martedì 7 dicembre 2010

Risposta di Michelangelo Tripodi a Scopelliti

La propaganda e le campagne mediatiche per vendere fumo non bastano più se adesso il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Scopelliti è costretto addirittura a”sfogarsi” per una situazione come quella reggina che gli è
sfuggita di mano e sulla quale stanno emergendo quotidianamente le sue gravissime e pesanti responsabilità politiche e personali, che sono talmente grandi che ormai irrompono nel circuito dell’informazione nonostante il
chiaro tentativo di indirizzare a senso unico le notizie e la comunicazione.
Non è, dunque, un caso se Scopelliti si è abbandonato ad una gratuita e indegna aggressione nei miei confronti e verso altri esponenti del centrosinistra che per la loro limpida azione politica e istituzionale sono stati fatti oggetto di attacchi di cattivo gusto e di bassa lega, tali da infangare lo stesso ruolo di Presidente della Regione che non era mai stato portato ad un simile livello di degrado e di squallore.
Per il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Scopelliti, garantista - nel senso che garantisce i suoi amici- le opposizioni fanno piovere fango su Reggio. Città tanto amata da lui da abbandonarla due anni prima della scadenza del suo mandato. Ma quell’accusa, accompagnata da un largo turpiloquio, non è assolutamente vera. 
Scopelliti, nel suo delirio di onnipotenza, semplicemente nega la concreta realtà.  
Non vede la città immersa nei rifiuti, i debiti fuori bilancio e il dissesto finanziario incombente come dichiarato da esponenti del governo nazionale, i lavoratori delle società miste che non ricevono neppure lo stipendio, le ditte e gli imprenditori che hanno inviato montagne di decreti ingiuntivi per i mancati pagamenti, i precari che non vengono stabilizzati, le tasse e i tributi che aumentano in maniera esorbitante mentre i servizi sono sempre più scadenti, la signora Orsola Fallara che si autoliquida parcelle milionarie, i consiglieri e assessori comunali della sua maggioranza presenti nelle più importanti inchieste di ‘ndrangheta, gli atti dell’amministrazione comunale negati ai consiglieri comunali, le amicizie discutibili e decisamente pericolose. In sostanza non vede il disfacimento di un modello che Scopelliti continua a vantare ma che io ritengo di poter definire in modo che tutti possano capire “Modello Scopelliti-Fallara”. Nè vede né legge. 
Proprio nel suo numero odierno Il Sole-24 ore informa che Reggio è l'ultima tra le province calabresi nella classifica sulla qualità della vita  e si attesta al 103/mo posto, perdendo dodici posizioni rispetto all’anno scorso. Da tutto ciò si difende, fantasticando una realtà diversa, che si sforza d’imporre con la ciarlatanerìa, con l’arroganza, con l’insulto, con il tentativo sciocco di spostare l’attenzione su altro.  
E’ davvero puerile il cosiddetto sfogo di Scopelliti, che, dopo aver lanciato in pista, consiglieri  regionali e comunali, prende lui stesso la parola per stabilire ciò che è vero e ciò che è falso. E inopinatamente attacca la stampa che sarebbe invasa dai giornalisti comunisti (affermazione che non fa più neanche il suo capo bunga-unga Berlusconi), che fanno la caccia alle streghe e intanto tacciono sul fatto che “Michelangelo Tripodi ha un consulente che ha rapporti con i Pelle”. E su questo “ha” o Scopelliti sbaglia il tempo grammaticale o è un incallito calunniatore, un mentitore che sa di mentire. E lo dimostro. 
Non sono più consigliere regionale, non sono più assessore regionale all’urbanistica. Come può, allora, affermare Scopelliti che “Tripodi ha un consulente che ha rapporti con  i Pelle”?  Avrebbe dovuto dire: che “aveva”.
E, ovviamente, neppure questo è vero. 
Il prof. Fera - lo ripeto per l’ennesima volta e non mi stancherò di farlo per rispondere alle volgari calunnie - non è mai stato mio consulente. Fu nominato nel 2005 in qualità di esperto urbanistico, insieme ad altri esperti, nel gruppo di lavoro per la redazione del QTR. Ci sono osservazioni sull’operato del prof. Fera nell’ambito di questo gruppo di lavoro? Io non ne conosco, ma se l’onniscente Scopelliti ha notizie in merito le faccia sapere. Infine, non mi pare che nel 2005 il prof. Fera  risultasse indagato o che accogliesse, tirandola dalla casa, qualche nipote di Mubarak, come fa il suo capo supremo, da Scopelliti difeso nelle porcherie private e nelle porcherie pubbliche.
Su questa linea potrei tranquillamente ricordare al Presidente Scopelliti la sua amicizia con tale Gioacchino Campolo, oggi detenuto nelle patrie galere: il famoso re dei video poker che ospitò in un immobile di sua proprietà la segreteria politica dello stesso Scopelliti nelle ultime elezioni comunali.
In tal modo, vogliamo dire al Presidente Scopelliti che deve togliersi dalla testa che può dire, impunemente e con arroganza, tutto quello che gli pare e piace diffamando le persone perbene.
Pertanto, respingo con la massima fermezza questa indegna azione diffamatoria e calunniosa di cui si è reso protagonista il presidente Scopelliti nel maldestro tentativo di infangare la mia credibilità e la mia immagine limpida, costruite in tanti anni di battaglie e di coerente impegno politico.
Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto nella massima trasparenza ed alla luce del sole, com’è nel mio costume.
Infatti, in tutta la mia vita non ho mai partecipato ad alcun banchetto nel quale era presente un boss della ’ndrangheta, oggi latitante, cosa che, come annotato dal ROS dei Carabinieri, ha fatto il presidente Scopelliti. Non ho chiesto voti ai mafiosi, né ho mai avuto frequentazioni con tali personaggi, anzi ho sempre combattuto a viso aperto ed in tutti i modi, pagando anche prezzi personali, con la mia azione politica ed amministrativa per affermare regole, trasparenza e legalità contro la prepotenza delle organizzazioni criminali e mafiose. 
Tutto ciò risulta molto lontano dalle logiche e dai comportamenti tenuti dal presidente Scopelliti. Di questo sono assai preoccupato e cominciano ad esserlo anche i cittadini calabresi.

