giovedì 29 aprile 2010

Il Manifesto del Partito Comunista II

II. Proletari e Comunisti

In che rapporto sono i comunisti con i proletari in genere?

I comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai.

I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato.

I comunisti non pongono princìpi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario.

I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell'intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari; e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente l'interesse del movimento complessivo, attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato e borghesia.

Quindi in pratica i comunisti sono la parte progressiva più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, e quanto alla teoria essi hanno il vantaggio sulla restante massa del proletariato, di comprendere le condizioni, l'andamento e i risultati generali del movimento proletario.

Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti gli altri proletari: formazione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato.

Le proposizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto su idee, su princìpi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo.

Esse sono semplicemente espressioni generali di rapporti di fatto di una esistente lotta di classi, cioè di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi. L'abolizione di rapporti di proprietà esistiti fino a un dato momento non è qualcosa di distintivo peculiare del comunismo.

Tutti i rapporti di proprietà sono stati soggetti a continui cambiamenti storici, a una continua alterazione storica.

Per esempio, la rivoluzione francese abolì la proprietà feudale in favore di quella borghese.

Quel che contraddistingue il comunismo non è l'abolizione della proprietà in generale, bensì l'abolizione della proprietà borghese.

Ma la proprietà privata borghese moderna è l'ultima e la più perfetta espressione della produzione e dell'appropriazione dei prodotti che poggia su antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.

In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria nella frase: abolizione della proprietà privata. Ci si è rinfacciato, a noi comunisti che vogliamo abolire la proprietà acquistata personalmente, frutto del lavoro diretto e personale; la proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale.

Proprietà frutto del proprio lavoro, acquistata, guadagnata con le proprie forze! Parlate della proprietà del minuto cittadino, del piccolo contadino che ha preceduto la proprietà borghese? Non c'è bisogno che l'aboliamo noi, l'ha abolita e la va abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell'industria.

O parlate della moderna proprietà privata borghese?

Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletario, crea proprietà a questo proletario? Affatto. Il lavoro del proletario crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato, che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo di nuovo. La proprietà nella sua forma attuale si muove entro l'antagonismo fra capitale e lavoro salariato. Esaminiamo i due termini di questo antagonismo. Essere capitalista significa occupare nella produzione non soltanto una pura posizione personale, ma una posizione sociale.

Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo mediante una attività comune di molti membri, anzi in ultima istanza solo mediante l'attività comune di tutti i membri della società.

Dunque, il capitale non è una potenza personale; è una potenza sociale.

Dunque, se il capitale viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente a tutti i membri della società, non c'è trasformazione di proprietà personale in proprietà sociale. Si trasforma soltanto il carattere sociale della proprietà. La proprietà perde il suo carattere di classe.

Veniamo al lavoro salariato.

Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario del lavoro, cioè è la somma dei mezzi di sussistenza che sono necessari per mantenere in vita l'operaio in quanto operaio. Dunque, quello che l'operaio salariato s'appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza. Noi non vogliamo affatto abolire questa appropriazione personale dei prodotti del lavoro per la riproduzione della esistenza immediata, appropriazione che non lascia alcun residuo di profitto netto tale da poter conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo eliminare soltanto il carattere miserabile di questa appropriazione, nella quale l'operaio vive solo allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l'interesse della classe dominante.

Nella società borghese il lavoro vivo è soltanto un mezzo per moltiplicare il lavoro accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è soltanto un mezzo per ampliare, per arricchire, per far progredire il ritmo d'esistenza degli operai.

Dunque nella società borghese il passato domina sul presente, nella società comunista il presente domina sul passato. Nella società borghese il capitale è indipendente e personale, mentre l'individuo operante è dipendente e impersonale.

E la borghesia chiama abolizione della personalità e della libertà l'abolizione di questo rapporto! E a ragione: infatti, si tratta dell'abolizione della personalità, della indipendenza e della libertà del borghese.

Entro gli attuali rapporti di produzione borghesi per libertà s'intende il libero commercio, la libera compravendita.

Ma scomparso il traffico, scompare anche il libero traffico. Le frasi sul libero traffico, come tutte le altre bravate sulla libertà della nostra borghesia, hanno senso, in genere, soltanto rispetto al traffico vincolato, rispetto al cittadino asservito del medioevo; ma non hanno senso rispetto alla abolizione comunista del traffico, dei rapporti borghesi di produzione e della stessa borghesia.

Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà dell'enorme maggioranza della società.

In una parola, voi ci rimproverate di volere abolire la vostra proprietà.

Certo, questo vogliamo.

Appena il lavoro non può più essere trasformato in capitale, in denaro, in rendita fondiaria, insomma in una potenza sociale monopolizzabile, cioè, appena la proprietà personale non può più convertirsi in proprietà borghese, voi dichiarate che è abolita la persona.

Dunque confessate che per persona non intendete nient'altro che il borghese, il proprietario borghese. Certo questa persona deve essere abolita.

Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione.

Si è obiettato che con l'abolizione della proprietà privata cesserebbe ogni attività e prenderebbe piede una pigrizia generale.

Da questo punto di vista, già da molto tempo la società borghese dovrebbe essere andata in rovina per pigrizia, poiché in essa coloro che lavorano, non guadagnano, e quelli che guadagnano, non lavorano. Tutto lo scrupolo sbocca nella tautologia che appena non c'è più capitale non c'è più lavoro salariato.

Tutte le obiezioni che vengono mosse al sistema comunista di appropriazione e di produzione dei prodotti materiali, sono state anche estese alla appropriazione e alla produzione dei prodotti intellettuali, come il cessare della proprietà di classe è per il borghese il cessare della produzione stessa, così il cessare della cultura di classe è per lui identico alla fine della cultura in genere.

Quella cultura la cui perdita egli rimpiange, è per la enorme maggioranza la preparazione a diventar macchine.

Ma non discutete con noi misurando l'abolizione della proprietà borghese sul modello delle vostre idee borghesi di libertà, cultura, diritto e così via. Le vostre idee stesse sono prodotti dei rapporti borghesi di produzione e di proprietà, come il vostro diritto è soltanto la volontà della vostra classe elevata a legge, volontà il cui contenuto è dato nelle condizioni materiali di esistenza della vostra classe.

Voi condividete con tutte le classi dominanti tramontate quell'idea interessata mediante la quale trasformate in eterne leggi della natura e della ragione, da rapporti storici quali sono, transeunti nel corso della produzione, i vostri rapporti di produzione e di proprietà. Non vi è più permesso di comprendere per la proprietà borghese quel che comprendete per la proprietà antica e per la proprietà feudale.

Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti.

Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica.

La famiglia del borghese cade naturalmente col cadere di questo suo complemento ed entrambi scompaiono con la scomparsa del capitale.

Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l'educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari.

E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l'influenza della società sull'educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l'educazione all'influenza della classe dominante.

La fraseologia borghese sulla famiglia e sull'educazione, sull'affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.

Tutta la borghesia ci grida contro in coro: ma voi comunisti volete introdurre la comunanza delle donne.

Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione. Sente dire che gli strumenti di produzione devono essere sfruttati in comune e non può naturalmente farsi venire in mente se non che la sorte della comunanza colpirà anche le donne.

Non sospetta neppure che si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.

