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lunedì 10 dicembre 2012

Operazione Bonifica la Calabria


Mi ucciderete, mi sotterrerete, ma io mi disseppellirò.
Sulla terra si affileranno ancora i coltelli dei denti.
Come un cane mi accuccerò sotto i pancacci delle caserme.
Comincerò rabbioso ad azzannare i piedi fetidi di sudore e di mercato....

Ho ascoltato la Calabria urlare queste parole.
Parole e parole di Majakovskij, tratte da una poesia del 1916, A tutto, che in tal risveglio autunnale dovrebbero evocare la voglia di riscatto e di ribellione ma nello stesso tempo la voglia di essere liberi.
Volere è potere, se vuoi, puoi.
Ed allora manifesto una mia ennesima provocazione.
Scritta su foglio virtuale, con una penna che penna non è.
Quello che è stato è stato, adesso è il momento di decidere. Ognuno ha una sua fetta di responsabilità, a volte amara, a volte semplicemente indigesta, del come la Calabria, perla annerita del Mediterraneo, soffre e lamenta il suo perdurante malanno da secoli.
Si deve scegliere cosa si vuole fare della Calabria ed in Calabria.
Il modello industriale emulativo, ma in modo altamente fallimentare per la società onesta, non per quella 'ndranghetista, delle esperienze del Nord Italia, non può più essere riproposto.
La Calabria non è terra che può ospitare industrie.
Eppure grandi ed immense zone sono state violentate, represse e depresse, per edificare mafiosi scheletri di profitto.
Per non parlare dell'abusivismo dell'edilizia, diventata ordinarietà, non più abusiva.
Abusiva in Calabria è la voglia reale di cambiamento.
Abusivo in Calabria è il rispetto della madre terra.
Abusivo in Calabria è quell'essere umano, diventato disumano, che ha sventrato ciò che andava tutelato, protetto, amato, difeso.
Un vanto, ora disincanto reale e non regale.
Ed allora propongo di realizzare in Calabria la più grande ed immensa operazione di bonifica mai vista forse in tutto l'Occidente.
Demolizione di tutte le case abusive, abusive secondo la legge di questo Stato, demolizione di tutte le zone industriali con annessi edifici, diventate e diventati semplicemente cimiteri di una esperienza nata morta, messa in sicurezza di tutto il territorio, insomma una grande ciclopica operazione di pulizia, che ha come scopo quello di riportare la Calabria ai suoi originari splendori, dovrà essere terra di agricoltura e turismo, cultura e ricerca.
Una operazione del genere, che durerebbe anni, oltre che creare posti di lavoro, conferirebbe un segnale che potrà essere emulato in altre zone del nostro non più Bel Paese.
Dovrà ovviamente intervenire l'Europa, quell'Europa che tanti soldi ha regalato alla Calabria, ma che ahimè, nella maggior parte dei casi sono stati sfruttati solo per il proprio individuale ed egoistico malaffare e profitto.
Sarà una prova di riscatto e di orgoglio per i Calabresi.
Dimostreremo al mondo intero che se lo vogliamo, possiamo, ma da soli non si può.
E' una proposta, che potrà essere accolta o cestinata, a noi la scelta.

Marco Barone

giovedì 23 febbraio 2012

E CHE ORA SI PROCESSI LA MARLANE *

*Tratto da il Manifesto di sabato 18 febbraio

Di Fosco Giannini – segreteria nazionale PdCI

Giorgio Langella - segretario Federazione PdCI Vicenza


Quella dell’Eternit è una sentenza epocale. Con essa si stabilisce che le malattie professionali hanno una causa e che questa causa è, principalmente, la ricerca del profitto ad ogni costo. Fa riflettere. Viviamo in una società dove tutto viene asservito al guadagno di pochi. I lavoratori sono strumenti che servono ai padroni per accumulare ricchezza, diventano ingranaggi. Non sono più persone. La tutela dell’ambiente e la sicurezza nei luoghi di lavoro sono costi che si devono abbattere. Con questa logica spaventosa vengono perpetrati i più odiosi delitti. Si mette a rischio la salute di chi lavora, dei loro familiari, di chi vive vicino agli stabilimenti. Si uccide. In nome e per conto del padrone. Questo è successo alla Eternit. Questo è successo e succede, in maniera più o meno estesa, ogni giorno in ogni parte d’Italia. Il processo Eternit e la condanna per disastro doloso accendono una speranza. La speranza di chi non vuole chinare la testa e con ostinazione lotta per ottenere verità e giustizia nonostante il silenzio, l’omertà, i ricatti, le connivenze che ci sono quando si mettono in discussione i privilegi di lorsignori .

Un altro, drammatico caso, di cui si parla e si scrive poco, è quello della Marlane-Marzotto di Praia a Mare. Uno stabilimento tessile di proprietà prima del conte Rivetti, poi dell’Eni (Lanerossi), infine della Marzotto, che è stato chiuso definitivamente nel 2004. In qusta fabbrica è successo qualcosa di molto grave. Talmente grave che è in corso un processo che vede imputati i vertici della Marlane, della (ex) Lanerossi, della Marzotto. Il processo della Marlane doveva iniziare il 19 aprile 2011. Viene continuamente rinviato per cavilli procedurali. La prossima, ennesima, prima udienza dovrebbe esserci il 24 febbraio. Questi continui rinvii non hanno mosso all’indignazione, sono stati diluiti nell’indifferenza dei più. Gli imputati sono “persone importanti, che contano”, dirigenti e “grandi imprenditori” che sono accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni gravissime e disastro ambientale. Perché tra le circa 1.000 persone che hanno lavorato nella Marlane di Praia a Mare oltre cento si sono ammalate di cancro e decine ne sono morte. Perché nei pressi dello stabilimento (in un’ottica padronale per la quale il sud è la pattumiera d’Italia) sono stati sotterrati rifiuti pericolosi e tossici che hanno inquinato l’ambiente. Una strage di lavoratori e un disastro ambientale di enormi proporzioni. L’accusa è che le norme di sicurezza, alla Marlane, non venivano applicate, anzi “semplicemente” non esistevano. I lavoratori venivano considerati “strumenti” da sfruttare per guadagnare di più e meglio. Quando si ammalavano e arrivavano alla fine della loro vita veniva chiesto loro di firmare il proprio licenziamento. Lo si faceva, dicevano i servitori di lorpadroni, per “favorire” l’ottenimento della pensione di reversibilità da parte delle future vedove o per semplificare l’assunzione dei futuri orfani nella stessa fabbrica. Tutto questo è documentato da interviste e memorie raccolte da chi ha iniziato e continuato con ostinazione a credere nella giustizia. Persone normali, veri e propri eroi del nostro tempo come Luigi Pacchiano, ex operaio della Marlane e uno dei sopravissuti, come lo scrittore ambientalista Francesco Cirillo e la documentarista Giulia Zanfino. È grazie a persone come queste se oggi possiamo conoscere quanto è accaduto alla Marlane-Marzotto. Una storia di “ordinario sfruttamento”. È grazie a loro se si è riusciti a costruire un “ponte” tra Praia a Mare e Vicenza, dove è iniziato un costante lavoro di informazione promosso dal PdCI e che poche settimane fa ha prodotto un appello firmato da personalità del mondo della cultura, della scienza, dello spettacolo, della politica (ricordiamo tra i tanti Margherita Hack, Giorgio Nebbia, Franca Rame, Valentino Parlato, Oliviero Diliberto, Giuseppe Giulietti, Ascanio Celestini), lavoratori in lotta (il presidio permanente della IMS SRL – ex Emi di Caronno Pertusella), cittadini non indifferenti e, ancor più importante, parenti delle vittime della Marlane, come Teresa La Neve. Testimonianze “alte” di una politica fatta per passione da chi riesce ancora ad indignarsi per le ingiustizie e l’indifferenza imperante. La sentenza Eternit ha aperto una porta, ha squarciato un velo, ha fatto conoscere che di lavoro si dovrebbe vivere e che, invece, si può morire per l’avidità dei padroni. Oggi nessuno può chiudere gli occhi. Nessuno può dire di non sapere. Nessuno può giustificarsi. Quello che è successo alla Eternit, alla Marlane e in tutte gli altri posti dove è “normale” ammalarsi e morire (da Vicenza vogliamo ricordare l’esempio della Tricom-GalvanicaPM di Tezze sul Brenta) ci coinvolge tutti. Non ci si può fermare nella ricerca della verità. È tempo di fare giustizia.

