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martedì 26 giugno 2012

La politica che dichiara, ufficialmente, guerra all'ambiente

Documento congiunto, delle federazioni provinciali di Vibo Valentia, del Partito dei Comunisti Italiani e del Partito della Rifondazione Comunista sulla questione della chiusura della Italcementi di Vibo Marina.

La politica che dichiara, ufficialmente, guerra all'ambiente

La politica del lavoro non è stata mai netta e precisa nel nostro territorio, non si è mai data una connotazione chiara sulla tipologia di investimenti da fare sul territorio comunale. Basta fermarsi ad analizzare il porto di Vibo Marina, che non ha un utilizzo specifico a metà tra industriale e turistico, questa connivenza, dannosa e antiquata, non può più andare avanti e richiederebbe quindi una scelta coraggiosa e ben precisa ragionando in prospettiva. Dal nostro punto di vista la scelta non può che essere quella dello sviluppo della vocazione principale del nostro territorio e dunque quella turistica perché al momento ci ritroviamo la costa con tanti villaggi e alberghi, ma anche con impianti industriali e silos. Cementificio e Pignone che insistono sul versante marino del comune capoluogo. La zona industriale, si sviluppa a macchia di leopardo su tutto il territorio comunale sebbene il PRG la individui in prossimità dell’eliporto militare di Ionadi.
La politica quindi non ha mai vigilato sullo sviluppo industriale del territorio, facendo denotare la sua incapacità, ed è grazie a questo modo di fare politica che oggi a Vibo marina, i lavoratori si trovano in mobilità per volere dell’azienda che giustifica la sua scelta, di chiudere lo stabilimento, legata alla crisi internazionale del comparto edilizio. Una spada di Damocle, che punta diritta sulle loro teste, che li potrebbe anche portare a dover scegliere tra lavoro e salute, quindi la classica minaccia “o la borsa o la vita.
Ancora una volta infatti la politica affronta la questione in modo sbagliato, aprendo le porte ad un possibile utilizzo del CDR come combustibile per gli altiforni. Sbagliata perché sappiamo bene che è della salute di un intero territorio comunale che si parla, ma sbagliata soprattutto perché l’Italcementi non ha mai detto: “se ci fate usare il CDR non chiuderemo lo stabilimento”!
Questa apertura al CDR era abbastanza prevedibile, già nel gennaio 2011 infatti noi avevamo lanciato l’allarme, con una domanda ben precisa: “Nel caso in cui l’Italcementi tiri fuori una minaccia del tipo “o facciamo così o chiudo” cosa deciderà la nostra classe politica?” Oggi possiamo rispondere dicendo che la politica tutta si è “schierata” dalla parte dei lavoratori che senza condizione alcuna ha aperto al CDR, ha messo disposizione il porto, ed ha detto si alle cave di Briatico. Si schiera dalla parte dei lavoratori facendo però gli interessi dell’azienda! Senza preoccuparsi di cosa è meglio per gli operai!
Per non parlare dei sindacati tutti : Cgil, Cisl, Uil e slai cobas che addirittura hanno proposto loro stessi all’azienda i tre punti precedentemente citati. Questo secondo noi non è un ruolo serio da parte di sindacati e istituzioni tutte, perchè bisogna avere il coraggio in alcune fasi di fare scelte anche impopolari, difendendo fino all’ultimo l’interesse della SALUTE dei lavoratori e di una comunità, senza servire la propria dignità ed i propri polmoni su un piatto d’argento.
Questa classe politica non guarda aldilà del proprio naso perché non riesce a programmare il piano industriale, in questo caso, arrivando tardi alla risoluzione del problema con la via d’uscita più semplice e meno impopolare. Quando prova a risolvere il problema non riesce a investire in tecniche industriali più moderne offrendo soluzioni “tampone”, cure palliative che non offrono di certo un futuro di sviluppo al nostro territorio, non creano nuove opportunità per i giovani e non sono in grado nemmeno di mantenere i posti di lavoro attuali!
Possiamo cercare di analizzare la questione dell’Italcementi e ipotizzare qualche soluzione e cioè: il cemento (moderno) si produce da quasi 100 anni, mentre raccolta differenziata, centri di stoccaggio sono “invenzioni” del nuovo secolo, vogliamo restare al passo coi tempi? Vogliamo puntare sulle nuove tecnologie, ecologiche e poco inquinanti?

