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domenica 2 ottobre 2011

Significativa analisi del Partito Comunista Siriano sulla situazione in tale paese

Comunicato di Husein Nemer, primo segretario

su http://www.solidnet.org | Traduzione a cura di http://www.marx21.it


Husein Nemer, primo segretario del Partito Comunista Siriano (unificato), uno dei due partiti comunisti (l'altro è il Partito Comunista Siriano) che fa parte del Fronte Nazionale Progressista in Siria (insieme, tra gli altri, al Partito Baath) analizza l'attuale momento della vita politica nel suo paese, pronunciandosi per radicali riforme democratiche, ma allo stesso tempo, nella rete Solidnet, rivolge un appello ai partiti comunisti e operai di tutto il mondo perché si oppongano all'aggressione imperialista in atto contro la Siria.


Vi presentiamo una breve analisi degli avvenimenti che si sono sviluppati nel nostro paese, la Siria, allo scopo di mettere in evidenza alcuni fatti, da un lato, e smentire certe menzogne assolutamente inventate e messe in circolazione dai media della propaganda imperialista che prende di mira la Siria.

Dopo l'inizio degli avvenimenti nel marzo scorso, decine di catene televisive in America, in Gran Bretagna, in Francia, e alcune anche nel mondo arabo, e centinaia di siti internet hanno lavorato freneticamente per falsificare la realtà su tali eventi, indirizzandosi all'opinione pubblica mondiale con programmi appositi, diffusi giorno e notte.

Il presidente americano fa quotidianamente dichiarazioni che fanno riferimento a minacce dirette alla Siria, a un'ingerenza flagrante negli affari interni del popolo siriano. Molti governanti dell'Unione Europea seguono le orme del presidente americano.

Le minacce e le ingerenze hanno raggiunto il culmine quando il presidente americano ha proclamato l'illegittimità del regime siriano. Sanzioni severe e ingiuste sono state imposte al popolo siriano e alla sua economia. Più pericolosi ancora i piani che sono stati discussi dalla NATO allo scopo di lanciare ondate di attacchi aerei per molte settimane contro 30 siti strategici in Siria, in modo esattamente somigliante a ciò che è accaduto in Jugoslavia.

Alcuni governanti dell'Unione Europea non hanno esitato a fare appello a trattare la situazione in Siria con metodi, che sembrano la copia esatta di quelli usati nella crisi libica, dove decine di migliaia di civili sono stati massacrati, decine di fabbriche e siti economici sono stati distrutti dalle incursioni aeree, mentre nel frattempo, la Libia veniva divisa.

Stati membri dell'alleanza imperialista internazionale cercano, con tutti i mezzi possibili, di far adottare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che condanni la Siria, per farla seguire da risoluzioni successive contro la Siria, in base all'articolo 7 della Carta dell'ONU, allo scopo di legittimare una campagna aggressiva. Grazie all'opposizione della Russia e della Cina, affiancate da Sud Africa, India, Brasile e Libano, i tentativi imperialisti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU sono, fino ad ora, stati sventati.

Tutti questi intrighi vengono così giustificati:

Dei manifestanti sono stati uccisi in Siria, e si è fatto ricorso a metodi repressivi nel trattamento delle manifestazioni,

La manipolazione delle insufficienze del regime in Siria, come la mancanza di democrazia e il monopolio esercitato dal potere, allo scopo di fare pressione sul regime perché adotti cambiamenti interni, mentre i cambiamenti interni dovrebbero essere considerati come parte integrante della sovranità di qualsiasi paese.

Certo, molte manifestazioni hanno avuto luogo a partire dal mese di marzo, richiedendo riforme sociali, economiche e democratiche. La maggior parte di tali rivendicazioni è stata sostenuta dal nostro partito come la maniera di opporsi alle conseguenze nefaste della messa in opera di misure economiche liberali, uscite dagli accordi raggiunti con il FMI, e della trasformazione della Siria in un'economia di mercato. Gli effetti sono stati molto pesanti sul livello di vita dei poveri e dei ceti medi.

La direzione politica del paese è stata costantemente messa in guardia, nella stampa del nostro partito, negli incontri ufficiali e nei memorandum ufficiali, l'ultimo di cinque settimane fa. I manifestanti erano pacifici.

Essi sono stati presto manipolati da religiosi fondamentalisti e da gruppi radicali dall'ideologia oscurantista.

Da pacifiche, le manifestazioni sono diventate armate, mirando a raggiungere obiettivi che non hanno niente a che fare con le riforme politiche e sociali. Le forze di sicurezza hanno commesso numerosi errori ingiustificabili nell'affrontare le manifestazioni. Decine di civili e di soldati sono stati uccisi. Si sono costituite bande armate, che hanno attaccato proprietà pubbliche e private, e hanno innalzato barricate in alcune città dove hanno preso il sopravvento. Negli ultimi mesi, queste bande armate si sono incaricate di allestire siti armati nelle regioni frontaliere della Siria, da una parte, e della Turchia, del Libano, della Giordania e dell'Iraq per assicurare la continuità dell'approvvigionamento di armi e attrezzature diverse.

Comunque, le bande armate non sono riuscite a costituire una base di frontiera stabile. Ciò è costato la vita a centinaia di civili e di soldati, più di 2.000 vittime. Allo stesso tempo, certi avvenimenti sono stati esagerati. I fatti sono stati falsificati. Strumenti elettronici e mediatici sofisticati sono stati utilizzati allo scopo di far passare l'esercito siriano come completamente responsabile di questi eventi, e di sollevare da ogni responsabilità le bande armate.

Sotto la pressione degli avvenimenti, il governo siriano ha adottato numerose riforme sociali e democratiche, come: l'annullamento delle leggi di emergenza, dei tribunali d'eccezione e il carattere legale accordato alle manifestazioni pacifiche. Recentemente, sono state approvate una nuova legge elettorale e una legge che consente la creazione di partiti politici. E' in corso di preparazione una nuova costituzione o una costituzione modificata.

Sono state anche approvate nuove leggi nel campo dei media e dell'amministrazione locale.

Gli obiettivi delle leggi e delle misure sono: rompere il monopolio del potere esercitato dal partito Baath, per instaurare una società pluralista e democratica, per garantire le libertà pubbliche e private, per contribuire allo sviluppo della libertà di espressione e riconoscere il diritto dell'opposizione all'attività politica pacifica.

Malgrado le nostre riserve in merito ad alcuni articoli, consideriamo queste leggi molto importanti. Per più di quarant'anni, il nostro partito ha lottato perché tali leggi venissero adottate. Se queste leggi venissero attuate, potrebbero rappresentare un passo importante in avanti, nella transizione della Siria verso una società democratica e pluralista.

Vasti settori dell'opposizione nazionale pacifica hanno accolto positivamente queste misure, mentre l'opposizione fondamentalista e armata continua ad agitare sempre gli slogan del rovesciamento del regime, inasprendo le tensioni tra le comunità.

Cercare di dipingere il problema come se si trattasse di una lotta comunitaria o religiosa è una falsificazione flagrante dei fatti.

Possiamo riassumere la situazione nel modo seguente:

Le tensioni armate nelle città siriane sono diminuite. Le bande armate hanno subito pesanti perdite. Tuttavia, alcune di queste sono in grado di riprendere l'attività.

Le manifestazioni pacifiche non sono scomparse e non saranno affrontate con la violenza di Stato, a meno che non siano accompagnate da agitazioni violente.

Lo Stato ha invitato l'opposizione nazionale a partecipare a un dialogo politico generale che si proponga di contribuire alla realizzazione della transizione alla democrazia e al pluralismo in maniera pacifica. Il dialogo deve affrontare numerose difficoltà, tra cui la più importante è la pressione dei gruppi armati che si oppongono al dialogo pacifico e a una soluzione pacifica, e che dipendono dal sostegno straniero.

Le minacce imperialiste e colonialiste contro la Siria si sono intensificate. Malgrado queste minacce creino grandi difficoltà, dobbiamo essere pronti ad affrontarle.

Per quanto riguarda la situazione nel nostro paese, emerge che:

I movimenti di protesta si manifestano sempre in forme diverse. Differiscono da un governatorato all'altro. Si può rilevare come la maggior parte dei movimenti parta dalle moschee, delle zone rurali e dei quartieri più poveri per dirigersi verso il centro delle città.

