l’autunno è vicino e si preannuncia caldo.

Salvatore Schinello ( FGCI - Vibo Valentia)

venerdì 17 giugno 2011

Diretta Streaming - Tutti in Piedi: Signori, entra il lavoro!

Trasmettiamo anche noi, in diretta streaming, sul nostro blog l'evento organizzato dalla FIOM a Bologna. Di seguito il comunicato presente sul sito della manifestazione:
Cari amici,

questa volta ci diamo un obiettivo ancora più difficile rispetto a quello che raggiungemmo con raiperunanotte. Infatti abbiamo solo pochi giorni per organizzare la nostra trasmissione-manifestazione "Tutti in piedi", alla quale parteciperanno tra gli altri Elisa Anzaldo, Maurizio Crozza, Serena Dandini, Teresa De Sio, Antonio Ingroia, Max Paiella, Daniele Silvestri, i Subsonica, Marco Travaglio, Vauro e tanti altri. Se ancora una volta raggiungeremo il nostro obbiettivo dimostreremo che per quanto cerchino di ridurre gli spazi di libertà niente potrà più impedirci di manifestare il nostro pensiero,niente potrà fermare il ritorno in scena del lavoro con la sua richiesta di dignità e di libertà. Vi chiedo perciò di contribuire ancora una volta con due euro e cinquanta ciascuno facendo girare dovunque questo appello e coinvolgendo i vostri amici. Insieme abbiamo la forza per cambiare tutto.

Grazie.

Michele Santoro
Anche noi del PdCI di Vibo Valentia crediamo nella libera informazione e vogliamo dare voce a tutti quanti.
Buona Visione

giovedì 11 novembre 2010

Vibo-Reggio solo andata.

In questa breve permanenza in Calabria mi ero proposto come obiettivo umano e sociale di verificare alcune dinamiche territoriali, ed in particolar modo se il vento di cambiamento tanto annunciato sui giornali e media era veramente in corso in questa terra,che è la mia terra di nascita.
Dovevo avere un contributo a dir poco qualificato di chi combatte la 'ndrangheta in prima linea, ma per ragioni di sicurezza, per il vento umido afoso e mafioso che soffia ultimamente in questa regione tale contributo verrà meno.
Comprendo le ragioni, comprendo la motivazione ed a tale persona, di cui non farò il nome, va tutta la mia piena solidarietà.

Vivere a perenne contatto con la scorta, annullare la propria vita privata e sociale per cercare di debellare il cancro 'ndrangheta è dura cosa da tollerare e sopportare.

Decido di recarmi in Reggio Calabria passando per Rosarno.
Il sole ha regalato da poche ore il suo calore alla nostra umana coscienza.

Entro in quella che sarà una vera odissea stradale la Salerno Reggio Calabria.
Vibo Valentia è distante da Reggio solo 100 km.

Tra deviazioni, rallentamenti e cantieri perenni, la media di velocità di percorrenza difficilmente supera i 50 km orari.
Prima di entrare dentro tale labirinto epocale, sulla mia destra sorge la prima pietra di quell'ospedale mai costruito, e sulla sinistra la cattedrale nel deserto, l'ennesima; la tangenziale est di Vibo. Enorme speculazione, devastante distruzione ambientale.
Lentamente, giungo in Rosarno.

Vedo un cartello stradale bucato a colpi di lupara, e subito dopo quello che indicava la stazione dei carabinieri bucato a colpi di pistola.

Sinceramente a ciò difficilmente riesco ad abituarmi.

Come abiturarsi a ciò? 

Come?

"Quando s'inizia una simile analisi è come se ci si recasse in un bosco non sapendo se c'imbatteremo in un brigante o in un amico".


Queste parole di Svevo tratte dalla Coscienza di Zeno ruotano nella mia mente con moto continuo.
Vedi persone ferme sul ciglio della strada a fumare le loro sigarette. Sembra che vigilino su chi entra nel loro territorio.

Già, il loro territorio recintato dal muro dell'omertà.

Tanti immigrati che camminano lungo la statale 18 intorno alla quale sorge Rosarno, ma anche altri centri abitati come Mileto ad esempio.

Motorini condotti da persone senza casco, auto che ti sorpassano con indifferenza.

Sembra di essere in una terra oltre confine ove le regole della c.d. società civile non esistono.

Vedo ancora immigrati seduti sul muretto.

Mi avvicino a loro.

Tutti in massa accorrono verso l'auto che conduco.

Pensano che sia lì per offrir loro lavoro.

Ma li deludo, non sono un mercenario del lavoro.

Gli chiedo se sono disponibili a rispondere a qualche semplice ed immediata domanda, garantendo loro l'anonimato.

" E' cambiato qualcosa dopo la rivolta?"

Mi risponde uno dei ragazzi...

" Se vieni qui dalle sei di mattina fino alle otto trovi tante persone che cercano lavoro e lo trovano".

" Non è cambiato nulla quindi?"chiedo ancora...
ed il ragazzo mi risponde... " tutto come prima mi dicono"

Tutto come prima!

Per avere conferma di ciò girovagando per il paese chiedo la stessa cosa ad altri immigrati.

Spiego loro che non sono lì per dare lavoro ma per avere informazioni.

Anche loro mi dicono tutto come prima.
Che quella rivolta vera o finta che sia , strumentalizzata o meno ; è stata a realmente anomala, irregolare, non conferma alla regola di quel sistema.

In tal gennaio 2010, due giorni dopo gli scontri, il numero dei feriti era di 53 persone, divisi tra: 18 poliziotti, 14 rosarnesi e 21 immigrati, otto dei quali ricoverati in ospedale.
Son convinto che per capire se le cose sono e siano veramente mutate dopo un periodo intenso di mobilitazione mediatica, in quel posto si deve tornare quando le telecamere sono andate via, dopo che il fuoco ha finito di bruciare la rabbia.
A Rosarno è tutto come prima.
Persone in cerca di lavoro, sfruttate dai padroni e non solo, in fila la mattina per essere caricate su camioncini per andare a lavorare.

Merceficazione pura della dignità umana, della persona umana.

" In qualche modo dobbiamo vivere", mi dice uno dei ragazzi con cui ho avuto modo di parlare.
Ognuno tragga le sue conclusioni.

Spero di esser smentito dai fatti, ma non comprendo il motivo per cui avrebbero dovuto mentirmi.

Due gruppi separati di persone , distante da loro vari km che mi confermano la stessa cosa, lo stesso dato, lo stesso modo di essere reclutate, lo stesso modo di vivere, la stessa realtà sociale in cui sono ingabbiate,imprigionate.


Dopo aver avuto conferma di quello che sospettavo da tempo, ovvero che a Rosarno la rivolta degli immigrati non era una rivolta spontanea, libera, ma condizionata e manovrata per altri scopi, decido di rientrare in quel labirinto autostradale.
Dopo varie deviazioni, gallerie senza illuminazione, strada ad una sola corsia, mi trovo all'improvviso sul ponte Carola dal quale si scorge Scilla e Cariddi. 

Ovvero lo stretto di Messina, la Sicilia.

Un paesaggio a dir poco splendido, meraviglioso, suggestivo, reale, semplicemente vero.


Giungo a Reggio Calabria, in modo violento.
L'autostrada termina dentro la città.

Si entra direttamente in città, accolti da una lunga ed infinita fila di case a due piani .

