martedì 7 dicembre 2010
Risposta di Michelangelo Tripodi a Scopelliti
sfuggita di mano e sulla quale stanno emergendo quotidianamente le sue gravissime e pesanti responsabilità politiche e personali, che sono talmente grandi che ormai irrompono nel circuito dell’informazione nonostante il
chiaro tentativo di indirizzare a senso unico le notizie e la comunicazione.
Non è, dunque, un caso se Scopelliti si è abbandonato ad una gratuita e indegna aggressione nei miei confronti e verso altri esponenti del centrosinistra che per la loro limpida azione politica e istituzionale sono stati fatti oggetto di attacchi di cattivo gusto e di bassa lega, tali da infangare lo stesso ruolo di Presidente della Regione che non era mai stato portato ad un simile livello di degrado e di squallore.
Per il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Scopelliti, garantista - nel senso che garantisce i suoi amici- le opposizioni fanno piovere fango su Reggio. Città tanto amata da lui da abbandonarla due anni prima della scadenza del suo mandato. Ma quell’accusa, accompagnata da un largo turpiloquio, non è assolutamente vera.
Scopelliti, nel suo delirio di onnipotenza, semplicemente nega la concreta realtà.
Non vede la città immersa nei rifiuti, i debiti fuori bilancio e il dissesto finanziario incombente come dichiarato da esponenti del governo nazionale, i lavoratori delle società miste che non ricevono neppure lo stipendio, le ditte e gli imprenditori che hanno inviato montagne di decreti ingiuntivi per i mancati pagamenti, i precari che non vengono stabilizzati, le tasse e i tributi che aumentano in maniera esorbitante mentre i servizi sono sempre più scadenti, la signora Orsola Fallara che si autoliquida parcelle milionarie, i consiglieri e assessori comunali della sua maggioranza presenti nelle più importanti inchieste di ‘ndrangheta, gli atti dell’amministrazione comunale negati ai consiglieri comunali, le amicizie discutibili e decisamente pericolose. In sostanza non vede il disfacimento di un modello che Scopelliti continua a vantare ma che io ritengo di poter definire in modo che tutti possano capire “Modello Scopelliti-Fallara”. Nè vede né legge.
Proprio nel suo numero odierno Il Sole-24 ore informa che Reggio è l'ultima tra le province calabresi nella classifica sulla qualità della vita e si attesta al 103/mo posto, perdendo dodici posizioni rispetto all’anno scorso. Da tutto ciò si difende, fantasticando una realtà diversa, che si sforza d’imporre con la ciarlatanerìa, con l’arroganza, con l’insulto, con il tentativo sciocco di spostare l’attenzione su altro.
E’ davvero puerile il cosiddetto sfogo di Scopelliti, che, dopo aver lanciato in pista, consiglieri regionali e comunali, prende lui stesso la parola per stabilire ciò che è vero e ciò che è falso. E inopinatamente attacca la stampa che sarebbe invasa dai giornalisti comunisti (affermazione che non fa più neanche il suo capo bunga-unga Berlusconi), che fanno la caccia alle streghe e intanto tacciono sul fatto che “Michelangelo Tripodi ha un consulente che ha rapporti con i Pelle”. E su questo “ha” o Scopelliti sbaglia il tempo grammaticale o è un incallito calunniatore, un mentitore che sa di mentire. E lo dimostro.
Non sono più consigliere regionale, non sono più assessore regionale all’urbanistica. Come può, allora, affermare Scopelliti che “Tripodi ha un consulente che ha rapporti con i Pelle”? Avrebbe dovuto dire: che “aveva”.
E, ovviamente, neppure questo è vero.
Il prof. Fera - lo ripeto per l’ennesima volta e non mi stancherò di farlo per rispondere alle volgari calunnie - non è mai stato mio consulente. Fu nominato nel 2005 in qualità di esperto urbanistico, insieme ad altri esperti, nel gruppo di lavoro per la redazione del QTR. Ci sono osservazioni sull’operato del prof. Fera nell’ambito di questo gruppo di lavoro? Io non ne conosco, ma se l’onniscente Scopelliti ha notizie in merito le faccia sapere. Infine, non mi pare che nel 2005 il prof. Fera risultasse indagato o che accogliesse, tirandola dalla casa, qualche nipote di Mubarak, come fa il suo capo supremo, da Scopelliti difeso nelle porcherie private e nelle porcherie pubbliche.
Su questa linea potrei tranquillamente ricordare al Presidente Scopelliti la sua amicizia con tale Gioacchino Campolo, oggi detenuto nelle patrie galere: il famoso re dei video poker che ospitò in un immobile di sua proprietà la segreteria politica dello stesso Scopelliti nelle ultime elezioni comunali.
