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lunedì 10 dicembre 2012

Operazione Bonifica la Calabria


Mi ucciderete, mi sotterrerete, ma io mi disseppellirò.
Sulla terra si affileranno ancora i coltelli dei denti.
Come un cane mi accuccerò sotto i pancacci delle caserme.
Comincerò rabbioso ad azzannare i piedi fetidi di sudore e di mercato....

Ho ascoltato la Calabria urlare queste parole.
Parole e parole di Majakovskij, tratte da una poesia del 1916, A tutto, che in tal risveglio autunnale dovrebbero evocare la voglia di riscatto e di ribellione ma nello stesso tempo la voglia di essere liberi.
Volere è potere, se vuoi, puoi.
Ed allora manifesto una mia ennesima provocazione.
Scritta su foglio virtuale, con una penna che penna non è.
Quello che è stato è stato, adesso è il momento di decidere. Ognuno ha una sua fetta di responsabilità, a volte amara, a volte semplicemente indigesta, del come la Calabria, perla annerita del Mediterraneo, soffre e lamenta il suo perdurante malanno da secoli.
Si deve scegliere cosa si vuole fare della Calabria ed in Calabria.
Il modello industriale emulativo, ma in modo altamente fallimentare per la società onesta, non per quella 'ndranghetista, delle esperienze del Nord Italia, non può più essere riproposto.
La Calabria non è terra che può ospitare industrie.
Eppure grandi ed immense zone sono state violentate, represse e depresse, per edificare mafiosi scheletri di profitto.
Per non parlare dell'abusivismo dell'edilizia, diventata ordinarietà, non più abusiva.
Abusiva in Calabria è la voglia reale di cambiamento.
Abusivo in Calabria è il rispetto della madre terra.
Abusivo in Calabria è quell'essere umano, diventato disumano, che ha sventrato ciò che andava tutelato, protetto, amato, difeso.
Un vanto, ora disincanto reale e non regale.
Ed allora propongo di realizzare in Calabria la più grande ed immensa operazione di bonifica mai vista forse in tutto l'Occidente.
Demolizione di tutte le case abusive, abusive secondo la legge di questo Stato, demolizione di tutte le zone industriali con annessi edifici, diventate e diventati semplicemente cimiteri di una esperienza nata morta, messa in sicurezza di tutto il territorio, insomma una grande ciclopica operazione di pulizia, che ha come scopo quello di riportare la Calabria ai suoi originari splendori, dovrà essere terra di agricoltura e turismo, cultura e ricerca.
Una operazione del genere, che durerebbe anni, oltre che creare posti di lavoro, conferirebbe un segnale che potrà essere emulato in altre zone del nostro non più Bel Paese.
Dovrà ovviamente intervenire l'Europa, quell'Europa che tanti soldi ha regalato alla Calabria, ma che ahimè, nella maggior parte dei casi sono stati sfruttati solo per il proprio individuale ed egoistico malaffare e profitto.
Sarà una prova di riscatto e di orgoglio per i Calabresi.
Dimostreremo al mondo intero che se lo vogliamo, possiamo, ma da soli non si può.
E' una proposta, che potrà essere accolta o cestinata, a noi la scelta.

Marco Barone

Ma la Calabria è ancora in Italia?

Cammini sul ponte che attraversa il Canal Grande di Trieste, osservi i lavori della nuova e controversa passerella, che in barba alla conformità storica ed architettonica del luogo, consentirà alle persone, nel rispetto pieno della frenesia quotidiana, di attraversare più rapidamente il canale .
Certo, si obietterà, quella passerella rientra nell'ottica programmatica del processo di pedonalizzazione dell'intera zona. Quindi, tutto normale.
Già, tutto normale.
E ti chiedi cosa è realmente normale?
Ritorno su una questione che ho denunciato più volte e che continuerò a fare.
Il silenzio silenzioso, quasi omertoso, che a livello informativo e mediatico, ruota intorno alla Calabria, ma anche sulle altre regioni del Sud.
Per fortuna esiste internet.
La rete.
La rete ti permette di sapere cosa accade nella tua terra, ed insieme alle informazioni che ti forniscono parenti ed amici, riesci a capire, chiudendo gli occhi, come si continua a vivere in Calabria.
Dico ciò perché in questo periodo è successo di tutto e di più.
Notizie che dovrebbero conferire una riflessione sociale e collettiva, notizie che dovrebbero sollecitare l'intervento reale di quello Stato che è , appunto, stato.
Lo Stato siamo noi, verrebbe da urlare.
Certo, peccato che non abbiamo strumenti ancora idonei per intervenire, peccato che da soli non si può, peccato che occorrerebbe quello spirito di solidarietà sociale che dovrebbe essere essenziale per aiutare una terra, un popolo, a risollevarsi.
E questo spirito di solidarietà sociale, prima di ogni cosa, deve partire dai media, dall'informazione, dalla stampa.
Ma così non è.
Ed allora mi chiedo è o non è notizia l'ennesima intimidazione che ha subito un giornalista in Calabria? Il caposervizio del Quotidiano della Calabria ,Michele Inserra., ha subito il furto della sua borsa in cui erano custoditi un computer e documenti su un’inchiesta che il giornalista stava e sta ancora conducendo,su 'ndrangheta e compagnia brutta.
E' o non è notizia la condanna a quattro anni di carcere e a cinque anni di interdizione, per corruzione aggravata dalla finalità mafiosa , dell'ex Giudice del Tribunale di Palmi?
E' o non è notizia la protesta degli operai dell'Italcementi di Vibo Marina?
L'Italcementi rischia la chiusura. E' una delle pochissime realtà industriali rimaste vive in Calabria.
La sua chiusura comporterà la disoccupazione per quasi 400 persone, tra indotto e lavoratori diretti.
E' o non è notizia l'ultima operazione della guardia di finanza che ha sequestrato beni per 50 milioni di euro nei confronti di presunti affiliati a cosche della 'ndrangheta coinvolti in un traffico internazionale di droga ?
E tante altre notizie vi sono, notizie che la stampa nazionale censura, notizie che possono essere lette solo nei giornali locali, presenti, per fortuna, anche su internet.

MarcoBarone

sabato 26 maggio 2012

Risposta alle calunnie di Calabria Ora

Al Direttore di Calabria Ora
Dott. Piero Sansonetti
Con preghiera di pubblicazione



