mercoledì 8 febbraio 2012

Il fango della macchina. Silvio Berlusconi docet

La libertà d’informazione è un diritto acquisito da ogni italiano e tutelato nel momento stesso in cui nasce dall’articolo 21 della nostra costituzione. Ognuno è quindi libero di esprimere la propria idea, come meglio crede e con i mezzi messi a disposizione, senza mai ledere la dignità e le idee di un altra persona. Noi in questo principio crediamo fortemente e ci batteremo sempre con ogni mezzo affinché tutti possono esprimere la proprie idee, nei limiti imposti dalla legge.

Non crediamo invece nel fatto per cui un singolo individuo possa metter in campo le proprie idee a difesa insensata del proprio operato, distorcendo la realtà a proprio favore e criticando l’operato altrui del quale, magari, non se ne conoscono le effettive dinamiche. Questo concetto lo esprimiamo con forza e con vigore in risposta a chi nel nostro territorio scrive dalle pagine dei giornali, o parla da microfoni radiofonici di emittenti private, spacciandosi per giornalisti. La poca conoscenza e l’usuale tendenza a mistificare la realtà porta alcuni individui ad esprimere concetti fuorvianti per chi li ascolta, e deleteri nei contenuti verso terzi che si prodigano nella lotta quotidiana per la difesa del bene comune. Allora succede che a Vibo Valentia un giornalista della carta stampata della “Gazzetta del Sud” prende spunto dalle vicende che in questi giorni hanno visto al centro di varie polemiche la figura del consigliere comunale De Filippis, il quale durante il consiglio comunale del 3 febbraio ha affermato testualmente: “ Io sono Fascista”, correggendosi funambolicamente poi in “ Fascista democratico”, senza entrare nel merito di questa triste vicenda, che abbiamo già affrontato nei giorni passati, vorremmo concentrarci sull’ articolo del giorno 6 febbraio apparso sulla “ Gazzetta del Sud” a firma della giornalista Stefania Marasco, la quale tentava una timida difesa del consigliere De Filippis cercando di sminuire le sue parole, ma calcando e rilanciando e sparando a zero sul nostro partito, il PdCI, come anche nei confronti del PRC e dell’ANPI. Bene, a questa giornalista noi vogliamo semplicemente dire che sono proprio questi tipi di atteggiamenti faziosi e barbari nei confronti della correttezza politica a far decadere il livello del dibattito politico, appellandosi al fatto che poco hanno fatto il PdCI, PRC ed ANPI verso il bene della cosa pubblica, etichettando queste sigle  come buone solo a far polemiche e a curarsi poco delle vicende che riguardano la popolazione. A questa giornalista noi vorremmo ricordare la nostra attività degli ultimi tempi, come la serie di incontri che si ripetono da giugno sotto la scuola d’arte dal titolo “Cominciamo da noi…” nei quali si sono affrontati temi quali, le organizzazioni criminali, la differenziata, la crisi economica, i beni culturali, il dissesto idrogeologico, oppure la nostra partecipazione all’iniziativa dell’ANPI sulla rimozione del gazebo che occlude la lapide di Papandrea, i nostri volantinaggi, i nostri articoli, e tutta quella serie di avvenimenti che riguardano la nostra vita politica. Probabilmente non li avrà letti, oppure avrà, pregiudiziosamente, evitato di leggerli nel momento in cui ha letto la parola COMUNISTI, che accompagnano quegli articoli. 
Cara giornalista Marasco, ti esortiamo a guardarci più da vicino ed a seguire le nostre iniziative che forse non saprai ma facciamo anche a tua tutela, perché anche tu sei lavoratrice, ed anche tu hai qualche padrone sopra di te. Ti invitiamo a leggere il nostro blog (http://pdcivibovalentia.blogspot.com ), oppure la nostra pagina facebook (https://www.facebook.com/pages/Il-brigante-Comunisti-Italiani-Vibo-Valentia/145256958840061), o magari altri quotidiani che ci trattano con più rispetto e ci dedicano maggiori attenzioni, senza pregiudizi.

Ma il problema non è solo questo episodio che fa decadere il livello del giornalismo locale, si perché c’è un emittente radiofonica locale, Radio Ondaverde, nella quale ogni domenica mattina alle 11 circa, si trasmette un programma che dibatte di tematiche di attualità, politica, cronaca sport e altro, il quale riceve un discreto successo. Questo programma è condotto dall’Avv. Ass. Dott. Giorn. cam(erata) Giuseppe Scianò, che senza alcuna vergogna e senza nessuna controparte, parla in modo spudorato dell’attività della sua amministrazione. Ma ne parla bene, come se nulla accadesse, continua imperterrito ad informare i cittadini facendo un “uso criminoso”, per citare il suo capo nazionale del PdL, ed elogiando in modo continuo in particolare il suo operato. Nell’ultima trasmissione del giorno 5 febbraio in particolare, ha definito il problema della spazzatura e del blocco dell’edilizia come un atto strumentale, operato da un manipolo di persone totalmente fuori dalla realtà. Ci viene da dire, ma come, nell’ultimo consiglio comunale erano presenti, i tre sindacati confederali, confindustria, l’ance, l’ordine di architetti, geologi, ingegneri e geometri, imprenditori, operai e comuni cittadini; inoltre vi erano presenti le associazioni per la questione spazzatura;  cosa dice questo signore? Che sono polemiche sterili e inutili, In più non contento accusa le persone che avevano partecipato al consiglio, di essere andate via alle 8, Ma cosa dovevano fare fino a quell’ora, ascoltare le vostre banalità? Le vostre proposte inutili (quella sull’edilizia di aggiornare il piano Scalamandrè partorito solo 3 mesi fa, dimostra come si ricorra sempre all’uso delle casse comunali, non potevate pensarci prima? Ora chi lo paga questo aggiornamento?) dettate solo dalla vostra incompetenza?

Caro Ass. Dott. Avv. Giorn. cam(erata) Scianò lei è in palese conflitto d’interesse, non può condurre un programma che ascoltano i cittadini vibonesi senza una controparte vera, senza qualcuno che le dica che le cose non stanno come dice lei; ribadiamo il suo conflitto d’interesse, perché lei in quella trasmissione tutela solo i suoi di interessi, e quelli dell’amministrazione alla qual partecipa (male).

Questi due sono solo due casi, ma dimostrano una grave assenza di professionalità nei confronti della veste che ricoprono l’Avv. Dott. Giorn. Ass. cam(erata) Scianò e la giornalista Marasco. Per concludere utilizziamo questo mezzo, la rete, perché sappiamo della sua immensa cassa di risonanza, e per avere la certezza che i nostri pezzi mandati alla testata della “ Gazzetta del Sud” non verranno reinterpretati dal giornalista a nostro discapito. VERGOGNA.

Partito dei Comunisti Italiani - Vibo Valentia

lunedì 6 febbraio 2012

Articolo mistificatorio della Gazzetta del Sud

Articolo della Gazzetta del Sud dal contenuto altamente mistificatorio.
Basta fare un giro nel nostro blog o in quello del PRC di Vibo per leggere le nostre denucie e le nostre continue proposte.
Un giornalista dovrebbe informarsi su ciò che scrive quanto meno e non pubblicare articoli che sanno di palese giustificazione ad un fatto altamente grave e pericoloso.
Con questa attività "giornalistica" vi state rendendo complici del degrado politico e morale in cui sta precipitando questa città.
VERGOGNA!!!
NON COMPREREMO PIU' LA GAZZETTA DEL SUD

sabato 4 febbraio 2012

A Vibo dichiararsi fascista non è reato

Accade nel 2012 a Vibo Valentia, ma non per strada o in un bar ma addirittura nell’assise cittadina, un consigliere comunale dichiara di essere fascista nello sconcerto e la rabbia di chi, come noi, assisteva dalla platea ai lavori, tra i sorrisi compiaciuti di alcuni suoi colleghi e l’incredulità dei gruppi di opposizione e con il gravissimo silenzio del Sindaco e del Presidente del Consiglio che addirittura richiama la platea, perchè quest’ultima ha interrotto il Consigliere, e non per la gravità delle affermazioni del suo collega.