E incredibile veder come vengano progettate le cose dalla mente umana.

Follia pura.

Follia mera.



Reggio Calabria. 

Collocata sulla punta dello "Stivale", alle pendici dell'Aspromonte, al centro del Mediterraneo. Città dalla storia millenaria, divenne alleata di Atena ma Rhegium fu importante alleata e socia navalis di Roma.
Vieni accolto, dopo aver evitato più di una macchina parcheggiata in doppia fila, da quello che è stato definito il lungo mare più bello d'Italia.
In verità è splendido , curato, ordinato.

Infatti, la mia attenzione viene catturata da una statua dedicaca a Ciccio Franco. Si legge : " Leader di boia chi molla,  Senatore della Repubblica, giornalista, sindacalista".
Un lungo silenzio pervade il mio essere.
Percorro qualche via interna e vengo accolto dalla musica suonata da un signore anziano.

Suona musica calabrese.

Ma viene suonata con malinconia, con tristezza d'animo.

Ecco il duomo di Reggio, ed alle sue spalle sorge la Procura Generale della Repubblica.

Accanto alla Procura si nota la chiesa degli Ottimati, con impianto architettonico bizantino databile al x secolo, ma noti soprattutto l'esercito .
Sì, l'Esercito inviato dal Governo per proteggere il palazzo di giustizia e non solo.

Non hanno armi tra le mani, sono tesi, si pongono in modo che possano essere visti, in modo che possa filtrare il messaggio l'esercitò c'è. 

Lo Stato di guerra è vivo e presente.
Strana sensazione.
Provo a chiedere alla gente di Reggio cosa pensano della venuta dell'Esercito.

Non nascondo che è stato difficile strappare qualche dichiarazione.

Provo ad esempio con uno dei tanti edicolanti di corso Garibaldi, sì quel Garibaldi a cui tante vie centrali sono state dedicate in molte città italiane.

«Un piede è posto al fin sulle ridenti sponde di Reggio e di novella gloria ornar la fronte gli argonauti invano spesseggian folti incrociatori e invano oste nemica numerosa, il dito di Dio conduce la tirannicida falange e oste e baluardi e troni son rovesciati nella polvee e riede sulle ruine del delitto il santo dell'uom diritto e libertade, e il cielo alla redente umanità sorride.»

Ecco quanto scrisse Garibaldi su Reggio Calabria.



Ma se solo la gente sapesse che la sua opera, impresa, è stata finanziata e come dire coperta, protetta dalla massoneria inglese, non credo che sarebbero contenti di vedere il corso principale delle loro città dedicato al dittatore Garibaldi...

Comunque, ritornando al discorso di prima, provo a "strappare" qualche impressione all'edicolante a cui garantisco l'anonimato.
All'inizio sembra essere disponibile, ma non appena pronuncio la parola che non si deve sentire, ascoltare, 'ndrangheta, testualmente mi dice: " non vi so dire, non sono addentrato in queste cose , non mi riguarda".
Detto in poche ma chiare parole, non vedo, non sento, non parlo.

Ritorno sul lungo mare.

" L'esercito è una brutta immagine per la nostra cittadina, sembra militarizzata, anche se è messo in pochi posti, è un problema".
Questo è quanto mi rifersice un passante disponibile. a cui domando se il problema principale è l'immagine e non altro.

" Si l'immagine della città è compromessa".


Certo l'apparire è cosa che deve essere tutelata, ovvio.


" Ci sentiamo più protetti come cittadini".



Questo è quanto mi riferisce una ragazza seduta su una delle tante pachine di quel particolare lungo mare di Reggio, accanto ad un ragazzo, con cui stavano discutendo di normativa, di leggi.

Il ragazzo mi dice:" Può essere utile l'esercito solo se vengono liberate le forze dell'ordine dalla vigilanza. Quello della presenza dell'esercito è un falso problema."Però mi dice anche: " nelle scuole le cose lentamente cambiano, si organizzano corsi, contro questa cosa particolare che c'è qui, si parla di più".


Gli chiedo si riferisce al crimine, alla 'ndrangheta?
" Si."

Quanto è difficile pronunciar tale parola nella terra ove comanda e spadroneggia il crimine.

Una terra dove però esistono realtà che la combattono, dove esistono persone che vogliono altro sistema ponendo a rischio ogni giorno la propria incolumità psicofisica, la propria vita.

Il suono del mare addolcisce quel senso di gusto amaro che ha depredato il mio ottimismo in tale giornata calabrese.
Vedo l'orizzonte definito dalla terra di Sicilia, vedi sulla spiaggia ragazzi che si rincorrono spensierati, vedi persone che scambiano il loro primo bacio e vivono il loro primo e vero amore.

Vedo scorrere la vita quotidiana fatta di emozioni e sentimenti, di passioni ed amori, di dolori e reticenze.

Vibo- Reggio solo andata perchè è lì, a Reggio, che oggi è rimasta la mia mente.


Marco Barone

mercoledì 7 gennaio 2009

La lotta paga

Nel pomeriggio del 23 dicembre è stato revocato il provvedimento con cui il PM lo scorso 9 dicembre aveva decretato il sequestro dell’intera area in concessione alla Coop. Cantieri Navali Megaride, consentendo la riapertura del cantiere.

Il GIP, rendendosi conto dell’assurdità delle accuse mosse a Megaride (a detta del PM non vi sarebbe stato un corretto stoccaggio di alcune tonnellate di lamiere provenienti dalla recente demolizione di navi), non ha potuto non prendere atto della tendenziosità delle suddette accuse, anche a fronte dell’ingente documentazione testimoniale e fotografica presentata dalla difesa.

Ancora una volta la lotta dei lavoratori ha pagato: i lavoratori della Cooperativa Megaride con la loro denuncia hanno messo a nudo questo ennesimo tentativo di boicottaggio da parte dei poteri forti nei confronti di chi si autorganizza e produce fuori dalle logiche del profitto.

La sentenza del GIP è significativa in quanto rende ancora più palese la faziosità e l’arroganza di alcune autorità del porto di Napoli, da sempre serve degli interessi di quegli speculatori e affaristi che anche nel Porto hanno interesse a monopolizzare l’intera attività produttiva.

Anche su questa vicenda la sinistra “istituzionale” che governa (non si sa ancora per quanto) città, provincia e regione, si è tenuta alla larga dal denunciare le malefatte dei poteri forti, con cui evidentemente essa è collusa: ciò conferma ancora una volta come i lavoratori e i proletari per far valere i propri diritti debbano “fare in proprio”.


Napoli, 23-12-2008

mercoledì 10 dicembre 2008

NON CI PIEGHERETE

Quelle stesse autorità giudiziarie che da sempre si sono contraddistinte per omertà e compiacenza di fronte ai peggiori scempi ambientali e alle peggiori prevaricazioni nei confronti dei lavoratori e dei loro diritti, stasera hanno posto i sigilli alla Cooperativa Cantieri Navali Megaride attribuendo pretestuosamente alla Cooperativa una presunta "violazione delle norme sul corretto smaltimento dei rifiuti".
Tale accusa, che in una città ancora oggi devastata dalla crisi rifiuti appare già di per se ridicola, lo diventa ancor più se si pensa che il Cantiere Megaride, regolarmente autorizzato allo smaltimento degli scarti di lavorazione, aveva già provveduto lo scorso mese di giugno a rispettare tempestivamente delle prescrizioni mosse dalla Polizia Giudiziaria.