sabato 21 gennaio 2012

"Forconi":un pò di chiarezza

In questi giorni tutta la Sicilia è paralizzata dal blocco dei caselli autostradali e dei principali nodi di comunicazione da parte di un assai strano movimento detto “dei forconi”. Dopo un primo momento di disinteresse generale operato dai principali media nazionali e locali, la notizia è presto diventata di dominio pubblico, e sembra avere interessato un po’ tutti, dai social network ai giornali locali, imponendosi all'attenzione del grande pubblico.
Le proteste degli autotrasportatori della cosiddetta “forza d'urto”, nome che tra l’altro tristemente ci ricorda qualcosa di più “NUOVA” che purtroppo tanto nuova non è più, a cui si sono unite le proteste di agricoltori e braccianti, hanno già messo in ginocchio dopo pochi giorni di blocco i rifornimenti dell'isola, causando la mancanza di merci e generi di prima necessità, come carburanti vari ed alimenti.


Tale protesta ha creato un certo consenso tra la popolazione, coinvolgendo lavoratori e cittadini siciliani invitandoli ad unirsi ed a solidarizzare con i manifestanti,spingendoli ad informarsi sulle loro ragioni ed anche talune volte, convincendoli ad unirsi ai vari presidi.

Insieme al coinvolgimento dell'opinione pubblica siciliana, il movimento dei forconi ha fatto sorgere innumerevoli dubbi e interrogativi su quali fossero le concrete motivazioni che li hanno spinti a bloccare l'intera isola. Si notano strane ed inquietanti connivenze e similitudini politiche tra il movimento stesso e l'estrema destra, parole d'ordine demagogiche e populiste sono troppo spesso utilizzate per far leva sullo stato di reale crisi sociale ed economica del sistema. L’unica piattaforma rivendicativa appare confusa ed ivi si ritrovano richieste di stampo corporativistico, oltre che i soliti richiami all'indipendenza di un presunto stato siciliano.
Il quadro risulta purtroppo enigmatico e difficile da affrontare e capire.

Quello che è innegabile è che la protesta si fa forte di una reale e concreta situazione di disagio e malessere che nel nostro povero e meridione martoriato da politiche che negli ultimi 60 anni, dall’indomani della strage di Portella delle Ginestre, per intenderci, ha visto sempre più il malaffare e le organizzazioni mafiose collaborare con la politica per sfruttare e distruggere sempre più queste terre.
La rinascita del meridione Italiano deve partire certamente dal sud ed in particolare dai siciliani può tuttavia il movimento dei forconi rappresentare una speranza di emancipazione delle classi subalterne o piuttosto vi è il serio pericolo che lo stesso rappresenti il germe di una uscita a destra dalla crisi?

Dare risposta a questa domanda non è certamente compito facile perché se è vero che un sentimento di malessere diffuso c’è è anche vero le che fin troppo spesso nella storia si è verificato il drammatico fenomeno dell’autodifesa del sistema dominante da parte delle classi che comandano che, in maniera quasi scientifica mettono, a capo di tali sommosse popolari loschi individui che niente hanno a che vedere con l’emancipazione della classe proletaria che riempiendosi la bocca di belle parole e di facili entusiasmi fanno presa sul sottoproletariato facile da raggirare, utili proprio a fare da tappo per arginare quella che potrebbe essere una vera rivoluzione in senso socialista della società.

Chi dirige la protesta?
Cominciamo iniziando col capire la composizione della protesta.
Lo sciopero che sta paralizzando l'economia dell'isola che porta il profetico nome delle “cinque giornate per la Sicilia”, è stato indetto dal “movimento forza d'urto” e appunto dal “movimento dei forconi”.
Il primo riunisce attorno a sé gli autotrasportatori, vero nerbo della protesta, che con i loro tir bloccano i principali snodi viari dell'isola. Leader del movimento è tale Giuseppe Richichi, presidente della principale associazione di categoria siciliana e che in tempi recenti aveva dato vita al “Partito degli Autotrasportatori” che all'ultima tornata per la presidenza della regione ha appoggiato Raffaele Lombardo; poi Salvatore Bella, imprenditore del trasporto su camion in Sicilia, che vede un passato di militanza politica attiva tra la Dc, Forza Italia e Mpa.
Il secondo invece rappresenta la protesta degli agricoltori e dei braccianti, che da subito hanno aderito alla protesta. Tra i fondatori del movimento, nato dopo la visita nella provincia di Ragusa dell'allora ministro all'agricoltura Saverio Romano, tre soggetti dalle indubbie capacità di capipopolo ma dal nebbioso passato: Mariano Ferro ex acceso sostenitore del Mpa; Martino Morsello, segretario di “altra agricoltura sicilia” che comprende al proprio interno imprenditori e braccianti agricoli, nonché invitato fisso nei congressi regionali del partito neo-fascista Forza Nuova; Mariano Ferro, anch'egli fino a poco tempo fa, simpatizzante del Mpa.

Appare quantomeno bizzarro e contraddittorio come personaggi che fino a ieri erano contigui ed organici a quella cerchia di politica da loro stessa definita corrotta ed incompetente a cui a gran voce chiedono di vergognarsi per le male fatte ed a cui chiedono di restituire i soldi al “popolo siciliano” delle loro indennità da parlamentari, possano in così breve tempo, essere folgorai sulla strada di Damasco e dar vita ad una durissima protesta nei confronti proprio di quella classe dirigente che fino a non poco tempo fa, sostenevano e spalleggiavano.

Il sistema affaristico-clientelare dell'isola, che unisce con un sottile filo rosso il governatorato di Totò Cuffaro e quello di Raffaele Lombardo, è sicuramente tra le cause principali del dissesto dell'economia e dell'agricoltura siciliana. Non possiamo e non dobbiamo infatti dimenticare le responsabilità di Lombardo e del suo entourage nell'ingente sperpero di denaro, per esempio pensando alle centinaia di milioni di euro di fondi Fas ancora inutilizzati che, se correttamente impiegati, avrebbero sicuramente migliorato la drammatica situazione in cui versa l'economia siciliana. Oppure facendo riferimento ai 150 milioni di euro impiegati per costituire i famigerati corsi di formazione professionale, individuati come strumento per dare lavoro a migliaia di disoccupati, ma che in realtà si sono rivelati strumenti di clientela politica nelle mani di Lombardo, attraverso cui poter conservare e rigenerare il proprio bacino elettorale, senza considerare come ormai siano migliaia i lavoratori (per la maggior parte neo-laureati) che ancora non hanno ricevuto il becco di un quattrino. Soldi sprecati, anzi meglio, utilizzati per salvaguardare, mantenere e rafforzare il sistema di clientele nella nostra terra, che da sempre hanno garantito al potente di turno la possibilità di mantenere saldo il proprio potere e i propri interessi, mortificando e degradando le grandi esigenze della nostra terra.

Quali rivendicazioni?
Passiamo dunque a valutare le rivendicazioni della protesta.
Colpisce in prima battuta l'assenza di una chiara piattaforma scritta: le richieste sono facilmente deducibili da volantini e da interventi che si riescono a leggere o sentire. Parole d'ordine sono semplici ma confuse, che spesso si macchiano del vizio di populismo e di demagogia: si sente parlare di defiscalizzazione del petrolio estratto nell'isola, la necessità di dichiarare indipendente il popolo siciliano [sic!] dall'oppressione dei “continentali”, la volontà di far risollevare l'agricoltura isolana e non mancano le solite litanie circa la distruzione della casta.
Insomma, la confusione regna sovrana sotto al cielo.
Non per questo però non possiamo cercare di addentrarci nelle reali motivazioni che hanno spinto genuinamente e in buona fede molti lavoratori ad avvicinarsi alla protesta.

L'agricoltura.