Reggio Calabria, 6.12.2010                            

MICHELANGELO TRIPODI
Segretario regionale PdCI Calabria
                                                                          
Ex Assessore Regionale

sabato 4 dicembre 2010

Università: il vento torna a fischiare.

“Anche l’operaio vuole il figlio dottore” così cantava Paolo Pietrangeli nella sua “Contessa” ed insieme a lui un’intera generazione di studenti e studentesse che lottarono per il diritto all’università pubblica, per tutti.
Ad oltre quarant’anni di distanza, nuovi fermenti scuotono le università italiane. L’università pubblica italiana è minacciata dalle visioni neoliberiste del governo Berlusconi che oltre ad aver tagliato drasticamente i fondi in finanziaria (per mano del ministro Tremonti, intento nell’opera di distruggere lo stato sociale per far quadrare i conti), riforma, con il ddl Gelmini, la struttura stessa degli atenei in una prospettiva aziendalistica, con la conseguenza di sottoporre la ricerca e la formazione del sapere al pareggio di bilancio ed alla logica del profitto.
Tra i tanti atenei che si oppongono con la lotta a questo disegno criminoso c’è anche l’Università della Calabria, con sede ad Arcavacata di Rende (CS). In una terra soggetta al potere clientelare della malapolitica, alla ‘ndrangheta, l’ateneo risulta essere la più grande occasione di riscatto per la Calabria, il luogo in cui sviluppare saperi e coscienze critiche che permettano alla regione meridionale di uscire da una condizione di arretratezza e sottosviluppo.
In concomitanza con le proteste in tutta Italia, all’interno dell’ateneo vengono occupate dal movimento studentesco l’Aula Magna, da subito utilizzata come luogo di discussione e confronto, ed il Rettorato, sede del potere decisionale.
Nell’Aula Magna, in particolare, si svolgono assemblee molto partecipate, che vedono presenti anche ricercatori, studenti medi e docenti. E’ il luogo ideale per inserire la protesta studentesca in un contesto più ampio, per coordinare le lotte con soggetti esterni al mondo universitario come lavoratori precari, movimenti per l’acqua pubblica ecc.
In occasione dell’approdo alla Camera del ddl Gelmini, il 30 novembre, viene indetta dal movimento studentesco una giornata di mobilitazione nazionale. In particolare gli studenti dell’Unical organizzano una manifestazione che vede la partecipazione di oltre cinquemila tra studenti, ricercatori,docenti e personale amministrativo. Il corteo parte dall’Aula Magna occupata e si dirige verso l’autostrada A3, bloccando il traffico.
“Se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città!!” cantano i manifestanti, insieme all’ormai famoso slogan “Noi la crisi non la paghiamo!!!” Un tripudio di striscioni colora il corteo.
Un grandissimo risultato per un movimento spontaneo, che nasce dal basso. Una bellissima pagina di partecipazione politica in Calabria.
Nonostante il ddl sia stato approvato dalla Camera, le lotte degli studenti in tutta Italia hanno sortito un piccolo ma sostanziale effetto: lo slittamento del passaggio della riforma al Senato a dopo il 14 dicembre, giorno in cui verrà votata la mozione di sfiducia al governo e in cui si pronuncerà la Consulta sulla costituzionalità del legittimo impedimento. Il ddl potrebbe finire su un binario morto a causa della caduta del governo e potrebbero ripartire i processi nei quali Berlusconi è imputato.
La dimostrazione del fatto che lottare per i propri diritti non è mai inutile.