I movimenti tra le minoranze etniche o religiose sono rari. Nelle fabbriche, nelle università e nei sindacati non esiste questo movimento.

Nei circoli della grande borghesia, in particolare nelle grandi città come Aleppo, Latakia e Damasco, non si avverte movimento.

Non esiste alcun movimento tra i clan e le tribù.

L'opposizione si compone per lo più di partiti molto diversi. Alcuni sono patriottici, e si oppongono all'ingerenza straniera e alle bande armate. Essa può contare sui Fratelli Musulmani che possono essere considerati come il partito più attivo e meglio organizzato nel paese e all'estero.

Ci sono anche molti gruppi tradizionalisti con differenti orientamenti, la cui influenza è chiaramente visibile nei raduni e nelle manifestazioni in diverse regioni. Questi gruppi non nascondono i loro obiettivi prettamente reazionari e settari.

Sul posto, i gruppi più attivi e importanti dall'inizio delle manifestazioni sono i coordinamenti locali che comprendono gruppi di giovani privi di orientamento o un'ideologia comune chiara, se non slogan come: "Abbasso il regime!". Sono vulnerabili alle pressioni esterne e interne.

L'opposizione in esilio è composta essenzialmente da intellettuali, da tradizionalisti, da persone che hanno abbandonato il regime, mantenendo alcuni contatti nel paese (Khadam e Refaat Al Assad).

Nell'ultimo periodo, queste forze hanno organizzato molte conferenze all'estero (eccetto un incontro organizzato all'hotel Samir Amis a Damasco dall'opposizione interna), con l'obiettivo di mobilitare le forze e coordinare le posizioni. Ma hanno prevalso le differenze ideologiche, politiche come anche gli interessi. Certe forze dell'opposizione all'estero hanno lavorato duramente per ottenere il sostegno delle forze straniere colonialiste.

Fino ad ora, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno condotto una campagna internazionale di minacce contro il regime in Siria che cercano insistentemente di imporre sanzioni contro la Siria, in particolare le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e di altre organizzazioni internazionali, mentre la Russia e la Cina continuano ad opporsi a tali sanzioni e misure. La Turchia ha scelto una posizione opportunista che oscilla in funzione dei suoi interessi regionali e politici. In sostanza, esiste un'unanimità internazionale nell'opposizione alle misure militari indirizzate contro la Siria, come quelle che si sono prodotte in Libia, dal momento che la Lega Araba e il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non adottano risoluzioni che aprano la strada a questa prospettiva. Il conflitto su tale questione è feroce.

Eccetto il Qatar che gioca un ruolo essenziale nella congiura contro la Siria, esistono differenti opinioni e posizioni nel mondo arabo per quanto concerne la situazione in Siria.

Giorno dopo giorno, la situazione economica va deteriorandosi, la pressione sulle condizioni di vita delle masse si intensifica.

Il regime si dimostra coerente e offre grandi possibilità. Cinque mesi dopo l'inizio degli avvenimenti, nessuna delle istituzioni fondamentali (il partito, l'esercito, la sicurezza, le istituzioni dello Stato, le ambasciate, le organizzazioni popolari, i sindacati, il Fronte nazionale progressista...) hanno conosciuto divisioni.

Naturalmente, il quadro non è statico, e deve essere valutato nei suoi aspetti dinamici, nella sua evoluzione e nel suo sviluppo, giorno dopo giorno.

Tra gli scenari possibili:

La crisi potrebbe continuare ancora per un lungo periodo, portando ad altre catastrofi, bagni di sangue e sofferenze.

Un baratro che potrebbe preludere all'anarchia generale, a una guerra civile o qualcosa del genere, che apra la via a un intervento straniero.

Potrebbe prodursi una divisione evidente nell'opposizione, con la conseguenza che una parte di essa si apra a un dialogo serio con il regime per arrivare a un nuovo contratto sociale nel paese.

La fine delle divergenze nell'approccio e dell' "immobilismo" per quanto concerne le forze di regime.

Le fuoruscite possibili sono due: sia l'avanzata verso una soluzione politica della crisi che ne renda possibile la fine rapida e definitiva, che il proseguimento del ricorso al trattamento con metodi repressivi della crisi, qualsiasi ne sia il prezzo.

E' difficile prevedere il modo con cui sarà raggiunta la soluzione decisiva.

Potrebbero prodursi avvenimenti inattesi, che inducano tutti i partiti a trovare un accordo, o ad accettare un accordo imposto da potenze straniere per aiutare il paese a trovare una via d'uscita dal tunnel in cui si è infilato.

Dov'è il partito ora?

Per cominciare vorremmo attirare la vostra attenzione sul fatto che il nostro partito aveva inviato un memorandum al comando nazionale alla vigilia della 10° conferenza nazionale del partito Baath nel 2005. Il partito aveva chiesto che lo Stato venisse separato dal partito, che la democrazia e le libertà fossero garantite, che le leggi d'emergenza fossero rimosse, che si mettesse termine al dominio del partito Baath sui sindacati, che la corruzione fosse combattuta, ecc.

Inoltre, noi ci teniamo ad aggiungere che il partito ha affermato, in tutti i documenti adottati nell'ultimo periodo, che esso sostiene la posizione nazionale della Siria.

Per realizzare questo obiettivo, i bisogni economici, sociali e democratici delle masse popolari devono essere soddisfatti. Noi abbiamo discusso nel dettaglio di queste rivendicazioni nelle nostre conferenze e documenti.

Nella sua analisi della profonda crisi attuale, il nostro partito ha indicato chiaramente che la principale contraddizione si trova tra la formula politica di un paese governato da decenni e le rivendicazioni di democrazia, sviluppo sociale, economico e culturale di cui ha bisogno la Siria.

L'essenza della nostra posizione è che questa formula politica si basa sul monopolio dell'autorità del partito Baath e sulla tutela che esercita nei confronti del movimento popolare e delle sue organizzazioni. Questa formula ha portato alla decadenza e alla burocrazia, e alla corruzione dell'apparato dello Stato. Di conseguenza, i piani di riforma economica e sociale devono essere presi in considerazione e adeguati alle esigenze di progresso.

In breve, il nostro partito ritiene che il fondamento della crisi attuale risieda nel divario tra la struttura del regime e i compiti che deve affrontare la Siria. Nello stesso tempo, il partito insiste sul fatto che il nemico e le forze imperialiste stanno facendo del loro meglio per utilizzare questo divario interno per rendere possibile la cospirazione contro la Siria, e utilizzarla come un cavallo di Troia per metterla al servizio del suo ben noto obiettivo, come abbiamo illustrato sopra.

In conseguenza, il Partito Comunista Siriano (unificato) non ha una posizione neutra rispetto all'alternativa necessaria, da una parte, e sui mezzi necessari per raggiungere tale obiettivo, dall'altra.

Una soluzione politica che passi attraverso il conseguimento di riforma autentiche e radicali è la sola via d'uscita dalla crisi. Le misure repressive non fanno che sviluppare i fattori di crisi, approfondendoli ancora di più, svuotando del suo significato il contenuto delle riforme.

Noi affermiamo che la situazione attuale rende necessario un dialogo costruttivo e leale tra tutte le forze patriottiche e oneste, indipendentemente dalle differenze di opinione e di idee, sull'obiettivo del raggiungimento di un accordo e di un piano di riforme radicali che rispondano ai bisogni delle masse popolari e che garantiscano la creazione di uno Stato civile laico e democratico che si opponga ai piani imperialisti e israeliani nella regione.

Se il dialogo necessita di un clima propizio, il dialogo stesso potrebbe contribuire a creare tale clima, poiché le altre opzioni non porterebbero che a nuovi bagni di sangue, nuovi disastri per il paese e per il popolo.

Cari compagni,
In considerazione della debolezza dei media siriani di fronte ai grandi media dell'imperialismo, alla mobilitazione delle forze del mondo intero contro la Siria, e all'alleanza anti-siriana composta dalle potenze imperialiste e dalle loro marionette nella regione, compresa la Turchia, che ha adottato una politica pragmatica per poter condividere l'egemonia nella regione con i paesi europei, per tutte queste ragioni, il nostro partito spera che tutti i partiti comunisti, operai e democratici nel mondo contribuiscano a diffondere queste precisazioni tra l'opinione pubblica dei loro rispettivi paesi.

