Husein Nemer, primo segretario del Partito Comunista Siriano (unificato), uno dei due partiti comunisti (l'altro è il Partito Comunista Siriano) che fa parte del Fronte Nazionale Progressista in Siria (insieme, tra gli altri, al Partito Baath) analizza l'attuale momento della vita politica nel suo paese, pronunciandosi per radicali riforme democratiche, ma allo stesso tempo, nella rete Solidnet, rivolge un appello ai partiti comunisti e operai di tutto il mondo perché si oppongano all'aggressione imperialista in atto contro la Siria.
domenica 2 ottobre 2011
Significativa analisi del Partito Comunista Siriano sulla situazione in tale paese
Husein Nemer, primo segretario del Partito Comunista Siriano (unificato), uno dei due partiti comunisti (l'altro è il Partito Comunista Siriano) che fa parte del Fronte Nazionale Progressista in Siria (insieme, tra gli altri, al Partito Baath) analizza l'attuale momento della vita politica nel suo paese, pronunciandosi per radicali riforme democratiche, ma allo stesso tempo, nella rete Solidnet, rivolge un appello ai partiti comunisti e operai di tutto il mondo perché si oppongano all'aggressione imperialista in atto contro la Siria.
domenica 24 aprile 2011
riflessioni del Partito Comunista Siriano sulla situazione in medioriente
domenica 6 marzo 2011
Ecco arrivato il nuovo nemico dell’occidente: Gheddafi
lunedì 31 maggio 2010
Vigliacchi! Attacco nazisionista di Israele alla Flotilla diretta verso Gaza
Dipartimento Comunicazione Comunisti Uniti
Gaza, assalto in mare
Sono almeno venti le vittime dell’assalto dell’esercito israeliano, avvenuto questa mattina all’alba, di una delle navi che portano aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. La barca assaltata, la Mari Marmara, fa parte della Freedom Flotilla, gruppo di imbarcazioni partite da vari paesi per portare sollievo alla popolazione civile di Gaza.
Impossibile contattare gli altri attivisti della Flotilla, i cui telefoni sono stati oscurati nella notte, poche ore prima dell’assalto dei corpi speciali israeliani. Tutti i membri della Flotilla sono da considerare in stato di fermo e le unità militari israeliane li stanno portando nel porto di Haifa, mentre in un primo momento il loro arrivo era previsto nel porto di Ashdod. L’ultimo comunicato stampa della rete che gestisce l’iniziativa recita: ‘”Lo streaming video mostra i soldati israeliani che sparano a civili”, e l’ultimo messaggio diceva: “Aiutateci, siamo stati abbordati dagli israeliani”.
La coalizione formata dal Free Gaza Movement (FG), European Campaign to End the Siege of Gaza (ECESG), Insani Yardim Vakfi (IHH), Perdana Global Peace Organisation , Ship to Gaza Greece, Ship to Gaza Sweden, e International Committee to Lift the Siege on Gaza lancia un appello alla comunità internazionale per chiedere a Israele di fermare questo brutale attacco contro civili che stavano tentando di portare aiuti di vitale importanza ai palestinesi imprigionati a Gaza e di consentire alle navi di continuare il loro cammino. La diretta dell’iniziativa umanitaria veniva seguita in diretta sul sito della coalizione, WitnessGaza.
Il numero delle vittime non è accertato, l’unico numero è stato fornito da un portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri. Quest’informazione, fornita in una intervista in tv, non ha per ora altra conferma.
Le immagini, trasmesse in tutto il mondo da al-Jazeera, che ha una troupe a bordo di una delle navi, mostrano elementi delle forze d’assalto israeliane che fanno irruzione a bordo. La Radio Militare israeliana ha confermato, poco fa, che le vittime sono almeno 16. Secondo i militari israeliani, gli incursori avrebebro incontrato resistenza nel tentativo di salire a bordo, in quanto alcuni membri dell’equipaggio brandivano non meglio precisate ‘armi da taglio’.