In tal modo, vogliamo dire al Presidente Scopelliti che deve togliersi dalla testa che può dire, impunemente e con arroganza, tutto quello che gli pare e piace diffamando le persone perbene.
Pertanto, respingo con la massima fermezza questa indegna azione diffamatoria e calunniosa di cui si è reso protagonista il presidente Scopelliti nel maldestro tentativo di infangare la mia credibilità e la mia immagine limpida, costruite in tanti anni di battaglie e di coerente impegno politico.
Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto nella massima trasparenza ed alla luce del sole, com’è nel mio costume.
Infatti, in tutta la mia vita non ho mai partecipato ad alcun banchetto nel quale era presente un boss della ’ndrangheta, oggi latitante, cosa che, come annotato dal ROS dei Carabinieri, ha fatto il presidente Scopelliti. Non ho chiesto voti ai mafiosi, né ho mai avuto frequentazioni con tali personaggi, anzi ho sempre combattuto a viso aperto ed in tutti i modi, pagando anche prezzi personali, con la mia azione politica ed amministrativa per affermare regole, trasparenza e legalità contro la prepotenza delle organizzazioni criminali e mafiose.
Tutto ciò risulta molto lontano dalle logiche e dai comportamenti tenuti dal presidente Scopelliti. Di questo sono assai preoccupato e cominciano ad esserlo anche i cittadini calabresi.
Reggio Calabria, 6.12.2010
MICHELANGELO TRIPODI
Segretario regionale PdCI Calabria
Ex Assessore Regionale
sabato 4 dicembre 2010
Università: il vento torna a fischiare.
lunedì 29 novembre 2010
comunicato di Stefano Luciano sull'Italcementi
sabato 27 novembre 2010
Scuola: il futuro sarà a pagamento
Nella nostra regione la situazione non cambia. Una regione particolarmente colpita dai tagli. Tra le provincie sul fronte di guerra si distinguono particolarmente Reggio Calabria, che oltre a far i conti con i tagli deve anche vincere la battaglia morale e legale messa in luce, nei giorni scorsi, con l’ufficializzazione delle infiltrazioni mafiose da parte della Procura reggina; Cosenza dove le proteste continuano imperterrite e dove è stata occupata l’aula Magna. Ma tra tutto questo rimane nel buio, quasi assoluto, Vibo Valentia.
Sia la FGCI che il PdCI di Vibo Valentia sono vicini a tutti gli studenti che nonostante manganellate e arresti continueranno la loro lotta in nome dei diritti che noi tutti pretendiamo.
venerdì 26 novembre 2010
Risposta ai consiglieri regionali del PdL
MICHELANGELO TRIPODI
Ex Assessore regionale all’Urbanistica
Comunicato replica ai consiglieri regionali del PdL
MICHELANGELO TRIPODI
CONTRO IL PATTO SOCIALE, SCIOPERO GENERALE!
Tripodi eletto nel Consiglio Politico Nazionale della FdS
MENO TASSE PIU’ SERVIZI
martedì 23 novembre 2010
Nucleare? NO GRAZIE
lunedì 22 novembre 2010
Sistema previdenziale: il buco nero inghiotte i precari
Sono di nuovo i giovani a pagare il conto, sono di nuovo loro quelli nell’occhio del ciclone! Il motivo è quasi sempre lo stesso, dagli errori fatti in passato adesso a pagare sono le generazioni future, nel caso specifico la nostra generazione, quella dei nostri figli, dei nostri nipoti. Sono loro che a conti fatti, nel migliore dei casi si dovranno accontentare di trascorrere una quarta età fatta di stenti.
È di qualche giorno fa la dichiarazione del presidente dell'INPS Antonio Mastrapasqua:
"Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale".
Così com’è successo nel luglio di quest’anno per i dipendenti subordinati, nelle prossime settimane, saranno inviate circa 4milioni di lettere da parte dell’inps ai dipendenti parasubordinati per informarli della loro posizione previdenziale, dunque dei contributi versati. Non sarà possibile invece per gli stessi, consultare il sistema di simulazione della pensione che andranno a ricevere, così come succede per i lavoratori subordinati. Il perché dell’impossibilità alla consultazione? La risposta ce l’ha data il presidente dell’inps che con tono quasi ironico ha esternato l’affermazione sopracitata. Ma di ironico non c’è proprio niente perché col sistema contributivo infatti, il trattamento maturato dai parasubordinati e consulenti, spesso non arriva alla pensione minima.