Per questa ragione, facciamo appello a questi partiti a sostenere la Siria perché è il più importante dei paesi arabi che resiste ai piani imperialisti di dominio del Medio Oriente, e che si oppone fermamente al piano americano-israeliano che mira a dividere la regione in diverse entità comunitarie, il cui controllo sarebbe reso più facile. Inoltre, essa sostiene il diritto del popolo palestinese a liberare i suoi territori e a fondare uno Stato nazionale con Gerusalemme come capitale.

domenica 24 aprile 2011

riflessioni del Partito Comunista Siriano sulla situazione in medioriente

da Partito Comunista Siriano www.syriancp.org - in www.solidnet.org
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Comunicato sulla riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista Siriano
15/04/2011
Il Comitato Centrale del Partito Comunista Siriano ha tenuto, il 25 marzo 2011, una riunione ordinaria, presieduta dal Segretario generale compagno Ammar Bagdache. Il compagno Wissal Farha Bagdash capo del partito ha preso parte all’incontro.
Durante la discussione sulla situazione politica, nel Comitato Centrale è emersa la considerazione dell’importanza della promozione dei movimenti di massa nei paesi arabi, che si sono manifestati con il rovesciamento dei due regimi mercenari dell'imperialismo in Tunisia ed Egitto, con l’estendersi di proteste di massa in molti paesi arabi contro i regimi legati all'imperialismo. Il movimento di liberazione nazionale arabo sta conoscendo un avanzamento importante e attualmente occupa un posto di rilievo nel quadro del movimento di liberazione antimperialista internazionale, come anticipato dal 11° Congresso del Partito Comunista Siriano.
Dopo le sconfitte sul terreno dell'imperialismo statunitense in Iraq e dell'attacco imperialista sionista contro il Libano nel 2006, le masse popolari hanno rovesciato i due simboli dell'imperialismo in Tunisia ed Egitto.
La rivoluzione in questi due paesi, nonostante le differenze e le diverse specificità, hanno fatto cadere due regimi del tutto fedeli all’imperialismo e strettamente legati al sionismo, due regimi fondati sulla tirannia, nonostante alcune loro esteriorità istituzionali. Inoltre, questi regimi hanno diligentemente applicato le disposizioni del liberismo economico dettate dai centri imperialisti, che sono il riflesso degli interessi di Washington, spalancando le porte all’azione del capitale monopolistico straniero, privatizzando i principali ambiti dell’economia e riducendo il ruolo sociale dello Stato, colpendo la produzione nazionale attraverso la revoca del sostegno statale, che ha portato a un drammatico peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione, compresa la classe media tradizionale, ad una maggiore polarizzazione sociale e alla esasperazione del fenomeno della disoccupazione, soprattutto tra i giovani. Questi dettami, che sono ostili agli interessi del popolo, sono stati applicati con il contributo importante della borghesia compradora, strettamente legata ai monopoli e all’imperialismo e attraverso i loro rappresentanti al potere e negli apparati dello Stato.
A causa di questi fattori, le rivoluzioni in Egitto e Tunisia hanno assunto un carattere nazionale liberale, uno democratico ed un carattere di classe. Il nostro partito fin dall'inizio si è sempre espresso a favore di queste rivoluzioni, in virtù della loro importanza come rivoluzioni liberali nazionali per rafforzare le posizioni del movimento antimperialista internazionale rivoluzionario, con in più il rilievo derivante dall’essere la prima espressione dei movimenti di massa più estesi verificatisi nel ventunesimo secolo.
Imperialismo internazionale, sionismo e reazionari locali cercano di contrattaccare per ostacolare l'escalation del movimento di liberazione nazionale arabo. Il pericolo maggiore nella nostra regione è la brutale aggressione imperialista della NATO contro la Libia, aggressione che utilizza la foglia di fico della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, di quelle della Lega Araba, e con il contributo simbolico a questa guerra di rapina imperialista dei regimi arabi reazionari. La condanna del nostro partito e del movimento comunista internazionale per questa incessante aggressione contro la Libia, non intende trascurare quanto commesso dal regime dittatoriale libico, che dall'inizio di questo secolo teneva buoni rapporti con l'imperialismo mondiale e stretti legami con i gruppi monopolistici più sordidi del campo imperialista. È del tutto evidente però che l'imperialismo e il sionismo, dietro giustificazioni inconsistenti come la “protezione dei civili”, sono in Libia per il controllo di questo paese ricco di petrolio e lavorano per dividerlo in osservanza del progetto imperial-sionista di “nuovo Grande Medio Oriente”, progetto che mira al completo asservimento dei popoli della regione. Così il mondo arabo e il mondo intero devono condannare questa brutale aggressione imperialista e combatterla con tutti i mezzi disponibili.
Alla campagna multilaterale contro la resistenza nazionale libanese partecipano molte forze di vario genere, del tutto fedeli all'imperialismo, e lavorano nella stessa direzione le forze reazionarie arabe che cercano di infiammare le tendenze settarie, questa arma pericolosa che in definitiva serve solo all'imperialismo globale e a quella forza confessionale, razzista e reazionaria che è Israele sionista.
La cospirazione imperialista che con gli stessi fini si scaglia contro la Siria ha molte facce, tanti elementi dei regimi arabi reazionari con i loro mezzi di comunicazione in stretto rapporto con l'imperialismo. La Siria è uno dei maggiori ostacoli all’interno del mondo arabo al progetto di un nuovo Grande Medio Oriente. E' noto il ruolo specifico della Siria nel sostegno dell'antimperialismo e dei movimenti di resistenza anti-sionista nella regione.
Il Comitato Centrale ha fermato le manifestazioni e disordini che hanno avuto luogo in alcune città in Siria, in particolare gli sventurati incidenti nella città di Dara. Il 18 marzo, vi è stato uno scontro tra le forze di sicurezza e i cittadini che avanzavano slogan e richieste. In cima a queste richieste vi era il rilascio di alcuni ragazzi arrestati sotto la legge marziale e lo stato d'emergenza. A seguito del ricorso ad una forza eccessiva da parte delle autorità di sicurezza per disperdere la folla, vi sono state molte vittime e alcuni morti, creando un vasto malcontento aggravando così lo stato di grave tensione. I media ufficiali hanno riportate notizie circa la formazione di una commissione d'inchiesta su tali fatti e i giovani detenuti sono stati rilasciati.
Le forze reazionarie hanno provato e stanno cercando di usare il malcontento reale presente in questi avvenimenti per innescare disordini in tutto il paese, utilizzando un metodo perverso di accostamento di parole d’ordine corrette che attirano le masse e che riguardano l'ampliamento delle libertà democratiche, con slogan chiaramente reazionari e istanze oscurantiste a carattere settario e provocatorio, contro i principi laici e di tolleranza che storicamente contraddistinguono la società siriana.
I media dei centri imperialisti e dei media arabi reazionari stanno attuando una grande guerra mediatica contro la Siria, gonfiando gli eventi, distorcendo i fatti e pubblicando bugie provenienti da fonti equivoche che non hanno alcuna rilevanza per i cittadini siriani. Sfortunatamente, l’operato dei media ufficiali non è stato all’altezza di quanto richiesto da questi momenti critici.
In tali circostanze si deve dire la verità e non abbellirla, cosa che farebbe aumentare la fiducia generale e rafforzerebbe la determinazione nel contrastare l’attuazione di questa complotto.
Il Comitato Centrale ha espresso il proprio sostegno alle decisioni e indicazioni della dirigenza del Partito Socialista Arabo Baath, che vedono innanzitutto, in campo politico, la revoca della legge marziale e l’invio della proposta di legge sui partiti alla discussione generale per la successiva approvazione, la modifica della legge sulla stampa, ecc...
Queste le richieste che il Partito Comunista Siriano ha tenacemente avanzato nei suoi documenti, fra i quali le risoluzioni dell'11° Congresso. Il nostro partito ritiene che un'accelerazione nell'applicazione di queste misure contribuirà a rafforzare la situazione interna in tempi brevi.
Il Comitato Centrale ha inoltre espresso la propria soddisfazione per la decisione di rettifica della legge 41 del 2004 inerente alle proprietà nelle zone di confine, nonché le decisioni relative all’aumento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici e dei pensionati varate per decreto.
Il Comitato Centrale ritiene indispensabile la revisione di quelle leggi e disposizioni di orientamento economico liberale, che hanno contribuito alla destabilizzazione della produzione nazionale e indebolito le posizioni del settore statale (pubblico) portando un peggioramento dei livelli di vita delle masse, e che in ultima analisi hanno fornito dei vantaggi ai gruppi sfruttatori, in particolare alla borghesia compradora.
Il Comitato Centrale considera necessario frenare questi orientamenti economici liberali, perché dannosi alla produzione nazionale e alle condizioni delle masse lavoratrici. Il governo deve quindi prendere decisioni per rinforzare la situazione economica del paese e soddisfare le esigenze di operai e contadini, delle fasce a basso reddito e dei dipendenti pubblici, che costituiscono il sostegno di massa della nazione siriana.
A questo proposito, il Comitato Centrale considera importante concentrarsi sulle aree produttive, ad esempio sostenendo l'agricoltura siriana per ristabilire e rafforzare la nostra sicurezza alimentare, sostenendo l'industria e la sua proprietà nazionale con particolare attenzione al mantenimento e allo sviluppo del settore pubblico. A questo proposito, dovrebbero essere modificate la legge sull'energia elettrica, ristabilendo il pieno monopolio statale su questo settore economico vitale, e la legge sulle telecomunicazioni per impedire in particolare l'ingresso del capitale monopolistico in questo settore. Anche le aziende pubbliche con investimenti privati dovrebbero passare a completa proprietà statale. E' inoltre necessario abbandonare l'approccio dannoso nella liberalizzazione dei prezzi e tornare ad un ruolo attivo dello Stato in questo campo, inclusa la riorganizzazione del Ministero delle finanze e del commercio.
Il Comitato Centrale ritiene importante altresì che vengano soddisfatte le capacità produttive nazionali attraverso l'aumento degli investimenti statali in quei settori, non affidandosi invece all’importazione di capitali esteri nel paese. In questo senso è importante tornare ad una politica di sfruttamento petrolifero nazionale (estrazione e commercializzazione). E' importante intensificare la campagna di lotta permanente alla corruzione, per tenere a freno la borghesia compradora che insieme alla sua alleata burocratica cercano di realizzare il saccheggio globale dello Stato e del popolo. A questo proposito, l'estensione delle libertà democratiche alle masse popolari svolge un ruolo importante, rendendo il lavoro contro la corruzione più efficace e completo.
Il Comitato Centrale è convinto che un tale approccio alle questioni in campo socio-economico garantisca la rimozione di quel risentimento che in esso cresce, andando a migliorare la degna tenacia della nazione e facendo si che il popolo formi il suo principale sostegno e impedimento alle congiure dei paesi nemici.
Il Comitato Centrale sottolinea la disponibilità del Partito Comunista Siriano ad esercitare tutti gli sforzi per rafforzare gli elementi di fermezza nazionale, politicamente, socialmente, economicamente, e delle masse. Il nostro slogan era, e rimane: “La Siria non si inginocchierà!”.
Riguardo la situazione internazionale, il Comitato Centrale ritiene che gli ultimi sviluppi indichino chiaramente la correttezza dell’analisi del nostro partito che indica come la fase di recessione seguita alla crisi economica ciclica globale sarà il terreno di un’escalation nello scontro di classe tra capitale e lavoro. Prova ne è l’ondata di scioperi e proteste di massa che si svolgono in molti paesi del mondo, inclusi gli stessi centri dell'imperialismo.
Le economie di questi paesi, dove continuano ad essere applicate le prescrizioni economiche liberali, continuano ad affondare. Dopo la Grecia e l'Irlanda, è arrivato il momento del Portogallo. Il Comitato Centrale ritiene che in queste circostanze sia necessario aumentare gli sforzi per render più forti le relazioni di solidarietà internazionale dando seguito alla parola d’ordine: “Per un fronte internazionale contro l'imperialismo”.
Damasco 25/03/2011
Comitato Centrale del Partito Comunista Siriano