La coerenza si sa appartiene a pochi, di certo non ai consiglieri comunali di Vibo Valentia, i quali si sono pronunciati all’unanimità sul possibile utilizzo del CDR, maggioranze ed opposizione, quest’ultima poco meno di un anno fa si batteva apertamente contro l’uso del CDR, vista la posizione assunta oggi possiamo di certo dire che quella era una lotta condotta solo per puro opportunismo, giusto per andare contro gli avversari politici, senza che la battaglia fosse supportata dalle idee!
L’intero consiglio comunale (all’unanimità) hanno vestito i panni dei paladini dei lavoratori, firmando in bianco “una cambiale ambientale” che sarà pagata negli anni dai cittadini vibonesi, dai lavoratori tutti e dai loro figli. Noi non abbiamo la memoria corta e ricordiamo perfettamente chi un anno e mezzo fa si scagliava contro l’uso del CDR soprattutto dai banchi dell’opposizione, che un anno e mezzo fa si batteva apertamente contro l’uso del CDR, ma vista la posizione assunta oggi possiamo di certo dire che quella era una lotta condotta solo per puro opportunismo, giusto per andare contro gli avversari politici, senza che la battaglia fosse supportata dalle idee! Cosa è cambiato da un anno e mezzo a questa parte? Perché questo cambio di rotta? Lo chiediamo al gruppo consiliare del PD ed anche al consigliere Stefano Luciano (articolo contro il CDR di Stefano Luciano) eletto soprattutto con i voti della Federazione della Sinistra.

La provincia è invece stata coerente, voleva l’uso del CDR prima e lo vuole adesso, sebbene una parte della sua colorita maggioranze, e ci riferiamo a SEL, vorrebbe rivestire, male, il ruolo di partito di lotta e di governo, stando dalla parte della salute dei lavoratori sul giornale, mentre sostiene un governo provinciale a favore del CDR e anche della mega discarica di San Calogero. Una coerenza, anche questa, senza pari.

Secondo la Corte di Giustizia europea, con la sentenza che riguarda la causa n° C‑283/07 del 22 dicembre 2008, il CDR‑Q, anche se corrisponde alle norme tecniche UNI 9903‑1, non possiede le stesse proprietà e caratteristiche dei combustibili primari. Come ammette la stessa Repubblica italiana, esso può sostituire solo in parte il carbone e il coke di petrolio. Peraltro, le misure di controllo e di precauzione relative al trasporto e alla ricezione del CDR‑Q negli impianti di combustione, nonché le modalità della sua combustione previste dal decreto ministeriale 2 maggio 2006, dimostrano che il CDR‑Q e la sua combustione presentano rischi e pericoli specifici per la salute umana e l’ambiente, che costituiscono una delle caratteristiche dei residui di consumo e non dei combustibili fossili. L’Europa in merito si è già pronunciata.

L’incenerimento del CDR non garantirà la continuità del lavoro agli operai dell’Italcementi, anzi molto probabilmente comporterà una forte riduzione del personale.