L’assalto è avvenuto a 65 chilometri dalla costa della Striscia di Gaza, in acque internazionali. Il cargo batteva bandiera turca e il governo di Ankara ha già rilasciato una nota nella quale chiede immediati chiarimenti al governo israeliano. La polizia turca ha protetto dall’assalto di un gruppo di dimostranti la sede diplomatica israeliana ad Ankara.
Una fonte ufficiale dell’esercito israeliano, sentito dalla televisione al-Arabiya, ha confermato che che le vittime sono 19: nove cittadini turchi e diversi arabi, anche se non è stata fornita la nazionalità di tutte le vittime. Al momento sono stati inoltre ricoverati 16 feriti, tra cui dieci soldati israeliani colpiti con coltelli durante l’assalto alle navi dai volontari. Si attende l’arrivo di tutte le navi nel porto di Ashdod mentre prosegue il recupero dei feriti da parte della marina israeliana.
La Turchia ha convocato l’ambasciatore israeliano ad Ankara dopo l’assalto. Lo ha reso noto un diplomatico turco. “L’ambasciatore Gabby Levy è stato convocato al ministero degli Esteri. Faremo presente la nostra reazione nei termini più perentori”. Il vice-premier Bulent Airnc ha convocato una riunione di emergenza ad Ankara a cui partecipano tra l’altro il ministro dell’Interno, il comandante della Marina e il capo delle operazioni dell’esercito
“Proclamiamo per domani uno sciopero generale a Gaza e in Cisgiordania in solidarietà con i volontari della flotta attaccata dai militari israeliani”, ha annunciato Ismail Haniyeh, primo ministro di Hamas. Haniyeh ha indetto una conferenza stampa, in diretta televisiva, questa mattina. ”Quella di oggi sarà ricordata come la giornata della libertà per il popolo palestinese – ha affermato – tutte le vittime di questo attacco saranno i martiri del nostro popolo”. Haniyeh ha invocato la collaborazione dell’Autorità nazionale palestinese, guidata da Abu Mazen e che controlla la Cisgiordania, della Lega Araba e dell’Unione Europea. La Lega Araba ha reagito subito, convocando per domani al Cairo una riunione urgente dopo l’attacco di questa mattina. Lo ha reso noto una fonte della Lega Araba citata da al-Arabiya.
Alta tensione anche in Israele. La polizia israeliana, appena è stata diffusa la notizia dell’assalto alla nave della Flotilla, ha predisposto la chiusura al traffico di alcune vie di comunicazione sensibili, in particolare in zone dov’è alta la presenza di arabi-israeliani. Movimenti di polizia si sono, in particolare, registrati subito nella zona di Wadi Ara, dove la tensione è alta, in quanto si è diffusa la notizia che una delle vittime sarebbe lo sceicco Raed Sallah, originario di questa zona.
La polizia israeliana ha inoltre deciso di isolare la zona della Spianata delle Moschee a Gerusalemme.
di Christian Elia su “PeaceReporter.net”
domenica 21 giugno 2009
Afghanistan - ancora truppe italiane
“Berlusconi sacrifica i militari italiani sperando di amicarsi Obama. In Afghanistan si combatte una vera e propria guerra di occupazione in cui l’Italia recita la parte del servo sciocco degli Usa in una aggressione criminale ad un intero popolo. Aumentare le truppe italiane in quel pantano è una terribile e scellerata decisione che aggiungerà altra guerra e orrore a quanto sta già avvenendo”. E’ quanto afferma Manuela Palermi dell’ufficio politico del PdCI e direttore de 'la rinascita della sinistra'.
Ufficio Stampa PdCI
Cuba - Delegazione di Cuba ha incontra il PdCI
Una delegazione di Cuba composta dal compagno Raymundo Navarro Fernandez della Segreteria della Centrale dei Lavoratori di Cuba e Yamila Pita, Consigliera politica dell’Ambasciata di Cuba in Italia, si è incontrata stamani con una delegazione del PdCI, composta dal Presidente del PdCI Antonino Cuffaro, Andrea Genovali, vice resp. Esteri PdCI e da Stefano Fedeli, resp. America Latina e Coop. Internazionali PdCI.