Si tratta chiaramente di un sopruso, teso ad attaccare e screditare quest'esperienza, a cui gli operai della Coop Megaride risponderanno con la lotta.

Da dieci anni i lavoratori dei “Cantieri Navali Megaride” portano avanti con le proprie forze un’esperienza produttiva inedita all’interno del Porto di Napoli. Dopo aver sconfitto un padrone interessato unicamente a speculare sul cantiere attraverso licenziamenti di massa e operazioni poco trasparenti, i lavoratori hanno dato vita nel febbraio 1999, dopo decenni di lotte dopo 4 anni di occupazione, ad una cooperativa autogestita.
Questa esperienza, che ha permesso di salvare decine di operai da un futuro di miseria e disoccupazione, ha in questi anni portato linfa vitale all’interno di un porto che da decenni, a causa di pesanti ristrutturazioni produttive, ha visto tagliare migliaia e migliaia di posti di lavoro ad opera di padroni senza scupoli.
In questi anni la Coop Megaride ha rappresentato l’unica esperienza virtuosa all’interno del Porto di Napoli, perché ha saputo coniugare l’efficienza e la qualità delle attività produttive con la tutela dell’occupazione e dei diritti dei lavoratori: questo senza aver mai usufruito di nessun finanziamento e ne tantomeno beneficiato di nessuna legge a sostegno per le sue attività.

QUESTA INEDITA ESPERIENZA HA DATO E DA FASTIDIO A QUALCUNO

Già nel corso della sua decennale esperienza, il cantiere è stato più volte oggetto dell’”attenzione” delle varie autorità interne al Porto. Controlli ed ispezioni di ogni sorta da parte di Ispettorato, Finanza, INAIL, ma soprattutto di ASL e Capitaneria: proprio quegli stessi enti che da sempre sono pronti a chiudere un’occhio quando si tratta di vigilare e controllare quelle migliaia di aziende che per tutelare i profitti operano in barba alle più elementari norme di tutela della salute e dei diritti dei lavoratori e degli operai.

Puntualmente, i soliti poteri “occulti” accorrono per mettere i bastoni tra le ruote ad una realtà che per qualcuno viene ritenuta scomoda.
HANNO SEMPRE VOLUTO CREARE DIFFICOLTA’,
AFFINCHE’ QUEST’ESPERIENZA NON DECOLLASSE.

Oggi, con l’ausilio della magistratura, sono riusciti a mettere i sigilli al cantiere perché, a detta delle autorità, durante la rottamazione di alcuni relitti sarebbero stati trovati, l’estate scorsa, “diversi quintali di rifiuti speciali”. Argomentazione davvero risibile se si pensa che proprio in quei mesi l’intera Campania era alle prese con una catastrofe-rifiuti che ha distrutto e sconvolto l’intero territorio. Una catastrofe ambientale per cui nessuno ha ancora pagato, tantomeno i veri responsabili che si trovano all’interno delle istituzioni e dei poteri forti della città. Come nessuno ha mai pagato per quella vera e propria carneficina che ogni giorno vede quattro operai morire sul luogo di lavoro, e in cui quelle stesse autorità giudiziarie oggi così solerti nel sigillare il cantiere Megaride se ne sono sempre “lavate le mani” (vedi strage alla Thyssen-Krupps ma anche gli scandali delle morti per amianto).
In un periodo di crisi economica, dove in tutto il mondo gli Stati e i governi si prodigano per salvare quelle stesse imprese e banche che la crisi l’hanno creata, a Napoli, capitale della disoccupazione, si decide di attaccare una delle poche realtà produttive che ancora resistono sul territorio, chiudendo l’unico cantiere che invece di pensare unicamente ai profitti, ha come unica ragion d’essere la tutela degli interessi di chi lavora e produce.

NON CI HANNO FERMATO I PADRONI
NON CI FERMERANNO NEANCHE I LORO SERVI SCIOCCHI


Napoli, 10-12-2008

I lavoratori della Coop. Megaride

NON LI PIEGHERETE, NON CI PIEGHERANNO. IN DIFESA DI MEGARIDE

IN DIFESA DI MEGARIDE - Gli operai della Megaride, per storia loro e loro stessa dedizione alla Lotta ed al Lavoro, non sono - ahinoi - un esempio. Se lo fossero, probabilmente vivremmo in un Paese molto diverso. Sono, intanto, un precedente in questi anni di crisi, nei quali è più comodo "deviare" su suggestioni "altermondiste" poste, poche e nemmeno tanto salde, al di là degli oceani, che non lavorare al recupero ed alla ricomposizione di una nuova e rinnovata soggettività di classe che abbia lena di alternativa reale di quel Sistema e quel Potere che invece ad oggi può solamente subire, dispersa e disarticolata sì come ridotta.
Gli operai della Megaride sono agente di disturbo di quel manovratore, declinato nel settore in padroni ed armatori, che vorrebbe farci credere ed imporci a tal proposito che non si possa fare a meno di loro, dei loro presunti luminari e dei loro apparati di controllo.
Gli operai della Megaride sono la dimostrazione che, specialmente, a mettere in crisi le fabbriche, non sia tanto il "costo del lavoro" sì insopportabile per padroni e imprenditori all'arrembaggio, quanto piuttosto il costo di chi, come padroni e imprenditori detti, quel "costo" sfrutta: stipendi da capogiro e le spese manager, prelievi costanti dalle tasche del Lavoro per poi speculare altrove, errori, fatti e ripetuti, perchè, spesso, i padroni "oltre a farci, ci sono proprio"...
Gli operai della Megaride, in una parola, sono imbarazzanti. Imbarazzano burocrati istituzionali, sindacali o d'altra sorta che quotidianamente pongono ogni intralcio all'emancipazione reale della classe. Imbarazzano chi fa il "lavoro della politica" piuttosto che una più giusta e necessaria "politica del Lavoro", compreso chi, a forza di "men peggio" compie sapientemente suicidio in un eterno "compatibilizzarsi" senza posa al Capitale e i suoi interessi. Imbarazzano persino "settori radicali", "disobbedienti" per così dire, che si compiacciono del loro ribellismo generico e giovanilistico, per accontentarsi poi di qualche azione pretesa "esemplare" - ed oggi nemmeno più tanto o sempre più di rado - e ricondursi e provare a ricondurre il Movimento tutto sull'altare delle compatibilità finto-riformatrici di partiti e partitini finto-riformatori, avendone così in premio qualche "consulenza" stipendiata o "convenzione" di lavoro..

La determinazione dei Megaride, operai in cantieri ed officine portuali a Napoli è invece tutt'affatto che generica o formale. Essa è obbligatoriamente quotidiana, figlia dell'esigenza reale di mantenere condizioni di vita e di lavoro accettabili e pensare alla famiglia, ma tributo d'ogni momento fatto di orgoglio, coscienza, disciplina e senso di responsabilità. Questo è e significa esser "padroni di se stessi", proprietari collettivi di mezzi di produzione socializzati sì come socializzato è il Lavoro, autorganizzarsi socialmente come classe, prima "in sè", poi "per sè".