Noi tutti ci eravamo tanto illusi che la caduta di Silvio Berlusconi avesse portato via con sé l'abominio delle battute squallide e drammatiche ma così non è stato e mentre tutta Italia s'indigna per la battuta di cattivo gusto del premier Monti sulla monotonia del posto di lavoro fisso, il consigliere comunale del PDL Vincenzo De Filippis sviluppa una nuova forma di ironia ancora più drammatica ma sopratutto illegale. 

Nel corso del consiglio comunale convocato venerdì, il suddetto consigliere ha ben pensato di aprire il suo intervento definendosi fascista. Per poi declinarlo, dopo le proteste del “pubblico”, in fascista democratico.
Ma solamente dopo che noi membri del PdCI, uditori al consiglio comunale, gli abbiamo urlato il nostro dissenso per il suo disprezzo alla costituzione, ha ben pensato di giustificarsi dicendo che era solo una battuta. Semplice ironia secondo lui.


Magari pensa che anche la legislazione che vieta l'apologia di fascismo non sia altro che una battuta inserita lì da quei buontemponi dei padri costituenti.

Ci è dato pensare che anche il sig. Sindaco e il presidente del Consiglio Comunale Mangialavori siano dello stesse parere visto che non hanno fatto nulla per richiamare De Filippis a ritirare immediatamente la sua dichiarazione. Questa è la cosa ancor più grave perché sono queste 2 figure che dovrebbero tutelare l’immagine, l’onore e la memoria soprattutto perché non rappresentano una parte politica ma, dovrebbero, rappresentare tutti i cittadini nei fatti e non facendo solamente propaganda di facciata e bella figura come posare le varie corone di fiori il 25 aprile se poi non sanno nemmeno cosa significhi.

E pensare che i consiglieri, una volta divenuti tali, giurano proprio sulla costituzione ma magari, secondo loro, è solamente una tradizione giurare sulla principale fonte della nostra repubblica. 
Giurano sulla nostra avanzata, ma sopratutto antifascista, costituzione nata, parafrasando Piero Calamandrei, con il sangue dei partigiani che lottarono contro il fascismo.
Ma evidentemente, la maggioranza consiliare di Vibo Valentia, non sa nemmeno cosa sia la costituzione e pensare che  il sindaco, che in quanto tale dovrebbe proteggerla e farla rispettare, è anche giurista.

Tutto questo è inaccettabile! In un'amministrazione incompetente e familiarista, questo non è che un'altro tassello, enorme e pesante come un macigno, che va a completare il quadro per il quale noi chiediamo le immediate dimissioni.

Vogliamo le dimissioni immediate e le scuse del consigliere De Filippis.

Vogliamo le dimissioni immediate e le scuse del Sindaco D’Agostino (figlio dell’ex Sindaco D’Agostino famoso per aver detto alla commissione nazionale antimafia che a Vibo Valentia la mafia non esiste)

Vogliamo soprattutto e fortemente le dimissioni immediate da presidente del consiglio comunale e da consigliere comunale del signor Mangialavori che si è reso partecipe, non interrompendo e senza richiamare all’ordine il consigliere autore della vergognosa frase.

E  un appello per questa richiesta lo volgiamo anche all'opposizione, per dar seguito all'intervento del dott. Soriano che ha bacchettato puntualmente il consigliere del PDL, affinché vengano portate in consiglio comunale le formali richieste di dimissioni già alla seduta di lunedì prossimo.
Ma oltre i pubblici ufficiali e le istituzioni, a prendere una posizione dovranno essere anche tutti i cittadini che conoscono molto meglio dei loro amministratori i principi costituzionali.
E' il minimo, per onorare la memoria di chi è morto per liberarci dall'opprimente dittatura fascista, è indispensabile per far sì che nostri conterranei come Saverio Papandrea (del quale si parla tanto ultimamente e a cui questa amministrazione ha coperto la lapide alla memoria) e il compagno Umberto Terracini (calabrese, comunista,  ma sopratutto firmatario della carta costituente) possano riposare in pace, nella gloria riservata agli eroi.

Partito dei Comunisti Italiani - Vibo Valentia

venerdì 3 febbraio 2012

Regione Calabria - Urbanistica anno zero

Urbanistica anno zero. Sulle politiche di governo del territorio e sulla pianificazione territoriale e paesaggistica  Scopelliti, Aiello e la Giunta Regionale continuano a menare il can per l’aia.
In circa due anni di governo Scopelliti, in questo settore abbiamo assistito al più completo immobilismo e alla più assoluta paralisi che sono stati interrotti solo da un atto di cui i calabresi si ricordano per gli effetti nefasti e dannosi che ha prodotto: la famigerata delibera n. 331 del  21 aprile 2010 della Giunta Regionale con la quale Scopelliti decise la sospensione del Quadro Territoriale Regionale a valenza Paesaggistica ritirandolo dall’esame del Consiglio Regionale “per renderlo compatibile alle linee politico-programmatiche del nuovo governo regionale”, che dopo due anni però ancora non si conoscono. A tutt’oggi, a quasi 2 anni dal ritiro del QTR/P dal Consiglio da parte della Giunta regionale, non si hanno notizie del QTR/P e la Calabria rimane priva di norme inerenti il governo del territorio, l’assetto urbanistico, le strategie territoriali di sviluppo, la difesa del suolo e le azioni contro i rischi, la tutela e la valorizzazione del paesaggio e dei beni paesaggistici, la qualità edilizia, urbana e paesaggistica.
Adesso dopo aver perso  due anni inutilmente hanno fatto la scoperta dell’acqua calda e  lanciano una campagna di ascolto sul nuovo QTR paesaggistico, ovvero sul nuovo Documento Preliminare del QTR/P (siamo tornati indietro al 2009), mentre l’Assessore Aiello  addirittura usa termini come  “rivoluzione culturale” .
Ma quando mai. Francamente non sappiamo cosa ci sia di rivoluzionario  in tutto questo.
Certo non è rivoluzionaria una Giunta regionale che come primo atto del suo insediamento ha bloccato e insabbiato  il QTR/P, uno strumento di pianificazione territoriale e paesaggistica frutto questo sì di una straordinaria campagna di consultazione e di confronto con tutte le istituzioni e con tutti i settori  della società calabrese che aveva determinato un grande dibattito a livello regionale di tipo culturale, tecnico e scientifico sulla pianificazione urbanistica e sulla legge urbanistica della Calabria.
Le chiacchiere dunque stanno davvero a zero. La politica degli annunci  privi di qualsiasi  fondatezza ha fatto Il suo tempo.
Costoro parlano di ascolto ma non garantiscono nessuna trasparenza.
A conferma di tale denuncia ricordiamo tre fatti clamorosi che non possono passare sotto silenzio:
1) nella seduta del 30 gennaio invece di approvare il QTR/P il Consiglio Regionale ha approvato per la seconda volta il piano casa che, in Calabria, autorizza una nuova colata di cemento che provocherà un nuovo saccheggio del territorio e del paesaggio all’insegna di una deregulation che favorirà abusi e speculazioni: uno scempio scontato poiché la giunta Scopelliti ha deciso di azzerare, in Calabria, gli strumenti di pianificazione territoriale come il QTR/P.
nche perché in Calabria sono assenti gli strumenti di pianificazione territoriale come il QTR/P;
2) nei giorni scorsi alla faccia della trasparenza e dell’ascolto è stato addirittura cancellato dal sito internet della regione il portale del QTR/P, risalente alla precedente gestione dell’Assessorato, che conteneva tutti i documenti  tecnici, i documenti inerenti la concertazione e la partecipazione  e i documenti inerenti le procedure di redazione dello stesso piano  ed era una fonte inesauribile di conoscenze, dati, informazioni e notizie utili anche ai fini della redazione dei Piani Strutturali Comunali. Adesso tutto questo non c’è più a causa di un’azione delittuosa che solo una mente    abituata alla poca trasparenza ha potuto escogitare. Si ritiene infatti che i portali istituzionali debbano essere aggiornati quotidianamente mantenendo però anche le informazioni precedenti. Ad oggi nel portale dell’Assessorato regionale all’Urbanistica, oltre qualche news, non esiste alcun aggiornamento rispetto a marzo 2010, nei contenuti e nei documenti a dimostrazione della inattività dello stesso assessorato;
3) oltre un anno fa era stato fatto un avviso pubblico per la nomina del nuovo Coordinatore Scientifico del QTR/P e per la costituzione dell’Ufficio del Piano.  Ebbene ancora oggi  alla faccia della trasparenza non si conoscono gli esiti di quella selezione. Anche se si può tranquillamente affermare che quell’avviso è stato solo una presa in giro per i professionisti e i tecnici calabresi, visto che  il  Direttore Generale arch. Putortì ha emanato il decreto n. 13949 del 2/11/2011, con il quale si stabilisce di dare avvio alle  procedure per la rielaborazione del QTR/P, con oltre un anno e mezzo di ritardo, senza tenere in alcun conto l’avviso pubblico che lo stesso aveva pubblicato, recluando professionisti esterni in altro modo, tant’è vero che sempre alla faccia della trasparenza nessuno dei partecipanti ha ricevuto alcuna notizia in merito, né si è mai reso pubblico l’esito della valutazione della Commissione incaricata.
Sarebbe davvero una sciagura per i calabresi se i responsabili politici e tecnici dell’urbanistica calabrese decidessero di seguire le orme di Cetto la qualunque, che si vantava di avere nominato un suo fedelissimo primario di chirurgia  e si scagliava contro l’opposizione di De Santis  rea di denunciare il fatto che il neo primario non era neanche laureato.
Ebbene alla Regione, nel tempo di Scopelliti, potrebbe capitare anche questo, con la conseguenza che l’ottimo lavoro fatto in precedenza da tecnici e professionisti di valore indiscusso rischia di essere calpestato e messo sotto  i piedi.