Salvatore Schinello.

lunedì 29 novembre 2010

comunicato di Stefano Luciano sull'Italcementi

comunicato del capogruppo in consiglio comunale di Sinistra per Vibo Stefano Luciano sulla questione dell'Italcementi e della proposta di utilizzare il CdR al suo interno.

sabato 27 novembre 2010

Scuola: il futuro sarà a pagamento


Gli studenti di tutta Europa e in special modo quelli italiani sono in rivolta. Innumerevoli sit-in di protesta, manifestazioni, assemblee e quant’altro stanno sempre più colorando la  nostra Penisola. Diverse sono le città, gli atenei e di seguito le facoltà  dove monta sempre di più il dissenso contro le insensate riforme del governo. Ciò che invece non cambia, sempre uguale di città in città, è la richiesta di dimissioni che gli studenti volgono a tutti gli inetti che presidiano il potere della scuola pubblica. Le grida maggiori , giustamente, sono rivolte al ministro Gelmini che, tramite il ddl a lei intitolato e la cui votazione è calendarizzata a martedì prossimo, porrà sotto scacco l’intero sistema statale scolastico e universitario. Si tornerà alla scuola per ricchi di gentiliana memoria. Chi può studiare bene chi non ha la possibilità che si arrangi pure. Qualcosa di inaudito in un momento di crisi economica come questo. Almeno il governo ora ammette che esiste la crisi anche se la cammuffa con la solita frase “siamo messi meglio di altri paesi”, una frase sinistra visto quello che è successo in Grecia e che sta succedendo in Irlanda e mentre la prima meglio di noi non è mai stata la seconda  non aveva certo il nostro debito pubblico e il nostro è tra i più alti del mondo. Il debito pubblico diminuisce se cresce il PIL e il PIL cresce con gli investimenti per il futuro e non con i tagli forsennati.

Nella nostra regione la situazione non cambia. Una regione particolarmente colpita dai tagli. Tra le provincie sul fronte di guerra si distinguono particolarmente Reggio Calabria, che oltre a far i conti con i tagli deve anche vincere la battaglia morale e legale messa in luce, nei giorni scorsi, con l’ufficializzazione delle infiltrazioni mafiose da parte della Procura reggina; Cosenza dove le proteste continuano imperterrite e dove è stata occupata l’aula Magna. Ma tra tutto questo rimane nel buio, quasi assoluto, Vibo Valentia.
 Nel vibonese, escluendo qualche sporadica e poco seguita manifestazione, sono troppo pochi gli studenti che realmente hanno inteso la gravità di quanto sta’ accadendo. Eppure i segnali sono evidenti. E’ il caso del liceo scientifico “G. Berto” che ha i propri studenti accasati in diverse locazioni non adeguate (che in alcuni casi sono uffici o garage) e di cui si è persa ogni traccia del famoso nuovo istituto; è il caso dell’istituto alberghiero che ha dei locali del tutto non all'altezza e ben lontani da poter essere definite aule scolastiche, senza uscite di emergenza  per esempio, e si sa che in un territorio come il nostro, a forte rischio sismico, sono cose su cui non si può sorvolare. Di certo non abbiamo gli occhi chiusi e sappiamo bene che, per quanto riguarda l’istituto alberghiero, i lavori di costruzione del nuovo complesso scolastico siano bloccati da anni. Come mai? Quando riprenderanno i lavori ormai sarà troppo tardi e bisognerà “aggiustare” anche quanto è stato fatto? Ma gli studenti si sono forse rassegnati a tutto questo? Forse le riforme che fanno a Roma sono troppo lontane dalla provincia di Vibo ma è tutto collegato.
Ma con la riforma dell’università si passerà alla chiusura degli atenei, che nell’ottica della privatizzazione significa: se ci sono aziende locali pronte a sponsorizzare allora va bene altrimenti possono anche chiudere.

In Calabria secondo voi ci sono aziende e industrie pronte a versare soldi nelle casse delle università? O meglio: in Calabria ci sono aziende e industrie? La facoltà di Vibo sopravvivrà? Gli atenei non saranno costretti ad alzare le rette universitarie? Tale pagamento tra l’altro è già insostenibile negli atenei calabresi con tasse elevatissime dove c’è un’irrisoria proporzione che  differenzia i redditi bassi e quelli alti. Tutto questo naturalmente va sempre a scapito dei soliti noti.
Vi è quindi una situazione insostenibile e per tanto Vibo Valentia, i suoi studenti , i suoi docenti, oltre che tutti i suoi cittadini, devono reagire e contrastare questo criminoso marchingegno che imperterrito porterà i diritti, più importanti sanciti dalla nostra costituzione, a diventare servizi a pagamento.

Sia la FGCI che il PdCI di Vibo Valentia sono vicini a tutti gli studenti che nonostante manganellate e arresti  continueranno la loro lotta in nome dei diritti che noi tutti pretendiamo.