mercoledì 9 giugno 2010

LA FGCI CONTRO IL TERRORISMO DI STATO DI ISRAELE

La FGCI condanna duramente il vile attaco compiuto questa mattina da Israele, ai danni del convoglio navale di pacifisti che portavano aiuti alla popolazione palestinese di Gaza. Un vero e proprio atto terroristico ancor più deprecabile, proprio perchè peprpetrato ai danni di persone disarmate, colpevoli solo di voler raggiungere una popolazione da mesi rinchiusa in una prigione a cielo aperto e sottoposta al blocco degli aiuti internazionali.
E' evidente ormai
da tempo che Israele non ha nessuna intenzione di risolvere il conflitto e l' uso della forza militare è l' unica risposta di cui è capace.
Israele non può continuare ad agire indisturbato ed impunito; chiediamo alla comunità internazionale, di agire affinchè cessino
le vessazioni ai danni dei palestinesi e vengano presi provvedimenti contro le azioni criminali dello stato di Israele.
Dalla parte della Palestina sempre!

lunedì 31 maggio 2010

Vigliacchi! Attacco nazisionista di Israele alla Flotilla diretta verso Gaza

Ancora dubbi? Dopo l’assalto premeditato e vile delle truppe israeliane alla Flotilla che portava cibi e beni di prima necessità nella Striscia (sigillata) di Gaza (mentre scriviamo i morti ammazzati tra gli operatori umanitari della nave turca sono 19!) la politica sionista sulla quale si fonda lo Stato di Israele rinnova con il sangue versato da innocenti la sua essenza di politica di tipo nazista. Siamo a fianco della Flotilla ed a fianco del Popolo Palestinese in Resistenza contro l’oppressore occupante. E’ nostro dovere di comuniste e di comunisti resistere un secondo di più dei carnefici sionisti, senza arretrare di un millimetro. Dichiariamo ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, Benjamin Netanyahu ed il Governo da lui presieduto responsabile di crimini contro l’umanità e di genocidio.

Dipartimento Comunicazione Comunisti Uniti


Gaza, assalto in mare

Sono almeno venti le vittime dell’assalto dell’esercito israeliano, avvenuto questa mattina all’alba, di una delle navi che portano aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. La barca assaltata, la Mari Marmara, fa parte della Freedom Flotilla, gruppo di imbarcazioni partite da vari paesi per portare sollievo alla popolazione civile di Gaza.

Impossibile contattare gli altri attivisti della Flotilla, i cui telefoni sono stati oscurati nella notte, poche ore prima dell’assalto dei corpi speciali israeliani. Tutti i membri della Flotilla sono da considerare in stato di fermo e le unità militari israeliane li stanno portando nel porto di Haifa, mentre in un primo momento il loro arrivo era previsto nel porto di Ashdod. L’ultimo comunicato stampa della rete che gestisce l’iniziativa recita: ‘”Lo streaming video mostra i soldati israeliani che sparano a civili”, e l’ultimo messaggio diceva: “Aiutateci, siamo stati abbordati dagli israeliani”.

La coalizione formata dal Free Gaza Movement (FG), European Campaign to End the Siege of Gaza (ECESG), Insani Yardim Vakfi (IHH), Perdana Global Peace Organisation , Ship to Gaza Greece, Ship to Gaza Sweden, e International Committee to Lift the Siege on Gaza lancia un appello alla comunità internazionale per chiedere a Israele di fermare questo brutale attacco contro civili che stavano tentando di portare aiuti di vitale importanza ai palestinesi imprigionati a Gaza e di consentire alle navi di continuare il loro cammino. La diretta dell’iniziativa umanitaria veniva seguita in diretta sul sito della coalizione, WitnessGaza.

Il numero delle vittime non è accertato, l’unico numero è stato fornito da un portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri. Quest’informazione, fornita in una intervista in tv, non ha per ora altra conferma.