Caro Direttore,
vedo oggi riportata sul giornale da te diretto, addirittura in prima pagina, la notizia (anche se tale non è e   spiegherò il perchè) delle dichiarazioni del pentito Lo Giudice Antonino circa un presunto sostegno elettorale a mio favore.
Infatti, queste stesse dichiarazioni calunniose e diffamatorie, che per quanto mi riguarda sono totalmente false e prive di qualsiasi fondamento, sono state  già oggetto di pubblicazione sul n. 6 del 28 luglio 2011 del Corriere della Calabria in un articolo a firma Lucio Musolino a cui è seguita una replica del sottoscritto pubblicata sullo stesso settimanale nel n. 7 del 4 agosto 2011.
Peraltro, l’articolo firmato da Consolato Minniti su Calabria Ora  del 25.5.2012 risulta particolarmente lacunoso e deficitario relativamente alle dichiarazioni del Lo Giudice che mi riguarderebbero e ciò evidentemente perché si vuole perseguire un intento diffamatorio.
Il giornalista di Calabria Ora  in una paginata di articolo, su di me scrive  “Lo Giudice ha anche riferito “sull’invito, ricevuto da Canzonieri Donatello, Monorchio Antonio, di votare Tripodi Michelangelo alle elezioni comunali: indicazione che i Lo Giudice non avevano seguito”.
Calabria Ora e  il suo giornalista si avventurano in un’operazione spregiudicata e discutibilissima sul piano deontologico e con evidenti finalità mirate a colpire la mia immagine e credibilità, poiché  seguendo quanto scrive Minniti “i Lo Giudice non avevano seguito l’indicazione a votare per me” e quindi, per quanto mi riguarda,  sono falsi il titolo della prima pagina, il titolo di pag. 7 “Ecco chi  aiutammo alle elezioni” e il sottotitolo di pag. 7 “il “nano” fa i nomi dei personaggi per i quali la cosca avrebbe raccolto voti”. Ma quando si deve calunniare tutto fa brodo, tant’è che Minniti omette di riportare per intero le dichiarazioni di Lo Giudice che mi riguardano e che smascherano la chiara macchinazione contro il sottoscritto.
Le dichiarazioni testuali del Lo Giudice estratte dal verbale risultano queste: “….Tripodi Michelangelo, se sbaglio non faccio, questo qui abita dove c’è il bar di Ficara Domenico… sotto il caffè Mauro ex caffè Mauro più avanti sulla destra dovrebbe abitare questo Tripodi Michelangelo…” e ancora “...in quanto Canzonieri, Monorchio Tonino trovandosi per caso sul … dove c’ha il bar mio cognato, Bruno Stilo, si sono fermati e mi hanno detto che stavano, stavano sostenendo a questo Michelangelo Tripodi per portarsi alle elezioni…Mi chiese se era possibile dare un po’ di voti a questo Michelangelo Tripodi”.
Ho avuto già modo di scrivere e in questa sede riconfermo che non solo sono orgoglioso di non conoscere Lo Giudice, ma anche le due persone, del fantomatico dialogo di cui parla Lo Giudice mi risultano totalmente sconosciute. Inoltre, quanto dichiarato dallo stesso Lo Giudice secondo cui avrei la mia abitazione nella zona dell’ex caffè Mauro, vale a dire nel quartiere reggino di Tremulini, risulta davvero incredibile e privo di qualsiasi fondamento.
Fandonia non avrebbe potuto essere più colossale.
In tal senso, a scanso di equivoci o di qualsivoglia ombra devo evidenziare e fare presente che le imbeccate ricevute dal Lo Giudice e di cui lui si fa megafono sono un’enorme, palese ed incontrovertibile bufala.
Infatti, dal lontano 1963, quindi da circa 49 anni, ho sempre avuto la residenza e il domicilio nel quartiere di Sbarre, sia da celibe che da coniugato. Quindi, nella zona opposta della città e a diversi chilometri di distanza. Inoltre, non sono mai stato proprietario, né ho mai affittato alcun immobile nelle adiacenze dell’ex caffè Mauro. Quanto affermo è facilmente verificabile: basta vedere il mio certificato storico di residenza e consultare una visura immobiliare.
Inoltre, solo per evidenziare ancora di più l’inconsistenza delle dichiarazioni del Lo Giudice, aggiungo che non sono stato mai candidato alle elezioni comunali, cosa che lo stesso afferma per come risulta nell’articolo di Minniti, se non nel lontano 1976 nella lista del PCI.
Sfido, pertanto, il calunniatore Antonino Lo Giudice a dimostrare il contrario.
Desta, purtroppo, grandissimo stupore e forte meraviglia che un giornale come Calabria Ora, sia incorso in un simile infortunio e si sia prestato ad amplificare una bufala di queste dimensioni, prodotta col chiaro obiettivo di confondere le acque per creare un polverone.
Infine, voglio ricordare che lo scorso anno a seguito dell’articolo apparso sul Corriere della Calabria non mi sono limitato a inviare al settimanale un’approfondita e documentata replica che sgombrava il campo da qualsiasi tentativo di strumentalizzazione.
Ho chiesto formalmente ed immediatamente gli atti al Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria dott. Giuseppe Pignatone ed ho chiesto ed ottenuto un incontro con lo stesso Procuratore per chiedere conto e spiegazioni di questa vicenda assolutamente incredibile.
Sono stato ricevuto nell’agosto 2011, qualche giorno prima delle ferie estive, dal Dott. Pignatone, insieme all’avv. Lorenzo Fascì, presso la sede della Procura.
In quella sede ho esposto la mia ferma protesta per le vergognose e false dichiarazioni del Lo Giudice, facendo presente che, viste queste circostanze, si stava correndo il rischio concreto di trasformare la vicenda reggina, caratterizzata da una presenza e uno strapotere assoluto ed asfissiante della ‘ndrangheta, in una paradossale situazione di gattopardesca memoria nella quale tutto è mafia e niente è mafia: un grande polverone che rende tutti uguali, senza alcuna distinzione.
Di fronte alle mie rimostranze, supportate da fatti precisi ed incontestabili, il dott. Pignatone ci informava che in vista del medesimo incontro aveva chiesto agli uffici  una verifica riguardo le dichiarazioni del Lo Giudice circa la mia persona e che era in grado di potermi formalmente comunicare, a seguito di un’informativa ricevuta da parte del dott. Renato Cortese, Dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria,  che nelle dichiarazioni di Lo Giudice c’era stato un “evidente errore e scambio di persona”, che si trattava di uno “schizzo di fango”e che si scusava anche a nome dei colleghi per questa incresciosa  vicenda nella quale ero stato incredibilmente coinvolto senza alcun fondamento, assicurandomi che la vicenda si doveva considerare conclusa.
Ma, evidentemente, nonostante la palese falsità così non è stato e si vuole insistere a rimestare la spazzatura per  cercare di sfregiare una limpida storia politica, personale e familiare incentrata costantemente nella lotta alla ‘ndrangheta. In tutti i ruoli di responsabilità politica ed istituzionale ricoperti ho costantemente avversato, con fatti concreti, le organizzazioni mafiose e, con orgoglio, ho sempre, pubblicamente, dichiarato di rifiutare i voti della ‘ndrangheta.
Queste mie scelte e convinzioni personali mi hanno fatto pagare anche pesanti prezzi personali. Un disprezzo e un ripudio assoluto, senza se e senza ma, che la Procura reggina conosce bene.
A Reggio sono chiare, lampanti ed evidenti le commistioni e le infiltrazioni della ’ndrangheta in ben determinati e, spesso, trasversali settori politici ed istituzionali. Sarebbe sufficiente continuare ad indagare a fondo e a 360 gradi su quanto è accaduto nelle elezioni regionali del marzo 2010. Basterebbe poco, infatti, per verificare, in primis nei quartieri e nelle zone ad altissima densità di presenza e penetrazione delle organizzazioni mafiose (vedi Archi), dove, come e in che misura si sono concentrati gli appoggi e i consensi delle famiglie di ‘ndrangheta.
Ovviamente. mi riservo di valutare tutte le iniziative legali a tutela della mia immagine e dignità così gravemente offese e danneggiate da pubblicazioni false e infondate come quella apparsa su Calabria Ora che si inquadrano in un palese disegno diffamatorio che mi vuole colpire.
Una cosa è certa: non mi faccio intimidire. Questa vicenda, tutta da chiarire e decifrare, non mi farà arretrare di un millimetro nel mio impegno nella lotta contro la ‘ndrangheta e le organizzazioni mafiose che infestano minacciosamente il nostro territorio.

Reggio Calabria, 25 maggio 2012
 MICHELANGELO TRIPODI


giovedì 23 febbraio 2012

Pecora è residente nella casa del boss

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Articolo molto interessante del Corriere della Calabria su Aldo Pecora e la casa del boss.
C'è a chi comprano la casa a sua insaputa e chi non sa dove è residente.
Questa è l'Italia e questa è anche la Calabria.

LE DICHIARAZIONI DEL COLONNELLO GIARDINA E LE SCOMPOSTE REAZIONI DI SCOPELLITI E DEL CENTRODESTRA

Le incredibili dichiarazioni che in queste ore esponenti grandi e piccoli del PdL stanno rilasciando in relazione alla testimonianza resa nel processo Meta dal colonnello del Ros dei carabinieri Valerio Giardina su Scopelliti e sul modello Reggio, destano grave sconcerto ed inquietudine.

Si tenta in tutti i modi di delegittimare un alto ufficiale dei carabinieri come il colonnello Giardina che ha svolto un ruolo fondamentale in diversi inchieste di mafia ed è stato tra i protagonisti dell’arresto del superlatitante Condello e di altri boss mafiosi.