Senza dubbio condivisibile appare il grande malessere dei braccianti per la drammatica situazione in cui versa l'agricoltura siciliana. Merci invendute, macchinari antiquati, troppa concorrenza. Impossibile affermare che non abbiano ragione. Ma chi sono i veri responsabili di questo stato di cose? Sicuramente deve essere annoverata la programmazione di una economia continentale (europea) agricola. Sullo stesso mercato ad esempio il consumatore trova arance siciliane e spagnole, con prezzi di gran lunga inferiori per le seconde grazie ad una politica produttiva più capace e a grandi disuguaglianze sul piano strutturale. In questo senso, numerosissimi sono stati e continuano ad essere sussidi e forme di assistenzialismo al settore, per esempio con finanziamenti per alcuni miliardi di euro nel PSR (piano sviluppo rurale). Una pioggia di denaro di provenienza sia europea (ricordiamo che ai sensi del trattato istitutivo dell'Ue, l'agricoltura è materia di competenza esclusiva europea) che ministeriale, che evidentemente non è stata investita sapientemente da chi negli anni si è trovato seduto nelle comode poltrone di palazzo d'Orleans, ma che, parimenti ha visto anchespesso e volentieri gli stessi imprenditori agricoli attuare un comportamento cattivo e connivente con la mala-politica beneficiando così dei sussidi, con truffe, raggiri osperperi di varia natura. Questa convergenza di fattori fa sì che l'agricoltura siciliana sia una delle più depresse e improduttive dell'intero continente europeo, con la conseguente scesa in piazza dei contadini assieme agli autisti dei tir. E' necessario considerare però che il blocco alle merci in questi giorni sta creando ancora di più ingenti danni alla economia agricola dell'isola, con tonnellate di merci pronte da consegnare che ammuffiscono nelle cassette e che impediscono il raccolto degli altri prodotti sui campi.
Sempre sul versante dell’agricoltura, bisogna notare anche la totale assenza, tra le battaglie dei “forconi”, quella dei beni comuni e soprattutto dell’acqua che, in generale, ma soprattutto nel mondo agricolo rappresenta un bene inestimabile, non una parola spesa circa la volontà di volerla privatizzare, non una parola sulla loro idea della gestione delle acque che è bene ricordare in Sicilia troppo spesso le acque vengono sciupate e disperse in mille rivoli di acquedotti vecchi ed antiquati.

Il prezzo dei carburanti.

Le rivendicazioni degli autotrasportatori e dei pescatori si concentrano sugli aumentidel prezzo dei carburanti che in pochi anni è cresciuto di circa il 30%. Una vertiginosa impennata dovuta sia alle quotazioni di mercato dell’oro nero salgono di ora in ora, esia all'aumento delle accise voluto dal governo Monti.
Impensabile, a a loro dire, una tale situazione, considerando che in Sicilia si produce e raffina petrolio, contribuendo al fabbisogno italiano per circa il 70%.
A tal proposito chiedono una non meglio precisata defiscalizzazione sulla lavorazione e sulla distribuzione del greggio siciliano, una sorta di neo-protezionismo nei confronti del petrolio estratto sull'isola.
La questione si riduce ad una mera pretesa corporativa chiedendo, in pratica, che lo Stato diminuisca o elimini la tassazione globale sul prodotto siculo.
Nessun ragionamento di più ampio respiro, nessun riferimento volto verso una riforma che faccia un sistema fiscale omogeneo e progressivo in tutto il territorio nazionale.Bisogna dire a tal punto, che in barba alla tanto decantata indipendenza siciliana, la Sicilia è l'unica regione italiana a godere della riscossione diretta delle imposte sul reddito, tassa che permette di avere grandi introiti nelle casse della regione. Un grande flusso di denaro che evidentemente, ancora una volta, non viene gestito nel migliore dei modi dalla politica siciliana.

Questione dopo questione quindi, i responsabili dello stato delle cose attuali in Sicilia sono sempre la corruzione, il malaffare e la malavita organizzata.

Una cosa è certa, il movimento dei “forconi” raccoglie sempre con maggior forza, basti fare un giro a Catania e provincia, il sostegno e la solidarietà di organizzazioni politiche di estrema destra, che nei loro simboli e nei loro statuti hanno chiari riferimenti alla xenofobia ed al fascismo, come Forza Nuova.
Giungono voci che i militanti dei “forconi” e di “forza d’urto” abbiano un concetto un po’ distorto del diritto di sciopero. Pare che abbiano perpretrato azioni di squadrismo e minaccia al fine di obbligare chi non aveva intensione di scioperare.
Sicuramente tutto ciò ci lascia molto perplessi circa il nostro giudizio su tali movimenti di protesta.

Sarebbe tuttavia, molto sbagliato non considerare nel nostro ragionamento tutti coloro i quali in buona fede e con passione sono scesi in piazza a gridare il loro malessere e a denunciare la loro condizione, che però si ritrovano ad essere strumentalizzati da un movimento che non ha ancora chiarito i suoi obiettivi politici e di mobilitazione. Troppe domande e troppi interrogativi impediscono il formarsi di unaopinione consolidata sul “movimento dei forconi”, da dove è nato e dove vuole arrivare.
È per questa ragione che bisogna chiedere con forza al più grande sindacato dei lavoratori che è la CGIL di intervenire e prendere in mano la questione indicendo uno sciopero generale serio e concordato di non meno di una settimana che dica a Monti e a tutte le forze reazionarie che l’Italia vuole ripartire, che il sud si rialza e lo fa a partire dalle tematiche sociali e dal lavoro che è un diritto per tutti.

Non è pensabile poter riporre le nostre speranze rivoluzionarie (utilizzo volutamente il termine con la stessa leggerezza con cui ne sentito parlare dai leader dei forconi) inun movimento come questo, che porta dentro di se i germi di quella politica che ha rappresentato e che rappresenta l'ostacolo più grande al progresso e alla riscossa della Sicilia. Non possiamo appiattirci su rivendicazioni che non sono ancora state chiarite e che in ogni caso non appartengono alla nostra cultura e tradizione politica. Non possiamo scendere in piazza a fianco degli organizzatori di questa protesta, amici sino a ieri di quel sistema di potere responsabile maggiore dell’arretratezza sociale ed economica della Sicilia che governa da 60 anni, che noi comunisti denunciamo e combattiamo quotidianamente con le nostre lotte. Dovrà anzi essere nostro compito smascherare la presunta strumentalizzazione che stanno vivendo sulla pelle migliaia di lavoratori onesti, squarciando quel velo di ipocrisia e di oscurità che aleggia attorno a questa protesta.
La lotta, la protesta, la mobilitazione, quella vera e genuina è possibile anche nella nostra isola, storicamente considerata una terra conservatrice e reazionaria. Tocca a noi, sapendo canalizzare ed interpretare il malessere che attraversa tutta l'Italia, da Milano a Palermo, cercare di dare un volto definito alla protesta introducendo contenuti, supporti ed analisi, che fino ad adesso, le sono stati estranei.

Emanuele Pagano
segreteria nazionale FGCI

Vincenzo Rosa
Coordinatore FGCI Catania

giovedì 27 ottobre 2011

Sostegno del PdCI alla lotta di Verbicaro

I Comunisti Italiani della Calabria sono incondizionatamente vicini alla giusta lotta portata avanti dal coordinamento dei disoccupati di Verbicaro e dell’Alto Jonio cosentino, i quali protestano contro la vergognosa insensibilità della giunta regionale guidata da Scopelliti, che non ha proceduto all’attuazione di alcuni specifici progetti occupazionali che riguardano circa 70 lavoratori.
L’azione di lotta portata avanti dai disoccupati è sfociata nella decisione, assunta da circa una settimana, di salire sul campanile della chiesa di S. Giuseppe di Verbicaro.
Nonostante i vari incontri e le promesse verbali, i disoccupati hanno deciso di proseguire l’azione di lotta e la permanenza nel campanile della chiesa che sta ospitando, con grande senso di solidarietà, la drammatica protesta dei disoccupati.
La battaglia per il lavoro dei disoccupati di Verbicaro è la battaglia di tutta la Calabria che vuole cambiare l’attuale condizione e che lotta contro il palese tentativo, portato avanti dal PDL di Scopelliti, di trasformare la Regione in una indegna macelleria sociale.
I Comunisti Italiani calabresi sono, pertanto, fino in fondo e senza alcuna esitazione, accanto ai coraggiosi disoccupati di Verbicaro e alle loro sacrosante rivendicazioni.