Del resto non c'è nulla di più ridicolo del moralissimo orrore che i nostri borghesi provano per la pretesa comunanza ufficiale delle donne fra i comunisti. I comunisti non hanno bisogno d'introdurre la comunanza delle donne; essa è esistita quasi sempre.

I nostri borghesi, non paghi d'avere a disposizione le mogli e le figlie dei proletari, per non parlare neppure della prostituzione ufficiale, trovano uno dei loro divertimenti principali nel sedursi reciprocamente le loro mogli.

In realtà il matrimonio borghese è la comunanza delle mogli. Tutt'al, più ai comunisti si potrebbe rimproverare di voler introdurre una comunanza delle donne ufficiale e franca al posto di una comunanza delle donne ipocritamente dissimulata. del resto è ovvio che, con l'abolizione dei rapporti attuali di produzione, scompare anche quella comunanza delle donne che ne deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale.

Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch'essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.

Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.

Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni d'esistenza.

Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l'azione unita, per lo meno dei paesi civili.

Lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra viene abolito nella stessa misura che viene abolito lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro.

Con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni.

Non meritano d'essere discusse in particolare le accuse che si fanno al comunismo da punti di vista religiosi, filosofici e ideologici in genere.

C'è bisogno di una profonda comprensione per capire che anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale?

Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante.

Si parla di idee che rivoluzionano un'intera società; con queste parole si esprime semplicemente il fatto che entro la vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d'esistenza.

Quando il mondo antico fu al tramonto, le antiche religioni furono vinte dalla religione cristiana. Quando nel secolo XVIII le idee cristiane soggiacquero alle idee dell'illuminismo, la società feudale dovette combattere la sua ultima lotta con la borghesia allora rivoluzionaria. Le idee della libertà di coscienza e della libertà di religione furono soltanto l'espressione del dominio della libera concorrenza nel campo della coscienza.

Ma, si dirà, certo che nel corso dello svolgimento storico le idee religiose, morali, filosofiche, politiche, giuridiche si sono modificate. Però in questi cambiamenti la religione, la morale, al filosofia, la politica, il diritto si sono sempre conservati.

Inoltre vi sono verità eterne, come la libertà, la giustizia e così via, che sono comuni a tutti gli stati della società. Ma il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale, invece di trasformarle; quindi il comunismo si mette in contraddizione con tutti gli svolgimenti storici avuti sinora.

A cosa si riduce quest'accusa? La storia di tutta quanta la società che c'è stata fino ad oggi s'è mossa in contrasti di classe che hanno avuto un aspetto differente a seconda delle differenti epoche.

Lo sfruttamento d'una parte della società per opera dell'altra parte è dato di fatto comune a tutti i secoli passati, qualunque sia la forma ch'esso abbia assunto. Quindi, non c'è da meravigliarsi che la coscienza sociale di tutti i secoli si muova, nonostante ogni molteplicità e differenza, in certe forme comuni: forme di coscienza, che si dissolvono completamente soltanto con la completa scomparsa dell'antagonismo delle classi.

La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di proprietà; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale.

Ma lasciamo stare le obiezioni della borghesia contro il comunismo.

Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato s'eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia.

Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive.

Naturalmente, ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi despotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell'economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell'intero sistema di produzione.

Queste misure saranno naturalmente differenti a seconda dei differenti paesi.

Tuttavia, nei paesi più progrediti potranno essere applicati quasi generalmente i provvedimenti seguenti:

1.- Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato.

2.- Imposta fortemente progressiva.

3.- Abolizione del diritto di successione.

4.- Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.

5.- Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.

6.- Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato.

7.- Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo.

8.- Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l'agricoltura.

9.- Unificazione dell'esercizio dell'agricoltura e della industria, misure atte ad eliminare gradualmente l'antagonismo fra città e campagna.

10.- Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell'istruzione con la produzione materiale e così via.

Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell'evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d'esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.

Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.

Il Manifesto del Partito Comunista III

III. Letteratura Socialista e Comunista

1. Il socialismo reazionario

a) Il socialismo feudale.

Data la sua posizione storica, l'aristocrazia francese e inglese era chiamata a scrivere libelli contro la moderna società borghese. Nella rivoluzione francese del luglio 1830, nel movimento inglese per la riforma elettorale, l'aristocrazia era soggiaciuta ancora una volta all'aborrito nuovo venuto. Non c'era più da pensare a una seria lotta politica. Le rimaneva soltanto la lotta letteraria. Ma anche nel campo della letteratura la vecchia fraseologia dell'età della restaurazione era ormai impossibile. Per destare qualche simpatia, l'aristocrazia era costretta a distogliere gli occhi, in apparenza, dai propri interessi e a formulare il suo atto d'accusa contro la borghesia solo nell'interesse della classe operaia sfruttata. Così essa preparava la soddisfazione di poter intonare invettive contro il nuovo signore, e di potergli mormorare nell'orecchio profezie più o meno gravide di sciagura.

A questo modo sorse il socialismo feudalistico, metà lamentazione, metà libello; metà riecheggiamento del passato, metà minaccia del futuro. A volte colpisce al cuore la borghesia con un giudizio amaro e spiritosamente sarcastico, ma ha sempre effetto comico per la sua totale incapacità di comprendere il corso della storia moderna.

Questi aristocratici hanno impugnato la proletaria bisaccia da mendicante, agitandola come bandiera per raggruppare dietro a sé il popolo. Ma tutte le volte che li ha seguiti, il popolo ha visto sulle loro parti posteriori i vecchi blasoni feudali e s'è sbandato con forti e irriverenti risate.

Una parte dei legittimisti francesi e la Giovine Inghilterra hanno offerto questo spettacolo.

Quando i feudali dimostrano che il loro sistema di sfruttamento era diverso dallo sfruttamento borghese, dimenticano soltanto che essi esercitavano lo sfruttamento in circostanze e condizioni totalmente differenti e che ora han fatto il loro tempo. Quando dimostrano che il proletariato moderno non è esistito al tempo del loro dominio, dimenticano soltanto che la borghesia moderna fu appunto un necessario rampollo del loro ordine sociale.

Del resto, essi celano tanto poco il carattere reazionario della loro critica, che la loro principale accusa contro la borghesia è proprio che sotto il suo regime si sviluppa una classe che farà saltare in aria tutto quanto il vecchio ordine sociale.

Rimproverano alla borghesia più il fatto che essa genera un proletariato rivoluzionario che non il fatto ch'essa produce un proletariato in genere.

Nella pratica della vita politica, prendono parte perciò a tutte le misure di forza contro la classe operaia, e nella vita ordinaria, ad onta di tutti i loro gonfi frasari, si adattano a raccogliere le mele d'oro, e a barattare fedeltà, amore, onore col traffico della lana di pecora, della barbabietola e dell'acquavite.

Come il prete si è sempre accompagnato al signore feudale, così il socialismo pretesco si accompagna a quello feudalistico.

Non c'è cosa più facile che dare una tinta socialistica all'ascetismo cristiano. Il cristianesimo non se l'è presa forse anch'esso con la proprietà privata, con il matrimonio, con lo Stato? Non ha predicato, in loro sostituzione, la beneficenza, la mendicità, il celibato e la mortificazione della carne, la vita claustrale e la Chiesa? Il socialismo sacro è soltanto l'acquasanta con la quale il prete benedice la rabbia degli aristocratici.

b) Il socialismo piccolo-borghese.