Il colonnello Giardina, fino a ieri osannato da quegli stessi personaggi che oggi tentano di indicarlo al pubblico ludibrio, si è permesso di rivelare in una sede giudiziaria quello che a Reggio tutti sanno e nessuno dice. Egli si è macchiato del peccato di lesa maestà perché si è permesso di dire che nella città di Reggio Calabria esiste una lobby affaristico-mafiosa che domina sugli appalti e sulla vita della città, facendo i nomi e cognomi dei presunti responsabili a partire da quello dell’attuale governatore regionale Giuseppe Scopelliti.

Ovviamente si tratta di vicende e circostanze che dovranno essere approfondire e valutate nelle apposite sedi giudiziarie.

Ma non sarà il fiume delle dichiarazioni addomesticate pro-Scopelliti a cancellare la gravità dei fatti che vengono denunciati.

Sul piano politico è giusto e necessario evidenziare che al vertice della Regione Calabria è seduto un personaggio che non solo è plurindagato, ma che adesso compare anche nelle dichiarazioni ufficiali effettuate da un uomo delle istituzioni nel processo Meta.

Tutto ciò dovrebbe comportare un gesto che in altre realtà e per ragioni molto meno gravi avviene normalmente: le dimissioni dalla carica per poter liberamente e pienamente svolgere tutte le attività necessarie per la tutela della propria immagine.

Solo pochi giorni fa ci è giunta la notizia delle dimissioni del Presidente della Germania Cristian Wulff travolto dallo scandalo che lo ha visto coinvolto in relazione a un finanziamento a tassi di favore ottenuto da un imprenditore per costruire una casa in Bassa Sassonia. E qualche mese fa Chris Huhne, ministro dell'Ambiente britannico si è dimesso in seguito alla seguente, per gli standard britannici, "pesantissima" incriminazione: aver mentito alle autorità riguardo a una multa per eccesso di velocità nel 2003 poiché l’allora ministro avrebbe convinto la moglie ad addossarsi la colpa.

Come si vede si tratta di vicende di scarsissimo peso e importanza se paragonate alla gravità di tutto quello che riguarda il presidente Scopelliti. Ma saremmo illusi se pensassimo che in Calabria e in Italia possa vincere la normalità. Qui chi denuncia viene criminalizzato e chi è colpevole grida al complotto e fa la vittima.

Infine, noi che siamo esponenti di quella sinistra che il governatore Scopelliti nei giorni scorsi dai microfoni di una radio locale ha bollato come cialtroni, confermando anche nel linguaggio la sua ben nota arroganza e volgarità, vogliamo ancora una volta chiamarci fuori dal coro e conseguentemente esprimiamo solidarietà al Colonnello Valerio Giardina fatto oggetto di volgari attacchi e aggressioni di ogni genere da parte di vari esponenti del centrodestra reggino, calabrese e nazionale che sono contro la ndrangheta solo quando si arrestano i boss ma che si lasciano a scomposte reazioni quando le indagini toccano i rapporti tra mafia e politica.

Reggio Calabria, 22.02.2012

IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PdCI

MICHELANGELO TRIPODI


sabato 21 gennaio 2012

"Forconi":un pò di chiarezza

In questi giorni tutta la Sicilia è paralizzata dal blocco dei caselli autostradali e dei principali nodi di comunicazione da parte di un assai strano movimento detto “dei forconi”. Dopo un primo momento di disinteresse generale operato dai principali media nazionali e locali, la notizia è presto diventata di dominio pubblico, e sembra avere interessato un po’ tutti, dai social network ai giornali locali, imponendosi all'attenzione del grande pubblico.
Le proteste degli autotrasportatori della cosiddetta “forza d'urto”, nome che tra l’altro tristemente ci ricorda qualcosa di più “NUOVA” che purtroppo tanto nuova non è più, a cui si sono unite le proteste di agricoltori e braccianti, hanno già messo in ginocchio dopo pochi giorni di blocco i rifornimenti dell'isola, causando la mancanza di merci e generi di prima necessità, come carburanti vari ed alimenti.


Tale protesta ha creato un certo consenso tra la popolazione, coinvolgendo lavoratori e cittadini siciliani invitandoli ad unirsi ed a solidarizzare con i manifestanti,spingendoli ad informarsi sulle loro ragioni ed anche talune volte, convincendoli ad unirsi ai vari presidi.

Insieme al coinvolgimento dell'opinione pubblica siciliana, il movimento dei forconi ha fatto sorgere innumerevoli dubbi e interrogativi su quali fossero le concrete motivazioni che li hanno spinti a bloccare l'intera isola. Si notano strane ed inquietanti connivenze e similitudini politiche tra il movimento stesso e l'estrema destra, parole d'ordine demagogiche e populiste sono troppo spesso utilizzate per far leva sullo stato di reale crisi sociale ed economica del sistema. L’unica piattaforma rivendicativa appare confusa ed ivi si ritrovano richieste di stampo corporativistico, oltre che i soliti richiami all'indipendenza di un presunto stato siciliano.
Il quadro risulta purtroppo enigmatico e difficile da affrontare e capire.

Quello che è innegabile è che la protesta si fa forte di una reale e concreta situazione di disagio e malessere che nel nostro povero e meridione martoriato da politiche che negli ultimi 60 anni, dall’indomani della strage di Portella delle Ginestre, per intenderci, ha visto sempre più il malaffare e le organizzazioni mafiose collaborare con la politica per sfruttare e distruggere sempre più queste terre.
La rinascita del meridione Italiano deve partire certamente dal sud ed in particolare dai siciliani può tuttavia il movimento dei forconi rappresentare una speranza di emancipazione delle classi subalterne o piuttosto vi è il serio pericolo che lo stesso rappresenti il germe di una uscita a destra dalla crisi?

Dare risposta a questa domanda non è certamente compito facile perché se è vero che un sentimento di malessere diffuso c’è è anche vero le che fin troppo spesso nella storia si è verificato il drammatico fenomeno dell’autodifesa del sistema dominante da parte delle classi che comandano che, in maniera quasi scientifica mettono, a capo di tali sommosse popolari loschi individui che niente hanno a che vedere con l’emancipazione della classe proletaria che riempiendosi la bocca di belle parole e di facili entusiasmi fanno presa sul sottoproletariato facile da raggirare, utili proprio a fare da tappo per arginare quella che potrebbe essere una vera rivoluzione in senso socialista della società.

Chi dirige la protesta?
Cominciamo iniziando col capire la composizione della protesta.
Lo sciopero che sta paralizzando l'economia dell'isola che porta il profetico nome delle “cinque giornate per la Sicilia”, è stato indetto dal “movimento forza d'urto” e appunto dal “movimento dei forconi”.
Il primo riunisce attorno a sé gli autotrasportatori, vero nerbo della protesta, che con i loro tir bloccano i principali snodi viari dell'isola. Leader del movimento è tale Giuseppe Richichi, presidente della principale associazione di categoria siciliana e che in tempi recenti aveva dato vita al “Partito degli Autotrasportatori” che all'ultima tornata per la presidenza della regione ha appoggiato Raffaele Lombardo; poi Salvatore Bella, imprenditore del trasporto su camion in Sicilia, che vede un passato di militanza politica attiva tra la Dc, Forza Italia e Mpa.
Il secondo invece rappresenta la protesta degli agricoltori e dei braccianti, che da subito hanno aderito alla protesta. Tra i fondatori del movimento, nato dopo la visita nella provincia di Ragusa dell'allora ministro all'agricoltura Saverio Romano, tre soggetti dalle indubbie capacità di capipopolo ma dal nebbioso passato: Mariano Ferro ex acceso sostenitore del Mpa; Martino Morsello, segretario di “altra agricoltura sicilia” che comprende al proprio interno imprenditori e braccianti agricoli, nonché invitato fisso nei congressi regionali del partito neo-fascista Forza Nuova; Mariano Ferro, anch'egli fino a poco tempo fa, simpatizzante del Mpa.