Gli operai della Megaride. La loro azione e storia dev'esser sostenuta alla maniera propria della classe, in osservanza della loro capacità d'analisi continua del reale, dei rapporti di forza, delle regole e dei codici del mercato. La loro forza sta certo nell'esperienza maturata dalla e nella Lotta, leggere, studiare, discutere e ricercare sintesi difficili, politicamente avanzate, sindacalmente autosufficienti - attività, queste, rare anche in larghi settori dell'antagonismo sociale - ma, altrettanto certamente, sta anche nella capacità, del Movimento tutto, di saper organizzarsi e combattere per la dignità del Lavoro, l'Autonomia di Classe, la solidarietà militante.

Il Collettivo Politico MILITANZ Casa del Popolo (CdP), collettivo di Lotta e di Lavoro, collettivo di Popolo per il Popolo nel segno dell'Autorganizzazione sociale e il suo Riscatto, si schiera a fianco degli operai della Megaride. Si schiera a loro fianco, prim'ancora che per aver con loro condiviso anni di militanza e lotta politica, per il principio stesso della solidarietà di Popolo e di Classe. E vi si schiera, al di là delle strade diverse ormai intraprese ed oltre tattiche e strategie diversamente maturate, attenendosi al piano della Lotta, in tempi, modi e forme che gli operai valuteranno di volta in volta più opportune. Apertamente, pertanto, sostiene la Megaride di nuovo scesa in lotta ed offre dunque il proprio contributo, in termini di iniziativa, agitazione e controinformazione, quale atto di responsabilità politica, disciplina militante, giustizia di classe.

Per l'unità nella Lotta. Per l'unità del Lavoro.

Collettivo Politico MILITANZ Casa del Popolo (CdP)
per l'Autorganizzazione sociale

Atene brucia!

Una scintilla che potrebbe incendiare la prateria
dell’Europa scossa dalla crisi…
comunicato della Rete dei Comunisti

Come a Genova nel 2001, ad Atene un poliziotto ha assassinato un giovane manifestante: Alexandros Andreas Grigoropoulos aveva solo 16 anni.
La mobilitazione incessante degli studenti e dei lavoratori greci contro i tagli dei finanziamenti all’istruzione pubblica e contro la privatizzazione delle università ha innervosito a tal punto il debole e corrotto governo di Karamanlis da creare le condizioni per l’omicidio di Andreas. Solo le testimonianze dei passanti e lo scoppio di una ribellione generalizzata nelle piazze di tutta la Grecia hanno portato all’arresto del poliziotto omicida, che però non mette in discussione l’impunità degli apparati repressivi. E’ forte la tentazione dei governi europei, in difficoltà di fronte alle mobilitazioni dei settori colpiti dalla crisi che scuote il mondo capitalista, di rafforzare una repressione militare e un controllo asfissiante che nei fatti eliminano ogni possibilità di esercizio effettivo della democrazia. Gli apparati di sicurezza diventano così sempre più intoccabili in quanto determinanti per governi in crisi di legittimità e incapaci di rispondere alla crisi in termini politici e di consenso.
La gioventù greca ha risposto a questo omicidio politico con una ribellione senza precedenti che sta infiammando le strade di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo di Nuova Democrazia e una punizione esemplare per i poliziotti colpevoli. Ma esprimono anche la rabbia di chi subisce gli effetti di una durissima crisi economica che le élites vorrebbero far pagare alle classi lavoratrici. Andreas è vittima di una destra autoritaria e filoamericana ma anche di un metodo di gestione autoritario delle contraddizioni sociali che accomuna tutti i governi europei al di là del loro colore: i tagli draconiani all’istruzione pubblica e la volontà di ripristinare una fortissima selezione di classe nel sistema educativo sono stati decisi dall’Unione Europea ed imposti in ogni singolo paese da governi socialisti, liberali o conservatori, rappresentando una priorità nella costruzione di un polo geopolitico europeo opposto ma uguale a quello USA. Non è un caso che il Partito Socialista greco, il PASOK, balbetti ancora e non si muova con decisione contro un governo di destra pure estremamente debole in termini di consensi e di voti in parlamento.
Sta quindi agli studenti e ai lavoratori, ad un nuovo blocco sociale anticapitalista, rispondere con la lotta e l’organizzazione al tentativo delle classi dominanti europee di gestire la crisi tramite la repressione e la guerra tra poveri.
La capillare e determinata risposta che i compagni greci stanno dando non ci sorprende: è il prodotto di una sinistra di classe e anticapitalista che in questi anni non ha rinunciato a radicarsi nel conflitto sociale e nei movimenti popolari e giovanili rifuggendo ogni tentazione istituzionalista.
Esprimiamo il nostro dolore e la nostra rabbia per l'uccisione del giovane compagno. Manifestiamo la nostra piena e incondizionata solidarietà alle organizzazioni della sinistra greca che hanno scelto di rispondere con la mobilitazione all’omicidio di Andreas Grigoropoulos. Chiediamo insieme ai compagni greci le dimissioni del governo, la fine dell’impunità per gli apparati repressivi, il ritiro di tutte le misure antipopolari su istruzione e lavoro. Invitiamo i movimenti italiani a unirsi a quelli greci in una lotta che non può che essere unitaria, avendo le stesse controparti.

La Rete dei Comunisti
Roma, 8 dicembre 2008

Fiat-SATA licenzia gli operai militanti: situazione sempre più insostenbile

Mi chiamo Donatantonio Auria e sono un operaio della SATA licenziato da circa un anno. Con grande tempismo l’azienda mi ha buttato fuori appena ha saputo del mio coinvolgimento in un’inchiesta su terrorismo e sovversione. A niente è servito che il giudice di quell’indagine escludesse quasi subito sia me che gli altri operai SATA coinvolti, perché eravamo completamente estranei ai fatti indagati. La SATA ha continuato a tenermi fuori dallo stabilimento, già dimostrando con questo atteggiamento che la vera ragione del mio licenziamento non era l’inchiesta, ma il fatto che io fossi un operaio attivo nella difesa dei diritti degli operai.

Da quel momento ho fatto tutti i passaggi legali che si fanno per ritornare al proprio posto di lavoro in questi casi. Il mio sindacato, la FLMUniti-CUB, ha accusato la SATA di comportamento antisindacale, ma la magistratura ha rigettato il ricorso, perché l’FLMUniti non sarebbe un sindacato “nazionale”. Ho allora fatto ricorso al “700” per la riammissione d’urgenza al lavoro per i gravi impedimenti che la perdita del salario mi stava causando. Il giudice ha rigettato anche questo ricorso spiegandomi che il fatto che io non percepissi il salario non era di per sé “un grave impedimento” per me, per mia moglie e per i miei tre figli a carico.

Attualmente sto facendo ricorso contro la prima sentenza sul 700 e il 27 novembre si è avuta la prima udienza del nuovo ricorso legale. In quella sede, il mio avvocato ha fatto presente al giudice che il presupposto fondamentale del mio licenziamento (presupposto già di per sé illegittimo dato che uno non può essere licenziato solo in quanto indagato, né rinviato a giudizio, né condannato) era decaduto da mesi, precisamente da marzo 2008. Quindi, chiedeva di tenerne conto nel ricorso attuale sul 700. E qui la SATA, tramite i suoi avvocati ha rilanciato.