L'aristocrazia feudale non è l'unica classe che sia stata abbattuta dalla borghesia e le cui condizioni di esistenza siano deperite e si siano estinte nella società borghese moderna. La piccola borghesia medievale e l'ordine dei piccoli contadini furono i precursori della borghesia moderna. Questa classe continua ancora a vegetare accanto alla sorgente borghesia nei paesi meno sviluppati industrialmente e commercialmente.

Nei paesi dove s'è sviluppata la civiltà moderna, si è formata una nuova piccola borghesia, sospesa fra il proletariato e la borghesia, che torna sempre a formarsi da capo, in quanto è parte integrante della società borghese; ma i suoi membri vengono costantemente precipitati nel proletariato dalla concorrenza, anzi, con lo sviluppo della grande industria vedono addirittura avvicinarsi un momento nel quale scompariranno totalmente come parte indipendente della società moderna, e verranno sostituiti da sorveglianti e domestici nel commercio, nella manifattura, nell'agricoltura.

In paesi come la Francia, dove la classe dei contadini costituisce molto più della metà della popolazione, era naturale che alcuni scrittori i quali scendevano in campo per il proletariato contro la borghesia usassero la scala del piccolo borghese e del piccolo contadino per la loro critica del regime borghese e che prendessero partito per gli operai dal punto di vista della piccola borghesia. Così s'è formato il socialismo piccolo-borghese. Capo di questa letteratura, non solo per la Francia, ma anche per l'Inghilterra, è il Sismondi.

Questo socialismo ha anatomizzato con estrema perspicacia le contraddizioni insite nei rapporti moderni di produzione. Ha smascherato gli ipocriti eufemismi degli economisti. Ha dimostrato irrefutabilmente i deleteri effetti delle macchine e della divisione del lavoro, la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la sovraproduzione, le crisi, la rovina inevitabile dei piccoli borghesi e dei piccoli contadini, la miseria del proletariato, l'anarchia della produzione, le stridenti sproporzioni nella distribuzione della ricchezza, la guerra industriale di sterminio fra le varie nazioni, la dissoluzione dei vecchi costumi, dei vecchi rapporti familiari, delle vecchie nazionalità.

Tuttavia, quanto al suo contenuto positivo, questo socialismo o vuole restaurare gli antichi mezzi di produzione e di traffico, e con essi i vecchi rapporti di proprietà e la vecchia società, o vuole rinchiudere di nuovo, con la forza, entro i limiti degli antichi rapporti di proprietà i mezzi moderni di produzione e di traffico, che li han fatti saltare in aria, che non potevano non farli saltare per aria. In entrambi i casi esso è insieme reazionario e utopistico.

Corporazioni nella manifattura e economia patriarcale nelle campagne: ecco la sua ultima parola.

Nel suo ulteriore sviluppo questa tendenza è andata a finire in una vile depressione dopo l'ebbrezza.

c) Il socialismo tedesco ossia il vero socialismo.

La letteratura socialista e comunista francese, ch'è sorta sotto la pressione d'una borghesia dominante ed è l'espressione letteraria della lotta contro questo dominio, venne introdotta in Germania proprio mentre la borghesia stava cominciando la sua lotta contro l'assolutismo feudale.

Filosofi, semifilosofi e begli spiriti tedeschi s'impadronirono avidamente di quella letteratura, dimenticando solo una piccola cosa: che le condizioni d'esistenza francesi non erano immigrate in Germania insieme a quegli scritti che venivano dalla Francia. Nei confronti delle condizioni tedesche, la letteratura francese perdette ogni significato pratico immediato e assunse un aspetto puramente letterario. Non poteva non apparire un'oziosa speculazione sulla vera società, sulla realizzazione dell'essere umano. Allo stesso modo le rivendicazioni della prima rivoluzione francese avevano avuto per i filosofi tedeschi del secolo XVIII soltanto il senso di essere rivendicazioni della "ragion pratica" in generale, e le manifestazioni di volontà della borghesia francese rivoluzionaria avevano significato ai loro occhi di leggi di pura volontà, della volontà come deve essere, della volontà veramente umana.

Il lavoro dei letterati tedeschi consistette unicamente nel concordare le nuove idee francesi con la loro vecchia coscienza filosofica, o, anzi, nell'appropriarsi delle idee francesi dal loro punto di vista filosofico.

Questa appropriazione avvenne nella stessa maniera che si usa in genere per appropriarsi una lingua straniera: mediante la traduzione.

E` noto come i monaci ricoprissero di insipide storie di santi cattolici i manoscritti che contenevano le opere classiche dell'antichità pagana. Con la letteratura francese profana i letterati tedeschi usarono il procedimento inverso; scrissero le loro sciocchezze filosofiche sotto l'originale francese. Per esempio, sotto la critica francese dei rapporti patrimoniali essi scrissero "alienazione dell'essere umano", sotto la critica francese dello stato borghese scrissero "superamento del dominio dell'universale in astratto", e così via.

Battezzarono questa insinuazione del loro frasario filosofico negli svolgimenti francesi con i nomi di "filosofia dell'azione", "vero socialismo", "scienza tedesca del socialismo", "motivazione filosofica del socialismo" e così via.

Così la letteratura francese socialista e comunista fu letteralmente evirata. E poiché essa nelle mani dei tedeschi aveva smesso di esprimere la lotta d'una classe contro l'altra, il tedesco era consapevole d'aver superato l'unilateralità francese, d'essersi fatto rappresentante non di veri bisogni, ma anzi del bisogno della verità, non degli interessi del proletariato, ma anzi degli interessi dell'essere umano, dell'uomo in genere; dell'uomo che non appartiene a nessuna classe, anzi neppure alla realtà, e appartiene soltanto al cielo nebuloso della fantasia filosofica.

Questo socialismo tedesco, che prendeva così solennemente sul serio le sue goffe esercitazioni scolastiche, e tanto ciarlatanescamente le strombazzava, perdette tuttavia, a poco a poco, la sua pedantesca innocenza.

La lotta della borghesia tedesca, specialmente di quella prussiana, contro i feudali e contro la monarchia assoluta, in una parola, il movimento liberale, divenne più serio.

Così al vero socialismo si offrì l'auspicata occasione di contrapporre le rivendicazioni socialiste al movimento politico, di lanciare i tradizionali anatemi contro il liberalismo, contro lo Stato rappresentativo, contro la concorrenza borghese, contro la libertà di stampa borghese, il diritto borghese, la libertà e l'eguaglianza borghesi; e di predicare alla massa popolare come essa non avesse niente da guadagnare, anzi tutto da perdere con quel movimento borghese. Il socialismo tedesco dimenticava in tempo che la critica francese della quale esso era l'insulso eco, presuppone la società borghese moderna con le corrispondenti condizioni materiali d'esistenza e l'adeguata costituzione politica: tutti presupposti che in Germania si trattava appena di conquistare.

Il vero socialismo servì ai governi assoluti tedeschi, col loro seguito di preti, di maestrucoli, di nobilucci rurali e di burocrati, come gradito spauracchio contro la borghesia che avanzava minacciosa.

Costituì il dolciastro complemento delle acri sferzate e delle pallottole di fucile con le quali quei governi rispondevano alle insurrezioni operaie.

Mentre il vero socialismo diventava così un'arma nelle mani dei governi contro la borghesia tedesca, esso rappresentava d'altra parte anche direttamente un interesse reazionario, l'interesse del popolo minuto tedesco. In Germania la piccola borghesia, che è un'eredità del secolo XVI, e sempre vi riaffiora, da quell'epoca in poi, in varie forme, costituisce il vero e proprio fondamento sociale della situazione attuale.