Reggio Calabria, 3.2.2012
                                                                   IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PdCI
                                                                              MICHELANGELO TRIPODI

giovedì 2 febbraio 2012

Comunicato PdCI: Polmoni verdi? Quest'amministrazione preferisce diossina, degrado e denuncie.



Sono passati 2 mesi da quando avevamo provocatoriamente annunciato di voler andare a pulire la villa comunale, due mesi nei quali l'assessore Comito minacciò denuncie verso chiunque si sarebbe permesso, di compiere questo grave reato di "disobbedienza civile", ad entrare e pulire un bene pubblico e collettivo come il polmone verde sotto viale Regina Margherita.


Sentendosi minacciato, dalla partecipazione civile di chi viene preso dalla nausea e dalla sconforto nel vedere la propria città abbandonata a se stessa, il prode assessore mandò subito degli operai a regalare alla città un piccolo "contentino" tipico delle amministrazioni inoperose, una veloce e inadeguata ripulita alla villa.






Non avrebbe mai potuto permettere che noi provocatori del PdCI facessimo davvero qualcosa di utile per la collettività. Allora, in fretta e furia, urlò a mezzo stampa una promessa: "La villa verrà riaperta entro il 6 gennaio".


Ebbene siamo al'inizio di febbraio e, manco a dirlo, la villa è, come allora, invasa dai rifiuti e inesorabilmente chiusa. Quella promessa, ovviamente, è finita nel dimenticatoio, sempre più vasto, di quest'amministrazione d'inetti.


Sappiamo bene che aspettarsi "un'impugnazione", di questa benedetta promessa, da parte di questa giunta di "amici e parenti" sia alquanto utopico anche se ad onor del vero taluni consiglieri di maggioranza assopiti da tempi immemori, si stanno lentamente svegliando e sempre molto lentamente stanno iniziando a battere i pugni per discutere di tematiche importantissime come edilizia e ambiente, per l'appunto.


Ma questo è “saper fare” di Pietro Comito o sarebbe il caso di dire il “saper fare niente.


Ma allora cosa bisogna fare per regalare nuovamente decoro e manutenzione ad uno dei pochissimi spazi verdi della nostra città?






Dobbiamo di nuovo minacciare una nostra azione per poter avere il diritto di usufruire di uno dei nostri polmoni verdi della città?


Per quale motivo ancora non si vede nulla all’orizzonte che faccia pensare ad una prossima riapertura?


A quest'ultima domanda, sappiamo risponderci da soli.


Semplicemente perché non è in programma la riapertura, nè tantomeno la sua rivalutazione. Una manutenzione ordinaria della villa comunale avrebbe avuto dei costi molti contenuti mentre adesso si tratta di spendere risorse pubbliche in maniera emergenziale che il comune non ha in cassa.






Eppure sarebbe stato tutto molto semplice cari amministratori. Sarebbe bastato non perdere il milione e mezzo di euro che stanziò all'epoca, della giunta Loiero, l’assessorato all’urbanistica.


Quello stesso milione e mezzo che ora, il nuovo assessore Aiello appartenente al vostro schieramento, ha ritirato. Sarebbe ora di dirlo alla popolazione. Ammettete le vostre colpe pubblicamente e dite che non siete capaci ad amministrare ma solamente di sistemare parenti e amici, perché questo lo avete fatto e lo sanno tutti e ci auguriamo che la magistratura indaghi.






Altro tasto dolente è quello relativo alla spazzatura e al mancato (ri)avvio della raccolta differenziata. Proprio il PdCI questa estate aveva invitato l’assessore Comito ad una iniziativa sul tema dei rifiuti e in quell’occasione, e parliamo di luglio, promise che la raccolta differenziata sarebbe partita a stretto giro di boa ma dopo più di sei mesi ancora la montagna non ha partorito nemmeno il topolino. La città è una discarica a cielo aperto. Una città che presenta il vestito buono solamente nella parte centrale dove la spazzatura viene raccolta tutti i giorni, o quasi, mentre tutto il resto del comune viene abbandonato a se stesso come se gli abitanti fossero figli di un dio minore o non degni del vivere civile. E’ mai possibile continuare in una situazione del genere? Ma cosa si aspetta a defenestrare un assessore che dimostra giorno per giorno che la gestione dell’ambiente e il decoro urbano non gli competono? Eppure nelle fila della maggioranza comincia a farsi sentire il malumore per la questione ambientale. Finalmente si sono svegliati dal letargo, hanno aperto gli occhi o semplicemente hanno fatto un giro al di fuori della zona degli “uffici”.


Cari amministratori il problema dell’ambiente è serissimo sarebbe ora di capirlo una volta per tutte.


Sarebbe ora di capire che più “avanza” il problema e più saranno alti i costi perché le emergenze si pagano e la perenne emergenza si trasforma in costi insostenibili per le casse comunali che avete già riempito di debiti.