Ha presentato al giudice un documento politico pubblico di cui io sono uno dei firmatari, in cui si afferma la necessità nell’attuale crisi economica che gli operai costruiscano una propria organizzazione politica indipendente, un proprio partito. E’ un appello pubblico su cui si può dissentire, ma non lo si può certo presentare come “corpo di reato”, almeno fino a quando in Italia sarà formalmente garantita la libertà di opinione e di organizzazione politica. Invece, la Fiat è andata tranquillamente oltre. Pur ammettendo che il mio comportamento non ha alcuna rilevanza penale, gli avvocati della Fiat hanno giustificato il mio licenziamento sulla base delle mie opinioni politiche, sulla base della mia convinzione, condivisa da tanti altri operai, che questo modo di produzione ci sta portando alla rovina e che perciò deve essere superato. Io e gli altri miei compagni licenziati abbiamo sempre sostenuto che il vero motivo del licenziamento non era il coinvolgimento nell’inchiesta, ma il fatto che la Fiat ha voluto liberarsi di noi che abbiamo sempre difeso senza compromessi gli interessi di tutti gli operai. Con quest’ultimo atto, la Fiat-Sata ha definitivamente gettato la maschera. Il vero motivo per cui mi tiene fuori la fabbrica e senza salario sono le mie convinzioni politiche, convinzioni da me maturate nel corso delle lotte che da anni si svolgono a Melfi.

Siamo alla persecuzione delle opinioni. Senza potermi accusare di nessun comportamento concreto, sanzionabile penalmente o contrattualmente, la Fiat pretende di licenziarmi per le mie opinioni politiche, liberamente e legittimamente espresse.

In ogni caso la prossima sentenza, ci farà sapere se per la magistratura di Melfi l’operaio che ha opinioni diverse dal proprio padrone compie per questo un reato che va punito col licenziamento.

In realtà, nonostante che nel primo pronunciamento sul 700 si è arrivati a sostenere che io e la mia famiglia possiamo tranquillamente campare, in attesa della sentenza di merito, con i quattro soldi di liquidazione che ho preso, spero che i giudici di Melfi non asseconderanno la pretesa della Fiat di licenziare tutti gli operai che hanno opinioni non gradite all’azienda.

Avigliano, 28/08/2008
Donatantonio Auria

giovedì 23 ottobre 2008

lottiamo contro la segregazione razziale

Un’ondata di razzismo sta investendo l’Italia, alimentata dai fascisti berlusconiani e dagli xenofobi della Lega Nord. I mezzi di comunicazione da loro diretti alimentano in modo parossistico e ossessivo lo scontro e l’odio etnico coadiuvando l’azione del governo teso all’attuazione di provvedimenti legislativi sempre più odiosi.
La distruzione con le ruspe dei campi rom a Roma, l’incendio di Ponticelli, le aggressioni e gli agguati verso cinesi, rumeni, africani, l’omicidio di massa di immigrati neri a Castelvolturno sono solo alcuni episodi del clima che questo governo sta instaurando.
I provvedimenti legislativi, poi, sono quanto di più abietto ed inumano si possa pensare, la schedatura di massa di cittadini stranieri attraverso le impronte digitali e addirittura la schedatura dei bambini con questo metodo e la proposta di una banca dati che ne memorizzi il DNA sembravano il massimo cui potesse giungere questa deriva reazionaria.
Il Ministro Gelmini invece è andata addirittura oltre, ha fatto un decreto per formare nelle scuole classi separate tra bambini italiani e bambini stranieri.
Questa è segregazione razziale!La scuola che dovrebbe essere il punto più alto della cultura e della civiltà diventa in questo modo prigioniera delle tendenze più triviali e primordiali, è l’approdo di un abbrutimento selvaggio di una società che non ha più nulla da offrire oltre che povertà, guerre e ignoranza. Le forze sane della scuola , composta dagli studenti e dai professori, devono mobilitarsi con tutte le loro energie per sconfiggere questo disegno reazionario, contro i tagli ai bilanci, contro l’ oscurantismo, contro la segregazione razziale.

No alla discarica, No alla repressione

La determinazione con cui il potere totalitario costituito da Berlusconi e Bassolino vogliono aprire a megadiscarica di 700.000 tonnellate di rifiuti a Chiaiano è il segno di una crisi, senza vie di uscita, di un sistema economico e politico alla deriva.

La catastrofe ambientale provocata dai rifiuti è la conseguenza naturale della cessione di un servizio pubblico essenziale nelle mani di imprese private prive di scrupoli espressione di poteri ed interessi illegali e criminali.

Le risorse pubbliche destinate al servizio dello smaltimento dei rifiuti in Campania sono state impiegate per foraggiare una rete immensa di poteri clientelari e parassitari che hanno fatto della nostra regione la capitale della illegalità e lo sversatoio di rifiuti tossici di tutta l’Europa.
La selva di Chiaiano che si vorrebbe trasformare in discarica è una delle ultime aree verdi della città di Napoli, ormai quasi completamente cementificata da una speculazione edilizia selvaggia, si trova in un’area densamente popolata, a poche centinaia di metri dalla zona ospedaliera più importante del Meridione.

Fare una discarica in questa zona sarebbe un colpo mortale inferto alla città di Napoli, una umiliazione per popolazioni ormai completamente abbandonate al loro destino.

L’ Italia è un paese totalitario, dove un governo reazionario, in combutta con una finta opposizione, si tenta di governare con il pugno di ferro, dove gli unici interessi da difendere sono costituiti da ristretti gruppi di potere politici e finanziari e dove anche gli interessi e i bisogni di centinaia di migliaia di cittadini non contano nulla. La popolazione di Chiaiano e Marano ha espresso in tantissime occasioni la sua volontà contro la discarica e sta lottando con tutte le armi a sua disposizione questa lotta.

E’ necessario vincere questa battaglia, bisogna resistere un minuto in più del nemico, perdere significherebbe l’annullamento di ogni prospettiva di progresso e di civiltà, non solo per Napoli, e aprirebbe la strada a una politica di devastazione ambientale e sociale dell’ Italia intera.

giovedì 4 settembre 2008

I LAGER CHIAMATI CENTRI DI ACCOGLIENZA VANNO CHIUSI TUTTI E OVUNQUE.