Francesco Masè
Coordinamento nazionale FGCI

Nicola Iozzo
Coordinatore PdCI Vibo Valentia

27 novembre 2010 Diretta video Manifestazione Nazionale CGIL

venerdì 26 novembre 2010

Risposta ai consiglieri regionali del PdL

Non contenti della cattiva figura rimediata con l’ignobile sequela di indegne falsità e di accuse diffamatorie presenti nella loro prima dichiarazione, i cinque consiglieri regionali del Pdl (Orsomarso, Caputo, Magarò, Grillo e Caputo) obbediscono ancora una volta ai comandi del loro capo-padrone Scopelliti, il quale evidentemente innervosito per le vicende inquietanti e scandalose che stanno emergendo al Comune di Reggio Calabria, a partire dallo scandalo della dirigente Fallara, pensa maldestramente di spostare l’attenzione dalle sue malefatte nella gestione del Comune di Reggio e della Regione Calabria, tentando di imbastire contro il sottoscritto una volgare, quanto inconsistente, azione calunniosa, denigratoria ed offensiva senza alcun argomento concreto.
Il loro ritorno sulla vicenda Fera e sul suo incarico nel gruppo tecnico per la redazione del QTR risulta addirittura patetico perché privo di qualsiasi seria motivazione e, quindi, chiaramente fazioso e inammissibile.
In merito ho già illustrato chiaramente la mia posizione e le tante battaglie che ho combattuto quando ero Assessore all’Urbanistica.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e non c’è peggior cieco di non vuol vedere.
Ripeto ci dicano costoro dove sta la colpa e qual è l’errore rispetto ad un incarico in gruppo di lavoro di esperti e cattedratici, e quindi non di servi sciocchi, per la redazione del QTR affidato nell’anno 2005, e sottolineo, ancora una volta, 2005.
Una cosa è certa, i cinque del Pdl, prima o poi dovranno rendere conto del loro strabismo che li porta a fare finta di non vedere che il sindaco di Corigliano del PdL Pasqualina Straface, indagata per gravissimi reati di mafia, siede ancora nel Consiglio di amministrazione della Sorical nominato, poco tempo fa, come, fra l’altro, ha denunciato in una dettagliata interrogazione parlamentare l’on. Angela Napoli; oppure come mai il loro collega consigliere regionale del Pdl, durante la campagna elettorale regionale, è stato intercettato presso la casa dei Pelle; ed ancora come  mai non dicono nulla sulle pesanti ed inquietanti vicende che riguardano direttamente assessori e consiglieri regionali della maggioranza di centrodestra; e ancora perché non parlano mai delle amicizie molto, ma molto, pericolose dei capi del PdL.
Mi fermo qui, per ora. Anche se si potrebbe continuare ancora e molto a lungo.
Ma, è chiaro, non mancheranno di certo le occasioni.

Reggio Calabria, 26.11.2010
                                                                            
MICHELANGELO TRIPODI
Ex Assessore regionale all’Urbanistica

Comunicato replica ai consiglieri regionali del PdL

E’ davvero sconcertante il comunicato dei consiglieri regionali del Pdl  Fausto Orsomarso, Giuseppe Caputo, Salvatore Magarò, Alfonsino Grillo e Mario Magno.
Costoro appartengono alla schiera eletta dei garantisti di ferro per Dell’Utri, pur dopo la condanna in appello, e portano già in catene in carcere il prof.  Fera, allo stato indagato.  
Né, peraltro , di questo s’accontentano.
Come si suol dire, l’occasione fa l’uomo fa ladro, e i cinque bellicosi consiglieri regionali  cercano di trascinare nella vicenda anche me, affermando che il prof. Fera è stato “ mio consulente personale in qualità di Assessore all’Urbanistica”.  Cioè il falso, poiché questo non è mai avvenuto. E se questo fosse stato?
La verità è semplicemente questa. Il prof. Fera, docente ordinario di pianificazione urbanistica e territoriale, è stato nominato nel 2005, ripeto nel 2005, cioè cinque anni fa, insieme ad altri esperti nel gruppo tecnico di lavoro per l’elaborazione del QTR.
Il suo incarico è stato limitato a questa   specifica attività e la sua nomina quale componente del gruppo tecnico di lavoro è avvenuta proprio in quanto docente di pianificazione urbanistica e territoriale dell’Università di Mediterranea di Reggio Calabria.
Ma per i cinque garantisti di Dell’Utri  tale nomina costituisce un “fatto preoccupante”. Dovrebbero spiegare perché. Forse perché in suo luogo la Giunta, su mia proposta, avrebbe dovuto nominare il loro autista o galoppino personale? Insomma, come avviene quando si tratta di polveroni scatenati ad uso esclusivamente propagandistico e mediatico, costoro non ci dicono nè dove sta la colpa e neppure qual è  l’errore.
Ma proseguiamo. Non mi pare che nel 2005 il prof. Fera  risultasse indagato o che accogliesse, tirandola dalla casa, qualche nipote di Mubarak, come fa il loro capo supremo, da costoro difeso nelle porcherie private e nelle porcherie pubbliche.
Pertanto, quella dei cinque consiglieri del centrodestra, rappresenta solo una grave, indegna, ingiustificata ed offensiva azione diffamatoria e calunniosa nel tentativo di infangare la mia credibilità e la mia immagine limpida, costruite in tanti anni di battaglie e di coerente impegno politico.
Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto nella massima trasparenza ed alla luce del sole, com’è nel mio costume.
Non ho mai pranzato con un boss come invece ha fatto il loro presidente Scopelliti, né ho chiesto voti ai mafiosi, né ho mai avuto frequentazioni con tali personaggi, anzi ho sempre combattuto a viso aperto ed in tutti i modi con la mia azione politica ed amministrativa per affermare regole, trasparenza e legalità contro la prepotenza delle organizzazioni criminali e mafiose.
L’impegno svolto e le scelte compiute proprio nella qualità di Assessore Regionale all’Urbanistica e gli strumenti che abbiamo prodotto a partire dal Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico dimostrano concretamente il valore di questa scelta di rottura e di alternativa.
Tutti sanno che negli anni passati alla Regione Calabria ho combattuto una formidabile battaglia per affermare principi di legalità e trasparenza nel campo dell’Urbanistica e per colpire gli enormi interessi degli affaristi e dei mafiosi che in questo settore sono sempre in agguato, pagando anche prezzi personali.
Per questo non accetto lezioni di etica e di moralità e non permetto a nessuno di infangare la mia immagine e credibilità.
Non è sufficiente, quindi, che, a coperchio della loro infamante offensiva nei miei confronti, mettendo le mani avanti,  dichiarino di non voler fare sciacallaggio.
Purtroppo, i peggiori sciacalli son quelli che non hanno la consapevolezza d’esserlo, e che vogliono cadaveri per il gusto di scempiarli. Tale è la situazione in una fase grave dell’Italia e della Calabria in cui, per come diceva un vecchio giornalista, c’è da aspettarsi di tutto. Perfino che i ladri ci denuncino per furto.