Appare quantomeno bizzarro e contraddittorio come personaggi che fino a ieri erano contigui ed organici a quella cerchia di politica da loro stessa definita corrotta ed incompetente a cui a gran voce chiedono di vergognarsi per le male fatte ed a cui chiedono di restituire i soldi al “popolo siciliano” delle loro indennità da parlamentari, possano in così breve tempo, essere folgorai sulla strada di Damasco e dar vita ad una durissima protesta nei confronti proprio di quella classe dirigente che fino a non poco tempo fa, sostenevano e spalleggiavano.

Il sistema affaristico-clientelare dell'isola, che unisce con un sottile filo rosso il governatorato di Totò Cuffaro e quello di Raffaele Lombardo, è sicuramente tra le cause principali del dissesto dell'economia e dell'agricoltura siciliana. Non possiamo e non dobbiamo infatti dimenticare le responsabilità di Lombardo e del suo entourage nell'ingente sperpero di denaro, per esempio pensando alle centinaia di milioni di euro di fondi Fas ancora inutilizzati che, se correttamente impiegati, avrebbero sicuramente migliorato la drammatica situazione in cui versa l'economia siciliana. Oppure facendo riferimento ai 150 milioni di euro impiegati per costituire i famigerati corsi di formazione professionale, individuati come strumento per dare lavoro a migliaia di disoccupati, ma che in realtà si sono rivelati strumenti di clientela politica nelle mani di Lombardo, attraverso cui poter conservare e rigenerare il proprio bacino elettorale, senza considerare come ormai siano migliaia i lavoratori (per la maggior parte neo-laureati) che ancora non hanno ricevuto il becco di un quattrino. Soldi sprecati, anzi meglio, utilizzati per salvaguardare, mantenere e rafforzare il sistema di clientele nella nostra terra, che da sempre hanno garantito al potente di turno la possibilità di mantenere saldo il proprio potere e i propri interessi, mortificando e degradando le grandi esigenze della nostra terra.

Quali rivendicazioni?
Passiamo dunque a valutare le rivendicazioni della protesta.
Colpisce in prima battuta l'assenza di una chiara piattaforma scritta: le richieste sono facilmente deducibili da volantini e da interventi che si riescono a leggere o sentire. Parole d'ordine sono semplici ma confuse, che spesso si macchiano del vizio di populismo e di demagogia: si sente parlare di defiscalizzazione del petrolio estratto nell'isola, la necessità di dichiarare indipendente il popolo siciliano [sic!] dall'oppressione dei “continentali”, la volontà di far risollevare l'agricoltura isolana e non mancano le solite litanie circa la distruzione della casta.
Insomma, la confusione regna sovrana sotto al cielo.
Non per questo però non possiamo cercare di addentrarci nelle reali motivazioni che hanno spinto genuinamente e in buona fede molti lavoratori ad avvicinarsi alla protesta.

L'agricoltura.

Senza dubbio condivisibile appare il grande malessere dei braccianti per la drammatica situazione in cui versa l'agricoltura siciliana. Merci invendute, macchinari antiquati, troppa concorrenza. Impossibile affermare che non abbiano ragione. Ma chi sono i veri responsabili di questo stato di cose? Sicuramente deve essere annoverata la programmazione di una economia continentale (europea) agricola. Sullo stesso mercato ad esempio il consumatore trova arance siciliane e spagnole, con prezzi di gran lunga inferiori per le seconde grazie ad una politica produttiva più capace e a grandi disuguaglianze sul piano strutturale. In questo senso, numerosissimi sono stati e continuano ad essere sussidi e forme di assistenzialismo al settore, per esempio con finanziamenti per alcuni miliardi di euro nel PSR (piano sviluppo rurale). Una pioggia di denaro di provenienza sia europea (ricordiamo che ai sensi del trattato istitutivo dell'Ue, l'agricoltura è materia di competenza esclusiva europea) che ministeriale, che evidentemente non è stata investita sapientemente da chi negli anni si è trovato seduto nelle comode poltrone di palazzo d'Orleans, ma che, parimenti ha visto anchespesso e volentieri gli stessi imprenditori agricoli attuare un comportamento cattivo e connivente con la mala-politica beneficiando così dei sussidi, con truffe, raggiri osperperi di varia natura. Questa convergenza di fattori fa sì che l'agricoltura siciliana sia una delle più depresse e improduttive dell'intero continente europeo, con la conseguente scesa in piazza dei contadini assieme agli autisti dei tir. E' necessario considerare però che il blocco alle merci in questi giorni sta creando ancora di più ingenti danni alla economia agricola dell'isola, con tonnellate di merci pronte da consegnare che ammuffiscono nelle cassette e che impediscono il raccolto degli altri prodotti sui campi.
Sempre sul versante dell’agricoltura, bisogna notare anche la totale assenza, tra le battaglie dei “forconi”, quella dei beni comuni e soprattutto dell’acqua che, in generale, ma soprattutto nel mondo agricolo rappresenta un bene inestimabile, non una parola spesa circa la volontà di volerla privatizzare, non una parola sulla loro idea della gestione delle acque che è bene ricordare in Sicilia troppo spesso le acque vengono sciupate e disperse in mille rivoli di acquedotti vecchi ed antiquati.

Il prezzo dei carburanti.

Le rivendicazioni degli autotrasportatori e dei pescatori si concentrano sugli aumentidel prezzo dei carburanti che in pochi anni è cresciuto di circa il 30%. Una vertiginosa impennata dovuta sia alle quotazioni di mercato dell’oro nero salgono di ora in ora, esia all'aumento delle accise voluto dal governo Monti.
Impensabile, a a loro dire, una tale situazione, considerando che in Sicilia si produce e raffina petrolio, contribuendo al fabbisogno italiano per circa il 70%.
A tal proposito chiedono una non meglio precisata defiscalizzazione sulla lavorazione e sulla distribuzione del greggio siciliano, una sorta di neo-protezionismo nei confronti del petrolio estratto sull'isola.
La questione si riduce ad una mera pretesa corporativa chiedendo, in pratica, che lo Stato diminuisca o elimini la tassazione globale sul prodotto siculo.
Nessun ragionamento di più ampio respiro, nessun riferimento volto verso una riforma che faccia un sistema fiscale omogeneo e progressivo in tutto il territorio nazionale.Bisogna dire a tal punto, che in barba alla tanto decantata indipendenza siciliana, la Sicilia è l'unica regione italiana a godere della riscossione diretta delle imposte sul reddito, tassa che permette di avere grandi introiti nelle casse della regione. Un grande flusso di denaro che evidentemente, ancora una volta, non viene gestito nel migliore dei modi dalla politica siciliana.

Questione dopo questione quindi, i responsabili dello stato delle cose attuali in Sicilia sono sempre la corruzione, il malaffare e la malavita organizzata.

Una cosa è certa, il movimento dei “forconi” raccoglie sempre con maggior forza, basti fare un giro a Catania e provincia, il sostegno e la solidarietà di organizzazioni politiche di estrema destra, che nei loro simboli e nei loro statuti hanno chiari riferimenti alla xenofobia ed al fascismo, come Forza Nuova.
Giungono voci che i militanti dei “forconi” e di “forza d’urto” abbiano un concetto un po’ distorto del diritto di sciopero. Pare che abbiano perpretrato azioni di squadrismo e minaccia al fine di obbligare chi non aveva intensione di scioperare.
Sicuramente tutto ciò ci lascia molto perplessi circa il nostro giudizio su tali movimenti di protesta.

Sarebbe tuttavia, molto sbagliato non considerare nel nostro ragionamento tutti coloro i quali in buona fede e con passione sono scesi in piazza a gridare il loro malessere e a denunciare la loro condizione, che però si ritrovano ad essere strumentalizzati da un movimento che non ha ancora chiarito i suoi obiettivi politici e di mobilitazione. Troppe domande e troppi interrogativi impediscono il formarsi di unaopinione consolidata sul “movimento dei forconi”, da dove è nato e dove vuole arrivare.
È per questa ragione che bisogna chiedere con forza al più grande sindacato dei lavoratori che è la CGIL di intervenire e prendere in mano la questione indicendo uno sciopero generale serio e concordato di non meno di una settimana che dica a Monti e a tutte le forze reazionarie che l’Italia vuole ripartire, che il sud si rialza e lo fa a partire dalle tematiche sociali e dal lavoro che è un diritto per tutti.