Ma quello che ci chiediamo, senza trovare risposta logica è: visto che il “mondo” sta differenziando e riciclando sempre di più i propri rifiuti perché non creare a Vibo Marina un centro nuovo e innovativo di stoccaggio della raccolta differenziata per esempio? In questo modo non solo si possono riconvertire gli 82 operai che oggi lavorano al cementificio ma anche l’indotto che ruota intorno allo stesso.
Ma non solo, l’avvento della bioedilizia apre nuovi campi di investimento e di sviluppo, come detto il cemento appartiene al secolo scorso, si potrebbe puntare allora sulla produzione di pannelli fotovoltaici, nuovi sistemi di condizionamento edilizio ed industriale ecc.
Ci rendiamo conto che, facendo anche noi politica, la classe politica non può “costruire” fisicamente questo impianto ma sicuramente ha l’obbligo di dover attirare idee e capitali nuovi cosi come si è fatto negli anni 60’ con l’allora CEMENSUD. Allora la classe politica del tempo ha creato le condizioni affinché si fosse potuto installare l’odierno cementificio. Oggi questa classe politica ha la capacità di innovare il territorio? Oppure vuole creare il precedente affinché si possa meglio smarcare nella gestione del ciclo dei rifiuti? Perché chi ci garantisce oggi che nel momento in cui la Italcementi accetti le proposte dei sindacati e creato quindi il precedente, altre aziende, magari più modeste, possano richiedere il diritto di bruciare questo CDR nelle proprie fornaci?

Noi siamo comunque dalla parte dei lavoratori per la loro difesa e tutela, perciò chiediamo loro di stare attenti e di vigilare anche su questa classe politica che gioca con la salute loro e nostra. Non fatevi ammaliare da false promesse e da facili risoluzioni, perché se l’azienda decide la sola macinazione del clinker, o se deciderà di bruciare il CDR o il petcoke, il vostro numero sarà inevitabilmente ridimensionato al ribasso e quando andrete a chiedere spiegazioni ai politici vi stringeranno le spalle dicendovi che non dipende da loro oppure giustificandosi che questo era il male minore.

Lottate e lottiamo, perché il vostro posto di lavoro non si perda e che vi sia dato un futuro vero. Se il cementificio domani chiuderà occupate lo stabilimento e riconvertitelo a centro di stoccaggio rifiuti, come hanno fatto in altre parti d’Italia. Prendiamo d’esempio il caso del “Centro Riciclo Vedelago” a Treviso che da solo ha 80 dipendenti e che ha creato un indotto di 9600 persone. Anche a Vibo Valentia è possibile ottenere un centro simile, qualcosa già nel nostro comune esiste e da lavoro ad alcune persone, nonostante le note difficoltà. Esistono imprenditori lungimiranti e disposti a lavorare per un grande progetto.

Voi lavoratori avete il vostro futuro in mano e non occorre che l’affidiate a questa classe politica inetta e superficiale a cui starebbero bene altre 400 famiglie disposte, per necessità, a bussare alla loro porta per chiedere un posto di lavoro. Voi dovete pretendere, coraggiosamente, che il vostro lavoro abbia una funzione socialmente accettabile e che contribuisca all’accrescimento culturale e sociale del vostro territorio. Questione che i sindacati e taluni partiti non vogliono affrontare perché impopolare anche se sana.

Una cosa è sicura, nonostante quello che vogliono farci credere politici e sindacati: se l’impianto resterà aperto avrà una riconversione del piano industriale dell’azienda, perché gli stessi vertici hanno fatto sapere che sarà macinato solamente il clinker (che è un ingrediente del cemento), quindi di conseguenza si andranno a perdere inevitabilmente ulteriori posti di lavoro per l’azienda e per l’indotto.

Rigettiamo con forza gli inviti all'unità lanciati, in questi giorni, sulle testate giornalistiche locali. qui nessuno è contro nessuno, ancor meno contro i lavoratori e noi, da comunisti, non accettiamo lezioni in materia di tutela e difesa del lavoro e dei lavoratori ma non possiamo sottacere dinnanzi ad un simile ricatto, attuato dalla società con il bene placito di politica e sindacati locali, che finirebbe con l'avvelenare, ulteriormente, questo territorio e il suo popolo.