Durante l’incontro è emersa la sintonia fra PdCI e i cubani sull’analisi della crisi strutturale del capitalismo; sull’importanza della campagna che il PdCI ha svolto in Italia in ricorrenza del 50° anniversario della Rivoluzione cubana e su come le relazioni bilatera fra il PdCI e i cubani abbiano raggiunto un livello di grande complessità ed efficacia nell’ambito dell’accordo di cooperazione sottoscritto fra il PdCI e il PCC.
sabato 7 marzo 2009
Ariel Sharon non deve morire!
Ariel Sharon ha compiuto ottantuno anni il 27 Febbraio scorso. E non lo sa. In coma dal 4 Gennaio 2006 per un’emorragia cerebrale, solo la moderna scienza medica riesce a tenerlo ancora in vita.
E’ troppo lontano il 16 Settembre 1982, quando l’allora baldanzoso Ministro della Difesa di Sion diede l’ordine di illuminare a giorno i campi profughi di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut, permettendo ai falangisti cristiani di fare una strage di civili palestinesi e libanesi. Quella volta Sharon si guadagnò sul campo il disprezzo del partigiano Sandro Pertini, che di lui disse: ““il responsabile dell'orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E' un responsabile che dovrebbe essere bandito dalla società". Parole inascoltate.
Eppure, a differenza degli oltre 3000 civili straziati di Sabra e Chatila (per i quali il Washington Post, il 20 Settembre 1982, scrisse: “la scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti - dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 - raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche” ), a nessuno è concesso di vedere la morte che si fa spazio sul viso di Sharon. Nessuno può avvicinarsi alla sua stanza d’ospedale: sorvegliata giorno e notte dal Mossad, assomiglia ad un fortino inespugnabile.
Forse suda freddo Sharon oppure, chissà, adattando a Sharon ciò che suor Albina ha detto per Eluana Englaro (“qualche volta muove gli occhi, soprattutto se le parla suor Rosangela , non si riesce a capire se comprende, ma io penso di sì, anche se clinicamente dicono di no”), possiamo immaginare il vecchio pachiderma ribellarsi alla condizione persistente di chi è costretto a rimanere chiuso dentro una stanza di pochi metri quadri, manco fosse una delle tante centinaia di migliaia di palestinesi che lui stesso ha fatto recintare con un Muro lungo centinaia e centinaia di chilometri.
Forse Sharon è davvero cosciente ed ha paura. Come ne avevano i bambini innocenti, le donne e gli uomini di Gaza che il mese scorso, per 23 giorni consecutivi, il suo successore Olmert ha fatto dilaniare con bombe pesanti, ad implosione, silenziose ed al fosforo.
O forse è semplicemente triste l’ex macellaio di Sion, ora ridotto ad un ammasso di rottami umani del peso di 50 kili, perché non potrà più attraversare spavaldo, come fece nel 2000, la spianata della moschee di Gerusalemme, scatenando l’ira dei palestinesi e la seconda intifada.
Anche se i medici sono stufi di dover tenere forzatamente in vita un paziente che se non fosse così ingombrante sarebbe già morto, la famiglia ed il 72% degli israeliani (che lo ringrazieranno sempre per i servigi resi al popolo “eletto” da Jahvè) tengono duro e chiedono che le cure mediche non si interrompano.
Non c’è nulla di male nel volere che Sharon stia ancora un altro po’ in coma. Molto probabilmente è ciò che pensano anche molte di quelle famiglie palestinesi che per colpa sua hanno subito lutti e versato lacrime. Stessa idea per i politici baciapile nostrani, come il Ministro ex Socialista Sacconi, l’ex radicale Capezzone, ora portavoce di Forza Vaticano, il Presidente Berlusconi (che probabilmente sta pensando a Sharon come ad un amico affettuoso che ancora può avere un’eiaculazione e perciò stesso ha il diritto di essere curato), o come il Cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari per la Pastorale della salute, che in questi giorni è tornato ad attaccare Beppino Englaro: "Abbiamo un comandamento, il quinto, che dice di non uccidere. Chi uccide un innocente commette un omicidio e questo è chiaro. Se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia Eluana allora è un omicida".