(Alcune note sull'idea di aprire un CPT per la detenzione degli immigrati nella scuola di polizia di Spoleto) I CPT nella forma in cui sono nati, cresciuti ed evoluti, governo dopo governo, non sono altro che carceri ( ne hanno tutte le caratteristiche fisiche e culturali ) per persone che non hanno commesso alcun reato e che sono vittime da una lato della fame e della guerra e dall'altro dell'intolleranza razzista dell'occidente opulento.
Da Destra e da Sinistra ( sono oggi connotazioni geopolitiche, che non identificano affatto progetti politici alternativi, men che meno antagonisti ) si levano voci a sostegno delle politiche di difesa degli interessi particolari della "razza" occidentale. Le prigioni (CPT) per i poveri cristi in attesa di essere rispediti a morire nei propri paesi, uomini e donne, nostri fratelli che hanno un piede nella fossa, stanno bene a tutto l'arco parlamentare e non solo; magari non vanno bene sotto casa, ma un po' più la dove non si vedono va più che bene.
Scrivo queste considerazioni perchè voglio fare un appello, a quanti sono stufi di questo clima di intolleranza razzista, di egoistica difesa dei propri interessi particolari, che offende le coscienze e calpesta l'umanità più sofferente; un appello perchè ci si organizzi per l'accoglienza e la solidarietà, per difendere gli ultimi, i poveri, gli sfruttati di questo mondo. Contro le aggressioni verbali e fisiche, di squadracce verdi, nere, bianche o rosa che siano, contro le leggi antidemocratiche che cancellano perfino l'uguaglianza giuridica degli uomini e riaprono la triste stagione della discriminazione etnica, occorre costruire una risposta antirazzista, che rimetta al centro l'uomo e il diritto universale all' uguaglianza sociale e alla libertà; una risposta che abbia la forza di sollevare le coscienze dalle mortificazioni di questi anni, che squarci il clima di silenzio e di complicità che ha permesso il dominio degli amanti dell'unico vero Dio di questi tempi, il Denaro, e che abbia la capacità di rovesciare questo mondo centrato sul mercato, dove si difendono i privilegi delle classi ricche dai poveracci del Sud del mondo, col bastone e con le catene, dopo averli rapinati per due secoli.
Aurelio Fabiani
Consigliere Comunale Spoleto
Casa Rossa per la Costituente Comunista

Ferrovie feroci: rilicenziato macchinista/RLS Dante De Angelis

Scritto da macchinistisicuri.wordpress.com/
domenica 17 agosto 2008

IL MACCHINISTA E RLS DI ROMA S.LORENZO CHE AVEVA COMMENTATO LO SPEZZAMENTO DEL PRIMO EUROSTAR ETR 500, AVVENUTO A MILANO CENTRALE IL 14 LUGLIO SCORSO, IPOTIZZANDO L’EVENTUALITÀ DI DIFETTI DI PROGETTAZIONE, CONTROLLO, MANUTENZIONE E RISCHI PER LA SICUREZZA.

Ieri 15 agosto 2008, presentatosi al lavoro, secondo il proprio turno, il capo deposito titolare di Roma S.Lorenzo gli ha annunciato verbalmente che era stato licenziato.

A seguito delle sue rimostranze e della richiesta di una comunicazione formale per iscritto, il funzionario aziendale per tutta risposta ha chiamato la Polfer per allontanarlo dall’impianto; l’azienda, che in questi giorni con un rigurgito di autoritarismo militaresco ha ingiustamente licenziato anche otto operai manutentori di Genova, tenta di neutralizzare il sindacato e di cucire nuovamente la bocca ai delegati alla sicurezza.

Vi sono gravi elementi che inducono a pensare che questo licenziamento sia frutto di un particolare accanimento e di una vera e propria persecuzione, quasi una vendetta personale, da parte dei massimi dirigenti FS sottoposti a procedimenti penali proprio a seguito delle denunce dei RLS.

Dante De Angelis, era stato già licenziato nel marzo 2006 per il rifiuto di usare il pedale dell’omo Morto e poi reintegrato dall’azienda a seguito di una grande mobilitazione sindacale, politica e di opinione pubblica. Oggi occorre nuovamente mobilitarsi contro i licenziamenti sia di De Angelis che degli otto operai poiché vi e’ il rischio concreto di una degenerazione delle nostre condizioni di lavoro si in termini di sicurezza che di libertà.

Sulle cause degli spezzamenti degli Eurostar avvenuti a Milano con i due ETR 500 indagano intanto le procure di Milano e Torino, con particolare riferimento agli organi di aggancio, mentre l’azienda aveva scaricato tutta la colpa sui macchinisti “rei” di aver lasciato inserito l’apparecchiatura SCMT Che ci sia un problema di progettazione negli ETR 500 l’ha riconosciuto pubblicamente anche l’amministratore delegato di FS spa, Mauro Moretti, ma che ci sia un problema di manutenzione e’ evidente a tutti, poiché è inammissibile che i treni si spezzino a seguito di una frenatura d’emergenza, anche indebita, comandata dall’apparecchiatura (di sicurezza) SCMT.

Per questo abbiamo tutti il dovere di rispondere in modo adeguato a questa sfida, richiedendo il reintegro immediato di Dante De Angelis e degli altri ferrovieri. Invitiamo pertanto a frequentare il nostro blog ed a commentare quest’evento, per sostenere Dante e gli altri, e per dar corpo alle inziative alle quali, insieme, sapremo dar vita. Scarica e diffondi i documenti relativi alla vicenda di Dante (contestazione, giustificazione, lanci di agenzie e lettera di solidarieta di altri RLS) e leggi l’inchiesta de “L’Espresso” dedicata proprio allo spezzamento degli ETR.

Sedicenne tolto alla madre perché milita in Rifondazione

Scritto da Giovanna Casadio, "repubblica.it"

mercoledì 20 agosto 2008

l giudice lo affida al padre: tra le motivazioni anche quelle politiche La motivazione: frequenta estremisti, la donna non sa badare all'educazione Gli dicono che somiglia a Scamarcio, l'attore. A sedici anni, fa piacere. Ma ha promesso che oggi si taglia i capelli arruffati e magari non lo bollano più come comunista. Circolo Tienanmen, tessera dei Giovani comunisti, trovata dal padre, fotocopiata dai servizi sociali, allegata all'ordinanza del Tribunale di Catania, prima sezione civile, per dimostrare nella causa di affido che la madre non sa badare all'educazione del ragazzo il quale ha "la tessera d'iscrizione a un gruppo di estremisti". Quindi, M. P. - che preferisce non essere citato con il suo nome, visto che lui, ragazzo esuberante, lo conoscono un po' tutti a Catania - è stato di fatto accusato di essere comunista rifondarolo, uno che frequenta "luoghi di ritrovo giovanili dove è diffuso l'uso di sostanze alcoliche e psicotrope", dove cioè c'è il sospetto che si bevano birre e si fumino spinelli.

Nel giudizio degli assistenti sociali, le cose stanno pure peggio perché i comunisti sono "estremisti, il segretario del circolo è un maggiorenne che pare abbia provveduto a convincere all'iscrizione e all'attivismo altri ragazzi", tra cui l'amico del cuore del sedicenne, anche lui una testa matta che lo trascina nella vita "senza regole".

Non è l'unica ragione, ovvio, per far pendere la bilancia della contesa sull'affido dalla parte paterna, ma la militanza comunista è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. M. P. è stato tolto alla madre e ora assegnato al padre, insieme al fratello più piccolo.

Tra un uomo e una donna, dopo una travagliata separazione, la resa dei conti si scarica spesso sui figli. Cose che succedono, non dovrebbero.

La ragione, si sa, non sta mai da una parte sola. Però a Catania, ora ci si è messa di mezzo la politica.

Mai infatti i comunisti, rifondaroli o del Pdci, si erano sentiti citati in un tribunale come pericolosi, estremisti, prova provata e sintomo di devianza giovanile. "Fino a ieri si chiamava militanza, e Rifondazione era il partito del presidente della Camera, Fausto Bertinotti; la sinistra comunista aveva due ministri nel governo Prodi", si sfoga Orazio Licandro, responsabile dell'organizzazione del Pdci.

Nel partito di Diliberto hanno suonato l'allarme: comincia così la caccia alle streghe, usando in una storia delicata e complessa di affido familiare lo spauracchio dei comunisti, "è l'anticamera della messa al bando, siamo ormai extraparlamentari e anche pericolosi. Non è fascismo? Poco ci manca".