Partito dei Comunisti Italiani – federazione provinciale di Vibo Valentia
Partito della Rifondazione Comunista – federazione provinciale di Vibo Valentia

giovedì 2 febbraio 2012

OPPOSIZIONE A MONTI, OPPOSIZIONE ORGANIZZATA IN CGIL

OPPOSIZIONE A MONTI, OPPOSIZIONE ORGANIZZATA IN CGIL

Premessa:
Da tempo l'area programmatica “La Cgil che vogliamo” è in crisi. Ora non è più rinviabile una verifica di fondo sulle volontà e sulle capacità politiche e organizzative di sviluppare in Cgil una lotta politica adeguata alla gravità di quanto accade. Il Contratto Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori, ciò che resta dello Stato sociale, tutto è oggi in discussione e le posizioni e le iniziative della Cgil sono deboli e ininfluenti. Quindi o l'area programmatica nata dalla minoranza congressuale si organizza come opposizione alla deriva della Confederazione e agisce nei luoghi di lavoro, nei territori, nelle categorie in modo da essere chiaramente visibile e utilizzabile da chi vuole lottare, oppure cessa di avere qualsiasi utilità. Per questo proponiamo di aprire subito una discussione vasta in tutta l'area programmatica fino ai militanti ed agli iscritti, partendo da una grande assemblea nazionale ove organizzare l'opposizione e l'alternativa al Governo Monti e all'attacco padronale. E con lo scopo conseguente di organizzare in tutta la Cgil una visibile e incisiva opposizione alle scelte oggi prevalenti.
Per questo proponiamo le seguenti Tesi. (...)

1. Con la crisi economica il processo di riduzione dei diritti del lavoro avviato da oltre trent’anni ha raggiunto il massimo di estensione e di intensità. La precarietà è diventata la condizione comune di tutto il mondo del lavoro, solamente distribuita in diverse forme e gradualità. Tutto il mondo del lavoro viene sottoposto alla brutale aggressione ai diritti e alla dignità della persona. Competitività e flessibilità sono le parole con cui si giustifica ogni scelta lesiva dei più elementari diritti. Alla fine si sta giungendo a una vera e propria restaurazione di forme servili, mentre l'autoritarismo e l'attacco alle libertà sindacali dilagano.
Questa aggressione al lavoro è in corso in tutto il mondo occidentale e nell'Europa che già fu dei contratti e dei diritti. In Italia il via all'attacco conclusivo ai diritti contrattuali e allo stato sociale l'ha dato l'amministratore delegato della Fiat nel 2010. Da allora la politica e il modello di Marchionne si sono progressivamente estesi in tutto il mondo del lavoro e, là dove non sono stati accettati esplicitamente, sono comunque stati utilizzati per colpire i diritti e il potere contrattuale dei lavoratori. Nel decreto liberalizzazioni è il governo stesso che cancella l’obbligo del contratto nazionale per il trasporto ferroviario e per il trasporto locale. Decisione questa alla quale non si era spinto neppure il governo Berlusconi, che pure con l'articolo 8 del suo ultimo decreto, aveva dato il via libera definitivo a tutte le deroghe contrattuali e di legge.
Contro questo disegno di riduzione della forza lavoro a pura merce usa e getta non sono possibili accomodamenti. O lo si accetta pensando magari a ridurre i danni, pratica fallimentare di questi anni, o lo si respinge con il dichiarato intento di sconfiggerlo e di costruire un'alternativa generale adesso.