Reggio Calabria, 25.11.2010                           
                                                                                
MICHELANGELO TRIPODI
ex Assessore Regionale all’Urbanistica

CONTRO IL PATTO SOCIALE, SCIOPERO GENERALE!

Per anni i padroni delle aziende, gli amministratori e gli speculatori di ogni risma si sono ingrassati con i frutti del nostro lavoro precario, nocivo e malpagato. Con le cosiddette “misure anticrisi” del Governo Berlusconi degli ultimi due anni ci troviamo oggi con un tasso reale di disoccupazione che supera il 10%, centinaia di migliaia di posti di lavoro precari scomparsi e più di 600.000 cassintegrati a zero ore che non sanno se alla fine ritroveranno un posto al lavoro e un salario dignitoso per campare.
Fermiamo questa macelleria sociale ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici!
Dopo anni di arretramenti in materia di diritti per colpa della “concertazione”, ora ci vogliono costringere ad accettare l’ennesimo ricatto di Confindustria che vuole imporre la scelta tra un “lavoro senza diritti” oppure “miseria e disoccupazione”. Le tutele residue dei lavoratori sono ora minacciate da provvedimenti recenti come il “Collegato Lavoro”, le deroghe ai contratti, la Legge 133 Tremonti, la disdetta del CCNL dei metalmeccanici, i tagli della Gelmini per Scuole e Università. Ed è già in discussione la cancellazione di articolo 18 e Statuto dei Lavoratori sostituiti dal vergognoso “Statuto dei Lavori” promosso dal governo e sostenuto anche da noti esponenti del PD.
Gli unici che non stanno pagando questa crisi sono i padroni!
Per ottenere questi obiettivi hanno bisogno però di una “pace sociale” e di mantenere le mobilitazioni dei lavoratori divise tra di loro. Il tentativo di risucchiare la CGIL, dopo il fallimento della concertazione, in un nuovo patto che li vincoli alle richieste dei padroni, insieme alle già asservite CISL-UIL e UGL, serve per sostenere l’azzeramento finale dei diritti conquistati dalla classe operaia in decenni di lotte. Ecco il senso del nuovo Patto Sociale promosso da Confindustria e del Libro Bianco di Sacconi.
Contrastiamo il patto sociale con Confindustria!
In Grecia, Portogallo, Francia, Spagna, Inghilterra e un po’ in tutta Europa si stanno moltiplicando gli scioperi generali prolungati contro i tentativi dei governi nazionali e della UE di imporci pesantissimi costi per tentare di rilanciare l’economia capitalista e i profitti delle imprese.
In Italia, invece, la linea della segreteria nazionale della CGIL, accettando il Patto Sociale, si dimostra sorda alla richiesta di sciopero generale che si è levata il 16 ottobre dalla FIOM, dalla sinistra sindacale e dai movimenti. Una risposta a questo pesantissimo attacco alle condizioni di vita di milioni di persone ritenuta necessaria anche dal sindacalismo di base.
Marciando divisi non siamo in grado di imporre dal basso uno sciopero generale vero!
Per andare “oltre” il 16 ottobre, dobbiamo rilanciare l’opposizione e la mobilitazione, cercando di collegare i 3 grandi temi di questa battaglia generale (lavoro-reddito-welfare) e in questo modo di collegare tutti quei settori (dal mondo del lavoro a quello del precariato, dell’immigrazione, delle donne, fino a quello studentesco), con la consapevolezza e la volontà di andare anche oltre le sigle sindacali che legittimamente ciascun lavoratore si è scelto per difendersi meglio.