Partito dei Comunisti Italiani - Vibo Valentia

De Gaetano vota con il centrodestra

E’ proprio vero: il tempo è galantuomo!!! Nonostante tutto, le verità, anche le più inconfessate e inconfessabili, vengono miseramente a galla.
Qualche giorno fa, abbiamo appreso che il consigliere regionale ex Prc, ex FdS, ex Progetto Sinistra, ex progetto Democratico, e oggi, forse ancora per poco, PD, vale a dire il transfuga Nino De Gaetano ha incredibilmente votato il consigliere della lista “Scopelliti Presidente” alias PdL Candeloro Imbalzano alla carica di Presidente della Commissione Bilancio del Consiglio regionale.
Un inciucio vergognoso e ripugnante, frutto di una concezione indecente della politica che offende i cittadini e rappresenta l’espressione del peggiore trasversalismo che significa svendita dei valori e tradimento delle idee.
Al di là di qualsiasi valutazione di natura personale, la candidatura di Imbalzano alla presidenza della suddetta Commissione Consiliare era stata voluta fortemente da Scopelliti che l’aveva imposta al centrodestra senza che su di essa vi sia stata alcuna negoziazione o accordo con l’opposizione di centrosinistra.
I consiglieri del centrosinistra, infatti, si sono astenuti e, quindi, a differenza del girovago della politica De Gaetano, non hanno assolutamente votato a favore dell’esponente della maggioranza regionale di centrodestra.
De Gaetano ha, quindi, effettuato scientemente una scelta totalmente personale, difforme e non concordata con il suo nuovo, ma già quasi ex, gruppo consiliare, quello del PD.
Infatti, con uno specifico e imbarazzato comunicato stampa, il gruppo regionale del PD si è, immediatamente, affrettato a prendere formalmente le distanze dall’atteggiamento del De Gaetano che, senza tanti complimenti, è stato bollato come comportamento effettuato a titolo puramente personale.
Forse i consiglieri del PD avrebbero fatto bene a riflettere meglio prima di accettare il suo ingresso nel gruppo del PD, visto che la presenza di De Gaetano apre una voragine di natura morale ed etica nel Pd, un partito disposto ad accettare queste incomprensibili acrobazie pur di accogliere nelle proprie fila personaggi voltagabbana e trasformisti.
Per quanto ci riguarda quest’ultima “impresa” di De Gaetano non ci stupisce affatto visti i sostegni elettorali di cui parlano anche i collaboratori di giustizia. La scelta di votare un esponente del centrodestra, che non trova giustificazione politica alcuna, è in linea con i noti comportamenti trasversali tenuti  dal transfuga in questione.
Del resto è  a tutti noto che il De Gaetano, lo sanno anche le pietre, nella consultazione regionale del 2010 ha ottenuto migliaia di voti preferenza grazie alle schede che recavano il cosiddetto voto disgiunto con l’ibrido contestuale abbinamento al presidente della regione Scopelliti.
Infatti, in maniera spregiudicata e senza alcun limite o scrupolo è stata fatta campagna elettorale per De Gaetano alla carica di consigliere regionale e per  Scopelliti alla carica di presidente.
L’inciucio, quindi, parte da lontano. Una vergogna politica che non trova precedenti nella storia calabrese. E’ non è certo un caso se il Segretario Nazionale di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero parlando di De Gaetano  lo ha pubblicamente definito espressione di una grandissima questione morale.
Siamo, pertanto, persuasi che il consigliere regionale più votato nel quartiere Archi di Reggio Calabria è sicuramente pronto a una nuova giravolta e, certamente, non disdegnerà un nuovo vergognoso cambio di casacca, dopo aver scippato e calpestato oltre 40.000 elettori calabresi che avevano votato per le la lista della Federazione della Sinistra.
Noi, al contrario, dei voltagabbana continueremo, senza sosta, la nostra coerente e limpida battaglia di opposizione, insieme alle forze sane, pulite e oneste della Calabria, contro la fallimentare maggioranza regionale di centrodestra di Scopelliti a cui si è aggiunta la ruota di scorta di De Gaetano.           

Reggio Calabria lì 28 gennaio 2012

                     LA SEGRETERIA REGIONALE DEL PdCI DELLA CALABRIA

OPPOSIZIONE A MONTI, OPPOSIZIONE ORGANIZZATA IN CGIL

OPPOSIZIONE A MONTI, OPPOSIZIONE ORGANIZZATA IN CGIL

Premessa:
Da tempo l'area programmatica “La Cgil che vogliamo” è in crisi. Ora non è più rinviabile una verifica di fondo sulle volontà e sulle capacità politiche e organizzative di sviluppare in Cgil una lotta politica adeguata alla gravità di quanto accade. Il Contratto Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori, ciò che resta dello Stato sociale, tutto è oggi in discussione e le posizioni e le iniziative della Cgil sono deboli e ininfluenti. Quindi o l'area programmatica nata dalla minoranza congressuale si organizza come opposizione alla deriva della Confederazione e agisce nei luoghi di lavoro, nei territori, nelle categorie in modo da essere chiaramente visibile e utilizzabile da chi vuole lottare, oppure cessa di avere qualsiasi utilità. Per questo proponiamo di aprire subito una discussione vasta in tutta l'area programmatica fino ai militanti ed agli iscritti, partendo da una grande assemblea nazionale ove organizzare l'opposizione e l'alternativa al Governo Monti e all'attacco padronale. E con lo scopo conseguente di organizzare in tutta la Cgil una visibile e incisiva opposizione alle scelte oggi prevalenti.
Per questo proponiamo le seguenti Tesi. (...)

1. Con la crisi economica il processo di riduzione dei diritti del lavoro avviato da oltre trent’anni ha raggiunto il massimo di estensione e di intensità. La precarietà è diventata la condizione comune di tutto il mondo del lavoro, solamente distribuita in diverse forme e gradualità. Tutto il mondo del lavoro viene sottoposto alla brutale aggressione ai diritti e alla dignità della persona. Competitività e flessibilità sono le parole con cui si giustifica ogni scelta lesiva dei più elementari diritti. Alla fine si sta giungendo a una vera e propria restaurazione di forme servili, mentre l'autoritarismo e l'attacco alle libertà sindacali dilagano.
Questa aggressione al lavoro è in corso in tutto il mondo occidentale e nell'Europa che già fu dei contratti e dei diritti. In Italia il via all'attacco conclusivo ai diritti contrattuali e allo stato sociale l'ha dato l'amministratore delegato della Fiat nel 2010. Da allora la politica e il modello di Marchionne si sono progressivamente estesi in tutto il mondo del lavoro e, là dove non sono stati accettati esplicitamente, sono comunque stati utilizzati per colpire i diritti e il potere contrattuale dei lavoratori. Nel decreto liberalizzazioni è il governo stesso che cancella l’obbligo del contratto nazionale per il trasporto ferroviario e per il trasporto locale. Decisione questa alla quale non si era spinto neppure il governo Berlusconi, che pure con l'articolo 8 del suo ultimo decreto, aveva dato il via libera definitivo a tutte le deroghe contrattuali e di legge.
Contro questo disegno di riduzione della forza lavoro a pura merce usa e getta non sono possibili accomodamenti. O lo si accetta pensando magari a ridurre i danni, pratica fallimentare di questi anni, o lo si respinge con il dichiarato intento di sconfiggerlo e di costruire un'alternativa generale adesso.