Michelangelo Tripodi (segretario regionale PdCI) 
Reggio Calabria, lì 23 ottobre 2011



domenica 14 agosto 2011

Manovra finanziaria del 13 agosto: si distrugge lo Statuto dei Lavoratori


Quello che scriverò non è frutto della mia immaginazione.
E', ahimè,  tutto reale e poco regale.
Tristemente reale.
Dopo la festa della Liberazione, dopo la festa del Primo Maggio, ora è il momento dello Statuto dei Lavoratori.
Ora capisco perchè hanno deciso che il primo maggio non si deve festeggiare.
Perchè non  c'è più un cavolo da festeggiare!

Il DECRETO-LEGGE 13 agosto 2011, n. 138, all'articolo 8 sotto la dicitura  MISURE A SOSTEGNO DELL'OCCUPAZIONE, in poche righe svuota e raggira quella che è una delle poche conquiste dei lavoratori ovvero la Legge 300 del 1970, conosciuta come lo Statuto dei Lavoratori.

Vi riporto come prima cosa l'estratto, che ora ci riguarda, del detto articolo:


I contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente piu' rappresentative sul piano nazionale ovvero dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda possono realizzare specifiche intese finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualita' dei contratti di lavoro, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitivita' e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all'avvio di nuove attivita'. 
Le specifiche intese di cui al comma 1 possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l'organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative: a) agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie; b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarieta' negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro; d) alla disciplina dell'orario di lavoro; e) alle modalita' di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio.

Sembra una presa in giro, perchè il titolo che caratterizza questo articolo  è... MISURE A SOSTEGNO DELL'OCCUPAZIONE.
Il giusto titolo dovrebbe essere misure a sostegno del padrone.
La LEGGE 20 maggio 1970, n. 300, norme sulla tutela della libertà e dignità del lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nel luoghi di lavoro e norme sul collocamento, al suo interno già disciplina, in modo compiuto preciso e puntuale quanto ora viene rimesso alla contrattazione aziendale.
Basta pensare per esempio all' ART. 4 - Impianti audiovisivi, ART. 13. - Mansioni del lavoratore, ART. 18. - Reintegrazione nel posto di lavoro.

Invece, con questa norma, già efficace, nell'attesa di essere convertita in Legge, e ovviamente e con grande rammarico, ma non stupore, firmata dal Presidente della Repubblica, si raggirano le tutele previste dallo Statuto dei Lavoratori rimettendole pienamente all'autonomia delle parti sindacali e negoziali,  ovvero padronali.

Cosa vuol dire ciò?
Che i padroni, che molti continuano a chiamare datori di lavoro, sulla scuola Agnelli/Marchionne, minacceranno i sindacati ed i lavoratori.

O firmate il contratto come da noi richiesto oppure chiudiamo baracca e tutti a casa.
E dovete firmarlo alle nostre condizioni!


Quindi, visto che tale decreto riconosce ampi poteri alle parti, ora si possono normare discipline già previste nello Statuto dei Lavoratori, ma che possono essere derogate.

Siano esse questioni correlate ai controlli nei confronti dei lavoratori, siano esse questioni correlate all'assunzione, siano esse questioni correlate al licenziamento.
Il Governo, in modo solare, ha detto che, beh noi non abbiamo toccato l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Certo.
Avete fatto di peggio.
Avete dato la possibilità al sistema padronale di contrattare la disciplina sui licenziamenti come meglio credono, derogando anche in peius quanto previsto nello Statuto dei Lavoratori.


Il ricatto?
O si accolgono a braccia aperte le volontà padronali...oppure tutti a casa!
Bravi.
Alla fine ci siete riusciti.
Avete distrutto lo Statuto dei Lavoratori.


Per la difesa dello Statuto dei Lavoratori, protestiamo, tutti uniti, tutti insieme, contro questi oppressori dei diritti dei lavoratori.



Marco Barone

lunedì 8 marzo 2010

replica dei precari della provincia di Vibo

riceviamo e pubblichiamo


Vibo Valentia 04/03/2010

Noi non ci stiamo,

replica dei precari co.co.co. della Provincia di Vibo Valentia sulle vicende di questi giorni pubblicate nei giornali riguardanti il “Programma Stages” che grazie al grande impegno e idee dei super consiglieri Regionali B. Censore, P. Giamborino e come ultimo paladino dei lavoratori di Calabria A. Borrello portano un’emendamento regionale a favore dei giovani laureati calabresi. Quante volte abbiamo proposto nei vari articoli ai super consiglieri di mettere piede nella sede(in questo caso quello che ci sentiamo essere stati esclusi ingiustamente)quella dell’Amministrazione Provinciale di Vibo Valentia per conoscere la situazione nei confronti dei precari storici, ora cosa è successo in queste poche settimane che restano prima dell’elezioni politiche: che i lavoratori ex art.7 (D.R. 6 aprile 2006 N.3902) festeggiano grazie ancora non si capisce bene chi sia stato l’artefice (Censore?, Giamborino?, De Gaetano?) dell’ emendamento all’equiparazione l.s.u. / l.p.u. con avvio alle procedure di stabilizzazione e per ultimo “i migliori laureati calabresi” che dato la loro dote di intelligenza fanno capire che sono già titolari di un posto di lavoro nell’Ente. Dobbiamo ricordare a tutti che il regolamento al Programma di Stages per i migliori laureati in Calabria (L.R. n.8/2007 e dell’art.3 L.R. n.26/2004) prevede nella sezione 1, che il rapporto instaurato dai soggetti beneficiari con il Consiglio Regionale con le Università e con le Pubbliche Amministrazioni interessate non configura un rapporto di lavoro, non prevede alcun obbligo di assunzione finale, la sua durata di 24 mesi senza nessun rinnovo e nessuna proroga, e con il divieto di partecipazione ai successivi bandi relativi allo stesso progetto.

Le perplessità dell’ Sen. F. Bevilacqua pubblicate su questa vicenda che secondo lui serve solo per garantire consensi elettorali per noi risulta esatta e appoggiamo pienamente la sua linea, solo una cosa vorremmo ricordare al Senatore ribadendo alla questione della perdita di anni dei stagisti, rimasti bloccati nella speranza di un posto di lavoro definitivo, che noi Precari co.co.co. dell’Ente Provincia sia laureati che diplomati la questione è stata più tragica, perché prima di essere sbattuti fuori dall’Ente dopo aver passato una selezione di Bando Pubblico e aver portato avanti il nostro lavoro nei Centri per l’Impiego adeguandolo alle nuove riforme del lavoro, sono passati 5 lunghissimi anni, chi più di noi sà cosa significa essere presi in giro da una politica che crea solo illusioni e prospettive ai danni di noi giovani.

Precari co.co.co. Provincia di Vibo Valentia

8 marzo 2010

8 Marzo 2010:
100 Anni di Lotte per la Parità di Genere


La celebrazione a livello internazionale del “Giorno della Donna” è stata stabilita in occasione della seconda Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste a Copenhagen nel 1910. Fu proposta dalla compagna Clara Zetkin.
Le donne decisero di condurre lotte comuni per i diritti delle donne lavoratrici, per la protezione della maternità e dell’infanzia, per il diritto al voto, contro i prezzi elevati a causa dell’avidità dei monopoli in cerca di profitti e contro la corsa agli armamenti.
In questi cent’anni la parità sessuale è stata riconosciuta come diritto fondamentale dell’umanità. La Convenzione delle Nazioni Unite per l’Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne (CEDAW) ne costituisce una solida base a livello internazionale.