Elencati nel dossier del tribunale infatti ci sono la tessera, con il costo dell'adesione, il faccione di Che Guevara e la fede nella rivoluzione riassunta nella frase "No soy un libertador, los libertadores existen, son los pueblos quienes se liberan".

C'è inoltre la parodia di una canzone dei Finley "Adrenalina", ode alla cocaina, riferimenti che mandano in tilt un padre come una madre.

Mamma Agata, medico ospedaliero, è disorientata.

Il Tribunale la obbliga intanto a versare 200 euro al mese al marito per il mantenimento dei figli, a lasciare la casa nel comune etneo dove la famiglia risiedeva. Nel più pessimista dei suoi incubi, racconta, si aspettava un affido condiviso.

L'Istat calcola che ormai in Italia i figli bipartisan del divorzio stanno crescendo fin quasi a diventare sette su dieci. Dev'essere la storia di un'altra Italia, non cose che capitano qua, da queste parti a Catania, taglia corto Agata. Non è disposta a riconoscere argomenti e legittimità delle richieste paterne, che invece ci sono.

E il figlio? "Va al mare e studia, ha avuto tre debiti al penultimo anno del classico - greco, latino e filosofia - d'altra parte come può essere sereno con questa guerra in atto?". Non facile certo, spiegare a M. P. che le difficoltà della vita per alcuni, per lui ad esempio, si sono presentate in anticipo. Capita, ma s'impara prima. Difficile a quanto pare, far comprendere al padre che, come scriveva Freud, l'adolescenza è una malattia grave ma per fortuna si guarisce. L'avvocato della madre Mario Giarrusso assicura che tenterà altri approcci, mediazioni, soluzioni.

I comunisti denunciano il clima da "anticamera della messa al bando" che si respira nell'isola.

M. ha progetti bellicosi per l'autunno, ma tutti davvero poco preoccupanti: una band con gli amici dove lui vuole suonare il basso e la chitarra, la militanza politica, il teatro grande passione.

"Con il suo gruppo ha vinto anche un premio", s'inorgoglisce la dottoressa Agata. Nelle relazioni dei servizi sociali e nell'ordinanza del tribunale le si rimprovera di avere nascosto al marito che il ragazzo ha avuto una "irregolare frequenza scolastica", di avere dato il suo beneplacito a "mancati rientri a casa", oltre a una serie di leggerezze anche verso l'altro fratellino (la figlia più grande è maggiorenne). Ma mai si sarebbe aspettata di trovarsi sotto accusa per le idee del figlio.

lunedì 21 luglio 2008

MEC FINALMENTE LIBERO!!!!!

dopo nove mesi di reclusione Michele Fabiani esce dal carcere di Sulmona

Il 18 luglio 2008, abbiamo appreso dai difensori di Michele Fabiani che il Tribunale del Riesame di Perugia, a distanza di 4 giorni dall'udienza del 14 luglio, ha emesso la sentenza con la quale Michele Fabiani esce dal carcere di Sulmona e viene messo agli arresti domiciliari nella città di Terni. Non conosciamo a questo momento le motivazioni della sentenza. Quello che possiamo dire è che i difensori di Michele hanno portato nell'udienza elementi importanti che possono essere alla base di una decisione attesa da mesi.

Le indagini sono infatti da tempo concluse, la Polizia Scientifica ha attestato che le impronte digitali sulla lettera di rivendicazione dell'episodio di vandalismo del 9 marzo non appartengono a nessuno dei cinque ragazzi spoletini indagati nell'ambito dell'operazione Brushwood ( ricordiamo che l'episodio è stato costantemente messo in relazione a quello successivo delle minacce alla Lorenzetti ) la disponibilità da parte di un sacerdote ternano, da anni legato ad alcuni famigliari di Michele ad ospitarlo, superandoo così la questione parenti messa in campo nella precedente sentenza di riesame.

Dopo quasi 9 mesi di carcere, 100 giorni di isolamento a Perugia e la detenzione in EIV a Sulmona, Michele è ora ai domiciliari.

Salutiamo oggi felici, quanti si stanno battendo per la sua libertà e quella di tutti i ragazzi che hanno subito e stanno ancora subendo il carcere e gli arresti domiciliari in questi lunghissimi mesi. Nel momento in cui ci accingiamo a continuare questa battaglia di libertà e di verità vogliamo far giungere il nostro grazie ai difensori di Michele che in questi lunghi e difficili mesi si sono battuti per la sua libertà.

Un grazie a Vittorio, Carmelo e Marco.

Spoleto, 18 luglio 2008

Chiaiano: prove generali di stato totalitario

Quanto sta accadendo a Chiaiano riguardante la discarica sembra la prova generale di un modello di stato autoritario da applicare poi su vasta scala a livello nazionale.
Le modalità operative del battaglione “Garibaldi” per impossessarsi della discarica e delle zone limitrofe sono state simili ad un’operazione di stampo coloniale.
Questa operazione militare si inserisce in una strategia che si sta dispiegando in modo molto chiaro ed esplicito. La legge per salvaguardare i vertici dello stato dai processi, l’uso dell’esercito per questioni di ordine pubblico interno, la legge marziale che impedisce d protestare e di esprimere opinioni, la legge razziale per rilevare le impronte digitali ai bambini Rom e addirittura classificarne il DNA, tutto questo fa pensare a un vasto piano teso a togliere qualsiasi tipo di agibilità politica e diritto di parola a chi non è sulle posizioni del regime.
Questo piano è fattivamente sostenuto dal Partito Democratico, il cui silenzio-assenzo permette il dispiegarsi indolore di tutta la strategia. La strategia di morbida opposizione di Veltroni appare davvero criminale di fronte a un quadro di questa pericolosità.
D’ altronde questa strategia totalitaria è assolutamente necessaria a questo regime per contenere la contestazione popolare che con l’aggravarsi della crisi economica va aumentando ogni giorno di più. Dall’esito della lotta alla discarica di Chiaiano dipenderà anche il destino di quelle popolazioni che lottano contro la Tav, contro il ponte sullo stretto, contro il Mose di Venezia, contro la base Dal mulin di Vicenza, contro l’istallazione di nuove centrali nucleari, ma soprattutto questo modello repressivo verrà usato contro tutti coloro che si oppongono a questa politica economica criminale del governo Berlusconi-Tremonti, degni compari di Prodi-Padoa Schioppa.
E’ necessario ed urgente che i lavoratori si uniscano e si organizzino in strutture di classe che ne esprimano i veri bisogni e necessità e tutto il potenziale di lotta esistente.