Non è pensabile poter riporre le nostre speranze rivoluzionarie (utilizzo volutamente il termine con la stessa leggerezza con cui ne sentito parlare dai leader dei forconi) inun movimento come questo, che porta dentro di se i germi di quella politica che ha rappresentato e che rappresenta l'ostacolo più grande al progresso e alla riscossa della Sicilia. Non possiamo appiattirci su rivendicazioni che non sono ancora state chiarite e che in ogni caso non appartengono alla nostra cultura e tradizione politica. Non possiamo scendere in piazza a fianco degli organizzatori di questa protesta, amici sino a ieri di quel sistema di potere responsabile maggiore dell’arretratezza sociale ed economica della Sicilia che governa da 60 anni, che noi comunisti denunciamo e combattiamo quotidianamente con le nostre lotte. Dovrà anzi essere nostro compito smascherare la presunta strumentalizzazione che stanno vivendo sulla pelle migliaia di lavoratori onesti, squarciando quel velo di ipocrisia e di oscurità che aleggia attorno a questa protesta.
La lotta, la protesta, la mobilitazione, quella vera e genuina è possibile anche nella nostra isola, storicamente considerata una terra conservatrice e reazionaria. Tocca a noi, sapendo canalizzare ed interpretare il malessere che attraversa tutta l'Italia, da Milano a Palermo, cercare di dare un volto definito alla protesta introducendo contenuti, supporti ed analisi, che fino ad adesso, le sono stati estranei.

Emanuele Pagano
segreteria nazionale FGCI

Vincenzo Rosa
Coordinatore FGCI Catania

martedì 10 gennaio 2012

Solidarietà al giornalista Lopreiato

Le gravissime minacce ricevute dal giornalista Nicola Lopreiato caposervizio della Gazzetta del Sud di Vibo Valentia, contenute in una lettera inviatagli dal detenuto Leone Soriano, presunto capo ‘ndrangheta di Filandari, rappresentano una nuova sfida e un inequivocabile attacco alla libertà di stampa.
In primo luogo, quindi, a nome mio personale e dei Comunisti Italiani della Calabria, esprimiamo al dott. Lopreiato e alla sua famiglia la piena e incondizionata solidarietà e vicinanza del PdCI per la pesantissima intimidazione subita.
Contestualmente invitiamo il professionista vibonese a proseguire, senza alcun tentennamento, nella sua preziosa quotidiana attività e nel suo “scomodo” lavoro finalizzati ad informare la collettività in un territorio difficile e complicato.
Certamente questa vicenda pone, però, degli enormi interrogativi.
Ha, pertanto, ragione il segretario del Sindacato Giornalisti della Calabria e componente della Giunta Esecutiva Fnsi, dott. Carlo Parisi, nell’evidenziare, pubblicamente, il paradosso costituito dalle azioni di chi vorrebbe imbavagliare la stampa e che, contestualmente, consente ad un detenuto di scrivere e spedire, tranquillamente, dal carcere una lettera di minacce ad un giornalista che svolge il duro mestiere di cronista.
E’, quindi, del tutto evidente che è necessario un intervento per evitare il ripetersi di atti di questa eccezionale gravità.
Il tema della libertà di stampa, diritto costituzionalmente garantito, è attualissimo.
E’, pertanto, indispensabile porre al centro delle emergenze la denuncia contro i tentativi di zittire e imbavagliare la stampa e i tantissimi cronisti che, con grandi rischi e in assoluta solitudine, svolgono un basilare e indispensabile servizio di civiltà e democrazia. 

Michelangelo Tripodi
Segretario regionale PdCI - Calabria

mercoledì 4 gennaio 2012

Sostegno del PdCI al Consorzio GOEL

Il vile attentato, di chiaro stampo mafioso, contro il consorzio sociale Goel, guidato dal coraggioso Vincenzo Linarello, rappresenta un colpo durissimo inferto contro tutti i  calabresi onesti.
L'ordigno fatto esplodere davanti all'ingresso del ristorante "La Grotta", gestito da un gruppo di migranti nell'ambito di un pregevole progetto di inserimento lavorativo per gli immigrati rifugiati politici e realizzato in partnership tra il Consorzio Goel e il Comune di Caulonia, offende le coscienze di tutti i coloro i quali credono nei valori, costituzionalmente garantiti, dell’accoglienza e della solidarietà.
Pertanto, a nome dei Comunisti Italiani della Calabria esprimo la piena e incondizionata solidarietà a Vincenzo Linarello e a tutti gli operatori del consorzio Goel, con particolare attenzione ai lavoratori migranti.
Il Consorzio Goel costituisce un’ encomiabile e lodevole iniziativa finalizzata a realizzare accoglienza e integrazione. Chi ha tramato nell’ìombra contro di esso ha compiuto uno sfregio alla Calabria civile e democratica.
La semplice, quanto doverosa, solidarietà, che viene troppo spesso espressa per episodi simili e che purtroppo non accennano a fermarsi, non basta più.
Le Istituzioni, a partire dalla Regione, devono agire concretamente per manifestare attenzione e sostegno, attraverso fatti concreti e azioni tangibili.
In tal senso, noi Comunisti Italiani auspichiamo che, rapidamente, con il contributo e l’intervento delle Istituzioni si possa procedere a rendere agibile il ristorante “La Grotta”.
Sarebbe davvero  un bel segnale a dimostrazione che c’èancora una Calabria aperta e multietnica, che non si piega davanti alla prepotenza e all’arroganza della ‘ndrangheta e delle cosche mafiose.

Michelangelo Tripodi 
Segretario regionale PdCI - Calabria

mercoledì 28 dicembre 2011

Solidarietà al sindaco di Polistena

Il PdCI della Calabria esprime piena vicinanza e totale solidarietà al compagno Michele Tripodi, sindaco di Polistena, e alla sua famiglia fatti oggetto nei giorni scorsi di un gravissimo atto di intimidazione in chiaro stile mafioso.
Il furto avvenuto in due momenti diversi di due autovetture in uso a Michele Tripodi e alla moglie rappresenta un fatto di gravità inaudita anche per la particolare spregiudicatezza delle azioni criminali avvenute nel pieno delle festività natalizie.
E’ un gesto che suscita sconcerto, allarme e preoccupazione nella comunità polistenese e nell’intera regione perché con esso si vuole colpire e intimidire il lavoro proficuo di cambiamento che il Sindaco comunista di Polistena Michele Tripodi e la sua Amministrazione stanno portando avanti per rilanciare Polistena e farla tornare ai fasti del passato.
Evidentemente dà fastidio l’azione intrapresa dalla nuova Amministrazione di Polistena diretta a garantire il ripristino delle regole, della legalità, della trasparenza e della partecipazione  nella pratica amministrativa e nel rapporto con i cittadini.
Si vuole in tutti i modi, leciti e illeciti, fermare il processo di rinnovamento che a Polistena è stato avviato negli interessi della popolazione e che, ne siamo certi, andrà ancora più avanti perché atti intimidatori come questi non faranno altro che accentuare l’impegno intrapreso per rilanciare Polistena.
Il PdCI della Calabria nel confermare pieno appoggio al compagno sindaco Michele Tripodi, alla sua famiglia e agli amministratori comunali si impegna ad assumere tutte le iniziative più opportune ed adeguate per sostenere lo sforzo politico-amministrativo che a Polistena si sta realizzando e per sollecitare tutti gli organi e le autorità competenti a garantire e tutelare il pieno diritto all’esercizio delle funzioni di governo, democraticamente affidate dal voto del popolo al Sindaco e all’Amministrazione Comunale.
In tal senso, il PdCI chiede alle forze dell’ordine e alla magistratura che fin da subito vengano avviate tutte le più opportune indagini per individuare e colpire i responsabili e gli eventuali mandanti di queste azioni intimidatorie che non possono rimanere impunite.  