La sua conservazione è la conservazione della situazione tedesca attuale. Essa teme la sicura rovina dal dominio industriale e politico della borghesia, tanto in conseguenza della concentrazione del capitale, quanto attraverso il sorgere di un proletariato rivoluzionario. Le sembrò che il vero socialismo prendesse entrambi i piccioni con una fava. Ed esso si diffuse come un'epidemia.

La veste ordita di ragnatela speculativa, ricamata di fiori retorici di begli spiriti, impregnata di rugiada sentimentale febbricitante di amore, questa veste di esaltazione nella quale i socialisti tedeschi avviluppavano il loro paio di ossute verità eterne, non fece che aumentare lo spaccio della loro merce presso quel pubblico.

Per conto suo, il socialismo tedesco riconobbe sempre meglio la propria vocazione d'essere il burbanzoso rappresentante di questa piccola borghesia.

Esso ha proclamato la nazione tedesca la nazione normale; il filisteo tedesco l'uomo normale. Ha conferito ad ogni abiezione di costui un senso celato, superiore, socialistico pel qual l'abiezione significava il contrario di quel che era. Ed ha tratto le ultime conseguenze prendendo direttamente posizione contro la tendenza brutalmente distruttiva del comunismo e proclamando la propria imparziale superiorità a tutte le lotte di classe. Quanto circola in Germania di pretesi scritti socialisti e comunisti appartiene, con pochissime eccezioni, alla sfera di questa sordida e snervante letteratura.

2. Il socialismo conservatore o borghese

Una parte della borghesia desidera di portar rimedio agli inconvenienti sociali, per garantire l'esistenza della società borghese.

Rientrano in questa categoria economisti, filantropi, umanitari, miglioratori della situazione delle classi lavoratrici, organizzatori di beneficenze, protettori degli animali, fondatori di società di temperanza e tutta una variopinta genìa di oscuri riformatori. E in interi sistemi è stato elaborato questo socialismo borghese.

Come esempio citeremo la Philosophie de la misère del Proudhon.

I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale sottrazion fatta degli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza proletariato. La borghesia si raffigura naturalmente il mondo ov'essa domina come il migliore dei mondi. Il socialismo borghese elabora questa consolante idea in un semi-sistema o anche in un sistema intero. Quando invita il proletariato a mettere in atto i suoi sistemi per entrare nella nuova Gerusalemme, il socialismo borghese non fa in sostanza che pretendere dal proletariato che esso rimanga fermo nella società attuale, ma rinunci alle odiose idee che di essa s'è fatto.

Una seconda forma di socialismo meno sistematica e più pratica cercava di far passare alla classe operaia la voglia di qualsiasi movimento rivoluzionario, argomentando che le potrebbe essere utile non l'uno o l'altro cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento delle condizioni materiali della esistenza, cioè dei rapporti economici. Ma questo socialismo non intende affatto, con il termine di cambiamento delle condizioni materiali dell'esistenza, l'abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo in via rivoluzionaria, ma miglioramenti amministrativi svolgentisi sul terreno di quei rapporti di produzione, che dunque non cambiano nulla al rapporto fra capitale e lavoro salariato, ma che, nel migliore dei casi, diminuiscono le spese che la borghesia deve sostenere per il suo dominio e semplificano il suo bilancio statale.

Il socialismo borghese giunge alla sua espressione adeguata solo quando diventa semplice figura retorica.

Libero commercio! nell'interesse della classe operaia; dazi protettivi! nell'interesse della classe operaia; carcere cellulare! nell'interesse della classe operaia. Questa è l'ultima parola, l'unica detta seriamente, del socialismo borghese.

Il loro socialismo consiste appunto nell'affermazione che i borghesi sono borghesi -nell'interesse della classe operaia

3. Il socialismo e comunismo critico-utopistico

Qui non parleremo della letteratura che ha espresso le rivendicazioni del proletariato in tutte le grandi rivoluzioni moderne (scritti di Babeuf e così via).

I primi tentativi del proletariato di far valere direttamente il suo proprio interesse di classe in un'età di generale effervescenza, nel periodo del rovesciamento della società feudale, non potevano non fallire per la forma poco sviluppata del proletariato stesso, come anche per la mancanza delle condizioni materiali della sua emancipazione, che sono appunto solo il prodotto dell'età borghese. La letteratura rivoluzionaria che ha accompagnato quei primi movimenti del proletariato è per forza reazionaria, quanto al contenuto; insegna un ascetismo generale e un rozzo egualitarismo.

I sistemi propriamente socialisti e comunisti, i sistemi di Saint-Simon, di Fourier, di Owen, ecc., emergono nel primo periodo, non sviluppato, della lotta fra proletariato e borghesia, che abbiamo esposto sopra (vedi: Borghesia e proletariato).

Certo, gli inventori di quei sistemi vedono l'antagonismo delle classi e anche l'efficacia degli elementi dissolventi nel seno della stessa società dominante. Ma non vedono nessuna attività storica autonoma dalla parte del proletariato, non vedono nessun movimento politico proprio e particolare del proletariato.

Poiché lo sviluppo dell'antagonismo fra le classi va di pari passo con lo sviluppo dell'industria, essi non trovano neppure le condizioni materiali per l'emancipazione del proletariato, e vanno in cerca d'una scienza sociale, di leggi sociali, per creare queste condizioni.

Alla attività sociale deve subentrare la loro attività inventiva personale, alle condizioni storiche dell'emancipazione del proletariato, devono subentrare condizioni immaginarie, e alla organizzazione del proletariato in classe con un processo graduale deve subentrare una organizzazione della società da essi escogitata a bella posta. La storia universale futura si dissolve per essi nella propaganda e nell'esecuzione pratica dei loro progetti di società.

E` vero ch'essi sono coscienti di sostenere nei loro progetti sopratutto gli interessi della classe operaia, come della classe che più soffre. Il proletariato esiste per essi soltanto da questo punto di vista della classe che più soffre.

Ma è inerente tanto alla forma non evoluta della lotta di classe quanto alla loro propria situazione, ch'essi credano d'essere di gran lunga superiori a quell'antagonismo di classe. Vogliono migliorare la situazione di tutti i membri della società, anche dei meglio situati. Quindi fanno continuamente appello alla società intera, senza distinzione, anzi, di preferenza alla classe dominante. Giacché basta soltanto comprendere il loro sistema per riconoscerlo come il miglior progetto possibile della miglior società possibile.

Quindi essi respingono qualsiasi azione politica, e specialmente ogni azione rivoluzionaria; vogliono raggiungere la loro meta per vie pacifiche e tentano di aprir la strada al nuovo vangelo sociale con piccoli esperimenti che naturalmente falliscono, con la potenza dell'esempio.

Tale descrizione fantastica della società futura corrisponde al primo impulso presago del proletariato verso una trasformazione generale della società, in un periodo nel quale il proletariato è ancora pochissimo sviluppato, e quindi intende anch'esso ancora fantasticamente la propria posizione.