Per tutti questi motivi e tanti altri ancora, ci associamo al 72% di israeliani ed alla famiglia di questo sionista criminale di guerra. Non uccidete Sharon.
Ariel Sharon non deve morire!
Francesco Fumarola, 1 Marzo 2009
mercoledì 7 gennaio 2009
Il Massacro di Gaza e l’abbuffata con rutto
Da poco Claudio Pagliara, il corrispondente del TG1-2 e 3 dalla Striscia di Gaza ed uno dei pochi accreditati dal Governo Olmert a girare indisturbato tra i carri armati di Sion, anche oggi ha utilizzato il suo immenso potere mediatico per ricordare alla società “civile” italiana che l’intervento dell’aviazione israeliana si spiega facilmente con il “diritto all’autodifesa”.
Lo ha pure confermato, in un’intervista di cinque minuti concessa qualche giorno fa allo stesso Pagliara, la Ministra degli Esteri di Sion, Tzipi Livni. Secondo i tecnici del diritto internazionale Pagliara-Livni, spetta perciò all’occupante eletto da Dio esercitare questo Diritto, giammai all’occupato inerme. In un quadro morale prima ancora che politico così desolante, e dove la distorsione informativa sui tragici fatti di Gaza (occupato militarmente nel 1967 da Israele) è così clamorosa, diventa perfino commovente l’interessata dichiarazione del Balcanico Massimo D’Alema (“non bisognerebbe mai dimenticare che Hamas ha vinto le elezioni, certificate dalla comunità internazionale”) che, oggi all’opposizione, non potendo più bombardare per spirito umanitario, semplicemente si lagna.
Di contro, giornali, radio e televisioni non riportano alcun comunicato della frattaglia comunista (Diliberto, Rizzo, Ferrando, Turigliatto e, rigorosamente per la pace, Ferrero): e quasi non si sa bene se questo oscuramento si debba più alla volontà politica del Comitato d’affari che sta in Parlamento di continuare a calpestare, a prescindere, le idee della classe subalterna ovvero alla presa d’atto che queste stesse idee non sono egemoni nel paese.
E’, come sempre, un mescolarsi di entrambi gli interessi. Perché si dovrebbe parlare di ciò che pensano gruppetti e settine comuniste quando esse non trovano nemmeno la forza comune per ricordare, da un unico grande giornale (che non c’è), da un’unica grande radio (che non c’è), da un’unica e grande televisione (per carità, chissà se ci sarà mai), che la “tregua” è stata rotta da Sion il 4 Novembre 2008 con un bombardamento aereo su Gaza (e proprio perché la tregua reggeva)? Perché si dovrebbe rendere noto il pensiero di gruppetti e settine comuniste che non hanno nemmeno la forza di chiedere insieme (sottolineo, insieme) la cacciata di Sansonetti (che il mainstream, invece, sta passando come il martire da difendere, l’agnello da sacrificare ingiustamente) dalla Direzione di Liberazione?
Sansonetti, per anni la principale articolazione giornalistica del vuoto pneumatico politico di Fausto Bertinotti, che non molla e continua a dichiarare, spudoratamente, di non avere ricevuto condizionamenti da nessuno. Soltanto per questa balla andrebbe cacciato immediatamente a pedate!
Che c’entra Gaza con Sansonetti? C’entra. E’ necessario riprendersi Liberazione (tutte/i, non soltanto i compagni che sono rimasti nel PRC) come “voce della classe” così come è necessario ripensare, rinnovare e centralizzare tutto il disarticolato sistema mediatico di informazione comunista nel nostro Paese, rinunciando per sempre alla fastidiosa gara di chi è più comunista dell’altro.