Reggio Calabria, 28.12.2011
                                                                      LA SEGRETERIA REGIONALE DEL PdCI

mercoledì 23 novembre 2011

Comunicato su inchiesta Astrea

L’inchiesta “Astrea” condotta encomiabilmente dalla Guardia di Finanza e dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria consegna un quadro tragico e drammatico rispetto agli altissimi livelli di infiltrazione e di totale dominio della ‘ndrangheta nell’economia e nelle istituzioni, a partire dal comune di Reggio Calabria.
Il provvedimento del Gip, dott.ssa Tommasina Cotroneo, basato sulle indagini condotte dalla Procura reggina e dalla Guardia di Finanza, ha, palesemente, certificato che la società mista Multiservizi è, per la parte privata, in mano alla potente e temibile cosca Tegano di Archi.
Una verità tanto cruda quanto inoppugnabile: un vero e proprio pugno in faccia a tutti i reggini, i quali assistono increduli al crollo etico della città, causato da una classe dirigente corrotta che ha portato Reggio Calabria alla bancarotta morale e finanziaria.
Una vergogna senza limiti che evidenzia l’enorme degrado provocato dal Pdl e dal centrodestra.
L’inchiesta “Astrea” evidenzia, con chiarezza e senza sofismi, che il Comune di Reggio è, nei fatti, in società con la ‘ndrangheta.
Quanto accaduto non ci sorprende affatto e, anzi, ci porta ad affermare il classico: “noi lo avevamo detto, ma, volutamente e in evidente malafede, non siamo stati ascoltati. Anzi, abbiamo ricevuto insulti e non solo….”.
Infatti, da molto tempo, abbiamo ripetutamente, pubblicamente, dichiarato, basta leggere i nostri comunicati degli ultimi mesi, che le società miste del comune di Reggio rappresentano il vero crocevia e il grumo di tutti i grandi interessi illeciti e illegali della città.
Lo abbiamo detto e ridetto, ma ci siamo scontrati con l’inquietante ed assordante silenzio dell’amministrazione comunale. Da parte degli amministratori, infatti, non vi è stata nessuna parola, nessuna risposta e nessun intervento concreto per porre fine a questa gravissima e inaccettabile situazione che, ormai, era sotto gli occhi di tutti.
L’inchiesta “Astrea” consegna una verità limpida e indelebile: la Multiservizi è una palude, nella quale, come recentemente affermato anche dal pentito Moio, le cosche della ‘ndrangheta sono presenti con il 49% del capitale sociale.
La città si trova, quindi, ad un punto di non ritorno verso il quale è indispensabile, e non più rinviabile, un intervento chiaro, risolutivo e definitivo di vera e propria igiene morale: il Comune, salvaguardando tutti i posti di lavoro, deve uscire immediatamente dalla Multiservizi e dalle altre società miste.
Non è, infatti, assolutamente ammissibile continuare nell’attuale condizione scoperchiata dalla Magistratura, nella quale, ripetiamo per l’ennesima volta, il Comune di Reggio è socio in affari con la ‘ndrangheta.
Auspichiamo, inoltre, che il neo-Ministro degli Interni Cancellieri e il Prefetto Varratta assumano le iniziative più idonee e opportune per ristabilire gli indispensabili valori della legalità e dell’etica nella città e nel Comune di Reggio Calabria.

Reggio Calabria lì 18 novembre 2011

 Aldo De Caridi                                                                                
 Segretario cittadino IdV   
                                                          
 Ivan Tripodi
Segretario cittadino PdCI

giovedì 27 ottobre 2011

Aggressione alla stampa

Gli episodi di vera e propria intimidazione nei confronti di alcuni giornalisti ed operatori radiotelevisivi avvenuti durante lo svolgimento dell’odierno Consiglio comunale di Reggio Calabria, rappresentano una gravissima minaccia al normale esercizio della libertà di stampa.  Libertà di stampa che, fino ad oggi, nonostante il comportamento anti-democratico tenuto dal sindaco Arena, è ancora costituzionalmente garantita. Anzi, è bene ricordare, si tratta di un pilastro della nostra democrazia.
Pertanto, la decisione, dispotica e intimidatoria, adottata da Arena, il quale ha inviato la Polizia Municipale per procedere all’identificazione di un giornalista del Corriere della Calabria e dell’operatore della troupe televisiva di Telereggio, rappresenta un episodio gravissimo ed inquietante. Si tratta di pericolosi segnali, tangibili e drammaticamente concreti, che evidenziano la mancanza del benché minimo rispetto delle basilari regole democratiche. Un triste punto di non ritorno.
Siamo arrivati ad un momento nel quale la libera stampa - colpevole, nei fatti, di informare la cittadinanza sull’enorme disastro amministrativo e sulla voragine finanziaria causati dal PDL di Scopelliti e Arena - non può svolgere la sua funzione e il suo ruolo.
Ci troviamo di fronte a fatti ed episodi di una gravità eccezionale che si inseriscono in una strategia, scientemente studiata, che mira a imbavagliare, anche a Reggio, la stampa e i giornalisti.
Ovviamente questo disegno non passerà, poiché troverà un muro invalicabile costituito dalla stragrande maggioranza del popolo libero, a partire dai Comunisti Italiani.
In tal senso, siamo vicini a tutti i giornalisti e a tutte le testate per quanto accaduto e li invitiamo a proseguire nel loro difficile impegno e nel duro lavoro quotidiano per informare ed informarci su tutto lo sfascio provocato dal decrepito “modello Reggio”: un modello utilizzato per truffare e rubare il denaro pubblico e della collettività.
Infine, suggeriamo al sindaco Arena, evidentemente particolarmente acerbo nella conoscenza della Costituzione, sulla quale, però, da sindaco, ha solennemente giurato, di andare a leggere e, eventualmente, imparare a memoria l’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana.
E’ evidente che ne ha tanto ed enorme bisogno.

Partito dei Comunisti Italiani 
Reggio Calabria lì 21ottobre 2011

giovedì 30 giugno 2011

Iniziativa della Federazione della Sinistra a Vibo Valentia

“COMINCIAMO DA NOI…”

Su iniziativa della FEDERAZIONE DELLA SINISTRA, si svolgeranno una serie di incontri per dialogare su quelle che sono le reali problematiche del nostro territorio.
Un laboratorio sperimentale, un confronto aperto all’aperto, senza microfoni e “riflettori”. LA VERA DEMOCRAZIA DAL BASSO!!! 

Giovedì 30 giugno ore 19.00 Piazzetta antistante Istituto d’Arte

"LEGALITÀ, ANTIMAFIA: CHE LA RIVOLUZIONE ABBIA INIZIO"


Partecipano: 

• Don Tonino Vattiata: “Libera, contro tutte le mafie”;
• Francesco Mobilio: “Il Quotidiano della Calabria”;
• Anna Laura Orrico: “Ass. Io Resto in Calabria”
• Cristina Mazzei: “Ass. Laboratorio Culturale 2.0”
• Teresa Esposito: “CGIL”
• Matteo Aquino: giovane laureato tesi di laurea “Ndrangheta e Pubblica Amministrazione”
• Domenico Servello: “Italia dei Valori”

lunedì 20 giugno 2011

Solidarietà a don Nino Vattiata

Conosciamo Nino da anni e sappiamo che grande persona è e quanto tiene a questa terra, in virtù di questo non possiamo che sentirci indignati, schifati, arrabbiati per quanto è successo ma non di certo demoralizzati. È l’ennesimo tentativo questo, da parte di quelle mele marce che infangano il buon nome della nostra terra, di far tacere quelle voci libere e senza paura, come quella di don Nino Vattiata.
Come lui stesso dice, è difficile capire il motivo per il quale è stato commesso questo atto così vile e vigliacco, essendo lui impegnato su più fronti nella lotta alla ‘ndrangheta e per la legalità. Componente di spicco dell’associazione “Libera”, che lotta contro tutte le mafie, è un punto di riferimento per i tanti giovani, cattolici e non, che vedono in questo ragazzo uno spirito puro e senza paura. Molti di noi sono iscritti all’associazione Libera di Vibo Valentia, anche per questo ci sentiamo vicini al nostro amico Nino, quello che è stato fatto a lui lo avvertiamo come fosse stato fatto a noi, e come lui non ci sentiamo intimoriti da questo attacco.
Questo ennesimo episodio, l’ultimo di una lunga serie nella nostra provincia, mira a intimidire e a mettere paura a chi ha nella propria indole la lotta alla ‘ndrangheta, al malaffare e alla malapolitica (molto spesso una cosa sola) ma non ci riusciranno perché Nino e tutti gli altri non sono da soli.
La parte sana di questa terra, che è la stragrande maggioranza, è con Nino e con tutti quelli che NON VOGLIONO MORIRE DI ‘NDRANGHETA.
Noi siamo sicuri che insieme possiamo sconfiggere la ‘ndrangheta, tutti insieme, tutti uniti nella speranza di sentire il fresco profumo della libertà. Come diceva qualcuno: “Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia” e noi vogliamo iniziare a vivere la realtà!
 