Ma gli scritti socialisti e comunisti consistono anche di elementi di critica. Essi attaccano tutte le fondamenta della società esistente. Hanno quindi fornito materiale preziosissimo per illuminare gli operai. Le loro proposizioni positive sulla società futura, per esempio l'abolizione del contrasto fra città e campagna, della famiglia, del guadagno privato, del lavoro salariato, l'annuncio dell'armonia sociale, la trasformazione dello Stato in una semplice amministrazione della produzione, tutte queste proposizioni esprimono semplicemente la scomparsa dell'antagonismo fra le classi che allora comincia appena a svilupparsi, e ch'essi conoscono soltanto nella sua prima informe indeterminatezza. Perciò queste stesse proposizioni hanno ancora un senso puramente utopistico.

L'importanza del socialismo e comunismo critico utopistico sta in rapporto inverso allo sviluppo storico. Nella stessa misura che si sviluppa e prende forma la lotta fra le classi, perde ogni valore pratico, ogni giustificazione teorica quell'immaginario sollevarsi al di sopra di essa, quella lotta immaginaria contro di essa. Quindi, anche se gli autori di quei sistemi erano rivoluzionari per molti aspetti, i loro scolari costituiscono ogni volta sette reazionarie. Tengon ferme contro il progressivo sviluppo storico del proletariato, le vecchie opinioni dei maestri. Quindi cercano conseguentemente di smussare di nuovo la lotta di classe, e di conciliare gli antagonismi. Continuano sempre a sognare la realizzazione sperimentale delle loro utopie sociali, l'istituzione di singoli falansteri, la fondazione di colonie in patria, la creazione di una piccola Icaria, -edizione in dodicesimo della nuova Gerusalemme- e per la costruzione di tutti quei castelli in Ispagna debbono far appello alla filantropia dei cuori e delle borse borghesi. A poco per volta essi cadono nella sopra descritta categoria dei socialisti reazionari o conservatori, e ormai si distinguono da questo solo per una pedanteria più sistematica, e per la fede fanatica e superstiziosa nell'efficacia miracolosa della loro scienza sociale.

Quindi si oppongono aspramente ad ogni movimento politico degli operai, poiché esso non potrebbe procedere che da cieca mancanza di fede nel nuovo vangelo.

Gli owenisti in Inghilterra reagiscono contro i cartisti, i fourieristi in Francia reagiscono contro i riformisti.

Il Manifesto del Partito Comunista IV

IV. Posizione dei Comunisti di fronte ai diversi partiti di opposizione

Da quanto s'è detto nel secondo capitolo appare ovvio quale sia il rapporto dei comunisti coi partiti operai già costituiti, cioè il loro rapporto coi cartisti in Inghilterra e coi riformatori nell'America del Nord.

I comunisti lottano per raggiungere i fini e gli interessi immediati della classe operaia, ma nel movimento presente rappresentano in pari tempo l'avvenire del movimento. In Francia i comunisti si alleano al partito socialista-democratico contro la borghesia conservatrice e radicale, senza per questo rinunciare al diritto d'un contegno critico verso le frasi e le illusioni provenienti dalla tradizione rivoluzionaria.

In Svizzera essi appoggiano i radicali, senza disconoscere che questo partito è costituito da elementi contraddittori, in parte da socialisti democratici in senso francese, in parte da borghesi radicali.

Fra i polacchi, i comunisti appoggiano il partito che fa d'una rivoluzione agraria la condizione della liberazione nazionale. Lo stesso partito che promosse l'insurrezione di Cracovia del 1846.

In Germania il partito comunista combatte insieme alla borghesia contro la monarchia assoluta, contro la proprietà fondiaria feudale e il piccolo borghesume, appena la borghesia prende una posizione rivoluzionaria.

Però il partito comunista non cessa nemmeno un istante di preparare e sviluppare fra gli operai una coscienza quanto più chiara è possibile dell'antagonismo ostile fra borghesia e proletariato, affinché i lavoratori tedeschi possano subito rivolgere, come altrettante armi contro la borghesia, le condizioni sociali e politiche che la borghesia deve creare con il suo dominio, affinché subito dopo la caduta delle classi reazionarie in Germania, cominci la lotta contro la borghesia stessa.

I comunisti rivolgono la loro attenzione sopratutto alla Germania, perché la Germania è alla vigilia d'una rivoluzione borghese, e perché essa compie questo rivolgimento in condizioni di civiltà generale europea più progredite, e con un proletariato molto più evoluto che non l'Inghilterra nel decimosettimo e la Francia nel decimottavo secolo; perché dunque la rivoluzione borghese tedesca può essere soltanto l'immediato preludio d'una rivoluzione proletaria.

In una parola: i comunisti appoggiano dappertutto ogni movimento rivoluzionario diretto contro le situazioni sociali e politiche attuali.

Entro tutti questi movimenti essi mettono in rilievo, come problema fondamentale del movimento, il problema della proprietà, qualsiasi forma, più o meno sviluppata, esso possa avere assunto.

Infine, i comunisti lavorano dappertutto al collegamento e all'intesa dei partiti democratici di tutti i paesi.

I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d'una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.

PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

martedì 27 aprile 2010

comunicato 25 aprile

volantini 25 aprile


25 prile con un fazzoletto rosso al collo…

I Comunisti Uniti invitano tutti a scendere in piazza il 25 aprile con un fazzoletto rosso al collo…

25 aprile 2010

...riconciliazione mai

PARTIGIANI SEMPRE!

Oggi come ieri scendiamo in piazza con gli stessi fazzoletti rossi al collo che portavano le partigiane ed i partigiani che hanno combattuto e sono morti nel nostro paese per la libertà dalla dittatura e dall'oppressione.

Ogni volta che si affaccia una pesante crisi del capitalismo viene messo in discussione ogni diritto democratico e sociale in nome dell'unica libertà ormai garantita: quella per i padroni di fare profitti sulle spalle di migliaia di lavoratrici e lavoratori.

Per garantire la sopravvivenza del modello capitalistico, l'attuale sistema bipolare ha bisogno di politiche autoritarie e di massacro sociale. Per questo tenta di sdoganare il fascismo, dividere i lavoratori col razzismo, calpestare i principi della nostra Costituzione, cancellare i diritti conquistati da decenni di lotte del movimento dei lavoratori.

Non dobbiamo lasciare nessuno spazio né concedere nessuna riconciliazione ai fascisti di oggi come a quelli di ieri!

Sta ai comunisti e alle comuniste ricostruire e rilanciare una forte opposizione di classe ed essere in prima fila nel dare linfa vitale alle nuove resistenze di chi lotta nei posti di lavoro, nei territori, nelle scuole e nelle università contro il capitalismo e contro il fascismo.

Estratto dalla lettera aperta pubblicata sul quotidiano “il manifesto” il 21 gennaio 2010:

Vogliamo incontrarci con chiunque condivida i punti chiave della nostra impostazione e li voglia praticare in maniera critica e autonoma, dentro i partiti e fuori di essi, nelle rappresentanze sindacali, nei luoghi di studio e di lavoro, in quelle associazioni politico-culturali delle quali riconosciamo un ruolo nella ricostruzione di una teoria all’altezza dei tempi e delle quali rispetteremo l’indipendenza.

A prescindere da dove siamo collocati, occorre mettere al centro del nostro dibattito e di una nostra azione coerente la questione del partito, quella delle alleanze e quella della linea sindacale.

COMUNISTE E COMUNISTI UNIAMOCI!