Le immagini, trasmesse in tutto il mondo da al-Jazeera, che ha una troupe a bordo di una delle navi, mostrano elementi delle forze d’assalto israeliane che fanno irruzione a bordo. La Radio Militare israeliana ha confermato, poco fa, che le vittime sono almeno 16. Secondo i militari israeliani, gli incursori avrebebro incontrato resistenza nel tentativo di salire a bordo, in quanto alcuni membri dell’equipaggio brandivano non meglio precisate ‘armi da taglio’.

L’assalto è avvenuto a 65 chilometri dalla costa della Striscia di Gaza, in acque internazionali. Il cargo batteva bandiera turca e il governo di Ankara ha già rilasciato una nota nella quale chiede immediati chiarimenti al governo israeliano. La polizia turca ha protetto dall’assalto di un gruppo di dimostranti la sede diplomatica israeliana ad Ankara.

Una fonte ufficiale dell’esercito israeliano, sentito dalla televisione al-Arabiya, ha confermato che che le vittime sono 19: nove cittadini turchi e diversi arabi, anche se non è stata fornita la nazionalità di tutte le vittime. Al momento sono stati inoltre ricoverati 16 feriti, tra cui dieci soldati israeliani colpiti con coltelli durante l’assalto alle navi dai volontari. Si attende l’arrivo di tutte le navi nel porto di Ashdod mentre prosegue il recupero dei feriti da parte della marina israeliana.

La Turchia ha convocato l’ambasciatore israeliano ad Ankara dopo l’assalto. Lo ha reso noto un diplomatico turco. “L’ambasciatore Gabby Levy è stato convocato al ministero degli Esteri. Faremo presente la nostra reazione nei termini più perentori”. Il vice-premier Bulent Airnc ha convocato una riunione di emergenza ad Ankara a cui partecipano tra l’altro il ministro dell’Interno, il comandante della Marina e il capo delle operazioni dell’esercito

“Proclamiamo per domani uno sciopero generale a Gaza e in Cisgiordania in solidarietà con i volontari della flotta attaccata dai militari israeliani”, ha annunciato Ismail Haniyeh, primo ministro di Hamas. Haniyeh ha indetto una conferenza stampa, in diretta televisiva, questa mattina. ”Quella di oggi sarà ricordata come la giornata della libertà per il popolo palestinese – ha affermato – tutte le vittime di questo attacco saranno i martiri del nostro popolo”. Haniyeh ha invocato la collaborazione dell’Autorità nazionale palestinese, guidata da Abu Mazen e che controlla la Cisgiordania, della Lega Araba e dell’Unione Europea. La Lega Araba ha reagito subito, convocando per domani al Cairo una riunione urgente dopo l’attacco di questa mattina. Lo ha reso noto una fonte della Lega Araba citata da al-Arabiya.

Alta tensione anche in Israele. La polizia israeliana, appena è stata diffusa la notizia dell’assalto alla nave della Flotilla, ha predisposto la chiusura al traffico di alcune vie di comunicazione sensibili, in particolare in zone dov’è alta la presenza di arabi-israeliani. Movimenti di polizia si sono, in particolare, registrati subito nella zona di Wadi Ara, dove la tensione è alta, in quanto si è diffusa la notizia che una delle vittime sarebbe lo sceicco Raed Sallah, originario di questa zona.

La polizia israeliana ha inoltre deciso di isolare la zona della Spianata delle Moschee a Gerusalemme.

di Christian Elia su “PeaceReporter.net”

venerdì 10 luglio 2009

G8, Palestina - Genovali: "Basta con sparate demagogiche di Berlusconi"

Ufficio Stampa PdCI

"Basta con le solite sparate demagogiche di Berlusconi ad uso e consumo dei media sulla Palestina. Oggi occorre bloccare la strage quotidiana dei palestinesi, il rispetto delle risoluzioni ONU e lo strangolamento scientifico con il quale Israele sta uccidendo qualsiasi esperienza economica di quel popolo. Il resto è propaganda becera". E' quanto afferma Andrea Genovali, vice responsabile Esteri del PdCI.

sabato 7 marzo 2009

iniziativa di UC sulla Palestina

Ariel Sharon non deve morire!

Scritto da Francesco Fumarola

Ariel Sharon ha compiuto ottantuno anni il 27 Febbraio scorso. E non lo sa. In coma dal 4 Gennaio 2006 per un’emorragia cerebrale, solo la moderna scienza medica riesce a tenerlo ancora in vita.
E’ troppo lontano il 16 Settembre 1982, quando l’allora baldanzoso Ministro della Difesa di Sion diede l’ordine di illuminare a giorno i campi profughi di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut, permettendo ai falangisti cristiani di fare una strage di civili palestinesi e libanesi. Quella volta Sharon si guadagnò sul campo il disprezzo del partigiano Sandro Pertini, che di lui disse: ““il responsabile dell'orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E' un responsabile che dovrebbe essere bandito dalla società". Parole inascoltate.

Eppure, a differenza degli oltre 3000 civili straziati di Sabra e Chatila (per i quali il Washington Post, il 20 Settembre 1982, scrisse: “la scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti - dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 - raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche” ), a nessuno è concesso di vedere la morte che si fa spazio sul viso di Sharon. Nessuno può avvicinarsi alla sua stanza d’ospedale: sorvegliata giorno e notte dal Mossad, assomiglia ad un fortino inespugnabile.

Forse suda freddo Sharon oppure, chissà, adattando a Sharon ciò che suor Albina ha detto per Eluana Englaro (“qualche volta muove gli occhi, soprattutto se le parla suor Rosangela , non si riesce a capire se comprende, ma io penso di sì, anche se clinicamente dicono di no”), possiamo immaginare il vecchio pachiderma ribellarsi alla condizione persistente di chi è costretto a rimanere chiuso dentro una stanza di pochi metri quadri, manco fosse una delle tante centinaia di migliaia di palestinesi che lui stesso ha fatto recintare con un Muro lungo centinaia e centinaia di chilometri.

Forse Sharon è davvero cosciente ed ha paura. Come ne avevano i bambini innocenti, le donne e gli uomini di Gaza che il mese scorso, per 23 giorni consecutivi, il suo successore Olmert ha fatto dilaniare con bombe pesanti, ad implosione, silenziose ed al fosforo.

O forse è semplicemente triste l’ex macellaio di Sion, ora ridotto ad un ammasso di rottami umani del peso di 50 kili, perché non potrà più attraversare spavaldo, come fece nel 2000, la spianata della moschee di Gerusalemme, scatenando l’ira dei palestinesi e la seconda intifada.

Anche se i medici sono stufi di dover tenere forzatamente in vita un paziente che se non fosse così ingombrante sarebbe già morto, la famiglia ed il 72% degli israeliani (che lo ringrazieranno sempre per i servigi resi al popolo “eletto” da Jahvè) tengono duro e chiedono che le cure mediche non si interrompano.

Non c’è nulla di male nel volere che Sharon stia ancora un altro po’ in coma. Molto probabilmente è ciò che pensano anche molte di quelle famiglie palestinesi che per colpa sua hanno subito lutti e versato lacrime. Stessa idea per i politici baciapile nostrani, come il Ministro ex Socialista Sacconi, l’ex radicale Capezzone, ora portavoce di Forza Vaticano, il Presidente Berlusconi (che probabilmente sta pensando a Sharon come ad un amico affettuoso che ancora può avere un’eiaculazione e perciò stesso ha il diritto di essere curato), o come il Cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari per la Pastorale della salute, che in questi giorni è tornato ad attaccare Beppino Englaro: "Abbiamo un comandamento, il quinto, che dice di non uccidere. Chi uccide un innocente commette un omicidio e questo è chiaro. Se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia Eluana allora è un omicida".

Per tutti questi motivi e tanti altri ancora, ci associamo al 72% di israeliani ed alla famiglia di questo sionista criminale di guerra. Non uccidete Sharon.

Ariel Sharon non deve morire!