FEDERAZIONE DELLA SINISTRA - Vibo Valentia

sabato 22 gennaio 2011

Calabria: Fgci contro la 'ndrangheta dalla parte dei Kalafro

Per caso , girando su Facebook in questi giorni , ho trovato molti link che conducevano ad un video musicale intitolato “Kalafro – Resistenza sonora”. Incuriosito dal titolo strettamente conforme ai miei ideali è nata in me la grande curiosità di ascoltare questo pezzo. Oltre ad  un accativante e splendido ritmo reggae e nella vibrazione folk che li caratterizza come una realtà fortemente legata alla terra di origine {da quanto dice la loro biografia},quello che mi ha maggiormente colpito è il testo. Cantato con passione e con l’esplicito linguaggio tipico del rap , trova il suo inizio con il termine profondamente significativo “Sogno”.
E’ infatti un grido di speranza di una rivolta popolare contro chi ogni giorno rovina questa terra bellissima costringendola alla povertà e ad abbassare la testa. Non a caso infatti nel testo si legge :” Non abbassare la tua testa, tu non farlo mai!Non devi dargliela per vinta, no, non farlo mai!Se senti vento di rivolta te ne accorgerai,ora e sempre: Resistenza!”.
Non mancano inoltre i riferimenti alla politica nazionale e al premier Berlusconi [Mentre il Presidente mente al PM di Milano ad Arcore è nascosto il vero Provenzano ; {cit. }] che , più di tutti , in questi anni ha dimostrato di non voler combattere realmente le ‘ndrine concentrandosi invece su leggi ad personam ( oltre che ad aziendam,ndr) e all’anti-meridionalista Federalismo fiscale. Bel modo di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia dividendola dal punto di vista economico.
Tornando ai Kalafro. Soddisfatto dal loro pezzo e dal video che narra la storia di un commerciante che si rifiuta di pagare il pizzo e di tenere alta la testa a costo della sua stessa vita, ho voluto saperne di più. Andando sul loro sito ( kalafro.it,ndr ) ho scoperto che sono un collettivo musicale attivo sin dai primi anni duemila a Reggio Calabria. Ma la cosa che mi ha colpito maggiormente è stato scoprire che il loro ultimo cd , nel quale è contenuto il pezzo di cui sopra, è stato prodotto interamente coi soldi confiscati alle cosche mafiose, grazie anche alla collaborazione del Museo dell’ndrangheta.
L’unica cosa sulla quale posso non trovarmi d’accordo con il collettivo è  la loro convinzione ( stando alla biografia online) che per combattere il fenomeno mafioso non servano fiaccolate e arresti bensì un’insurrezione popolare armata. Io penso invece che se veramente vogliamo cambiare le cose e liberare la nostra amata e bellissima terra, dobbiamo portare avanti una rivolta culturale (alla quale il collettivo partecipa anche con i cd dedicati ai Briganti) e pretendere una riforma del codice penale, della quale sente il bisogno anche Nicola Gratteri ( Procuratore Aggiunto della DDA reggina, da 21 anni sotto scorta) che ne ha parlato più volte nel corso delle interviste a lui dedicate.
Questa riforma serve a rendere sconveniente e maggiormente punibile il fenomeno mafioso, e deve partire dalla politica che deve , una volta per tutte, impegnarsi a combattere l’ndrine che oltre a martoriare il sud , stanno prendendo il controllo del nord investendo capitali nelle grosse aziende e puntano all’Expo 2015 di Milano.
“Meridionalizzando” una frase celebre di Saviano, dobbiamo dimostrare di essere la calabria di Gratteri, di Pignatone , del procuratore generale Di Landro e di non essere più la terra dei De Stefano, dei Piromalli e dei Pelle. Dobbiamo denunciare il fenomeno mafioso e combatterlo sempre , non solo quando esso agisce mettendo a ferro e fuoco la città, con armi che sono e saranno sempre più potenti di qualsivoglia fucile , ovvero con la cultura,con l’onestà e con la legalità. Rimanendo a testa alta al fianco di chi , come i Kalafro, non vuole più vedere le nostre strade macchiate di sangue.
Spetta a noi politici inoltre, far capire alla gente la gravità di eventi come quelli che ,secondo intercettazioni, vedono il governatore Scopelliti cenare con ‘ndranghetisti, anche se non costituiscono estremi per procedere per via legali. Ci spetta portare avanti la questione morale anche contro la mafia.
Spetta ai cittadini invece, gridare ogni qualvolta si parli di mafie :”Ora e sempre Resistenza!”
“...se ogni giorno chi ha paura muore con il suo destino,io morirò una volta sola come Borsellino..”