Lottiamo per un vero sciopero generale che fermi il Paese e che rispedisca al mittente
i provvedimenti del governo Berlusconi, dell’asse Marcegaglia-Marchionne-Montezemolo,
con la colpevole complicità di Cisl e Uil con l’assenso silenzioso di tutta l’opposizione parlamentare.


Tripodi eletto nel Consiglio Politico Nazionale della FdS

Grande ed unanime soddisfazione è stata espressa dai militanti e simpatizzanti comunisti calabresi per l’importante e meritato riconoscimento politico ottenuto da Michelangelo Tripodi, Segretario regionale del PdCI.
Infatti, l’on. Michelangelo Tripodi è stato eletto componente del Consiglio Politico Nazionale della Federazione della Sinistra, la nuova formazione politica composta da Prc, PdCI, Socialismo 2000 e Lavoro-Solidarietà che ha tenuto, nello scorso fine settimana, presso l’Hotel Ergife di Roma, il 1° Congresso nazionale.
La nascita della FdS rappresenta un evento positivo e, finalmente, unitario, nel variegato e complesso mondo della sinistra del nostro paese e rappresenta una nuova speranza per il futuro dei lavoratori, dei giovani, dei precari e dei disoccupati.
Il Consiglio Nazionale della Federazione della Sinistra come primo atto ha, quindi, eletto, Oliviero Diliberto, Segretario del PdCI, nel ruolo di Portavoce nazionale della nuova formazione.  
Il Consiglio Nazionale è il massimo organismo di direzione politica della FdS ed è composto da 100 persone; la presenza di Michelangelo Tripodi rappresenta una scelta, limpida ed inequivocabile, di pieno sostegno e condivisione per le battaglie politiche e sociali portate avanti, in questi anni, con serietà e trasparenza dallo stesso Tripodi nei diversi ruoli politici ed istituzionali ricoperti in questi anni.
Ciò darà ancora più forza alle lotte ed alle battaglie che la sinistra  ed i comunisti calabresi dovranno intraprendere con decisione per imprimere quella svolta che serve alla Calabria ed ai calabresi.    

MENO TASSE PIU’ SERVIZI

FIRMA ANCHE TU:

per:
·       Riduzione tasse Comunali del 50%,

attraverso le seguenti azioni:
·        Eliminare gli sprechi;
·         lottare l’evasione: paghiamo tutti, paghiamo meno;
·        Ricontrattare e ridiscutere con le società esternalizzate i costi dei servizi.


per una città migliore

·         sottoscrivi la nostra proposta per una città che non sperpera il denaro pubblico, che risparmia e per dare ai giovani la prospettiva di una città più ecologica e vivibile;


come:

A)    migliore utilizzo delle reti idriche:
·        creazione di un sistema idrico efficiente;
·        riutilizzo delle acque depurate  per scopi irrigui ed industriali;
·        riutilizzo dei fanghi attivi per la concimazione;

B)    utilizzo dell’energia pulita per:
·        risparmio energetico: investire nell’energia pulita;
·        energia verde (fotovoltaico) per rifornire: gli edifici comunali,  i semafori, gli istituti scolastici;

C)     riciclo e riutilizzo dei rifiuti:
·        incentivare e migliorare il servizio di raccolta differenziata su tutto il territorio comunale
               (Vetro, alluminio, carta, plastica).

martedì 23 novembre 2010

Nucleare? NO GRAZIE

contro il nucleare
contro un vecchio, mortale e assurdo modo di fare energia
contro l'ambientalismo da salotto che si ferma a una visione localistica (ovunque ma non qui)
a favore delle energie pulite
per la salute 
per il futuro

questo è il materiale che stiamo distribuendo a Vibo Valentia

lunedì 22 novembre 2010

Sistema previdenziale: il buco nero inghiotte i precari

Sono di nuovo i giovani a pagare il conto, sono di nuovo loro quelli nell’occhio del ciclone! Il motivo è quasi sempre lo stesso, dagli errori fatti in passato adesso a pagare sono le generazioni future, nel caso specifico la nostra generazione, quella dei nostri figli, dei nostri nipoti. Sono loro che a conti fatti, nel migliore dei casi si dovranno accontentare di trascorrere una quarta età fatta di stenti.

È di qualche giorno fa la dichiarazione del presidente dell'INPS Antonio Mastrapasqua:

"Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale".