La spensieratezza oltraggiosa con cui le/i tante/i Marisa Laurito di questo paese cialtrone stanno per cuocere o mangiare il cotechino dell’ultimo dell’anno mentre nel recinto di Gaza centinaia di innocenti stanno morendo sotto le incursioni sioniste dipende (anche) dal fatto che le/i comuniste/i italiani, genericamente intesi, prima ancora che in Parlamento, sono fuori dal faticoso lavoro di analisi, comprensione e rappresentazione della società italiana, spendendo invece la gran parte del tempo e delle energie nella costruzione di nicchie di apparato politico parafamilistico per l’esaltazione orgiastica del sé come capobastone.
Francesco Fumarola, 31 Dicembre 2008
mercoledì 10 dicembre 2008
Atene brucia!
dell’Europa scossa dalla crisi…
comunicato della Rete dei Comunisti
Come a Genova nel 2001, ad Atene un poliziotto ha assassinato un giovane manifestante: Alexandros Andreas Grigoropoulos aveva solo 16 anni.
La mobilitazione incessante degli studenti e dei lavoratori greci contro i tagli dei finanziamenti all’istruzione pubblica e contro la privatizzazione delle università ha innervosito a tal punto il debole e corrotto governo di Karamanlis da creare le condizioni per l’omicidio di Andreas. Solo le testimonianze dei passanti e lo scoppio di una ribellione generalizzata nelle piazze di tutta la Grecia hanno portato all’arresto del poliziotto omicida, che però non mette in discussione l’impunità degli apparati repressivi. E’ forte la tentazione dei governi europei, in difficoltà di fronte alle mobilitazioni dei settori colpiti dalla crisi che scuote il mondo capitalista, di rafforzare una repressione militare e un controllo asfissiante che nei fatti eliminano ogni possibilità di esercizio effettivo della democrazia. Gli apparati di sicurezza diventano così sempre più intoccabili in quanto determinanti per governi in crisi di legittimità e incapaci di rispondere alla crisi in termini politici e di consenso.
La gioventù greca ha risposto a questo omicidio politico con una ribellione senza precedenti che sta infiammando le strade di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo di Nuova Democrazia e una punizione esemplare per i poliziotti colpevoli. Ma esprimono anche la rabbia di chi subisce gli effetti di una durissima crisi economica che le élites vorrebbero far pagare alle classi lavoratrici. Andreas è vittima di una destra autoritaria e filoamericana ma anche di un metodo di gestione autoritario delle contraddizioni sociali che accomuna tutti i governi europei al di là del loro colore: i tagli draconiani all’istruzione pubblica e la volontà di ripristinare una fortissima selezione di classe nel sistema educativo sono stati decisi dall’Unione Europea ed imposti in ogni singolo paese da governi socialisti, liberali o conservatori, rappresentando una priorità nella costruzione di un polo geopolitico europeo opposto ma uguale a quello USA. Non è un caso che il Partito Socialista greco, il PASOK, balbetti ancora e non si muova con decisione contro un governo di destra pure estremamente debole in termini di consensi e di voti in parlamento.
Sta quindi agli studenti e ai lavoratori, ad un nuovo blocco sociale anticapitalista, rispondere con la lotta e l’organizzazione al tentativo delle classi dominanti europee di gestire la crisi tramite la repressione e la guerra tra poveri.
La capillare e determinata risposta che i compagni greci stanno dando non ci sorprende: è il prodotto di una sinistra di classe e anticapitalista che in questi anni non ha rinunciato a radicarsi nel conflitto sociale e nei movimenti popolari e giovanili rifuggendo ogni tentazione istituzionalista.
Esprimiamo il nostro dolore e la nostra rabbia per l'uccisione del giovane compagno. Manifestiamo la nostra piena e incondizionata solidarietà alle organizzazioni della sinistra greca che hanno scelto di rispondere con la mobilitazione all’omicidio di Andreas Grigoropoulos. Chiediamo insieme ai compagni greci le dimissioni del governo, la fine dell’impunità per gli apparati repressivi, il ritiro di tutte le misure antipopolari su istruzione e lavoro. Invitiamo i movimenti italiani a unirsi a quelli greci in una lotta che non può che essere unitaria, avendo le stesse controparti.
La Rete dei Comunisti
Roma, 8 dicembre 2008