2. La crisi economica è una crisi di sistema che nasce dal modello sociale di sviluppo del capitalismo globalizzato. Le disuguaglianze sociali enormi e crescenti, la distruzione della natura, la crescita selvaggia del mercato, dopo essere state utilizzate dal capitalismo globalizzato come leva per la crescita sono oggi diventate causa stessa della sua crisi. Solo un cambiamento profondo della società può affrontare le cause strutturali della crisi, ma le classi dirigenti occidentali vanno tutte nella direzione opposta.
Si affronta la crisi, cioè, riproponendo in misura sempre più radicale quelle politiche liberiste che ci governano dagli ultimi trent’anni. Si portano indietro gli orologi, gli anni dieci del duemila diventano come gli anni ottanta, come se da allora non ci fossero stati un terribile arretramento del mondo del lavoro, una crescente disuguaglianza, una riduzione progressiva degli spazi e dei diritti democratici. E' fallita la promessa del capitalismo liberista di scambiare la riduzione dei diritti con la ricchezza individuale. Tuttavia proprio la crisi, proprio la disoccupazione e la precarietà di massa, diventano occasioni per scatenare un nuovo attacco ai diritti sociali proprio da parte di chi ha causato la crisi. La crisi del capitalismo occidentale in Europa diventa così l’occasione per esaltarlo nelle sue forme più brutali.
Il centro sinistra e i grandi sindacati, salvo eccezioni, sono subalterni a questa politica restauratrice. Al massimo puntano ad attenuarne gli effetti, a mitigarne i danni, ma non propongono in nessun caso una alternativa ad essa. D'altra parte una alternativa a queste politiche richiederebbe una scelta di rottura culturale e politica di compatibilità che è oggi è estranea o minoritaria sia nel centro sinistra, sia nei grandi sindacati. Così mentre le classi dirigenti provano a fermare il tempo, il movimento sindacale in Italia e in Europa spera solo in un ritorno alla concertazione e a politiche sociali meno aggressive, oppure tenta patti di complicità corporativa con le grandi imprese

3. La difficoltà nella situazione sta proprio nella rigidità delle compatibilità economiche, politiche e culturali che sono state progressivamente costruite e imposte negli ultimi trent’anni. Queste compatibilità sono oggi presentate come senza alternative, per cui ogni critica alle politiche economiche viene condannata ideologicamente e politicamente e messa al di fuori di ogni confronto. Un potente regime informativo e culturale martella l'opinione pubblica sulle certezze incontestabili del capitalismo finanziario. Ogni lotta sociale che si scontri con questo regime di compatibilità è costretta all'isolamento. Nell'epoca del trionfo della parola riformismo, le uniche vere riforme sono le controriforme liberiste. Chi si oppone ad esse è contro il progresso e la ragione. Per questo le lotte oggi hanno la necessità di unirsi e riconoscersi in un punto di vista globalmente critico rispetto al sistema esistente e alla sua ideologia totalitaria.

4. Per ricostruire democrazia, diritti, giustizia e uguaglianza è necessario scontrarsi in Italia e in Europa contro politiche e poteri dominanti. Il governo reale dell' Europa oggi è costituito dall' alleanza tra finanza e capitalismo multinazionale, tecnocrazia liberista, governi e ideologie conservatori. Il massacro sociale in Grecia è usato da questo governo reale come monito e ricatto per tutti i popoli. Tutto deve essere sacrificato al pareggio di bilancio e alle politiche di austerità competitiva.
In Italia questa politica e questa forma di governo si sono affermate con Monti. Il fallimento politico del governo Berlusconi, contro cui si era mobilitata per un anno e mezzo una parte sempre più vasta del paese e dell'opinione pubblica, ha aperto una fase completamente nuova. Il governo Monti si presenta come il governo degli obblighi e delle necessità imposte dall'Europa, mentre non può essere certo accusato di tutto ciò di cui si è macchiato il precedente governo. Per questo il conflitto sociale non può più godere della rendita di posizione dell'antiberlusconismo, di cui si serve anzi il centro sinistra per appoggiare il governo Monti, che rappresenta un'assoluta novità nella storia politica italiana del dopoguerra. E' il primo governo che reclama esplicitamente come proprie linee guida gli interessi del mercato e del grande capitale, presentandoli come interessi di tutti. A tal fine è fondamentale il ruolo assunto dal Presidente della Repubblica e l'uso della unità nazionale del paese contro il comune nemico , il debito pubblico. E' una propaganda da guerra patriottica quella che viene usata per richiedere e giustificare i sacrifici. Per questo il conflitto sociale necessita della rottura culturale e politica con l 'ideologia della coesione, del patto sociale, dello stare tutti nella stessa barca.