Leggi e sostieni la lettera aperta per l'unità dei comunisti sul sito: www.comunistiuniti.it

Per adesioni: adesioni@comunistiuniti.it

Comunicato stampa "Sinistra per Vibo"

La lista "Sinistra Per Vibo", che ha concorso alle recenti elezioni amministrative nella coalizione di centrosinistra, mantiene ferma la sua unità che troverà espressione nel consiglio comunale attraverso la figura dell'AVV. Stefano Luciano, neo consigliere eletto in tale lista.

Ed infatti, al termine di un lungo incontro sviluppatosi tra tutti i rappresentanti dei partiti e dei movimenti che hanno concorso alla redazione della lista si è pervenuti ad una conclusione chiara ed ampiamente condivisa: " Sinistra per Vibo" vuole guardare al futuro e forte della sua presenza in consiglio comunale, seppure nella fila della minoranza, intende continuare ad animare il dibattito politico con la finalità di sviluppare un progetto di lungo periodo e di largo respiro che possa consentire alla sinistra di diventare sul territorio vibonese una grande forza politica capace di rappresentare una larga fascia di popolazione desiderosa di buona politica di sinistra.

Maggiore Radicamento sul territorio dunque uno degli obiettivi da raggiungere al più presto che consenta di amplificare i consensi già soddisfacenti ottenuti nelle ultime elezioni comunali.

mercoledì 14 aprile 2010

iscriviti alla FGCI



COSTRUIRE L' UNITA' NEI CONFLITTI. IL DOCUMENTO APPROVATO DALL' ESECUTIVO NAZIONALE

Il risultato elettorale ci consegna una realtà davvero preoccupante: la coalizione di centrodestra che, prima della consultazione, sembrava in difficoltà estrema tiene ed anzi in alcune realtà cresce, con un'avanzata davvero preoccupante della Lega Nord che sconfina anche in importanti regioni del centro.
Il risultato del centrosinistra nel suo complesso è ampiamente al di sotto delle aspettative e, tranne la Puglia, vince, seppur arretrando, solamente nelle tradizionali “regioni rosse” del centro Italia.
In questo quadro il risultato della Federazione della sinistra non è soddisfacente, con delle eccezioni significative: la Federazione ottiene buoni risultati in Toscana, Umbria, Marche, Liguria, tiene in Piemonte, Lazio, Calabria e Puglia, ottiene risultati pessimi in Lombardia e Campania, dove ci presentavamo in completa solitudine.
Una sorpresa di queste elezioni regionali è costituita dai risultati dalla Lista 5 stelle, che in diverse regioni elegge ed ottiene risultati ottimi in Emilia Romagna e Piemonte. E' un dato preoccupante, nella maggior parte dei casi si tratta di elettori giovani e di centrosinistra che, anche a causa del nostro oscuramento mediatico, non trovano risposte nella politica e cercano rifugio nel populismo fintamente antisistema di Beppe Grillo.
Questo risultato deve suonare come un campanello d'allarme e deve spronarci a tornare in sintonia con una generazione cresciuta nella narrazione dell'antipolitica, che urla la propria voglia di cambiamento, ma non ne individua lo sbocco politico.
Di fronte a questo scenario, individuiamo come priorità assoluta uscire dal politicismo asfittico che ha pervaso la sinistra negli ultimi anni, concludere in tempi rapidissimi il processo costituente della Federazione della sinistra, che deve al contempo dare possibilità a questo soggetto politico di radicarsi, a partire dai luoghi di lavoro e di studio, e dotarlo di una struttura efficiente e definita, sia per quanto riguarda la politica, sia per quanto riguarda l'organizzazione: in particolare è necessario definirne un profilo politico, in cui il lavoro, in tutte le forme in cui si manifesta oggi, ed il mondo dei saperi diventino i due perni della nostra azione politica.
In ambito giovanile, non è più rinviabile l'avvio di un percorso unitario organico tra la Fgci e i Gc, che deve vivere nei contenuti e sui territori: in tanti territori, anche in realtà metropolitane, si sono costituiti o si stanno costituendo coordinamenti unitari tra le due organizzazioni giovanili. Si tratta di esperienze importanti, che stanno realmente contribuendo a costruire un vissuto comune tra centinaia di compagne e compagni divisi ormai da troppo tempo.
L'Esecutivo nazionale della FGCI invita dunque ogni struttura, a livello regionale e di Federazione a costruire coordinamenti unitari, e si impegna a definire, in tempi rapidi, un percorso unitario a livello nazionale.
Il terreno sul quale costruire l'impegno unitario è quello della mobilitazione, della costruzione del conflitto e dell'inziativa politica che radichi la nostra organizzazione in particolare nei luoghi di lavoro e di studio.
A questo proposito individuiamo le seguenti priorità da mettere a disposizione del processo unitario e sulle quali metterci da subito al lavoro:

· I referendum contro la Legge 30 e per l'acqua pubblica, con un particolare impegno contro la Legge 30, causa principale della precarietà, divenuta paradigma di vita.
· Una campagna in difesa dello Statuto dei lavoratori, in particolare dell'articolo 18, attaccato ogni giorno da questo Governo.
· Un'offensiva culturale sui temi dell'antifascismo e dell'antirazzismo in preparazione del 25 aprile, con particolare riferimento alla Lega Nord nelle regioni settentrionali.
· Una campagna “Liberiamo le scuole dalla riforma Gelmini”, che veda dal 25 aprile in poi mobilitazioni, aperte a tutte le realtà organizzate e di movimento, davanti a tutti i provveditorati.

venerdì 9 aprile 2010

voti candidati al consiglio comunale

questi sono i dati ufficiali, fonte ufficio elettorale comune di Vibo, della lista Sinistra per Vibo.
in rosso le preferenze dei candidati del PdCI






lunedì 22 marzo 2010

ciao compagna Melina

La nostra carissima compagna Melina ci ha abbandonati. E' per tutti noi un lutto terribile, uno sgomento ed un dolore profondi. Non troviamo le parole per esprimerli.

Melina è stata la segretaria di Oliviero Diliberto per un tempo lunghissimo. Lo ha seguito da parlamentare, poi da Ministro della Giustizia ed infine al partito quando ne è diventato segretario.

Con lei tutti noi abbiamo condiviso la costruzione del partito, i momenti più facili e quelli più difficili. Sono stati lunghi e straordinari anni di amicizia e militanza comuni, di vicinanza quotidiana, di lavoro condiviso.

Ora, quel tempo si è come interrotto e nessuno di noi riesce a darsene pace.

Le compagne e i compagni della Direzione nazionale


fac simile Condoleo

Giuseppe Condoleo consigliere uscente del PdCI al comune di Vibo Valentia
un comunista al consiglio comunale

lunedì 8 marzo 2010

La nostra candidata al consiglio regionale

La Calabria che fa cose di sinistra

i nostri candidati al consiglio comunale

Colelli Francesco
Condoleo Giuseppe (consigliere uscente)
Federici Alfredo
Marramao Carmela
Russo Ilenia