Proviamo a capire qual è il motivo di questa situazione e soprattutto perché i precari che l’inps ama tanto chiamare lavoratori parasubordinati, molto probabilmente non arriveranno a ricevere un soldo dai contributi che stanno versando. Per farlo dobbiamo spostarci in un periodo non troppo lontano. Prima del 1995, il meccanismo di calcolo delle pensioni veniva effettuato secondo i criteri del sistema retributivo. La rata di pensione che un soggetto riceveva al momento di collocamento in quiescenza era data dal prodotto tra la media dei salari degli ultimi 5 anni, gli anni contributivi ed un’opportuna aliquota fornita dall’ISTAT. È facile pensare che un sistema dove i meccanismi di calcolo della pensione sono dati dai criteri esposti sia abbastanza “generoso”, è immediato infatti capire che la storia lavorativa di un soggetto non è legata solo agli ultimi 5 anni di lavoro e che con elevata probabilità lo stipendio che questo percepisce ad inizio carriera non è per nulla paragonabile a quello che lo stesso percepisce a carriera più avanzata. Ci sono molti fattori che fanno si che questo sia possibile, tra i quali l’adeguamento dei salari all’inflazione e gli aumenti salariali legati alla carriera stessa. Tenendo conto solo degli ultimi 5 salari, dunque i più elevati, si andava in pensione con una rata a volte maggiore del salario che si percepiva quando si era nella forza lavoro. È facile intuire dunque che un meccanismo di calcolo di questo tipo non poteva reggere, anzi già non reggeva perché se si tiene conto che il sistema previdenziale italiano non si occupa solo delle pensioni di vecchiaia e di anzianità ma anche di quelle di invalidità, inabilità e superstiti, inoltre degli assegni sociali, di maternità di disoccupazione e malattia, la spesa che risultava (e che risulta) dal nostro sistema non riusciva ad essere compensata dalle entrate.
Nel 1992 con la riforma Amato si cercò di ridurre in qualche modo questa spesa, facendo risultare il calcolo della pensione non come media degli ultimi 5 salari ma degli ultimi 10 e portando l’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donna e da 60 a 65 anni per gli uomini.
Il vero cambiamento però si è avuto nel 1995 a seguito della legge Dini, che ha segnato il passaggio dal sistema previdenziale di tipo retributivo e a capitalizzazione (i contributi di oggi sarebbero stati utilizzati per pagare i pensionati di domani), ad un sistema previdenziale di tipo contributivo, in cui la rata di pensione non veniva più calcolata tenendo conto della media degli ultimi salari, ma del montante dei contributi che un soggetto versa durante tutta la sua attività lavorativa. Il montante dei contributi, ottenuto calcolando i contributi come un’aliquota del 33% (nel caso dei lavoratori dipendenti) dei salari annui e capitalizzati attraverso un indice fornito dall’ISTAT, si moltiplica per un coefficiente di trasformazione che appunto consente di individuare quale sarà la rata annua lorda di pensione. Si passa inoltre da un sistema a capitalizzazione ad un sistema a ripartizione e cioè la massa dei contributi pagati dalla forza lavora di oggi vengono utilizzati per pagare i soggetti che oggi sono pensionati. Cambiano i requisiti per il pensionamento di anzianità, bisognava avere almeno 57 anni di età e 35 di contributi, quindi si elimina il fenomeno dei “baby pensionati” che consentiva di andare in pensione con un’anzianità contributiva di soli 20 anni indipendentemente dall’età. Inoltre in merito ai coefficienti di trasformazione questi saranno più bassi quanto più bassa sarà l’età in cui il soggetto decide di andare in pensione
È del 2004 la controriforma Maroni-Berlusconi quella che introduce ulteriori trasformazione al meccanismo di pensionamento per anzianità: vengono introdotti i così detti “scalini” e cioè l’età di accesso alla pensione per anzianità viene incrementata ogni due anni di uno con uno “scalone” iniziale e cioè l’età passa da 57 a 60. Dunque ferma restando l’anzianità contributiva a 35 anni, a partire dal 2008 per poter andare in pensione per anzianità si devono avere 60 anni, per poi passare a 61 nel 2010 ed a 62 nel 2012. Verrebbe da osservare che andare in pensione per anzianità contributiva, ormai sta diventando solo una questione di facciata perché è abbastanza semplice notare che nel 2012 il requisito di accesso è 62 anni e che per quanto riguarda i coefficienti di trasformazione, a quest'età quello applicato è più basso dello stesso calcolato a 65 anni, è ovvio che si preferisce rimanere nella forza lavoro per altri 3 anni (sempre se non si raggiunge prima il limite massimo di anzianità contributiva di 40 anni). La riforma pone l’attenzione ai fondi pensione complementari, evidenziando come l’adesione ad essi sia necessaria non solo per dare alle famiglie italiane uno strumento che integri la minore pensione pubblica del futuro, ma anche per evitare che venga rimesso in discussione il principio contributivo, ossia il cardine stesso del nuovo sistema pensionistico.