Una buona legislazione europea e internazionale è stata creata come risultato di lunghe e dure lotte delle donne e dei movimenti femministi. Naturalmente, è rimasto un gap tra l’eguaglianza giuridica e quella sostanziale.
Oggi, il modello neoliberista che ha causato crisi economiche, sociali e culturali, rischia di eliminare non solo le conquiste delle donne, ma anche i principi su cui tali conquiste si fondano.
Il lavoro delle donne è diventato schiavo di miseri salari e mancanza di sicurezza, spesso è reso difficile dalla violenza, da minacce e molestie sessuali; le donne, inoltre, vengono spesso licenziate in caso di gravidanza, e a volte troviamo condizioni di lavoro che ci costano la vita.
Lo Stato sociale è stato disintegrato mediante la privatizzazione anche di quei settori che costituiscono le basi di una parità effettiva. Questo è l’intero complesso: sanità. Istruzione, sicurezza sociale, cura per i bambini e per gli anziani. Gli obblighi dello Stato sociale sono stati caricati sulle spalle delle donne.
L’età pensionabile è stata assimilata a quella degli uomini spostandola in avanti e tutte le misure positive per le donne sono state eliminate.
La violenza contro le donne è aumentata e spesso assume la forma dell’omicidio. Il diritto all’aborto inoltre è in discussione o è stato eliminato. Il diritto di famiglia è cambiato in una direzione conservatrice.
La politica è sempre dominata dagli uomini.
L’attacco dei neoliberisti contro i diritti sociali e politici delle donne trova la sua espressione anche in una sfera ideologica. C’è una propaganda sistematica per imporre il lavoro part-time, soprattutto per le donne, come unico tipo di lavoro possibile.
I circoli politici consevatori e la Chiesa attaccano i diritti delle donne. La sessualità delle donne, l’autodeterminazione delle loro funzioni riproduttive e l’orientamento sessuale sono sottoposti a un sistemantico attaccato.
Noi, donne della Sinistra europea, non possiamo accettare che le persone paghino le conseguenze della crisi del capitalismo. Noi difendiamo decisamente i nostri diritti acquisiti, e pretendiamo una soluzione alle crisi non a spese del popolo ma a spese dei monopoli, delle imprese e delle banche.
Noi vogliamo la parità di genere nel mercato del lavoro, la parità di retribuzione a parità di lavoro e le stesse opportunità lavorative per donne e uomini.
Vogliamo la possibilità di conciliare lavoro e vita familiare attraverso la riduzione delle ore di lavoro e la creazione di servizi pubblici per la cura di bambini, malati e anziani.
Vogliamo parità di partecipazione e di rappresentanza delle donne in politica e in tutte le istituzioni, compreso il 50% dei seggi.
Chiediamo che i diritti sessuali e riproduttivi delle donne siano garantiti.
Siamo a favore di una legge europea che legalizzi l’aborto.
Chiediamo una legge europea contro la violenza maschile.
Chiediamo gli stessi diritti e le stesse opportunità per le migranti e le donne rifugiate.
Non vogliamo diventare lavoratrici povere.
Il movimento femminista unito al movimento dei lavoratori e al movimento dei diritti civili sta lottando contro i monopoli, le grandi imprese e le banche.
Lo slogan di Dolore Ibarruri “No pasaran!” è ancora il nostro slogan!


Dalla Rete delle donne di Sinistra europea per l'8 marzo

sabato 23 gennaio 2010

Comunicato contro atti inquietanti di Rosarno

“Due episodi gravissimi sui quali bisogna riflettere. Prima lo striscione di alcuni abitanti inneggiante la liberazione di uno dei presunti esecutori materiali (già condannato in primo grado a 13 anni) dell’agguato in cui rimasero feriti nel dicembre del 2008 due extracomunitari ivoriani, poi la decisione di ieri degli organizzatori della manifestazione di piazza a Rosarno di far riavvolgere agli studenti del liceo scientifico “Piria” lo striscione “No alla mafia, sì all’integrazione”. E’ quanto afferma, in una nota, Michelangelo Tripodi segretario calabrese e responsabile del Dipartimento Mezzogiorno del PdCI. “Due esempi di inciviltà che nulla hanno a che vedere con la parte onesta dei cittadini di Rosarno che fortunatamente rappresenta la stragrande maggioranza della popolazione rosarnese”. “Nel primo caso – sottolinea Tripodi – mentre venerdì scorso una delegazione di extracomunitari era a colloquio con il commissario prefettizio, davanti al municipio si sono recate alcune persone con tanto di striscione per chiedere la liberazione di quello che è stato ritenuto dagli inquirenti uno degli esecutori del vile agguato a due livoriani impiegati nella raccolta degli agrumi. I due extracomunitari furono gambizzati perché si erano rifiutati di pagare il pizzo. Un episodio gravissimo che rientra certamente tra i reati perseguiti dalla legge e che come tale è stato trattato dalla magistratura.

È incredibile che si possa inneggiare a chi si è reso responsabile di un crimine di questa natura”.

“Il secondo episodio – prosegue Tripodi – è altrettanto sconcertante. Non è possibile, infatti, accettare che in una manifestazione “civile e democratica” gli studenti del liceo del posto siano costretti, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, a riporre lo striscione con la scusa che recava il logo della regione Calabria.

Si tratta di una giustificazione che non ha alcun fondamento vero perché evidentemente quello che dava fastidio non era il logo della Regione ma la netta condanna della mafia che lo striscione recava e che, evidentemente, dava fastidio”.

“Due azioni, due messaggi, quindi, da condannare e respingere – conclude Tripodi -. Non è in questo modo infatti che si favorisce la convivenza civile e si dà il giusto esempio alle giovani generazioni che rappresentano presente e futuro per il riscatto del territorio. Un territorio che deve liberarsi una volta per tutte dall’arretratezza e dalla prepotenza della criminalità organizzata che soffoca diritti, libertà e cultura, vere armi vincenti nella lotta al potere e all’agire mafioso”.

Reggio Calabria, 12 gennaio 2010 Ufficio Stampa PdCI Calabria

Comunicato visita solidarietà ai migranti ricoverati negli ospedali

All’indomani dei gravissimi fatti di Rosarno, una delegazione della Federazione della Sinistra, composta dal Segretario Regionale del PdCI Michelangelo Tripodi, dal Segretario Regionale del PRC Nino De Gaetano, dall’Assessore Provinciale Michele Tripodi, dall’ex senatore Girolamo Tripodi, dal membro della Segreteria Regionale PdCI Enzo Infantino, dal Resp. Organizzazione PdCI Massimo Gallo e da altri compagni ha inteso far visita ai migranti feriti e ricoverati negli ospedali di Gioia Tauro e Polistena, per portare loro la testimonianza di solidarietà umana e di vicinanza, in un clima di facile punizione mediatica dei migranti, che alla fine hanno riportato le più pesanti conseguenze delle violenze di questi giorni.

Infatti, sanguinosi e crudeli sono stati gli episodi di squadrismo organizzato, orditi contro i migranti e pilotati dagli ambienti mafiosi, culminati in aggressioni multiple e colpi di fucile anche a danno di extracomunitari estranei alla rivolta e con regolare permesso di soggiorno.

Ancora una volta si è mostrata l’immagine peggiore della Calabria che, sicuramente non è rappresentativa dei sentimenti di accoglienza e solidarietà verso migranti e stranieri, che la maggior parte dei calabresi coltiva nel proprio animo e nella pratica quotidiana.

Mentre a Riace e Caulonia, i migranti vengono accolti e integrati nella popolazione residente, a Rosarno negli ultimi dieci anni almeno, sono stati sfruttati per i lavori più umili, vivendo ammassati in capannoni-prigioni in condizioni disumane.

In un clima di miseria e sfruttamento della manodopera extracomunitaria, sono maturati i fatti violenti di Rosarno di questi giorni, che hanno visto migliaia di immigrati ridotti in schiavitù sottoposti ad una vera e propria caccia all’uomo che avrebbero potuto avere un bilancio ben più grave e drammatico di quello che si è venuto concretizzando in queste giornate Gli immigrati hanno avuto il solo torto di essere caduti nella provocazione in preda alla disperazione, agendo senza più controllo per rivendicare i propri diritti di uomini, riconosciuti in tutta Europa tranne che in Italia ed a Rosarno.