5. Per tutte queste ragioni la questione della opposizione al governo Monti diventa una questione costituente sul piano sociale, come su quello politico e anche culturale. Il governo Monti è infatti un governo ideologico che cancella l'autonomia del movimento operaio e il conflitto sociale nel nome della ideologia liberale. Ed è anche un governo di scopo il cui programma è applicare in Italia le politiche economiche decise dalla Bce e dalla grande finanza internazionale. Per queste ragioni non si possono combattere le singole misure del governo senza contrastare la logica di fondo che le ispira. Non sono cioè praticabili compromessi con la linea di fondo di questo governo.
Liberalizzazioni e privatizzazioni sono il punto centrale di una politica conservatrice e restauratrice, che punta a realizzare la ripresa economica facendo leva sul mercato e il profitto. Una linea destinata a fallire ma che, se non fermata in tempo, provocherà regressioni profonde nella società e nella democrazia.

6. Quanto avvenuto sulle pensioni è il segno della marginalizzazione del movimento sindacale italiano. Per la prima volta nella storia della Repubblica, si sono cambiate pesantemente le pensioni senza alcun accordo con alcuno dei grandi sindacati confederali. D'altra parte l'ideologia del governo Monti è liberale e liberista e come tale restia a subire anche il condizionamento concertativo del sindacato. Da questo punto di vista vanno in crisi nel confronto con il governo non solo le posizioni della Cgil, ma persino quelle di Cisl e Uil. Il confronto sul mercato del lavoro si è aperto così come una trattativa a perdere, nella quale il movimento sindacale deve fare ulteriori sacrifici sui diritti e sulla contrattazione nel nome della flessibilità e della competitività. Con l'attacco all'articolo 18 il governo prepara una nuova ondata di precarietà e riduzione del valore del lavoro e anche una nuova umiliazione a Cgil, Cisl e Uil.

7. L'accordo del 28 giugno, sottoscritto dalla Cgil il 21 settembre prima ancora della consultazione, segna un'ulteriore segno di impotenza delle linea politica prevalente nel sindacato confederale oggi. Nelle intenzioni della Cgil quell'accordo doveva segnare un punto d'arresto della destrutturazione dei contratti e invece è stato utilizzato dal padronato, dal governo Berlusconi e anche dal governo Monti, per peggiorare ancora le condizioni di lavoro. Sono continuati gli accordi separati e là dove tutti hanno firmato è ampiamente passato il principio delle deroghe, del sottosalario, delle limitazioni dei diritti. Nel pubblico impiego è proseguita la politica di cancellazione della stessa contrattazione collettiva e del ritorno ad un modello individuale ottocentesco di rapporto di lavoro. L' errore di fondo del gruppo dirigente della Cgil è stato quello di minimizzare la portata dell'attacco scatenato dalla fiat e di non coglierne la dimensione di sistema. Così il no della Fiom è stato considerato un incidente da recuperare invece che una risorsa per tutto il sindacato, un punto da cui partire per combattere ovunque l' asservimento del lavoro. Ora Cgil e Fiom sono ad un bivio, vie di mezzo non ce ne sono. O rientrano nel sistema Marchionne subendo la sconfitta e accettando così la sua generalizzazione a tutto il mondo del lavoro. O continuano il conflitto e lo estendono fino a rovesciare i rapporti di forza. Per queste ragioni l'accordo del 28 giugno non solo non è uno strumento utile, ma va messo in discussione assieme all'articolo 8 del decreto Berlusconi e alla politica contrattuale di governo ed enti pubblici.