La controriforma pensionistica Maroni-Berlusconi indebolisce il sistema pensionistico pubblico, il suo carattere universale e solidale che era già stato pesantemente picconato dalla legge Dini del 1995.
Si andrà in pensione più vecchi e con una pensione più povera, infatti la rata di pensione che riceveranno tenderà ad essere sempre più bassa per effetto delle revisioni sui coefficienti di trasformazione, che essendo legati all’aspettativa di vita tenderanno ad essere più bassi di fronte ad un allungamento della vita media. La legge Dini prevedeva che tali coefficienti sarebbero stati rivisti ogni 10 anni, il 1° Gennaio di quest’anno, dunque 15 anni dopo l’applicazione dei primi sono entrati in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione, più bassi rispetto a quelli della legge Dini del 95, perché la vita media si è allungata. Per avere dei coefficienti simili a quelli che erano fissati a 65 anni per la legge Dini, si dovrebbe allungare ulteriormente l’età di pensionamento. Ma niente paura perché a tutto ciò ci ha già pensato il nostro caro presidente del consiglio, infatti con la legge 102/2009 il governo Berlusconi ha varato una norma che prevede, a decorrere dal 2015, che i requisiti di età anagrafica per l'accesso al sistema pensionistico sono adeguati all'incremento della speranza di vita, con riferimento al quinquennio precedente. Si tratta dunque di un innalzamento dell’età pensionabile collegato alla speranza di vita che dovrebbe agire in controtendenza rispetto alla diminuzione dei coefficienti. Per i giovani e i neoassunti sarà dunque una vera catastrofe: si troveranno a lavorare fino a chissà quale età e a “scadenza” usufruiranno di un miserevole assegno pensionistico (il 50% circa dello stipendio) ed anche se decidessero di aderire ad un fondo integrativo, la rendita finale aumenterà di un misero 10-15%, al costo di dire addio alla buonuscita.
Ma, a questo punto viene da porgersi un’altra domanda: e la disoccupazione??? Se ci sarà sempre più permanenza della forza lavoro anche ad età abbastanza elevate, come si fa a fronteggiare un altro fenomeno che in Italia ha un carattere piuttosto rilevante??? O il precariato stesso??? Come si fa a divenire lavoratori subordinati se i posti sono sempre tutti così pieni e non si crea nuova occupazione??? Sembra di essere in un tunnel senza uscita o volendo usare un detto molto più popolare sembra di avere a che fare con “un cane che si morde la coda”. Ma non è questa la sede per affrontare il problema, dunque tornando al nostro sistema previdenziale si vuole precisare che il motivo di quest’intervento è quello di informare i lavoratori, o meglio i contribuenti, dello stato in cui versa il nostro sistema previdenziale, ed affermare che quando si legge o si apprende che nello stato attuale delle cose sarà già solo un miracolo percepire pensione, non è solo per fare notizia ma la situazione esiste davvero ed è molto più grave di quello che noi pensiamo. Basti pensare che il nostro sistema è a ripartizione, e che i diversi fondi che aderiscono: fondo dei coltivatori diretti, fondo degli artigiani e quello dei commercianti sono tutti in negativo, solo quello dei lavoratori dipendenti è in positivo ma se si aggiunge il fatto che la cassa dei dirigenti d’azienda, degli elettrici e dei trasporti (sempre tutte in negativo) vanno a finire nella grande cisterna dei lavoratori dipendenti allora quest’attivo smagrisce; che con tutto questo calderone di disavanzi negativi di bilancio, spese, spese e ancora spese, si continuano a pagare le pensioni di chi in pensione c’è già. E il futuro??? È come scorgere l’orizzonte e non vedere nulla, e si perché è meglio dire che non si veda nulla, è meglio omettere piuttosto che dire che la situazione si presenta difficile e comunicare alla gente, ai precari soprattutto, che devono provvedere al loro futuro in altri modi perché dopo una vita di lavoro incerto, dopo aver pagato fiumi di contributi, forse il sistema a loro la pensione non la darà!!!
Anita Porretta
Giuseppe Ambrosio (PdCI Vibo Valentia)