Il Partito dei Comunisti Italiani condanna l’atteggiamento delle istituzioni nazionali, che per bocca del Ministro Maroni hanno tacitamente autorizzato le rappresaglie contro i migranti, quando nei giorni scorsi ha parlato di “troppa tolleranza” verso i clandestini. In realtà i colpiti a sangue sono per la maggior parte persone che sono in Italia con permesso di soggiorno in quanto in gran parte aventi diritto all’asilo politico quali rifugiati.

Chiediamo invece al Ministro dell’Interno di identificare coloro che in questi anni si sono arricchiti sulla sofferenza dei migranti, costringendoli a lavorare nelle terre senza orario, pagandoli in nero, violando i loro diritti umani e sociali ed immiserendo ulteriormente la loro dignità di uomini.

Auspichiamo che la popolazione calabrese, che siamo certi nella sua stragrande maggioranza non si riconosce nelle violenze e nei comportamenti tenuti a Rosarno, si ribelli all’ondata xenofoba e razzista di Rosarno. In tal senso La Federazione della Sinistra della Calabria intende agire politicamente per proporre ai movimenti, alle associazioni, ai sindacati l’organizzazione a Rosarno di una manifestazione nazionale antirazzista e di solidarietà per far emergere finalmente la Calabria dei diritti, dell’accoglienza, dell’integrazione.

Reggio Calabria, 10 gennaio 2010

Ufficio Stampa PdCI Calabria

Rosarno: la rivolta degli “ultimi”

Lettera aperta dell'OSSERVATORIO SUL FASCISMO DI PISA

Le dichiarazioni del ministro Maroni, uno che da sempre istiga all’odio contro i migranti e ne opera la persecuzione più feroce dall’alto del suo scranno governativo ("C'è stata troppa tolleranza verso gli immigrati"), e quelle del presidente della repubblica, che sembra svegliarsi all’improvviso dal suo torpore quirinalizio ("Fermiamo la violenza"), sono il modo con cui le istituzioni occultano la verità.
A Rosarno (e non solo lì) da anni esiste un’emergenza sociale rappresentata da migliaia di giovani africani che vivono in condizioni disumane (per ammissione delle stesse autorità socio-sanitarie calabresi).
Condizioni disumane perfino peggiori rispetto a quelle dei loro paesi di origine, per guadagnare 25 o 30 euro dopo 10 ore e più di intenso lavoro sfruttato nei campi, nella raccolta delle arance, delle verdure.
5 di questi euro vanno al caporalato, ai mafiosi che fanno il bello e il cattivo tempo in Calabria come in altre regioni del Sud e taglieggiano i lavoratori immigrati, che sono a costretti a pagare per lavorare, oltre che i lavoratori locali.
Di questo parlano in pochi, di un caporalato presente in gran parte delle attività agricole stagionali, un caporalato che permette alle aziende di usare la forza-lavoro, in particolare quella immigrata, per pochi euro.
Questa forza-lavoro si riversa in capannoni fatiscenti e nelle pinete durante la stagione estiva, senza nessuna struttura di accoglienza, con una paga da fame con cui è impossibile pagarsi un affitto e avere condizioni di vita appena decenti.
Dove sono le istituzioni, che dovrebbero garantire il rispetto del diritto, quando migliaia di immigrati al nero vengono sfruttati dalle aziende e dal caporalato, i medesimi che, al tempo stesso, appoggiano le campagne forcaiole della destra, arrivando fino a invocare la lotta per la legalità e contro l’immigrazione clandestina?
La popolazione di Rosarno, di certo manovrata dai poteri mafiosi e dalla destra contro il numero crescente di immigrati che si riversano in quella zona per lavorare, non si accorge, o non si vuole accorgere, che dietro le aggressioni e le fucilate ai danni dei migranti (da questo è scaturita la loro rivolta) c’è la lunga mano della criminalità organizzata, la stessa che sfrutta la forza-lavoro al nero e, insieme, alimenta xenofobia e razzismo tra la gente locale, la quale (tra crisi economica e sociale, salari di miseria, malasanità e mancanza di lavoro) avrebbe molte ragioni per cui ribellarsi, unendosi magari ai migranti.
E così si arriva all’aberrazione che la rivolta contro tutto e contro tutti, scatenata dagli “ultimi” non per calcolo ma per disperazione, diventa per la popolazione locale un’occasione perversa per far pagare il peso quotidiano delle proprie difficoltà sociali al capro espiatorio di turno, agli “ultimi” appunto, organizzando la caccia nei loro confronti, sprangandoli, bastonandoli, scaraventandogli contro macchine a tutta velocità, sparandogli addosso, come è successo a Rosarno, dopo che la rivolta si era già spenta.
In questa situazione, come non riconoscere che il connubio tra politica di destra e criminalità è alla base del crescente razzismo in Italia? Come non riconoscere che il sistema di sfruttamento sotto cui vivono i migranti è stretto parente di quello subìto dai lavoratori italiani in molte, troppe, aziende?
Come non farsi sfiorare dal sospetto che la società italiana si sta imbarbarendo, fino al punto che i “penultimi” si stanno scagliando contro gli “ultimi”, nell’illusione tragica di risolvere così i propri problemi, mentre chi ne è il vero responsabile non può che sghignazzare soddisfatto di avere suscitato la “guerra tra poveri” necessaria a mantenere i propri privilegi?

La Calabria che non vogliamo

“A Rosarno, purtroppo, ha vinto la Calabria che non vogliamo. Quella che si alimenta di culture razziste e xenofobe, che vuole l’esclusione contro l’inclusione, che rifiuta il diverso e lo vede come una minaccia.

Ma ha vinto anche la cultura della subalternità e della prepotenza, di chi è forte con i deboli ma debole, di chi pensa che il lavoro è meno di una merce e neanche come tale va trattato. Hanno vinto quei poteri come la ndrangheta che hanno imposto un mercato del lavoro diventato vero e proprio schiavismo.

Etutto questo è avvenuto mentre lo Stato ha dispiegato tutta la sua forza repressiva non già per tutelare e difendere la vita e l’incolumità degli immigrati dai delinquenti che li hanno minacciati, sparati, sprangati e aggrediti, ma bensì ma per organizzare una deportazione di massa all’insegna della cultura dell’intolleranza che governa questo paese che trasforma le vittime in carnefici.

Quello che è avvenuto è conseguenza diretta della sconcertante e disumana politica fondata sui respingimenti degli immigrati e sull’introduzione del reato di clandestinità portata avanti dal governo Bossi-Berlusconi e personalmente dal ministro Maroni”. Ad affermarlo, in una nota, Michelangelo Tripodi, assessore regionale, nonché segretario regionale e responsabile del Dipartimento per il mezzogiorno del PdCI. “Siamo stati purtroppo tristi profeti di una situazione insostenibile e vergognosa – spiega Tripodi -.

Quello che è successo a Rosarno è di una gravità assoluta e sono assai gravi e pericolose per la democrazia e per la convivenza civile le dichiarazioni che in queste ore sono state rilasciate dal ministro Maroni e dagli esponenti del pdl che sono una vera e propria provocazione quando non finiscono per diventare un’incitazione alla violenza.”

Il ministro Maroni dovrebbe letteralmente vergognarsi, così come si devono vergognare tutti quei rappresentanti del governo Berlusconi e della vena secessionista della Lega Nord che stanno portando avanti un clima di odio e di razzismo diffuso in tutta Italia. Tutto quello che abbiamo vissuto drammaticamente in queste giornate di violenza è innanzitutto la conseguenza della legge Bossi-Fini con i suoi nefasti effetti.

E’ bene ricordare che gli immigrati di Rosarno e Gioia Tauro sono stati ridotti in schiavitù, costretti a lavorare nelle campagne 12-14 ore al giorno per due-tre giorni la settimana, con un salario giornaliero di 15/20 euro, costretti a vivere reclusi in vere e proprie baraccopoli senza alcuna benchè minima garanzia igienico-sanitaria. Una situazione di violenza e degrado che viola i diritti umani, frutto di una legge quindi decisamente inadeguata in materia. Una normativa che non riesce a contrastare la tendenza al lavoro nero e che non garantisce il permesso di soggiorno agli immigrati che denunciano la propria condizione di lavoro irregolare, incentivando così la clandestinità e tanto quanto di grave ne consegue anche in termini di sicurezza e di ordine pubblico”. “Una situazione,– afferma ancora Tripodi – che nulla a che vedere, per intenderci, con l’esempio di civiltà di cui sono protagonisti invece comuni come Riace che hanno aperto le porte agli immigrati, accogliendoli e sistemandoli nelle case sfitte e in alcune strutture pubbliche dei loro antichi borghi, avviando insieme ad un percorso lavorativo un sistema di accoglienza e integrazione che fa onore a tutta la Calabria e a tutta la nostra nazione”.