replica dei precari della provincia di Vibo

riceviamo e pubblichiamo


Vibo Valentia 04/03/2010

Noi non ci stiamo,

replica dei precari co.co.co. della Provincia di Vibo Valentia sulle vicende di questi giorni pubblicate nei giornali riguardanti il “Programma Stages” che grazie al grande impegno e idee dei super consiglieri Regionali B. Censore, P. Giamborino e come ultimo paladino dei lavoratori di Calabria A. Borrello portano un’emendamento regionale a favore dei giovani laureati calabresi. Quante volte abbiamo proposto nei vari articoli ai super consiglieri di mettere piede nella sede(in questo caso quello che ci sentiamo essere stati esclusi ingiustamente)quella dell’Amministrazione Provinciale di Vibo Valentia per conoscere la situazione nei confronti dei precari storici, ora cosa è successo in queste poche settimane che restano prima dell’elezioni politiche: che i lavoratori ex art.7 (D.R. 6 aprile 2006 N.3902) festeggiano grazie ancora non si capisce bene chi sia stato l’artefice (Censore?, Giamborino?, De Gaetano?) dell’ emendamento all’equiparazione l.s.u. / l.p.u. con avvio alle procedure di stabilizzazione e per ultimo “i migliori laureati calabresi” che dato la loro dote di intelligenza fanno capire che sono già titolari di un posto di lavoro nell’Ente. Dobbiamo ricordare a tutti che il regolamento al Programma di Stages per i migliori laureati in Calabria (L.R. n.8/2007 e dell’art.3 L.R. n.26/2004) prevede nella sezione 1, che il rapporto instaurato dai soggetti beneficiari con il Consiglio Regionale con le Università e con le Pubbliche Amministrazioni interessate non configura un rapporto di lavoro, non prevede alcun obbligo di assunzione finale, la sua durata di 24 mesi senza nessun rinnovo e nessuna proroga, e con il divieto di partecipazione ai successivi bandi relativi allo stesso progetto.

Le perplessità dell’ Sen. F. Bevilacqua pubblicate su questa vicenda che secondo lui serve solo per garantire consensi elettorali per noi risulta esatta e appoggiamo pienamente la sua linea, solo una cosa vorremmo ricordare al Senatore ribadendo alla questione della perdita di anni dei stagisti, rimasti bloccati nella speranza di un posto di lavoro definitivo, che noi Precari co.co.co. dell’Ente Provincia sia laureati che diplomati la questione è stata più tragica, perché prima di essere sbattuti fuori dall’Ente dopo aver passato una selezione di Bando Pubblico e aver portato avanti il nostro lavoro nei Centri per l’Impiego adeguandolo alle nuove riforme del lavoro, sono passati 5 lunghissimi anni, chi più di noi sà cosa significa essere presi in giro da una politica che crea solo illusioni e prospettive ai danni di noi giovani.

Precari co.co.co. Provincia di Vibo Valentia

Facebook - PDCI: "Maroni intervenga contro caccia ai giudici"

"Giudice non mi vuoi far votare? E io comincio a sparare... Okkio!!!". Il Ministro Maroni intervenga immediatamente contro il suo stesso partito impegnato in una vera e propria caccia al giudice con tanto di incitamento all'uso delle armi.
Bisogna spegnere subito queste fiammelle di violenza e non soffiare sul fuoco". E' quanto afferma Jacopo Venier, responsabile comunicazione del PdCI - Federazione della sinistra , a commento del post sulla pagina di Facebook del Gruppo Lega Nord Marcheno.

OGGI LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA DA NAPOLITANO

Oggi, alle ore 19, la Federazione della Sinistra sarà ricevuta al Quirinale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. All'incontro parteciperanno Oliviero Diliberto, Paolo Ferrero, Cesare Salvi e Giampaolo Patta. Tema dell'incontro: il lavoro e l'articolo 18 ma inevitabilmente si discuterà anche del decreto 'salva liste Pdl' emanato dal Consiglio dei Ministri venerdì scorso. I comunisti tengono sempre insieme i temi del lavoro, della democrazia e della legalità.

8 marzo 2010

8 Marzo 2010:
100 Anni di Lotte per la Parità di Genere


La celebrazione a livello internazionale del “Giorno della Donna” è stata stabilita in occasione della seconda Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste a Copenhagen nel 1910. Fu proposta dalla compagna Clara Zetkin.
Le donne decisero di condurre lotte comuni per i diritti delle donne lavoratrici, per la protezione della maternità e dell’infanzia, per il diritto al voto, contro i prezzi elevati a causa dell’avidità dei monopoli in cerca di profitti e contro la corsa agli armamenti.
In questi cent’anni la parità sessuale è stata riconosciuta come diritto fondamentale dell’umanità. La Convenzione delle Nazioni Unite per l’Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne (CEDAW) ne costituisce una solida base a livello internazionale.

Una buona legislazione europea e internazionale è stata creata come risultato di lunghe e dure lotte delle donne e dei movimenti femministi. Naturalmente, è rimasto un gap tra l’eguaglianza giuridica e quella sostanziale.
Oggi, il modello neoliberista che ha causato crisi economiche, sociali e culturali, rischia di eliminare non solo le conquiste delle donne, ma anche i principi su cui tali conquiste si fondano.
Il lavoro delle donne è diventato schiavo di miseri salari e mancanza di sicurezza, spesso è reso difficile dalla violenza, da minacce e molestie sessuali; le donne, inoltre, vengono spesso licenziate in caso di gravidanza, e a volte troviamo condizioni di lavoro che ci costano la vita.
Lo Stato sociale è stato disintegrato mediante la privatizzazione anche di quei settori che costituiscono le basi di una parità effettiva. Questo è l’intero complesso: sanità. Istruzione, sicurezza sociale, cura per i bambini e per gli anziani. Gli obblighi dello Stato sociale sono stati caricati sulle spalle delle donne.
L’età pensionabile è stata assimilata a quella degli uomini spostandola in avanti e tutte le misure positive per le donne sono state eliminate.
La violenza contro le donne è aumentata e spesso assume la forma dell’omicidio. Il diritto all’aborto inoltre è in discussione o è stato eliminato. Il diritto di famiglia è cambiato in una direzione conservatrice.
La politica è sempre dominata dagli uomini.
L’attacco dei neoliberisti contro i diritti sociali e politici delle donne trova la sua espressione anche in una sfera ideologica. C’è una propaganda sistematica per imporre il lavoro part-time, soprattutto per le donne, come unico tipo di lavoro possibile.
I circoli politici consevatori e la Chiesa attaccano i diritti delle donne. La sessualità delle donne, l’autodeterminazione delle loro funzioni riproduttive e l’orientamento sessuale sono sottoposti a un sistemantico attaccato.
Noi, donne della Sinistra europea, non possiamo accettare che le persone paghino le conseguenze della crisi del capitalismo. Noi difendiamo decisamente i nostri diritti acquisiti, e pretendiamo una soluzione alle crisi non a spese del popolo ma a spese dei monopoli, delle imprese e delle banche.
Noi vogliamo la parità di genere nel mercato del lavoro, la parità di retribuzione a parità di lavoro e le stesse opportunità lavorative per donne e uomini.
Vogliamo la possibilità di conciliare lavoro e vita familiare attraverso la riduzione delle ore di lavoro e la creazione di servizi pubblici per la cura di bambini, malati e anziani.
Vogliamo parità di partecipazione e di rappresentanza delle donne in politica e in tutte le istituzioni, compreso il 50% dei seggi.
Chiediamo che i diritti sessuali e riproduttivi delle donne siano garantiti.
Siamo a favore di una legge europea che legalizzi l’aborto.
Chiediamo una legge europea contro la violenza maschile.
Chiediamo gli stessi diritti e le stesse opportunità per le migranti e le donne rifugiate.
Non vogliamo diventare lavoratrici povere.
Il movimento femminista unito al movimento dei lavoratori e al movimento dei diritti civili sta lottando contro i monopoli, le grandi imprese e le banche.
Lo slogan di Dolore Ibarruri “No pasaran!” è ancora il nostro slogan!