2. La crisi economica è una crisi di sistema che nasce dal modello sociale di sviluppo del capitalismo globalizzato. Le disuguaglianze sociali enormi e crescenti, la distruzione della natura, la crescita selvaggia del mercato, dopo essere state utilizzate dal capitalismo globalizzato come leva per la crescita sono oggi diventate causa stessa della sua crisi. Solo un cambiamento profondo della società può affrontare le cause strutturali della crisi, ma le classi dirigenti occidentali vanno tutte nella direzione opposta.
Si affronta la crisi, cioè, riproponendo in misura sempre più radicale quelle politiche liberiste che ci governano dagli ultimi trent’anni. Si portano indietro gli orologi, gli anni dieci del duemila diventano come gli anni ottanta, come se da allora non ci fossero stati un terribile arretramento del mondo del lavoro, una crescente disuguaglianza, una riduzione progressiva degli spazi e dei diritti democratici. E' fallita la promessa del capitalismo liberista di scambiare la riduzione dei diritti con la ricchezza individuale. Tuttavia proprio la crisi, proprio la disoccupazione e la precarietà di massa, diventano occasioni per scatenare un nuovo attacco ai diritti sociali proprio da parte di chi ha causato la crisi. La crisi del capitalismo occidentale in Europa diventa così l’occasione per esaltarlo nelle sue forme più brutali.
Il centro sinistra e i grandi sindacati, salvo eccezioni, sono subalterni a questa politica restauratrice. Al massimo puntano ad attenuarne gli effetti, a mitigarne i danni, ma non propongono in nessun caso una alternativa ad essa. D'altra parte una alternativa a queste politiche richiederebbe una scelta di rottura culturale e politica di compatibilità che è oggi è estranea o minoritaria sia nel centro sinistra, sia nei grandi sindacati. Così mentre le classi dirigenti provano a fermare il tempo, il movimento sindacale in Italia e in Europa spera solo in un ritorno alla concertazione e a politiche sociali meno aggressive, oppure tenta patti di complicità corporativa con le grandi imprese

3. La difficoltà nella situazione sta proprio nella rigidità delle compatibilità economiche, politiche e culturali che sono state progressivamente costruite e imposte negli ultimi trent’anni. Queste compatibilità sono oggi presentate come senza alternative, per cui ogni critica alle politiche economiche viene condannata ideologicamente e politicamente e messa al di fuori di ogni confronto. Un potente regime informativo e culturale martella l'opinione pubblica sulle certezze incontestabili del capitalismo finanziario. Ogni lotta sociale che si scontri con questo regime di compatibilità è costretta all'isolamento. Nell'epoca del trionfo della parola riformismo, le uniche vere riforme sono le controriforme liberiste. Chi si oppone ad esse è contro il progresso e la ragione. Per questo le lotte oggi hanno la necessità di unirsi e riconoscersi in un punto di vista globalmente critico rispetto al sistema esistente e alla sua ideologia totalitaria.

4. Per ricostruire democrazia, diritti, giustizia e uguaglianza è necessario scontrarsi in Italia e in Europa contro politiche e poteri dominanti. Il governo reale dell' Europa oggi è costituito dall' alleanza tra finanza e capitalismo multinazionale, tecnocrazia liberista, governi e ideologie conservatori. Il massacro sociale in Grecia è usato da questo governo reale come monito e ricatto per tutti i popoli. Tutto deve essere sacrificato al pareggio di bilancio e alle politiche di austerità competitiva.
In Italia questa politica e questa forma di governo si sono affermate con Monti. Il fallimento politico del governo Berlusconi, contro cui si era mobilitata per un anno e mezzo una parte sempre più vasta del paese e dell'opinione pubblica, ha aperto una fase completamente nuova. Il governo Monti si presenta come il governo degli obblighi e delle necessità imposte dall'Europa, mentre non può essere certo accusato di tutto ciò di cui si è macchiato il precedente governo. Per questo il conflitto sociale non può più godere della rendita di posizione dell'antiberlusconismo, di cui si serve anzi il centro sinistra per appoggiare il governo Monti, che rappresenta un'assoluta novità nella storia politica italiana del dopoguerra. E' il primo governo che reclama esplicitamente come proprie linee guida gli interessi del mercato e del grande capitale, presentandoli come interessi di tutti. A tal fine è fondamentale il ruolo assunto dal Presidente della Repubblica e l'uso della unità nazionale del paese contro il comune nemico , il debito pubblico. E' una propaganda da guerra patriottica quella che viene usata per richiedere e giustificare i sacrifici. Per questo il conflitto sociale necessita della rottura culturale e politica con l 'ideologia della coesione, del patto sociale, dello stare tutti nella stessa barca.

5. Per tutte queste ragioni la questione della opposizione al governo Monti diventa una questione costituente sul piano sociale, come su quello politico e anche culturale. Il governo Monti è infatti un governo ideologico che cancella l'autonomia del movimento operaio e il conflitto sociale nel nome della ideologia liberale. Ed è anche un governo di scopo il cui programma è applicare in Italia le politiche economiche decise dalla Bce e dalla grande finanza internazionale. Per queste ragioni non si possono combattere le singole misure del governo senza contrastare la logica di fondo che le ispira. Non sono cioè praticabili compromessi con la linea di fondo di questo governo.
Liberalizzazioni e privatizzazioni sono il punto centrale di una politica conservatrice e restauratrice, che punta a realizzare la ripresa economica facendo leva sul mercato e il profitto. Una linea destinata a fallire ma che, se non fermata in tempo, provocherà regressioni profonde nella società e nella democrazia.

6. Quanto avvenuto sulle pensioni è il segno della marginalizzazione del movimento sindacale italiano. Per la prima volta nella storia della Repubblica, si sono cambiate pesantemente le pensioni senza alcun accordo con alcuno dei grandi sindacati confederali. D'altra parte l'ideologia del governo Monti è liberale e liberista e come tale restia a subire anche il condizionamento concertativo del sindacato. Da questo punto di vista vanno in crisi nel confronto con il governo non solo le posizioni della Cgil, ma persino quelle di Cisl e Uil. Il confronto sul mercato del lavoro si è aperto così come una trattativa a perdere, nella quale il movimento sindacale deve fare ulteriori sacrifici sui diritti e sulla contrattazione nel nome della flessibilità e della competitività. Con l'attacco all'articolo 18 il governo prepara una nuova ondata di precarietà e riduzione del valore del lavoro e anche una nuova umiliazione a Cgil, Cisl e Uil.

7. L'accordo del 28 giugno, sottoscritto dalla Cgil il 21 settembre prima ancora della consultazione, segna un'ulteriore segno di impotenza delle linea politica prevalente nel sindacato confederale oggi. Nelle intenzioni della Cgil quell'accordo doveva segnare un punto d'arresto della destrutturazione dei contratti e invece è stato utilizzato dal padronato, dal governo Berlusconi e anche dal governo Monti, per peggiorare ancora le condizioni di lavoro. Sono continuati gli accordi separati e là dove tutti hanno firmato è ampiamente passato il principio delle deroghe, del sottosalario, delle limitazioni dei diritti. Nel pubblico impiego è proseguita la politica di cancellazione della stessa contrattazione collettiva e del ritorno ad un modello individuale ottocentesco di rapporto di lavoro. L' errore di fondo del gruppo dirigente della Cgil è stato quello di minimizzare la portata dell'attacco scatenato dalla fiat e di non coglierne la dimensione di sistema. Così il no della Fiom è stato considerato un incidente da recuperare invece che una risorsa per tutto il sindacato, un punto da cui partire per combattere ovunque l' asservimento del lavoro. Ora Cgil e Fiom sono ad un bivio, vie di mezzo non ce ne sono. O rientrano nel sistema Marchionne subendo la sconfitta e accettando così la sua generalizzazione a tutto il mondo del lavoro. O continuano il conflitto e lo estendono fino a rovesciare i rapporti di forza. Per queste ragioni l'accordo del 28 giugno non solo non è uno strumento utile, ma va messo in discussione assieme all'articolo 8 del decreto Berlusconi e alla politica contrattuale di governo ed enti pubblici.