Francesco Fumarola, 1 Marzo 2009

mercoledì 7 gennaio 2009

Palestina: ieri e oggi



senza parole

I comunisti e la questione palestinese oggi

Contrariamente a quanto affermano alcuni compagni e compagne (che si dichiarano di estrazione ebraica) che, anche in questi giorni, si mantengono “equidistanti” sulla questione palestinese il problema non può essere limitato affatto al concedere semplicemente un po’ di comprensione per il “legame dei palestinesi con la propria terra”. Questa rischia di essere questione di lana caprina mentre a Gaza è in corso una vera proria mattanza contro la popolazione araba di terra di Palestina. Anche le posizioni che ci ripetono che la situazione è “complessa” e va “approfondita” sono formalmente corrette. Ma se ci fermiamo solo a questo si rischia (anche contro la volontà di chi esprime tali posizioni) di trovare alibi per annacqua le nostre coscienze (si spera di “classe”). Siamo comunisti e questo non ce lo possiamo permettere.

Il problema principale oggi è ribadire e trasmettere che - da comunisti (e quindi da antimperialisti) - non c'è NESSUNA equidistanza possibile tra aggressori e aggrediti, tra occupanti e occupati. E questo anche al di là del fatto che ci piaccia più Hamas, l'ANP o il FPLP. Al di là del fatto che "tutti i morti sono morti". E della comprensibile pulsione ad “approfondire” i temi dal punto di vista storico e teorico per “capire”, invece di schierarci sulle “sensazioni” o sugli elementi forniti dalla disinformazione imperialista. Anzi, come contributo al dibattito, allego un’interessante analisi che qualcosa in più ce la dice anche in questo senso. Soprattutto su come cominciare ad interrogarci sul ruolo dell’attuale Autorità Palestinese e non solo del grado di “terrorismo” di Hamas.

Intanto, però, fioccano le bombe sul popolo palestinese e noi dobbiamo chiarirci cosa fare e perchè. Nessuna particolare novità, d'altronde...è sempre stato l’atteggiamento dei comunisti da Marx, a Lenin, a Gramsci, a Ho Chi Minh fino a Guevara. Certo lo è un pò meno oggi dopo le ubriacature non-violente, post-moderne e anti-comuniste che hanno pervaso i principali partiti comunisti esistenti e tracimato nei movimenti (o quantomeno in parte del loro ceto politico).
Ma se l’obiettivo della ripresa del movimento comunista oggi nel nostro paese fosse segnato nel solco della continuità con la linea “bertinottiana” non avrebbero senso critiche e autocritiche sugli sbandamenti recenti, sugli arretramenti, sulla perdita di autonomia, nè su processi di ricomposizione o costituenti comuniste.

Dobbiamo dirlo. La soluzione “due stati per due popoli” è fallita - e sta continuando a fallire - non per l'azione di un presunto “terrorismo islamico” (o per gli effetti di una mitologica spirale tra “guerra e terrorismo”). Sta fallendo, innanzitutto, perchè dei due UNO STATO ESISTE (Israele) e l’altro NO (Palestina). E quello che esiste si è insediato nelle terre arabe con l’avallo delle maggiori potenze post-belliche, dopo anni di pressioni e terrorismo del movimento sionista, e con il suo schieramento economico-militare nel campo imperialista. Su questo non è possibile nessun “scurdámmoce ‘o passato” perchè quel passato recente è gravido di conseguenze sull’oggi.

Le forme della resistenza possibili, quelle migliori e quelle peggiori sono determinate dalle condizioni storiche interne ed esterne. Ma ai palestinesi non è stata mai data la possibilità di difendere i propri diritti al di fuori del quadro imperialista sopra descritto e di accordi che sanciscono la bantustizzazione delle proprie terre e misere risorse. Tra l'altro, accordi questi non solo imposti “con la pistola alla tempia” da Israele, USA e UE, ma anche spesso non rispettati dagli israeliani in primis. Basti vedere i pessimi accordi di Oslo franati sulla spianata delle Moschee nel 2001 con la repressione scatenata da Sharon.

Oggi siamo all’assurdo che gli unici che rivendicano l’attuazione ALMENO (ossia, come base minima) del principio “due stati per due popoli” sono PROPRIO i palestinesi. Non solo l’ANP, ma anche FPLP, Jihad e Hamas che - con prospettive storiche e per tattiche differenti - rivendicano QUANTOMENO l’applicazione in questo senso delle risoluzioni ONU (tutte disattese da Israele) che imporrebbero uno stato palestinese e il ritiro israeliano entro i confini del '67 (quindi riconoscendogli l'80% del territorio sotto occupazione), Gerusalemme divisa tra i due stati, ritorno di parte di profughi, ecc...

Questo dimostra due cose, a mio avviso:

1) L'unica prospettiva storica sensata (al di là delle imprevedibili strade tortuose e sanguinose che questa prenderà) è quella dello stato unico laico e multiconfessionale (quindi non "ripulito" etnicamente e senza "gettare a mare" né un ebreo né un musulmano) e la prospettiva – di fatto razzista – di “due stati per due popoli” è solo uno specchietto per le allodole per non far nascere l'unico dei due che non esiste (quello paestinese).

2) Gli accordi internazionali sono SOLO registrazione diplomatica dei rapporti di forza e quindi senza la RESISTENZA quello che si ottiene sarebbe ancora peggiore in questo contesto assai sfavorevole. Ossia, sarebbe l’annientamento della causa palestinese e la sua cancellazione dall’agenda politica. A meno che non si creda che sia il consesso internazionale delle potenze imperialiste a “regalare” quello che decenni di accordi al ribasso (tutti siglati SOLO quando c'è stata una forte RESISTENZA) non hanno imposto.

In questo senso l’aggressione a Gaza ha proprio l’obiettivo di ricavare il massimo sfruttando i rapporti di forza attualmente più favorevoli al regime di Tel Aviv grazie alla politica internazionale di frantumazione del fronte palestinese diviso tra “buoni” (l'ANP della Cisgiordania), disposti a concedere la propria indipendenza in cambio di un Bantustan, e “cattivi” (Hamas a Gaza e non solo) che si oppongono a questo tentativo.

Da comunisti dovremmo sapere che solo un connubio di effetti provocati da crisi internazionale, resistenza e crisi interna alla società israeliana faranno fare dei passi in avanti al riconoscimento dei sacrosanti diritti negati in quell'area (unica precondizione per una vera PACE). E se non da comunisti, almeno da “italiani” questo dovremmo saperlo bene visti gli esiti delle guerre (soprattutto la seconda).

E allora ognuno faccia la sua parte. Noi dobbiamo sostenere la resistenza del popolo palestinese, senza necessariamente sposarci questo o quel filone politico, ma anche senza NESSUNA equidistanza sulla contraddizione principale tra occupanti e occupati. Per fare questo bisogna essere in piazza anche contro qualsiasi sostegno alle missioni militari e agli accordi politici ed economici - che sostengono Italia ed i paesi imperialisti occidentali - con il paese occupante.
I cittadini israeliani con posizioni progressiste (ebrei e non) faranno la loro nelle terre dove abitano e i palestinesi sembra che siano già purtroppo abituati a farlo.
Qualsiasi persona intellettualmente onesta sosterrebbe la correttezza di questa posizione e chiunque potrebbe capire che - tra questi tre punti di resistenza – non è certo quello palestinese quello più arretrato.

Se invece di sostenere queste posizioni (che sembrerebbero l’ABC), applichiamo invece dei principi differenti (religiosi o filosofici che siano) e al contrario di quanto fatto nel passato con le resistenze dei popoli (dal Sud-Africa al Vietnam)... allora non si capisce proprio cose c’entriamo noi con comunismo, anticapitalismo, antimperialismo, ecc...Il nostro ruolo di “alternativa di società e non di governo” è del tutto inutile...abbiamo già orde di intellettuali liberali che giocano un ruolo in questo senso.

Comunque, anche su un terreno di visione “non comunista”, a ben vedere, ci sono fior fiore di posizioni oneste e di “buon senso” persino nel mondo della cultura ebraica o limitrofe (non comuniste e talvolta persino apertamente anticomuniste). Bisogna vedere se uno è interessato a cercarle e sostenerle coraggiosamente, almeno da questo punto di vista. O se codardamente ci si rifugia nell’equidistanza, contrariamente agli insegnamenti gramsciani sulla necessità storica della “partigianeria”.