Così com’è successo nel luglio di quest’anno per i dipendenti subordinati, nelle prossime settimane, saranno inviate circa 4milioni di lettere da parte dell’inps ai dipendenti parasubordinati per informarli della loro posizione previdenziale, dunque dei contributi versati. Non sarà possibile invece per gli stessi, consultare il sistema di simulazione della pensione che andranno a ricevere, così come succede per i lavoratori subordinati. Il perché dell’impossibilità alla consultazione? La risposta ce l’ha data il presidente dell’inps che con tono quasi ironico ha esternato l’affermazione sopracitata. Ma di ironico non c’è proprio niente perché col sistema contributivo infatti, il trattamento maturato dai parasubordinati e consulenti, spesso non arriva alla pensione minima.

Proviamo a capire qual è il motivo di questa situazione e soprattutto perché i precari che l’inps ama tanto chiamare lavoratori parasubordinati, molto probabilmente non arriveranno a ricevere un soldo dai contributi che stanno versando. Per farlo dobbiamo spostarci in un periodo non troppo lontano. Prima del 1995, il meccanismo di calcolo delle pensioni veniva effettuato secondo i criteri del sistema retributivo. La rata di pensione che un soggetto riceveva al momento di collocamento in quiescenza era data dal prodotto tra la media dei salari degli ultimi 5 anni, gli anni contributivi ed un’opportuna aliquota fornita dall’ISTAT. È facile pensare che un sistema dove i meccanismi di calcolo della pensione sono dati dai criteri esposti sia abbastanza “generoso”, è immediato infatti capire che la storia lavorativa di un soggetto non è legata solo agli ultimi 5 anni di lavoro e che con elevata probabilità lo stipendio che questo percepisce ad inizio carriera non è per nulla paragonabile a quello che lo stesso percepisce a carriera più avanzata. Ci sono molti fattori che fanno si che questo sia possibile, tra i quali l’adeguamento dei salari all’inflazione e gli aumenti salariali legati alla carriera stessa. Tenendo conto solo degli ultimi 5 salari, dunque i più elevati, si andava in pensione con una rata a volte maggiore del salario che si percepiva quando si era nella forza lavoro. È facile intuire dunque che un meccanismo di calcolo di questo tipo non poteva reggere, anzi già non reggeva perché se si tiene conto che il sistema previdenziale italiano non si occupa solo delle pensioni di vecchiaia e di anzianità ma anche di quelle di invalidità, inabilità e superstiti, inoltre degli assegni sociali, di maternità di disoccupazione e malattia, la spesa che risultava (e che risulta) dal nostro sistema non riusciva ad essere compensata dalle entrate.

Nel 1992 con la riforma Amato si cercò di ridurre in qualche modo questa spesa, facendo risultare il calcolo della pensione non come media degli ultimi 5 salari ma degli ultimi 10 e portando l’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donna e da 60 a 65 anni per gli uomini.

Il vero cambiamento però si è avuto nel 1995 a seguito della legge Dini, che ha segnato il passaggio dal sistema previdenziale di tipo retributivo e a capitalizzazione (i contributi di oggi sarebbero stati utilizzati per pagare i pensionati di domani), ad un sistema previdenziale di tipo contributivo, in cui la rata di pensione non veniva più calcolata tenendo conto della media degli ultimi salari, ma del montante dei contributi che un soggetto versa durante tutta la sua attività lavorativa. Il montante dei contributi, ottenuto calcolando i contributi come un’aliquota del 33% (nel caso dei lavoratori dipendenti) dei salari annui e capitalizzati attraverso un indice fornito dall’ISTAT, si moltiplica per un coefficiente di trasformazione che appunto consente di individuare quale sarà la rata annua lorda di pensione. Si passa inoltre da un sistema a capitalizzazione ad un sistema a ripartizione e cioè la massa dei contributi pagati dalla forza lavora di oggi vengono utilizzati per pagare i soggetti che oggi sono pensionati. Cambiano i requisiti per il pensionamento di anzianità, bisognava avere almeno 57 anni di età e 35 di contributi, quindi si elimina il fenomeno dei “baby pensionati” che consentiva di andare in pensione con un’anzianità contributiva di soli 20 anni indipendentemente dall’età. Inoltre in merito ai coefficienti di trasformazione questi saranno più bassi quanto più bassa sarà l’età in cui il soggetto decide di andare in pensione