Dalla Rete delle donne di Sinistra europea per l'8 marzo

DILIBERTO: IN PIAZZA A DIFESA DELLA DEMOCRAZIA

REGIONALI: DILIBERTO, E' LA NOTTE DELLA REPUBBLICA

TUTTI IN PIAZZA IN DIFESA DELLA DEMOCRAZIA

“E’ la notte della Repubblica. La fine dello Stato di Diritto. La decisione del Consiglio dei Ministri segna la morte della democrazia. Ora piu che mai e’ necessario che il popolo dei sinceri democratici scenda in piazza e si mobiliti” E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI-Federazione della sinistra

Regionali - Palermi: "In atto golpe: subito in piazza"

"Quando sono in atto tentativi di golpe la risposta può essere sola la piazza. Un decreto eversivo come ha evidentemente in testa la Cdl merita una risposta straordinaria di tutti i democratici, di tutti coloro che hanno in animo il rispetto della Costituzione e che non ne possono più di leggi e leggine che proteggono i lestofanti.
Con Berlusconi in Italia sta succedendo di tutto. La corruzione nauseante sulle rovine dell’Abruzzo, il razzismo persino contro i bimbi nelle scuole, la cancellazione dei diritti dei lavoratori, gli insulti ai magistrati che non coprono le nefandezze… questo è un governo fuorilegge da cacciare via. Altro che mediazioni! Non si fanno mediazioni con i farabutti". E' quanto afferma Manuela Palermi, dell'ufficio politico del PdCI - Federazione della sinistra.

Regionali - PDCI: "Sanatoria? Unico decreto possibile è inventare macchina del tempo"

"Sanatoria? Il Governo scherza col fuoco! Se l'Italia è ancora uno Stato di diritto e la Costituzione ha un senso, nessuno può condividere un provvedimento del genere.
Carta alla mano, quindi, l'unico Decreto che il Governo può fare è quello di fermare l'orologio, inventarsi la macchina del tempo e riportare le lancette indietro di una settimana. Se Berlusconi ci prova, ne siamo sicuri, ci riuscirà...". E' quanto afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.

sabato 27 febbraio 2010

lunedì 15 febbraio 2010

comunicato di rettifica e opportuni chiarimenti

L’incontro tra le forze delle Sinistra del 13 c.m. è servito a chiarire la volontà politica di tutti i partiti e movimenti che le compongono a determinarsi su una soluzione comune capace di interpretare la volontà a mettere in campo la soluzione più confacente per la ns. Città nella imminenza della competizione elettorale di fine Marzo.

Ancora una volta non si è riusciti ad evitare strumentalizzazioni sulle posizioni finali assunte dai Partiti della Sinistra, che da mesi stanno lavorando con senso di responsabilità per un programma di cambiamento della gestione della cosa pubblica. Ed e per questo che i rappresentanti dei Partiti Nicola Iozzo per il Partito dei Comunisti Italiani, Guido Arcuri per il Partito Socialista, Domenico Servello per I.D.V., hanno ritenuto opportuno fornire i seguenti chiarimenti:

1) E’ vero che i partiti della Sinistra, non vedendo chiaro su quello che stava succedendo all’interno del PD, hanno messo in conto la possibilità di correre da soli.

2) Non è assolutamente vero che siano stati fatti i nomi di eventuali candidati a Sindaco e quindi il nome di Silvio Greco.

3) I Partiti della Sinistra hanno rinviato l’incontro con il PD, di qualche giorno, in attesa di elaborare la propria proposta politica che sarà definita e conclusa Lunedì 15 c.m.


Nicola Iozzo - Partito dei Comunisti Italiani

Guido Arcuri – Partito Socialista Italiano

Domenico Servello – Italia dei Valori

venerdì 12 febbraio 2010

comunicato stampa elezioni comunali

Le forze della sinistra,che sottoscrivono, nel prendere atto dell'ancora esistente difficoltà e dello stato di confusione che permangono nel Pd, con la finalità di evitare qualsivoglia strumentalizzazione della proprio posizione politica intendono precisare quanto segue:

1 si ribadisce la necessità di scelte che siano espressione di discontinuità, cambiamento, rinnovamento.

2 in ragione di una identità politica, cui non si intende rinunciare, la sinistra ha deciso di intraprendere autonomamente, tutte le procedure necessarie alla indicazione di un proprio candidato a sindaco.

Pdci,

Prc,

Partito Socialista,

Slega Vibo,

Verdi,

Idv,

Sel.

venerdì 5 febbraio 2010

Alla provincia di Vibo si aumentano le poltrone

La provincia di Vibo Valentia non finisce mai di stupirci.

Ultimi in tutte le classifiche da anni ma ecco la nuova invenzione che risolleverà le sorti di piccola parte d’Italia: I circondari

Il tutto è passato in sordina come si fa di solito quando bisogna tenere nascoste alcune verità ma a scoperchiare la pentola a livello nazionale ci ha pensato il Corriere della Sera che ha riportato la notizia della creazione in questa piccola provincia di 5 circondari per stare più vicini ai cittadini e per attuare il decentramento dei servizi e degli uffici.

Ci stavamo dimenticando anche che c’era un’amministrazione provinciale a Vibo Valentia, meno male che ogni tanto ci fanno sentire la loro presenza con qualche trovata spettacolare.

I circondari erano degli enti intermedi tra provincie e comuni “inventati” nel Regno di Sardegna nel 1859, aboliti nel 1927 e resuscitati nel 2000. Ci meravigliamo solamente del fatto che a Vibo si siano aspettati 10 anni per costituirli.

È bravi i nostri amministratori che cercano sempre di sorprenderci con esperienze nuove atte a risollevare il nostro territorio da decenni di malapolitica e cattiva gestione del territorio e magari cercheranno di “sistemare” con i soliti vecchi metodi qualcun altro in nuovi uffici decentrati? E nel frattempo dalla nostra provincia si continua ad emigrare per andare alla ricerca di un futuro lavorativo difficile da trovare in questo territorio per chi ha un minimo di dignità e per chi ha il coraggio di non cedere ai ricatti e allo sfruttamento oppure per chi non ha proprio voglia di chiedere il “favore” al politico di turno.

Un territorio dove in troppi guardano ai propri interessi personali e dove non si investe per il futuro, prova è quest’ultima trovata di un ente, a nostro parere inutile, che fa i conti con la bramosia della spartizione di potere. Qualcuno ultimamente ha detto: “con tutti purchè si vinca”; esempio stratosferico di come ci si impegna per il bene della popolazione.

Invece di procedere verso l’unificazione dei piccoli comuni si va addirittura alla divisione della provincia in altre sottoprovincie con tutte le sue relative nuove strutture.

La loro giustificazione sarà di dire che sarà tutto gratis magari evitando di proferire che i comuni potranno decidere in piena autonomia di concedere, e concedersi, indennità di missione, rimborso spese sostenute e spese di viaggio. Di questi organismi “circondari” naturalmente faranno parte anche sindaci e amministratori degli stessi comuni e chi ci dice che a “loro spese”, non a spese nostre, non si concederanno qualche piccolo rimborsino? Ovviamente siamo noi che pensiamo sempre male e in maniera pessimistica.

Vi preghiamo solamente di fare qualcosa di utile per la popolazione vibonese, magari anche andare a casa ma in questo caso verremmo naturalmente delusi.