Qualcuno, in questi giorni, citava correttamente le importanti prese di posizione degli “Ebrei contro l’occupazione”, di Illan Pappe o Joseph Halevi. Ma potrebbe essere utile citare anche uno dei più insigni giudaisti israeliani del ‘900, Yeshayahu Leibowitz, che accusò Sharon ed il sionismo di fine ‘900 di “nazismo” dopo Sabra e Chatila e dopo la legge della metà degli anni ‘80 che legalizzava, di fatto, le torture contro i palestinesi (sotto forma di “pressioni consentite”).
Potremmo persino rileggere le posizioni di Hannah Arendt contro la visione sionista (anche nel filone cosiddetto “socialista”) dell’occupazione o dei rabbini contro lo Stato d’Israele che considerano una bestemmia imporre in terra il “regno dei cieli” e, per giunta, “manu militari” con un bagno di sangue. Certo in uno stato teocratico e militarizzato, come quello israeliano, il livello di consenso interno è per lunghi tratti altissimo, ma negli anni più aumenta l’aggressività verso i palestinesi – in un clima di forte crisi economica interna ed internazionale – e più aumentano anche le voci “fuori dal coro”.
Esempi di tali posizioni pubbliche ce ne sono a bizeffe (alcune condivisibili, altre meno), così come di motivazioni per essere contro l’occupazione e la repressione israeliana, non equidistanti ma al fianco del diritto del popolo palestinese a resistere e a lottare per un proprio stato indipendente. Basta volerle realmente trovare. Da “sinceri democratici”, come si diceva una volta.

Ne prendiamo alcune dal mucchio sperando che poche righe stimolino a collegare la propria coscienza di classe con il proprio cervello e non solo con il proprio credo religioso:

«Ariel Sharon, mi sono deciso a rivolgermi pubblicamente a lei, capo del governo d’Israele, perché sono arrivato alla conclusione che bisogna dire alto e forte che la po¬litica di ritorsione perseguita da Israele è giunta a un punto estremo di assurdità. Non si tratta nemmeno più di una politica – che implica un pensiero e un obiettivo riconosciuto come possibile – ma di una zuffa tragica in cui, disgraziatamente, tutti i nostri valori morali stanno sprofondando. (...) Noi, che abbiamo imparato attraverso il dolore e la sofferenza a sopravvivere contro la forza brutale, come potremmo aver dimenticato che un popolo non si inchina mai senza essersi prima battuto? Lei, che si richiama così fortemente alla tradizione ebrea, ricordi le parole dei nostri profeti: "Non è la forza che fa il vincitore", diceva Samuele, mentre alcuni secoli più tardi Zac¬ca¬ria proclamava: "Né con la forza né con l’esercito ma con lo spirito...". (...) Desidero riaffermare ad alta voce, alla vigilia della sua elezione: il primo passo da fare, che è anche una necessità storica ma è anche, indubbiamente, un imperativo morale, è di riconoscere ai palestinesi la libertà di proclamare il loro stato. Bisogna persino spingersi più avanti e reclamare per Israele il privilegio di essere il primo Stato a rico¬noscere la legittimità di questo Stato palestinese. Uno Stato col quale Israele deve spartire la terra comune.» (Thèo Klein, avvocato, presidente onorario del Consiglio delle istituzioni ebree in Francia, Ariel Sharon et l’honneur d’Israel)

«Diciamo senza rigiri, la questione del sionismo è superata. Eppure, la sistematica amalgama tra antisionismo e antisemitismo è diventata la nuova arma di intimi¬da¬zio¬ne degli "amici di Israele". Le accuse che le istituzioni ebree di Francia lanciano con¬tro i media francesi, la violenza passionale delle reazioni e l’obbrobrio gettato su qualsiasi atteggiamento critico nei confronti di Israele sono testimonianze della con¬fu¬sione e della sovraeccitazione degli spiriti. Confondendo nonsionismo con anti¬se¬mi¬tismo, queste reazioni si sono moltiplicate da quando le guerra coloniale in Palestina-Israele ha raddoppiato di violenza. Così, le istituzioni ebree in Francia fan¬no oggi pesare un pericolo sugli ebrei e sul giudaismo e più particolarmente sulla co¬abitazione tra francesi ebrei e musulmani nella Repubblica.»

«Nelle sinagoghe e nei centri comunitari ebrei, la bandiera israeliana e la raccolta di denaro a favore di Israele tendono a sostituire i simboli religiosi tradizionali. (...) E’ co¬sì che si opera uno spostamento dal campo politico a quello religioso. In questa confusione, identificati come istituzioni di sostegno a Israele, sinagoghe e centri co¬mu¬nitari divengono bersagli per attacchi criminali, che ovviamente vanno puniti in quanto tali. Ma, qualificando di antisemitiche le posizioni non sioniste e critiche nei confronti della politica israeliana e confondendo una posizione politica con un’o¬pi¬nio¬ne razzista, le istituzioni ebree fanno gli apprendisti stregoni e divengono esse stes¬se dei vettori di violenza. Per l’ebreo praticante, il giudaismo non è un problema. In¬vece, per degli ebrei laici, presi tra universalismo e contrazione identitaria, il sionismo è divenuto una religione sostitutiva. Yeshayahu Leibowitz, filosofo israeliano, reli¬gio¬so e sionista, diceva di questi ebrei in cerca di identità: "Per la maggior parte degli ebrei che si dichiarano tali, il giudaismo è soltanto un pezzo di chiffon blu e bianco issato su un’asta, nonché le azioni militari che l’esercito compie a loro nome con que¬sto simbolo. L’eroismo in combattimento e la dominazione, ecco il loro giudai¬smo".» (Eyal Silvan, cineasta israeliano, La perciolosa confusione degli ebrei di Francia)

«Essere ebrei è una faccenda terribilmente complicata. Io per esempio mi ritengo ebreo pur non essendo sionista e trovandomi bene tra gli italiani, di cui mi cullo nell’illusione che siano ‘brava gente’ e pur essendo ateo. (...) Perché allora mi ostino a definirmi ebreo? Per la semplice ragione che con minor fortuna sarei finito ad Au¬schwitz. Come afferma Sartre, non è l’ebreo che crea l’antisemitismo, ma l’anti¬se¬mi¬ta che crea l’ebreo. Come si situa nell’attuale costellazione del mondo, in cui c’è rischio che il conflitto del Medio Oriente si trasformi in una deflagrazione definitiva, un siffatto ‘ebreo non ebreo’, per riprendere il titolo dell’ultimo libro di Isaac Deut¬scher? Anzitutto, egli non farebbe finta che il conflitto cominci adesso. Per utilizzare un’immagine dello stesso Deutscher, si è trattato del salto di un individuo malconcio e azzoppato, sopravvissuto ad Auschwitz, sulle spalle di un altro che risiedeva da tempo in quel luogo. Sarebbe stato bello se avesse avuto ragione Max Nordau, con il suo slogan: "Una terra spopolata per un popolo senza terra". Purtroppo, la Palestina non era spopolata.» (Cesare Cases, Ebreo non ebreo)

«Il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebree in Francia (Crif) chiama a manifestare il 7 aprile non soltanto contro gli attacchi ai luoghi di culto, ma anche per "sostenere Israele". (...) Riprendendo la parola d’ordine degli americani contrari alle crociate imperiali, noi rispondiamo: "Non in nostro nome!". (...) Riconosciuto dall’Au¬torità palestinese e da diversi governi arabi, il fatto nazionale israeliano è ormai sta¬bi¬li¬to in modo irreversibile. Ma una pace duratura esige il riconoscimento reciproco dei due popoli e la loro coesistenza fondata su uguali diritti. Gli israeliani han¬no uno sta¬to sovrano, un esercito potente, un territorio; i palestinesi sono da mez¬zo secolo par¬cheggiati in campi, sottoposti a brutalità e a umiliazioni, assediati in un territorio a pelle di leopardo: grande come una regione francese, la Cisgior¬da¬nia è lacerata da stra¬de strategiche, crivellata da oltre 700 check points, irta di colonie. Non c’è sim¬metria tra occupanti e occupati. (...) Era prevedibile che a forza di assimilare il giudaismo alla ragione di Stato israeliana e di presentare le istituzioni ebree come delle ambasciate ufficiose di Israele, gli apprendisti stregoni del Grande Israele finissero per essere presi in parola, anche se questo non rende meno odiosi e inammissibili gli attentati alle sinagoghe e le scuole. Noi condanniamo le aggressioni che puntano contro una comunità in quanto tale e che rendono gli ebrei colletti¬va¬men¬te responsabili delle esazioni commesse dal governo israeliano. Condanniamo ogni deriva antisemita della lotta contro la sua politica, condanniamo per motivi mo¬ra¬li come pure politici gli attentati contro la popolazione civile in Israele. Le azioni contro le colonie e contro l’esercito di occupazione derivano invece da una resi¬sten¬za storicamente legittima e da una difesa di diritti imprescrittibili.» (Sostenere Israele? Non in nostro nome!, dichiarazione firmata da 21 intellettuali ebrei, su «Le Monde»)