Napoli 15/07/08
Collettivo Unità Comunista
Karl Marx Cardarelli
Movimento per la Costituente Comunista

contro la repressione



il 9 Luglio, al Palazzo Comunale di Spoleto è stato presentato il libro: "Sono Michele detto Mec, come direbbero i giudici eh eh.", curato dal Comitato 23 ottobre.
Tanta gente e nomi conosciuti, come gli ex assessori del Comune di Spoleto Ragni e Galiotto, Consiglieri Comunali di varie città dell'Umbria, giornalisti che hanno speso una vita per l'informazione nella nostra città e non solo come Alfonso Marchese, televisioni nazionali come RAI 3 e LA 7. Ad illustrazione del contenuto del libro, che racconta i 9 mesi dell'operazione Brushwood, rendiamo pubblica la prefazione all'opera, scritta da Lucio Manisco storico cronista RAI dagli Stati Uniti, nonchè ex parlamentare europeo.
Comitato 23 Ottobre



UN VULNUS INTOLLERABILE AI DIRITTI PIU’ ELEMENTARI DEI CINQUE INQUISITI.

di Lucio Manisco


La lettura di questi saggi e delle molte testimonianze sui capi di accusa e sulla protratta detenzione del giovane Michele Fabiani e di quattro altri non meno giovani residenti di Spoleto suggerisce allarmanti analogie con quanto sta avvenendo nella repubblica stellata dopo il 9/11 soprattutto con il “Patriot Act”, la legge emergenziale anti-terrorismo che in termini di “indiscriminata applicabilità” rivela singolari analogie con gli articoli 270 e 270 bis del nostro Codice Penale. Del “Patriot Act” abbiamo discusso più volte dal 2001 ad oggi con il saggista e letterato statunitense Gore Vidal non solo per l’abrogazione de facto dello habeas corpus e del “Bill of Rights” ma su un piano specifico e personale come minaccia ai diritti ed alla libertà dello scrittore famoso in tutto il mondo e di personaggi ben più modesti come chi scrive durante le sue frequenti visite negli USA. Si è convenuto che entrambi potremmo andare a finire a Guantanamo per aver denunziato l’incostituzionalità dei provvedimenti del regime bushevico, di aver sostenuto la necessità di ricorrere alla procedura del “citizen’s arrest” nei confronti del Presidente e del suo vice-presidente e, data la pavidità del Congresso che non ricorre allo “impeachment”, di altre iniziative non consentite dalle preesistenti leggi, per fermare a qualsiasi costo un’Amministrazione che sta trascinando la superpotenza e il mondo intero nel baratro senza fondo di una grande guerra mediorientale e della devastazione ambientale del pianeta.
“Sono Michele, detto Mec, eh eh!” ci ha ora convinto che in Italia non c’è bisogno del “Patriot Act” per spedire il sottoscritto e molti altri a tener compagnia a Fabiani nel carcere di Sulmona: basta un’interpretazione estensiva del 270 bis e del 270 che risale al codice Rocco (poi esteso ma mai applicato compiutamente al reato di ricostituzione del partito fascista) in quanto sia l’uno che l’altro articolo del C.P. sotto i titoli di “Associazioni con finalità di terrorismo” e “Associazioni sovversive” intendono la “partecipazione” a tali associazioni anche in termini di promozione di “disegni eversivi degli ordinamenti democratici”. La “promozione” per non assumere il significato di reato ideologico o di opinione, non ancora previsti dal Codice Penale fino a quando non verrà modificato il mandato costituzionale, implica una diretta, consapevole, conseguente perpetrazione di altri reati. Il sottoscritto ad esempio ha promosso e fatto approvare dal Parlamento Europeo nel 2004 una risoluzione che condannava l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per chiaro e manifesto attentato alla libertà di stampa nel nostro paese, per violazione dell’art. 21 e di altri articoli della Costituzione, per controllo monopolistico ed uso ed abuso dei mass media a fini personali ed antidemocratici. Il sottoscritto ha quindi incontrato quel signore che forse ispirato dall’iniziativa dell’assemblea di Strasburgo ha lanciato un treppiedi fotografico sul collo del Presidente del Consiglio. Si deve alla mancanza di conseguenze per l’incolumità di Berlusconi ed alla sua rinunzia ad adire le vie legali contro chi lo aveva colpito, ma anche alla disattenzione del magistrato competente se chi scrive non è incorso nei rigori del 270 bis per avere promosso un attentato alla vita del Presidente del Consiglio.
Molto più zelanti nei confronti di Michele Fabiani e degli altri inconsapevoli inquisiti dell’operazione “Brushwood”, il G.I.P, i ROS e il Tribunale del Riesame che con laboriosa e immaginifica cura hanno attribuito ai cinque spoletini altri indizi di reati derivati per l’appunto dalla predicazione anarchica dell’allora diciassettenne “filosofo” Fabiani. Si tratta a dire il vero di pre-indizi e cioè di sospetti che possono a volte motivare un’azione investigativa ma che non possono trasformare in gravi indizi di reato le “affinità lessicali” e le “alterazioni semantiche” riscontrate dalle indagini, come ha invece fatto il Tribunale dell’esame in base all’art. 310 del Codice di Procedura Penale, all’unico fine di prolungare la detenzione di due inquisiti presumibilmente innocenti nel supercarcere di Sulmona. Nel suo saggio “Sperimentiamo l’anarchia” il Fabiani ancora minorenne aveva elaborato la teoria secondo cui la scelta di un’azione anarchica, violenta, non violenta, di resistenza civile o dichiaratamente e fattivamente rivoluzionaria, può essere determinata ed operata solo in base alle circostanze storiche, sociali ed ambientali in cui essa maturi.
Può apparire paradossale ma è più che giustificato ritenere che la teoria “filosofica” di un diciassettenne sia stata non si sa quanto inconsapevolmente tradotta in azione giudiziaria dalla magistratura di Perugia: le conseguenze più estremistiche della lotta al terrorismo che su modello USA colpisce ogni forma di dissenso, l’intrattabilità di un fenomeno marginale spontaneistico e quasi sempre dimostrativo come quello degli “anarchici insurrezionalisti”, e soprattutto il massiccio condizionamento dell’opinione pubblica ad opera dei mass media nostrani, i peggiori in assoluto per servilismo e irresponsabilità dell’intero mondo occidentale, sono in ultima analisi le “circostanze storiche, sociali ed ambientali” che possono avere determinato le scelte operative delle autorità inquirenti. Siamo certi che i pre-indizi - sospetti e l’assenza totale di prove porteranno nella fase processuale all’assoluzione degli inquisiti; resta il vulnus intollerabile inferto alla presunzione di innocenza e ai diritti più elementari di due dei cinque giovani dalla loro prolungata detenzione a Perugia e nel supercarcere di Sulmona.
E poi in questo caso non ci sembra appropriata l’ironica battuta secondo cui nella sua maestosa equanimità la legge colpisce sia il ricco che il povero rei di dormire sotto i ponti della Senna: nessun magistrato si è sognato di aprire un fascicolo su Bossi pronto con i suoi 300.000 “fucili caldi” a marciare su Roma mentre un vero e proprio accanimento giudiziario è stato posto in atto contro dei giovani a cui non è mai stato contestato il possesso di cinque fionde calde, fredde o a temperatura di ambiente.
Un’ultima nota personale a proposito dei mass media nazionali e di un quotidiano della provincia romana a cui ho collaborato per diversi anni fino al 1984 e che si è ora distinto nella criminalizzazione perversa ed infondata dei cinque, spesso al di là delle stesse accuse del pubblico ministero. A differenza di Michele Fabiani che si ostina a non confessare reati da lui non commessi, io confesso di essere colpevole di reato associativo per avere avallato, anche se dissenziente, il furto di verità costantemente posto in atto da quel quotidiano e più colpevolmente di aver fatto parte della categoria cosiddetta professionale del giornalismo italiano.
Per via delle attenuanti ad alcuni note posso solo appellarmi alla clemenza della Corte.

Lucio Manisco.