Francesco Masè
Coordinamento Nazionale FGCI
 

martedì 7 dicembre 2010

Risposta di Michelangelo Tripodi a Scopelliti

La propaganda e le campagne mediatiche per vendere fumo non bastano più se adesso il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Scopelliti è costretto addirittura a”sfogarsi” per una situazione come quella reggina che gli è
sfuggita di mano e sulla quale stanno emergendo quotidianamente le sue gravissime e pesanti responsabilità politiche e personali, che sono talmente grandi che ormai irrompono nel circuito dell’informazione nonostante il
chiaro tentativo di indirizzare a senso unico le notizie e la comunicazione.
Non è, dunque, un caso se Scopelliti si è abbandonato ad una gratuita e indegna aggressione nei miei confronti e verso altri esponenti del centrosinistra che per la loro limpida azione politica e istituzionale sono stati fatti oggetto di attacchi di cattivo gusto e di bassa lega, tali da infangare lo stesso ruolo di Presidente della Regione che non era mai stato portato ad un simile livello di degrado e di squallore.
Per il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Scopelliti, garantista - nel senso che garantisce i suoi amici- le opposizioni fanno piovere fango su Reggio. Città tanto amata da lui da abbandonarla due anni prima della scadenza del suo mandato. Ma quell’accusa, accompagnata da un largo turpiloquio, non è assolutamente vera. 
Scopelliti, nel suo delirio di onnipotenza, semplicemente nega la concreta realtà.  
Non vede la città immersa nei rifiuti, i debiti fuori bilancio e il dissesto finanziario incombente come dichiarato da esponenti del governo nazionale, i lavoratori delle società miste che non ricevono neppure lo stipendio, le ditte e gli imprenditori che hanno inviato montagne di decreti ingiuntivi per i mancati pagamenti, i precari che non vengono stabilizzati, le tasse e i tributi che aumentano in maniera esorbitante mentre i servizi sono sempre più scadenti, la signora Orsola Fallara che si autoliquida parcelle milionarie, i consiglieri e assessori comunali della sua maggioranza presenti nelle più importanti inchieste di ‘ndrangheta, gli atti dell’amministrazione comunale negati ai consiglieri comunali, le amicizie discutibili e decisamente pericolose. In sostanza non vede il disfacimento di un modello che Scopelliti continua a vantare ma che io ritengo di poter definire in modo che tutti possano capire “Modello Scopelliti-Fallara”. Nè vede né legge. 
Proprio nel suo numero odierno Il Sole-24 ore informa che Reggio è l'ultima tra le province calabresi nella classifica sulla qualità della vita  e si attesta al 103/mo posto, perdendo dodici posizioni rispetto all’anno scorso. Da tutto ciò si difende, fantasticando una realtà diversa, che si sforza d’imporre con la ciarlatanerìa, con l’arroganza, con l’insulto, con il tentativo sciocco di spostare l’attenzione su altro.  
E’ davvero puerile il cosiddetto sfogo di Scopelliti, che, dopo aver lanciato in pista, consiglieri  regionali e comunali, prende lui stesso la parola per stabilire ciò che è vero e ciò che è falso. E inopinatamente attacca la stampa che sarebbe invasa dai giornalisti comunisti (affermazione che non fa più neanche il suo capo bunga-unga Berlusconi), che fanno la caccia alle streghe e intanto tacciono sul fatto che “Michelangelo Tripodi ha un consulente che ha rapporti con i Pelle”. E su questo “ha” o Scopelliti sbaglia il tempo grammaticale o è un incallito calunniatore, un mentitore che sa di mentire. E lo dimostro. 
Non sono più consigliere regionale, non sono più assessore regionale all’urbanistica. Come può, allora, affermare Scopelliti che “Tripodi ha un consulente che ha rapporti con  i Pelle”?  Avrebbe dovuto dire: che “aveva”.
E, ovviamente, neppure questo è vero. 
Il prof. Fera - lo ripeto per l’ennesima volta e non mi stancherò di farlo per rispondere alle volgari calunnie - non è mai stato mio consulente. Fu nominato nel 2005 in qualità di esperto urbanistico, insieme ad altri esperti, nel gruppo di lavoro per la redazione del QTR. Ci sono osservazioni sull’operato del prof. Fera nell’ambito di questo gruppo di lavoro? Io non ne conosco, ma se l’onniscente Scopelliti ha notizie in merito le faccia sapere. Infine, non mi pare che nel 2005 il prof. Fera  risultasse indagato o che accogliesse, tirandola dalla casa, qualche nipote di Mubarak, come fa il suo capo supremo, da Scopelliti difeso nelle porcherie private e nelle porcherie pubbliche.
Su questa linea potrei tranquillamente ricordare al Presidente Scopelliti la sua amicizia con tale Gioacchino Campolo, oggi detenuto nelle patrie galere: il famoso re dei video poker che ospitò in un immobile di sua proprietà la segreteria politica dello stesso Scopelliti nelle ultime elezioni comunali.
In tal modo, vogliamo dire al Presidente Scopelliti che deve togliersi dalla testa che può dire, impunemente e con arroganza, tutto quello che gli pare e piace diffamando le persone perbene.
Pertanto, respingo con la massima fermezza questa indegna azione diffamatoria e calunniosa di cui si è reso protagonista il presidente Scopelliti nel maldestro tentativo di infangare la mia credibilità e la mia immagine limpida, costruite in tanti anni di battaglie e di coerente impegno politico.
Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto nella massima trasparenza ed alla luce del sole, com’è nel mio costume.
Infatti, in tutta la mia vita non ho mai partecipato ad alcun banchetto nel quale era presente un boss della ’ndrangheta, oggi latitante, cosa che, come annotato dal ROS dei Carabinieri, ha fatto il presidente Scopelliti. Non ho chiesto voti ai mafiosi, né ho mai avuto frequentazioni con tali personaggi, anzi ho sempre combattuto a viso aperto ed in tutti i modi, pagando anche prezzi personali, con la mia azione politica ed amministrativa per affermare regole, trasparenza e legalità contro la prepotenza delle organizzazioni criminali e mafiose. 
Tutto ciò risulta molto lontano dalle logiche e dai comportamenti tenuti dal presidente Scopelliti. Di questo sono assai preoccupato e cominciano ad esserlo anche i cittadini calabresi.

Reggio Calabria, 6.12.2010                            

MICHELANGELO TRIPODI
Segretario regionale PdCI Calabria
                                                                          
Ex Assessore Regionale

venerdì 26 novembre 2010

Comunicato replica ai consiglieri regionali del PdL

E’ davvero sconcertante il comunicato dei consiglieri regionali del Pdl  Fausto Orsomarso, Giuseppe Caputo, Salvatore Magarò, Alfonsino Grillo e Mario Magno.
Costoro appartengono alla schiera eletta dei garantisti di ferro per Dell’Utri, pur dopo la condanna in appello, e portano già in catene in carcere il prof.  Fera, allo stato indagato.  
Né, peraltro , di questo s’accontentano.
Come si suol dire, l’occasione fa l’uomo fa ladro, e i cinque bellicosi consiglieri regionali  cercano di trascinare nella vicenda anche me, affermando che il prof. Fera è stato “ mio consulente personale in qualità di Assessore all’Urbanistica”.  Cioè il falso, poiché questo non è mai avvenuto. E se questo fosse stato?
La verità è semplicemente questa. Il prof. Fera, docente ordinario di pianificazione urbanistica e territoriale, è stato nominato nel 2005, ripeto nel 2005, cioè cinque anni fa, insieme ad altri esperti nel gruppo tecnico di lavoro per l’elaborazione del QTR.
Il suo incarico è stato limitato a questa   specifica attività e la sua nomina quale componente del gruppo tecnico di lavoro è avvenuta proprio in quanto docente di pianificazione urbanistica e territoriale dell’Università di Mediterranea di Reggio Calabria.
Ma per i cinque garantisti di Dell’Utri  tale nomina costituisce un “fatto preoccupante”. Dovrebbero spiegare perché. Forse perché in suo luogo la Giunta, su mia proposta, avrebbe dovuto nominare il loro autista o galoppino personale? Insomma, come avviene quando si tratta di polveroni scatenati ad uso esclusivamente propagandistico e mediatico, costoro non ci dicono nè dove sta la colpa e neppure qual è  l’errore.
Ma proseguiamo. Non mi pare che nel 2005 il prof. Fera  risultasse indagato o che accogliesse, tirandola dalla casa, qualche nipote di Mubarak, come fa il loro capo supremo, da costoro difeso nelle porcherie private e nelle porcherie pubbliche.
Pertanto, quella dei cinque consiglieri del centrodestra, rappresenta solo una grave, indegna, ingiustificata ed offensiva azione diffamatoria e calunniosa nel tentativo di infangare la mia credibilità e la mia immagine limpida, costruite in tanti anni di battaglie e di coerente impegno politico.
Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto nella massima trasparenza ed alla luce del sole, com’è nel mio costume.
Non ho mai pranzato con un boss come invece ha fatto il loro presidente Scopelliti, né ho chiesto voti ai mafiosi, né ho mai avuto frequentazioni con tali personaggi, anzi ho sempre combattuto a viso aperto ed in tutti i modi con la mia azione politica ed amministrativa per affermare regole, trasparenza e legalità contro la prepotenza delle organizzazioni criminali e mafiose.
L’impegno svolto e le scelte compiute proprio nella qualità di Assessore Regionale all’Urbanistica e gli strumenti che abbiamo prodotto a partire dal Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico dimostrano concretamente il valore di questa scelta di rottura e di alternativa.
Tutti sanno che negli anni passati alla Regione Calabria ho combattuto una formidabile battaglia per affermare principi di legalità e trasparenza nel campo dell’Urbanistica e per colpire gli enormi interessi degli affaristi e dei mafiosi che in questo settore sono sempre in agguato, pagando anche prezzi personali.
Per questo non accetto lezioni di etica e di moralità e non permetto a nessuno di infangare la mia immagine e credibilità.
Non è sufficiente, quindi, che, a coperchio della loro infamante offensiva nei miei confronti, mettendo le mani avanti,  dichiarino di non voler fare sciacallaggio.
Purtroppo, i peggiori sciacalli son quelli che non hanno la consapevolezza d’esserlo, e che vogliono cadaveri per il gusto di scempiarli. Tale è la situazione in una fase grave dell’Italia e della Calabria in cui, per come diceva un vecchio giornalista, c’è da aspettarsi di tutto. Perfino che i ladri ci denuncino per furto.

Reggio Calabria, 25.11.2010                           
                                                                                
MICHELANGELO TRIPODI
ex Assessore Regionale all’Urbanistica