«Come uscirne? Nel futuro che si profila, tre soluzioni sembrano logiche. La prima è l’espulsione dei palestinesi da ciò che si chiama Eretz Israel, cioè tutta la Palestina mandataria. Un ministro assassinato di recente preconizzava questa soluzione. Si possono seriamente immaginare quali crimini occorrerebbe compiere per sboccare su questo risultato? Si può credere che il mondo arabo lo ratificherebbe? Che reste¬reb¬be allora dell’universalismo dei profeti di Israele – quello del secondo Isaia, ad e¬sem¬pio – e della speranza del cittadino israeliano di vivere, un giorno, in pace in questa re-gione? L’altra soluzione è il contrario della prima: la partenza degli israeliani verso dei cieli più clementi, gli Stati Uniti o l’Europa. Essa è strettamente impossibile, nell’im¬mediato. Ma in futuro? (...) La terza soluzione è quella della coesistenza, sia che essa assuma la forma di due Stati separati, o quella di una federazione o confede¬ra¬zio¬ne.»

«Due princìpi fondamentali possono ancora, forse, renderla possibile. Il primo è quello dell’eguaglianza civica, ma anche sociale ed economica. Questo principio vale anzitutto per lo spirito che deve reggere ogni negoziato futuro. Vale per i palestinesi cittadini di Israele che, cinquant’anni dopo la creazione dello Stato, sono ancora lontani dal contare. Vale anche per gli israeliani che decidessero di restare in territorio palestinese e che non dovrebbero più esservi incastrati. Il secondo è quello della reciprocità. Ogni rinuncia alla sovranità di una delle parti contraenti deve trova¬re la sua contropartita presso l’altra parte. Questo vale per tutti i problemi in dibattito, compreso beninteso quello di Gerusalemme e dei rifugiati. (...) Noi speriamo, contro ogni speranza..» (Elias Sanbar, redattore della «Revue d’Etudes Palestiniennes», Pierre Vidal-Naquet, storico, Is¬raël - Palestine: contre toute espoir)

«Limor Livnat è legata alla storia della "lunga durata"; essa colloca l’inizio nel XII secolo prima della nostra era e la fine a metà del secondo millenario. L’attore prin¬ci¬pa¬le è un "popolo-razza" che era riuscito a conquistarsi un territorio all’inizio stesso del¬la storia, ma che, come accadde agli spagnoli dell’VIII secolo, aveva visto la sua ter¬ra occupata da quei cattivi degli arabi. Però, così come gli spagnoli espulsero gli arabi dopo otto secoli di presenza, gli ebrei riuscirono anch’essi a riappropriarsi della propria terra dopo mille e duecento lunghi anni. (...) Io faccio parte di quegli israeliani che hanno smesso di rivendicare per se stessi dei diritti storici immaginari; se, in effetti, per organizzare il mondo s’invocano delle frontiere o dei diritti che risal¬go¬no a duemila anni fa noi finiremo per trasformare il mondo in un immenso asilo psi¬chiatrico. Allo stesso modo, se continuiamo a educare i nostri figli israeliani in base a una memoria nazionale contraffatta sino a questo punto non arriveremo mai a un compromesso storico duraturo.»

«Nel 1993 Itzhak Rabin ha iniziato l’evacuazione dei territori occupati. La bandiera pa¬le¬stinese ha sventolato su Jenin e Ramallah. Perà, parallelamente a questo pro¬cesso politico, la maggior parte degli storici israeliani non ha avviato l’opera di smi¬namento della mitologia che ha indotto molti israeliani a credere che quei territori siano parte integrante della patria indivisibile. Con la riproduzione di queste men¬zo¬gne storiche, gli storici hanno anch’essi assunto la loro parte nel degrado attuale. I po¬litici di destra e di sinistra come la signora Livnat o il signor Barak, che hanno si¬ste¬maticamente perseguito una politica di colonizzazione nei territori occupati, per¬pe¬tuano l’impresa di costruzione della storia. Anche i palestinesi dovrebbero assorbire la ragione dolorosa secondo cui non si ripara a un’ingiustizia storica con una nuova ingiustizia. Benché questo per loro sia difficile bisogna dirlo: la proclamazione del di¬rit¬to al ritorno dei rifugiati nei territori di prima del 1948 equivale di fatto a un rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele. Beninteso, gli israeliani debbono evacuare tutti i ter¬ri¬tori conquistati nel 1967, compresa la parte araba di Gerusalemme, mentre i diri-gen¬ti palestinesi debbono formulare un progetto di compromesso perché si tratta delle tragiche conseguenze del 1948 e non di continuare a nutrire le illusioni dei loro com¬patrioti.» (Shlomo Sand, docente di storia all’università di Tel Aviv, Israele: la nostra parte di menzogne)

«La comparsa dei 52 ufficiali e soldati che qualche settimana fa hanno firmato una lettera per affermare che non serviranno più nell’esercito che lotta per le colonie e l’occupazione, è un fenomeno nuovo. Dalla pubblicazione di questa lettera (oggi firmata da 250 riservisti, e con molte altre adesioni) non è passato giorno senza una discussione pubblica. Come ha ben spiegato un giovane religioso che mesi fa ha preferito la prigione: "Io sono stato laggiù, so cosa significa trattare esseri umani come fossero cani, deumanizzarli, privarli di ogni diritto. Posso capire il loro odio, i loro attacchi. Non sopporto di farlo, lo devo ai miei figli. Cosa dovrei rispondergli quando mi domanderanno se anch’io c’ero? E se il mio rabbino mi condanna, preferisco comunque non commettere gli atti terribili che sono il risultato della repressione".» (Zvi Schuldiner, Un terremoto politico in Israele)

«L’occupazione, che dura da una generazione e che pesa sulla vita di oltre 3,5 milioni di palestinesi, è il motivo che ha spinto me e centinaia di altri obiettori nelle forze armate, nonché decine di migliaia di cittadini israeliani, a opporci alla politica e all’azione del nostro governo in Cisgiordania e Gaza. Il mio impegno ai valori democratici mi ha spinto ad agire contro l’occupazione – a firmare petizioni, scrivere annunci, prender parte a manifestazioni e veglie. Ma questi atti di opposizione non mi assolvono dal fare una scelta morale quanto a partecipare all’occupazione come ufficiale e ad ordinare a altri di fare altrettanto. Perciò, mentre continuo a servire nelle forze di difesa, io selettivamente rifiuto degli ordini militari se questi richiedono la mia presenza nei territori oltre i confini israeliani del 1967. (….) Io e gli altri che serviamo nelle forze di difesa non possiamo, con la nostra azione, cambiare la politica del governo o rendere più probabili dei negoziati di pace. Ma possiamo mostrare ai nostri concittadini che l’occupazione dei territori non è soltanto una questione politica o strategica. E’ anche una questione morale.» (Ishai Menuchin, maggiore della riserva e presidente di Yesh Gvul, il movimento dei militari israeliani per una rifiuto selettivo)

E se lo dicono forte loro, personaggi non certo tacciabili di antisemitismo e spesso persino convinti sostenitori dell’esistenza dello stato di Israele, perchè non dovrebbero dirlo i comunisti ed i sinceri democratici nel nostro paese?
Dalla parte della lotta del popolo palestinese...sempre!

Andrea