8. Per tutte queste ragioni è indispensabile aprire immediatamente in tutta la Cgil, in tutte le sue categorie e strutture, un confronto che metta in campo un'alternativa al fallimento della politica concertativa. Occorre affermare ovunque nella Cgil la possibilità di una politica e di una pratica diversa da quella della riduzione del danno. L'opposizione al governo Monti come concreta pratica sindacale, lo scontro con la linea Marchionne e con quella ad essa ossequente della Confindustria, la totale indipendenza dai riferimenti politici e culturali che sono alla base del sostegno al governo tecnico, devono essere elementi costituenti di una nuova fase sindacale. Una fase nella quale la ricostruzione del conflitto assieme a quella di una piattaforma alternativa generale che lo sostenga ed estenda, devono muovere assieme.
Tutto questo impone una svolta radicale nelle scelte e soprattutto nelle modalità di iniziativa della minoranza congressuale-area programmatica 'La Cgil che vogliamo'. Quest'area è da un anno in evidentissima crisi politica e operativa e questo perché non è mai stata in grado di contrastare davvero le scelte prevalenti in Cgil. Il punto centrale della crisi dell'area è che la forza dell'offensiva liberista del padronato e governo impongono ai dissensi di trasformarsi in scelte operative nella vita della Cgil, oppure di essere ininfluenti. Per questo proponiamo a La Cgil che vogliamo di organizzarsi come opposizione, a partire dai luoghi di lavoro, in tutta la Cgil.

9. La nuova opposizione in Cgil dovrà necessariamente aprirsi a tutti i movimenti, a tutte le forze sociali e sindacali organizzate che lottano contro il governo Monti e contro tutte le logiche che lo ispirano. La ricostruzione dell'unità con Cisl e Uil va nella direzione opposta a quanto è necessario. E non perché queste organizzazioni non possano risentire della crisi di risultati che oggi colpisce tutto il sindacato. Ma perché non è possibile separare la battaglia generale da quella nei singoli luoghi di lavoro, quella contro Monti da quella contro Marchionne con cui invece Cisl e Uil collaborano. La prima unità da costruire è dunque quella con tutte le forze del conflitto sociale, superando inutili barriere con i movimenti e pure con il sindacalismo di base, anche esso oggi in grande difficoltà. Oggi non esistono forze e movimenti autosufficienti e invece è indispensabile che tutte e tutti coloro che intendono lottare contro la linea Monti/Marchionne trovino punti, momenti e iniziative comuni.

10. La nuova opposizione in Cgil dovrà elaborare una piattaforma alternativa alle politiche economiche degli ultimi trenta anni, fondata prima di tutto sul rifiuto delle politiche europee di austerità e rientro dal debito. Questo rifiuto è decisivo anche per non lasciare il campo alle forze della destra populista e xenofoba per difendere davvero la democrazia.
Una piattaforma per il lavoro e la dignità di fondata sui beni comuni, sulle nazionalizzazioni e sul controllo del mercato, sull'eguaglianza sociale e la lotta alla precarietà. sul potere contrattuale dei lavoratori, sull'aumento dei salari, sul diritto al reddito e sulla riduzione degli orari. Questa nuova piattaforma che rompe con trenta anni di pratiche concertative, sarà frutto sia della elaborazione comune delle strutture e dei militanti sia delle lotte concrete,che spesso individuano obiettivi, percorsi,modalità di lotta che fanno fare passi avanti decisivi. Nel suo passato migliore la Cgil ha sempre saputo imparare dalle lotte e rinnovare con esse le proprie pratiche.

11. La crisi economica è crisi della democrazia. Per questo la nuova opposizione in Cgil dovrà considerare la ricostruzione della partecipazione e della democrazia, nella stessa vita all'interno dell’organizzazione, come un proprio punto identitario. Bisogna rompere con le pratiche autoritarie che si diffondono in tutto il corpo dell'organizzazione, con la delega assoluta ai gruppi dirigenti, con la marginalizzazione della diversità e del dissenso. Una democrazia partecipativa radicale deve essere oggi praticata nella Cgil, così come in tutte le attività politico sociali.
La burocratizzazione e la spoliticizzazione dell'attività sindacale, sempre più trasformata in attività di consulenza e servizio, va sfidata e combattuta. A partire dai luoghi di lavoro la nuova opposizione organizzata in Cgil dovrà rivendicare e affermare il sindacato della democrazia e del conflitto, creando spazi, confronti, pubblica comunicazione. IL mondo del lavoro deve sapere che c'e in campo l'opposizione in Cgil.

Giorgio Cremaschi

sabato 21 gennaio 2012

"Forconi":un pò di chiarezza

In questi giorni tutta la Sicilia è paralizzata dal blocco dei caselli autostradali e dei principali nodi di comunicazione da parte di un assai strano movimento detto “dei forconi”. Dopo un primo momento di disinteresse generale operato dai principali media nazionali e locali, la notizia è presto diventata di dominio pubblico, e sembra avere interessato un po’ tutti, dai social network ai giornali locali, imponendosi all'attenzione del grande pubblico.
Le proteste degli autotrasportatori della cosiddetta “forza d'urto”, nome che tra l’altro tristemente ci ricorda qualcosa di più “NUOVA” che purtroppo tanto nuova non è più, a cui si sono unite le proteste di agricoltori e braccianti, hanno già messo in ginocchio dopo pochi giorni di blocco i rifornimenti dell'isola, causando la mancanza di merci e generi di prima necessità, come carburanti vari ed alimenti.


Tale protesta ha creato un certo consenso tra la popolazione, coinvolgendo lavoratori e cittadini siciliani invitandoli ad unirsi ed a solidarizzare con i manifestanti,spingendoli ad informarsi sulle loro ragioni ed anche talune volte, convincendoli ad unirsi ai vari presidi.

Insieme al coinvolgimento dell'opinione pubblica siciliana, il movimento dei forconi ha fatto sorgere innumerevoli dubbi e interrogativi su quali fossero le concrete motivazioni che li hanno spinti a bloccare l'intera isola. Si notano strane ed inquietanti connivenze e similitudini politiche tra il movimento stesso e l'estrema destra, parole d'ordine demagogiche e populiste sono troppo spesso utilizzate per far leva sullo stato di reale crisi sociale ed economica del sistema. L’unica piattaforma rivendicativa appare confusa ed ivi si ritrovano richieste di stampo corporativistico, oltre che i soliti richiami all'indipendenza di un presunto stato siciliano.
Il quadro risulta purtroppo enigmatico e difficile da affrontare e capire.

Quello che è innegabile è che la protesta si fa forte di una reale e concreta situazione di disagio e malessere che nel nostro povero e meridione martoriato da politiche che negli ultimi 60 anni, dall’indomani della strage di Portella delle Ginestre, per intenderci, ha visto sempre più il malaffare e le organizzazioni mafiose collaborare con la politica per sfruttare e distruggere sempre più queste terre.
La rinascita del meridione Italiano deve partire certamente dal sud ed in particolare dai siciliani può tuttavia il movimento dei forconi rappresentare una speranza di emancipazione delle classi subalterne o piuttosto vi è il serio pericolo che lo stesso rappresenti il germe di una uscita a destra dalla crisi?

Dare risposta a questa domanda non è certamente compito facile perché se è vero che un sentimento di malessere diffuso c’è è anche vero le che fin troppo spesso nella storia si è verificato il drammatico fenomeno dell’autodifesa del sistema dominante da parte delle classi che comandano che, in maniera quasi scientifica mettono, a capo di tali sommosse popolari loschi individui che niente hanno a che vedere con l’emancipazione della classe proletaria che riempiendosi la bocca di belle parole e di facili entusiasmi fanno presa sul sottoproletariato facile da raggirare, utili proprio a fare da tappo per arginare quella che potrebbe essere una vera rivoluzione in senso socialista della società.