8. Per tutte queste ragioni è indispensabile aprire immediatamente in tutta la Cgil, in tutte le sue categorie e strutture, un confronto che metta in campo un'alternativa al fallimento della politica concertativa. Occorre affermare ovunque nella Cgil la possibilità di una politica e di una pratica diversa da quella della riduzione del danno. L'opposizione al governo Monti come concreta pratica sindacale, lo scontro con la linea Marchionne e con quella ad essa ossequente della Confindustria, la totale indipendenza dai riferimenti politici e culturali che sono alla base del sostegno al governo tecnico, devono essere elementi costituenti di una nuova fase sindacale. Una fase nella quale la ricostruzione del conflitto assieme a quella di una piattaforma alternativa generale che lo sostenga ed estenda, devono muovere assieme.
Tutto questo impone una svolta radicale nelle scelte e soprattutto nelle modalità di iniziativa della minoranza congressuale-area programmatica 'La Cgil che vogliamo'. Quest'area è da un anno in evidentissima crisi politica e operativa e questo perché non è mai stata in grado di contrastare davvero le scelte prevalenti in Cgil. Il punto centrale della crisi dell'area è che la forza dell'offensiva liberista del padronato e governo impongono ai dissensi di trasformarsi in scelte operative nella vita della Cgil, oppure di essere ininfluenti. Per questo proponiamo a La Cgil che vogliamo di organizzarsi come opposizione, a partire dai luoghi di lavoro, in tutta la Cgil.

9. La nuova opposizione in Cgil dovrà necessariamente aprirsi a tutti i movimenti, a tutte le forze sociali e sindacali organizzate che lottano contro il governo Monti e contro tutte le logiche che lo ispirano. La ricostruzione dell'unità con Cisl e Uil va nella direzione opposta a quanto è necessario. E non perché queste organizzazioni non possano risentire della crisi di risultati che oggi colpisce tutto il sindacato. Ma perché non è possibile separare la battaglia generale da quella nei singoli luoghi di lavoro, quella contro Monti da quella contro Marchionne con cui invece Cisl e Uil collaborano. La prima unità da costruire è dunque quella con tutte le forze del conflitto sociale, superando inutili barriere con i movimenti e pure con il sindacalismo di base, anche esso oggi in grande difficoltà. Oggi non esistono forze e movimenti autosufficienti e invece è indispensabile che tutte e tutti coloro che intendono lottare contro la linea Monti/Marchionne trovino punti, momenti e iniziative comuni.

10. La nuova opposizione in Cgil dovrà elaborare una piattaforma alternativa alle politiche economiche degli ultimi trenta anni, fondata prima di tutto sul rifiuto delle politiche europee di austerità e rientro dal debito. Questo rifiuto è decisivo anche per non lasciare il campo alle forze della destra populista e xenofoba per difendere davvero la democrazia.
Una piattaforma per il lavoro e la dignità di fondata sui beni comuni, sulle nazionalizzazioni e sul controllo del mercato, sull'eguaglianza sociale e la lotta alla precarietà. sul potere contrattuale dei lavoratori, sull'aumento dei salari, sul diritto al reddito e sulla riduzione degli orari. Questa nuova piattaforma che rompe con trenta anni di pratiche concertative, sarà frutto sia della elaborazione comune delle strutture e dei militanti sia delle lotte concrete,che spesso individuano obiettivi, percorsi,modalità di lotta che fanno fare passi avanti decisivi. Nel suo passato migliore la Cgil ha sempre saputo imparare dalle lotte e rinnovare con esse le proprie pratiche.

11. La crisi economica è crisi della democrazia. Per questo la nuova opposizione in Cgil dovrà considerare la ricostruzione della partecipazione e della democrazia, nella stessa vita all'interno dell’organizzazione, come un proprio punto identitario. Bisogna rompere con le pratiche autoritarie che si diffondono in tutto il corpo dell'organizzazione, con la delega assoluta ai gruppi dirigenti, con la marginalizzazione della diversità e del dissenso. Una democrazia partecipativa radicale deve essere oggi praticata nella Cgil, così come in tutte le attività politico sociali.
La burocratizzazione e la spoliticizzazione dell'attività sindacale, sempre più trasformata in attività di consulenza e servizio, va sfidata e combattuta. A partire dai luoghi di lavoro la nuova opposizione organizzata in Cgil dovrà rivendicare e affermare il sindacato della democrazia e del conflitto, creando spazi, confronti, pubblica comunicazione. IL mondo del lavoro deve sapere che c'e in campo l'opposizione in Cgil.

Giorgio Cremaschi