“Gli immigrati sono costretti, sottolinea Tripodi, a vivere tra l’incudine della ndrangheta e il martello del razzismo”.

“Ferma restando la condanna per quanto di violento è accaduto a Rosarno – conclude Tripodi - la problematica è forte e bisogna affrontarla di petto e una volta per tutte altrimenti si rischia grosso e non continuando a spargere il seme dell’intolleranza che una volta attecchito, come purtroppo come ci insegna la storia, è difficile da estirpare. Bisogna invece togliere dal dizionario l’equazione per cui immigrazione vuol dire criminalità, continuando a scaricare, così come sta facendo il Governo Berlusconi, il malessere generalizzato che si respira nel Paese sulle spalle degli extracomunitari identificati come il nemico da cacciare o da sfruttare.

Serve invece un forte impegno civile e politico che porti ad un cambiamento repentino di rotta, promuovendo una legge adeguata che tuteli diritti e doveri degli immigrati”.

Ufficio Stampa PdCI Calabria

mercoledì 30 dicembre 2009

COMUNICATO STAMPA DI FINE ANNO PRECARI CO.CO.CO. PROVINCIA VIBO VALENTIA

Caro Presidente De Nisi e tutti gli Assessori, vorremmo farVi partecipe al disagio che ci avete reso anche per il secondo anno dopo la nostra cacciata forzata dall’ Ente Provincia dopo un’ evidente discriminazione di status, a questo punto noi ci chiediamo forse se un giorno tutto questo potrebbe essere ricambiato a tutti Voi Amministratori della Provincia, tanto per provare la nostra situazione attuale di (non precarietà più) ma di solo abbandono lavorativo dopo cinque lunghissimi anni di lavoro per l’ Ente. Vediamo e leggiamo che ogni tanto Vi ricordate di qualcuno facendo il classico siparietto nelle testate giornalistiche, tipo i (lavoratori ex.art 7), non per avercela con i lavoratori ex.art 7, ma per rispettare almeno le priorità che si sono svolte in questi anni per entrare a svolgere un’attività lavorativa c/o l’ Ente Provincia. Chiediamo con forza chiarimenti e risposte a queste domande, ormai ineludibili e non più rinviabili per una realizzazione di una parità di diritti piena del lavoro svolto alla Provincia di Vibo Valentia, secondo il principio della non-discriminazione dei lavoratori. A proposito di risposte non più rinviabili, fiduciosi del rispetto delle norme del Diritto del Lavoro volevamo rendere partecipe l’opinione pubblica e tutti gli Amministratori e Politici di turno che abbiamo intrapreso un’ azione legale nei confronti dell’ Amministrazione Provinciale di Vibo Valentia. Per ultimo noi crediamo che ormai per far valere i nostri diritti ormai affossati da una Pubblica Amministrazione incapace di affrontare i problemi del precariato sia proprio questa davanti al Giudice del Lavoro, questo per noi CO.CO.CO. dell’ Ente Provincia di Vibo Valentia è forse il più bel regalo di un felice Anno Nuovo. Cordiali saluti

I PRECARI CO.CO.CO. DELLA PROVINCIA DI VIBO VALENTIA

mercoledì 9 settembre 2009

O.d.g. presentato in consiglio comunale sui lavoratori della soft 4 web di Vibo Valentia

L' o.d.g. è stato firmato da tutto il consiglio comunale e votato all'unanimità dei presenti
presentato dal capogruppo dei Verdi in consiglio comunale Luciano Vita
il secondo firmatario è stato il nostro consigliere comunale Giuseppe Condoleo


Da venerdì 4 settembre 2009, i lavoratori dell’azienda Soft 4 Web di Vibo Valentia sono in sciopero a causa del mancato pagamento degli stipendi. E’ da lungo tempo, infatti, che i dipendenti denunciano retribuzioni a singhiozzo, la mancata corresponsione delle mensilità ed una grave situazione di disagio per via del mancato rispetto dei diritti sindacali e contrattuali. Anche i rappresentanti sindacali si mostrano preoccupati per l’attuale situazione critica, che, innestandosi in una più generale crisi economica e finanziaria di carattere nazionale, rischia di ripercuotersi negativamente anche sul nostro territorio. Considerato, inoltre, che tale azienda, operante nel settore delle telecomunicazioni del gruppo Multivoice/Phonemedia, ha ottenuto la concessione di incentivi alle imprese per l’incremento occupazionale e la formazione, attraverso i fondi del Por Calabria, il Consiglio Comunale di Vibo Valentia si impegna a portare a conoscenza della Regione Calabria tale situazione, al fine di ottenere una positiva risoluzione della vertenza in atto, nel più breve tempo possibile, anche attraverso il rispetto degli impegni contrattuali dell’azienda con i propri dipendenti

venerdì 10 luglio 2009

Incidenti Lavoro - Pagliarini: "Operaio muore sui binari. Ennesimo dramma nelle ferrovie mentre governo smantella Testo Unico su sicurezza"

Ufficio Stampa PdCI

"Un’altra volta ancora la tragedia quotidiana delle morti bianche si è abbattuta sul microcosmo delle Ferrovie, in tutta evidenza sempre più insicuro. E’ stata stroncata stamattina la vita di un operaio di 25 anni, colpevole soltanto di compiere il suo dovere lungo la massicciata sui binari nei pressi di Parma. Ironia della sorte stava lavorando su un cantiere dell’Alta Velocità, vale a dire quel settore che negli anni ha ottenuto ingenti risorse in precedenza destinate ai pendolari e, probabilmente, alla messa in sicurezza di linee periferiche e di convogli destinati al traffico locale o delle merci. Le cronache ci hanno raccontato per quanti minuti è rimasto interrotto il traffico ferroviario tra Milano e Bologna. Noi comunisti, che non dimentichiamo mai i disagi dei pendolari sacrificati sull’altare di chi utilizza il treno per fare business, aggiungiamo altre preoccupazioni, troppo spesso omesse: ci indigna sapere che il governo sta smantellando il Testo Unico sulla sicurezza varato poco più di un anno fa dal centrosinistra proprio mentre il dramma-infortuni si conferma come emergenza nazionale sempre più acuta, e ci lascia allibiti la leggerezza con cui l’amministratore delegato delle Ferrovie cerca, ogni volta che se ne presenta l’occasione, di sminuire la portata dei drammatici disservizi che circondano il traffico su rotaia e di enfatizzare i presunti successi di Trenitalia. Noi continueremo a denunciare da un lato quanto sta accadendo e dall’altro la scomparsa dall’agenda politica del tema della sicurezza sul lavoro". E' quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI.

martedì 5 maggio 2009

1° MAGGIO: festa dei lavoratori

Negli ultimi anni i vari governi, troppo impegnati a sostenere i profitti del capitale, hanno calpestato i diritti e le tutele dei lavoratori, regalando ai padroni una sfrenata politica di privatizzazione e nuove leggi, varate nel corso degli anni, come il pacchetto Treu e la legge 30 che hanno cancellato il collocamento pubblico, introdotto le agenzie interinali e pesantemente aumentato la flessibilità e la precarietà.

Nonostante tutti questi privilegi, il capitale non è riuscito a creare posti di lavoro stabili e sicuri: al contrario, le aziende sono state addirittura delocalizzate all'est, dove l’assenza di garanzie per il lavoratore e i bassi salari permettono alti profitti senza troppi rischi e senza creare vera ricchezza, ma al contrario hanno creato una crisi economica senza precedenti e ben lontana dal risolversi, al contrario di quanto dice il Governo Berlusconi. Serve subito una inversione di marcia, serve il lavoro e servono i diritti per i lavoratori.
Di fronte ai lavoratori e ai disoccupati, PDL e PD, mostrano la stessa faccia: quella del padrone, rispondendo alle loro proteste con la criminalizzazione e la repressione. Tutto questo avviene con il bene placido di alcuni sindacati confederali che ormai hanno scelto la via della concertazione e abbandonato quella della lotta al fianco dei lavoratori.