È del 2004 la controriforma Maroni-Berlusconi quella che introduce ulteriori trasformazione al meccanismo di pensionamento per anzianità: vengono introdotti i così detti “scalini” e cioè l’età di accesso alla pensione per anzianità viene incrementata ogni due anni di uno con uno “scalone” iniziale e cioè l’età passa da 57 a 60. Dunque ferma restando l’anzianità contributiva a 35 anni, a partire dal 2008 per poter andare in pensione per anzianità si devono avere 60 anni, per poi passare a 61 nel 2010 ed a 62 nel 2012. Verrebbe da osservare che andare in pensione per anzianità contributiva, ormai sta diventando solo una questione di facciata perché è abbastanza semplice notare che nel 2012 il requisito di accesso è 62 anni e che per quanto riguarda i coefficienti di trasformazione, a quest'età quello applicato è più basso dello stesso calcolato a 65 anni, è ovvio che si preferisce rimanere nella forza lavoro per altri 3 anni (sempre se non si raggiunge prima il limite massimo di anzianità contributiva di 40 anni). La riforma pone l’attenzione ai fondi pensione complementari, evidenziando come l’adesione ad essi sia necessaria non solo per dare alle famiglie italiane uno strumento che integri la minore pensione pubblica del futuro, ma anche per evitare che venga rimesso in discussione il principio contributivo, ossia il cardine stesso del nuovo sistema pensionistico.

La controriforma pensionistica Maroni-Berlusconi indebolisce il sistema pensionistico pubblico, il suo carattere universale e solidale che era già stato pesantemente picconato dalla legge Dini del 1995.

Si andrà in pensione più vecchi e con una pensione più povera, infatti la rata di pensione che riceveranno tenderà ad essere sempre più bassa per effetto delle revisioni sui coefficienti di trasformazione, che essendo legati all’aspettativa di vita tenderanno ad essere più bassi di fronte ad un allungamento della vita media. La legge Dini prevedeva che tali coefficienti sarebbero stati rivisti ogni 10 anni, il 1° Gennaio di quest’anno, dunque 15 anni dopo l’applicazione dei primi sono entrati in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione, più bassi rispetto a quelli della legge Dini del 95, perché la vita media si è allungata. Per avere dei coefficienti simili a quelli che erano fissati a 65 anni per la legge Dini, si dovrebbe allungare ulteriormente l’età di pensionamento. Ma niente paura perché a tutto ciò ci ha già pensato il nostro caro presidente del consiglio, infatti con la legge 102/2009 il governo Berlusconi ha varato una norma che prevede, a decorrere dal 2015, che i requisiti di età anagrafica per l'accesso al sistema pensionistico sono adeguati all'incremento della speranza di vita, con riferimento al quinquennio precedente. Si tratta dunque di un innalzamento dell’età pensionabile collegato alla speranza di vita che dovrebbe agire in controtendenza rispetto alla diminuzione dei coefficienti. Per i giovani e i neoassunti sarà dunque una vera catastrofe: si troveranno a lavorare fino a chissà quale età e a “scadenza” usufruiranno di un miserevole assegno pensionistico (il 50% circa dello stipendio) ed anche se decidessero di aderire ad un fondo integrativo, la rendita finale aumenterà di un misero 10-15%, al costo di dire addio alla buonuscita.

Ma, a questo punto viene da porgersi un’altra domanda: e la disoccupazione??? Se ci sarà sempre più permanenza della forza lavoro anche ad età abbastanza elevate, come si fa a fronteggiare un altro fenomeno che in Italia ha un carattere piuttosto rilevante??? O il precariato stesso??? Come si fa a divenire lavoratori subordinati se i posti sono sempre tutti così pieni e non si crea nuova occupazione??? Sembra di essere in un tunnel senza uscita o volendo usare un detto molto più popolare sembra di avere a che fare con “un cane che si morde la coda”. Ma non è questa la sede per affrontare il problema, dunque tornando al nostro sistema previdenziale si vuole precisare che il motivo di quest’intervento è quello di informare i lavoratori, o meglio i contribuenti, dello stato in cui versa il nostro sistema previdenziale, ed affermare che quando si legge o si apprende che nello stato attuale delle cose sarà già solo un miracolo percepire pensione, non è solo per fare notizia ma la situazione esiste davvero ed è molto più grave di quello che noi pensiamo. Basti pensare che il nostro sistema è a ripartizione, e che i diversi fondi che aderiscono: fondo dei coltivatori diretti, fondo degli artigiani e quello dei commercianti sono tutti in negativo, solo quello dei lavoratori dipendenti è in positivo ma se si aggiunge il fatto che la cassa dei dirigenti d’azienda, degli elettrici e dei trasporti (sempre tutte in negativo) vanno a finire nella grande cisterna dei lavoratori dipendenti allora quest’attivo smagrisce; che con tutto questo calderone di disavanzi negativi di bilancio, spese, spese e ancora spese, si continuano a pagare le pensioni di chi in pensione c’è già. E il futuro??? È come scorgere l’orizzonte e non vedere nulla, e si perché è meglio dire che non si veda nulla, è meglio omettere piuttosto che dire che la situazione si presenta difficile e comunicare alla gente, ai precari soprattutto, che devono provvedere al loro futuro in altri modi perché dopo una vita di lavoro incerto, dopo aver pagato fiumi di contributi, forse il sistema a loro la pensione non la darà!!!

Anita Porretta

Giuseppe Ambrosio (PdCI Vibo Valentia)