Chi dirige la protesta?
Cominciamo iniziando col capire la composizione della protesta.
Lo sciopero che sta paralizzando l'economia dell'isola che porta il profetico nome delle “cinque giornate per la Sicilia”, è stato indetto dal “movimento forza d'urto” e appunto dal “movimento dei forconi”.
Il primo riunisce attorno a sé gli autotrasportatori, vero nerbo della protesta, che con i loro tir bloccano i principali snodi viari dell'isola. Leader del movimento è tale Giuseppe Richichi, presidente della principale associazione di categoria siciliana e che in tempi recenti aveva dato vita al “Partito degli Autotrasportatori” che all'ultima tornata per la presidenza della regione ha appoggiato Raffaele Lombardo; poi Salvatore Bella, imprenditore del trasporto su camion in Sicilia, che vede un passato di militanza politica attiva tra la Dc, Forza Italia e Mpa.
Il secondo invece rappresenta la protesta degli agricoltori e dei braccianti, che da subito hanno aderito alla protesta. Tra i fondatori del movimento, nato dopo la visita nella provincia di Ragusa dell'allora ministro all'agricoltura Saverio Romano, tre soggetti dalle indubbie capacità di capipopolo ma dal nebbioso passato: Mariano Ferro ex acceso sostenitore del Mpa; Martino Morsello, segretario di “altra agricoltura sicilia” che comprende al proprio interno imprenditori e braccianti agricoli, nonché invitato fisso nei congressi regionali del partito neo-fascista Forza Nuova; Mariano Ferro, anch'egli fino a poco tempo fa, simpatizzante del Mpa.

Appare quantomeno bizzarro e contraddittorio come personaggi che fino a ieri erano contigui ed organici a quella cerchia di politica da loro stessa definita corrotta ed incompetente a cui a gran voce chiedono di vergognarsi per le male fatte ed a cui chiedono di restituire i soldi al “popolo siciliano” delle loro indennità da parlamentari, possano in così breve tempo, essere folgorai sulla strada di Damasco e dar vita ad una durissima protesta nei confronti proprio di quella classe dirigente che fino a non poco tempo fa, sostenevano e spalleggiavano.

Il sistema affaristico-clientelare dell'isola, che unisce con un sottile filo rosso il governatorato di Totò Cuffaro e quello di Raffaele Lombardo, è sicuramente tra le cause principali del dissesto dell'economia e dell'agricoltura siciliana. Non possiamo e non dobbiamo infatti dimenticare le responsabilità di Lombardo e del suo entourage nell'ingente sperpero di denaro, per esempio pensando alle centinaia di milioni di euro di fondi Fas ancora inutilizzati che, se correttamente impiegati, avrebbero sicuramente migliorato la drammatica situazione in cui versa l'economia siciliana. Oppure facendo riferimento ai 150 milioni di euro impiegati per costituire i famigerati corsi di formazione professionale, individuati come strumento per dare lavoro a migliaia di disoccupati, ma che in realtà si sono rivelati strumenti di clientela politica nelle mani di Lombardo, attraverso cui poter conservare e rigenerare il proprio bacino elettorale, senza considerare come ormai siano migliaia i lavoratori (per la maggior parte neo-laureati) che ancora non hanno ricevuto il becco di un quattrino. Soldi sprecati, anzi meglio, utilizzati per salvaguardare, mantenere e rafforzare il sistema di clientele nella nostra terra, che da sempre hanno garantito al potente di turno la possibilità di mantenere saldo il proprio potere e i propri interessi, mortificando e degradando le grandi esigenze della nostra terra.

Quali rivendicazioni?
Passiamo dunque a valutare le rivendicazioni della protesta.
Colpisce in prima battuta l'assenza di una chiara piattaforma scritta: le richieste sono facilmente deducibili da volantini e da interventi che si riescono a leggere o sentire. Parole d'ordine sono semplici ma confuse, che spesso si macchiano del vizio di populismo e di demagogia: si sente parlare di defiscalizzazione del petrolio estratto nell'isola, la necessità di dichiarare indipendente il popolo siciliano [sic!] dall'oppressione dei “continentali”, la volontà di far risollevare l'agricoltura isolana e non mancano le solite litanie circa la distruzione della casta.
Insomma, la confusione regna sovrana sotto al cielo.
Non per questo però non possiamo cercare di addentrarci nelle reali motivazioni che hanno spinto genuinamente e in buona fede molti lavoratori ad avvicinarsi alla protesta.

L'agricoltura.

Senza dubbio condivisibile appare il grande malessere dei braccianti per la drammatica situazione in cui versa l'agricoltura siciliana. Merci invendute, macchinari antiquati, troppa concorrenza. Impossibile affermare che non abbiano ragione. Ma chi sono i veri responsabili di questo stato di cose? Sicuramente deve essere annoverata la programmazione di una economia continentale (europea) agricola. Sullo stesso mercato ad esempio il consumatore trova arance siciliane e spagnole, con prezzi di gran lunga inferiori per le seconde grazie ad una politica produttiva più capace e a grandi disuguaglianze sul piano strutturale. In questo senso, numerosissimi sono stati e continuano ad essere sussidi e forme di assistenzialismo al settore, per esempio con finanziamenti per alcuni miliardi di euro nel PSR (piano sviluppo rurale). Una pioggia di denaro di provenienza sia europea (ricordiamo che ai sensi del trattato istitutivo dell'Ue, l'agricoltura è materia di competenza esclusiva europea) che ministeriale, che evidentemente non è stata investita sapientemente da chi negli anni si è trovato seduto nelle comode poltrone di palazzo d'Orleans, ma che, parimenti ha visto anchespesso e volentieri gli stessi imprenditori agricoli attuare un comportamento cattivo e connivente con la mala-politica beneficiando così dei sussidi, con truffe, raggiri osperperi di varia natura. Questa convergenza di fattori fa sì che l'agricoltura siciliana sia una delle più depresse e improduttive dell'intero continente europeo, con la conseguente scesa in piazza dei contadini assieme agli autisti dei tir. E' necessario considerare però che il blocco alle merci in questi giorni sta creando ancora di più ingenti danni alla economia agricola dell'isola, con tonnellate di merci pronte da consegnare che ammuffiscono nelle cassette e che impediscono il raccolto degli altri prodotti sui campi.
Sempre sul versante dell’agricoltura, bisogna notare anche la totale assenza, tra le battaglie dei “forconi”, quella dei beni comuni e soprattutto dell’acqua che, in generale, ma soprattutto nel mondo agricolo rappresenta un bene inestimabile, non una parola spesa circa la volontà di volerla privatizzare, non una parola sulla loro idea della gestione delle acque che è bene ricordare in Sicilia troppo spesso le acque vengono sciupate e disperse in mille rivoli di acquedotti vecchi ed antiquati.

Il prezzo dei carburanti.

Le rivendicazioni degli autotrasportatori e dei pescatori si concentrano sugli aumentidel prezzo dei carburanti che in pochi anni è cresciuto di circa il 30%. Una vertiginosa impennata dovuta sia alle quotazioni di mercato dell’oro nero salgono di ora in ora, esia all'aumento delle accise voluto dal governo Monti.
Impensabile, a a loro dire, una tale situazione, considerando che in Sicilia si produce e raffina petrolio, contribuendo al fabbisogno italiano per circa il 70%.
A tal proposito chiedono una non meglio precisata defiscalizzazione sulla lavorazione e sulla distribuzione del greggio siciliano, una sorta di neo-protezionismo nei confronti del petrolio estratto sull'isola.
La questione si riduce ad una mera pretesa corporativa chiedendo, in pratica, che lo Stato diminuisca o elimini la tassazione globale sul prodotto siculo.
Nessun ragionamento di più ampio respiro, nessun riferimento volto verso una riforma che faccia un sistema fiscale omogeneo e progressivo in tutto il territorio nazionale.Bisogna dire a tal punto, che in barba alla tanto decantata indipendenza siciliana, la Sicilia è l'unica regione italiana a godere della riscossione diretta delle imposte sul reddito, tassa che permette di avere grandi introiti nelle casse della regione. Un grande flusso di denaro che evidentemente, ancora una volta, non viene gestito nel migliore dei modi dalla politica siciliana.