La svendita dell’eredità storica della sinistra di classe e la rilettura dei suoi valori, altro non sono che il prezzo che il PD e parte della cosiddetta sinistra radicale assieme a CISL e UIL, bentornata CGIL, hanno scelto di pagare pur di sedersi al tavolo dei potenti. In questo momento storico vi è la piena subalternità culturale e politica alle filosofie aziendalistiche che colpiscono quotidianamente i lavoratori nelle loro condizioni di vita e di lavoro. Nell’attuale clima di concertazione, in cui i bisogni dei lavoratori non vengono più capiti e soddisfatti, deve intervenire la volontà dei lavoratori di andare in difesa dei propri interessi.

CONTRO
• la precarizzazione dilagante dei rapporti di lavoro (né legge 30, né pacchetto Treu, né leggi su esternalizzazioni e cessioni di ramo d’azienda sembrano essere messi in discussione)
• gli attacchi sempre più pesanti ai salari dei lavoratori
PER
• difendere i diritti dei lavoratori
• una giusta pensione di anzianità
• un lavoro stabile e sicuro
• salari dignitosi
• un’equa redistribuzione della ricchezza
• il diritto al futuro dei giovani
Oggi i sindacati avrebbero dovuto portare i lavoratori in piazza contro le politiche liberiste di questo governo, invece hanno scelto di non disturbare il manovratore.
Auspichiamo anche che non si verifichi la stessa situazione del 25 aprile, giorno di festa con i negozi aperti….
E’ giusto ribellarsi e lottare iniziando da oggi, 1° maggio, festa dei lavoratori

sabato 7 marzo 2009

La rabbia degli operai ex Goodyear di Cisterna di Latina

Scritto da Massimo Pretto


I 158 operai della ex goodyear di Cisterna di latina [leggi anche questo articolo del "Corriere" sugli operai dell'ex stabilimento morti per avere inalato amianto: clicca qui], assorbiti dalla Meccano, dopo la chiusura della storica fabbrica di Cisterna e dopo mesi di dura lotta, sono da 10 anni ancora in lotta per non farsi licenziare dalla Meccano!
Sì, dieci anni sta durando questa vertenza contro lo spettro del licenziamento degli ultimi 158 operai Goodyear. Venerdi scorso, hanno manifestato a Latina sotto la prefettura, contro l'ennesimo tentativo dei padroni della Meccano, di licenziarli tutti!

Sono riusciti con la loro mobilitazione e la loro rabbia a far congelare le lettere di licenziamento e far ripartire un tavolo di trattative tra azienda, prefettura, sindacati e l'agenzia pubblica "Sviluppo lazio", che dovrebbe garantire i soldi per il finanziamento legato al nuovo piano industriale (l'ultima tranche di 5 milioni di euro del piano erano stai congelati dall'agenzia omonima).

Ora si riparte, perchè gli operai, che come hanno detto negli anni, sono sempre stati soli, anche i sindacati sono sempre stati latitanti, pur stanchi, non vogliono molllare nonostante lo scarica barile prottratto nel tempo tra le istituzione e la direzione della Meccano e Avio interiors.

Questa lotta è una lotta da prendere come esempio da tanti altri operai della zona e di altre fabbriche in italia. Questa è la strada per non mollare mai contro i padroni che ti sfruttano, ti licenziano e si accaparrano di soldi e profitti, crisi o non crisi. Riconoscersi come operai che hanno gli stessi problemi e le stesse finalità è il passo seguente a questo, è un passo che porta alla costruzione di una 'organizzazione politica indipendente degli operai che lottano suoi propri bisogni.Il bisogno di liberarsi dalla schiavitù del lavoro salariato.

Roma 9 febbraio 2009

Massimo Pretto

A Roma Brunetta, a Napoli Corrado Gabriele

GLI ENTI LOCALI DI CENTROSINISTRA, DOPO AVER REGALATO NAPOLI AGLI AFFARISTI E AGLI SPECULATORI, ORA VORREBBERO ATTEGGIARSI A MORALIZZATORI CON I CORSISTI ISOLA... SONO DAVVERO SENZA VERGOGNA!!!

I blitz compiuti in questi giorni da Digos e forze dell'ordine su mandato della Regione Campania tesi a "controllare" le presunte assenze dei corsisti del progetto Isola, e le successive dichiarazioni roboanti dell'assessore al lavoro Corrado Gabriele a sostegno di questa operazione rasentano il surreale.

E' davvero incredibile come questi personaggi non abbiano il minimo senso del pudore.
Dopo aver saccheggiato in lungo e in largo la città, consegnandola alla mercè di affaristi e speculatori e trasformando la gestione dell'amministrazione pubblica in un infimo carrozzone elettoral-clientelare, ora, nel bel mezzo dell'ondata di inchieste che ha messo definitivamente a nudo il volto reale del bassolinismo e del suo sistema di potere corrotto, hanno il coraggio di ergersi a paladini della legalità. Ma questa storia dei dipendenti-fannulloni ci sembra di averla già sentita da Brunetta: oltre ad essere bugiardi, i governanti campani non sono neanche originali!!!

In realtà l'assessore Gabriele vuole scaricare sui corsisti Isola responsabilità che sono unicamente sue, del suo assessorato e della sua giunta.
Per anni l'assessorato alla regione Campania ha spacciato per creazione di nuovi posti di lavoro quello che non era altro che un sistema ben camuffato di finanziamenti e prebende ai soliti enti pubblici e privati "amici".
Un sistema inefficiente e sprecone, che oltre a non offrire nessuna prospettiva occupazionale stabile, ha trasformato la giusta e sacrosanta lotta per il diritto al lavoro nell'ennesima operazione clientelar-assistenziale, laddove ai proletari in cerca di occupazione viene elargita la miseria di poche centinaia di euro mensili.

In una città e una regione eternamente alle prese con l'emergenza rifiuti ed oggetto da decenni di fantomatici piani di bonifiche e riqualificazioni urbane, i disoccupati e i dipendenti delle società miste (alcune delle quali hanno già aquisito competenze specifiche, come nel caso della RECAM) possono costituire una risorsa preziosa da impiegare in lavori di pubblica utilità finalizzati a una vera tutela dell'ambiente e alla messa in sicurezza dei territori.

Ma questo all'assessore Gabriele e a i suoi soci della Regione non interessa: essi preferiscono usare il denaro pubblico per costruire inceneritori e discariche e per dar vita a progetti-farsa utili solo a saziare la fame di profitti di padroncini e speculatori vicini al loro entourage, per poi dare la colpa dei loro fallimenti ai proletari. E visto che ora si avvicinano le scadenze elettorali, si apprestano a dare una scremata agli organici per capitalizzare elettoralmente i frutti di un'eventuale guerra tra poveri.

Questa condotta opportunista e meschina non può che suscitare il nostro disprezzo, tanto più se messa in atto da chi (senz'altro a sproposito) osa definirsi "comunista".
Gli atti intimidatori di questi giorni, iniziati con il fermo di alcuni militanti dell'SLL e la chiusura del confronto con disoccupati e corsisti e culminata nell'operazione poliziesco-massmediatica ai danni dei corsisti ISOLA, svela in maniera chiara e limpida agli occhi di tutti i disoccupati e i precari napoletani come non esistano governi amici ne a livello nazionale ne a livello locale, e come ogni conquista è e sarà solo il frutto della lotta ad oltranza contro i padroni e i loro comitati d'affari istituzionali.

SEMPRE A FIANCO DI CHI LOTTA: SOLIDARIETA' AI CORSISTI ISOLA E AI DIPENDENTI RECAM
NO ALLA PRECARIETA': LAVORO STABILE O SALARIO GARANTITO
UNITI SI VINCE


Associazione Unità Comunista
Movimento campano per la Costituente Comunista