Questione dopo questione quindi, i responsabili dello stato delle cose attuali in Sicilia sono sempre la corruzione, il malaffare e la malavita organizzata.

Una cosa è certa, il movimento dei “forconi” raccoglie sempre con maggior forza, basti fare un giro a Catania e provincia, il sostegno e la solidarietà di organizzazioni politiche di estrema destra, che nei loro simboli e nei loro statuti hanno chiari riferimenti alla xenofobia ed al fascismo, come Forza Nuova.
Giungono voci che i militanti dei “forconi” e di “forza d’urto” abbiano un concetto un po’ distorto del diritto di sciopero. Pare che abbiano perpretrato azioni di squadrismo e minaccia al fine di obbligare chi non aveva intensione di scioperare.
Sicuramente tutto ciò ci lascia molto perplessi circa il nostro giudizio su tali movimenti di protesta.

Sarebbe tuttavia, molto sbagliato non considerare nel nostro ragionamento tutti coloro i quali in buona fede e con passione sono scesi in piazza a gridare il loro malessere e a denunciare la loro condizione, che però si ritrovano ad essere strumentalizzati da un movimento che non ha ancora chiarito i suoi obiettivi politici e di mobilitazione. Troppe domande e troppi interrogativi impediscono il formarsi di unaopinione consolidata sul “movimento dei forconi”, da dove è nato e dove vuole arrivare.
È per questa ragione che bisogna chiedere con forza al più grande sindacato dei lavoratori che è la CGIL di intervenire e prendere in mano la questione indicendo uno sciopero generale serio e concordato di non meno di una settimana che dica a Monti e a tutte le forze reazionarie che l’Italia vuole ripartire, che il sud si rialza e lo fa a partire dalle tematiche sociali e dal lavoro che è un diritto per tutti.

Non è pensabile poter riporre le nostre speranze rivoluzionarie (utilizzo volutamente il termine con la stessa leggerezza con cui ne sentito parlare dai leader dei forconi) inun movimento come questo, che porta dentro di se i germi di quella politica che ha rappresentato e che rappresenta l'ostacolo più grande al progresso e alla riscossa della Sicilia. Non possiamo appiattirci su rivendicazioni che non sono ancora state chiarite e che in ogni caso non appartengono alla nostra cultura e tradizione politica. Non possiamo scendere in piazza a fianco degli organizzatori di questa protesta, amici sino a ieri di quel sistema di potere responsabile maggiore dell’arretratezza sociale ed economica della Sicilia che governa da 60 anni, che noi comunisti denunciamo e combattiamo quotidianamente con le nostre lotte. Dovrà anzi essere nostro compito smascherare la presunta strumentalizzazione che stanno vivendo sulla pelle migliaia di lavoratori onesti, squarciando quel velo di ipocrisia e di oscurità che aleggia attorno a questa protesta.
La lotta, la protesta, la mobilitazione, quella vera e genuina è possibile anche nella nostra isola, storicamente considerata una terra conservatrice e reazionaria. Tocca a noi, sapendo canalizzare ed interpretare il malessere che attraversa tutta l'Italia, da Milano a Palermo, cercare di dare un volto definito alla protesta introducendo contenuti, supporti ed analisi, che fino ad adesso, le sono stati estranei.

Emanuele Pagano
segreteria nazionale FGCI

Vincenzo Rosa
Coordinatore FGCI Catania

venerdì 20 gennaio 2012

Assemblea nazionale FGCI a Napoli

Si è concluso da poco a Napoli (14 e 15 gennaio) l’assemblea nazionale della “Federazione Giovanile Comunisti Italiani”. Un’assemblea molto partecipata e dalla quale sono stati molti gli spunti offerti dai tanti giovani accorsi per discutere sulle difficoltà sociali, economiche e politiche che il nostro paese sta attraversando. La soluzione passa dai giovani, è questa infatti la strada imprescindibile da scegliere per risalire la china e riacquistare la dignità perduta del nostro caro paese.
In tutto questo anche il territorio provinciale Vibo Valentia fa e dice la sua. Ancora una volta infatti il gruppo politico del PdCI di Vibo Valentia, ed in questo caso particolare la federazione giovanile provinciale, si trova ai vertici nazionali. Dopo la nomina di Filippo Benedetti nel Comitato Centrale del PdCI, tocca quindi a Francesco Colelli rappresentare il gruppo FGCI nel territorio nazionale. L’ingresso di Francesco Colelli, giovane dalle grandi potenzialità e su cui molti puntano per il futuro, nel coordinamento nazionale della Federazione Giovanile dei Comunisti Italiani premia l’intero gruppo dei giovani vibonesi che non solo a livello locale, con le loro molteplici iniziative, ma anche a livello nazionale si vedono riconosciuti i loro meriti.
Il congresso ha avuto l’onore della visita del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che ha parlato ai giovani dai quali è guardato con molta ammirazione. Per molti giovani della FGCI infatti De Magistris rappresenta la speranza di una sinistra forte in Italia, una sinistra capace di sfidare i poteri forti a favore dei più deboli, nel rispetto della giustizia sociale e della legalità.
Ha chiuso poi i lavori il segretario nazionale del PdCI, Oliviero Diliberto, che molto sta puntando sui giovani e che non nasconde il sogno un giorno, di consegnare nelle loro mani un unico e forte partito comunista.
Non è un mistero la simpatia del segretario Diliberto verso il gruppo giovanile di Vibo Valentia, a motivo del loro lavoro svolto finora sul territorio. Non mancherà infatti di venire a Vibo Valentia, nel prossimo mese di febbraio, per intraprendere un dibattito con i cittadini Vibonesi con i quali intende intavolare una seria discussione sui temi della crisi e sul futuro dei comunisti.

Coordinamento provinciale Federazione Giovanile Comunisti Italiani

Iniziativa 21 gennaio a Reggio Calabria

Tra pochi giorni cade l’anniversario della fondazione del PCI.
Il 21 gennaio 1921 a Livorno la parte migliore, più combattiva della classe operaia e delle masse popolari del nostro paese, sull’onda della prima rivoluzione socialista della storia, nel clima generale di grandi cambiamenti, con slancio e determinazione dava vita al Partito comunista d’Italia e rompeva con il vecchio riformismo e con il massimalismo.
Oggi ricordare il Pci non è nostalgia, ma un riconoscimento della parte migliore della Storia del nostro paese; la storia del Partito comunista in Italia è, infatti, la storia della Resistenza, delle lotte contadine e operaie, delle lotte studentesche, della lotta alla mafia. E’ la storia di tanti diritti conquistati e di grandi progressi compiuti per l’ermancipazione e il riscatto delle masse popolari..
Questo giorno per noi, che vogliamo riorganizzare e rilanciare una presenza comunista organizzata nel nostro Paese, assume un valore particolare: in quella storia sono presenti insegnamenti fondamentali per l’oggi e per il domani.
La fase che il Paese sta attraversando è tra le più drammatiche, il lavoro ed i saperi sono attaccati duramente ogni giorno e la democrazia vive un restringimento oggettivo.
Il capitalismo vive una crisi di sistema che vuole scaricare sui ceti deboli, sui lavoratori, sui pensionati, sui giovani e sul mezzogiorno.
Il nostro sforzo è dunque riorganizzare la classe lavoratrice, oggi sempre più frantumata, ma che vive con sempre maggiore asprezza lo sfruttamento e ricostruire un punto di vista critico, organico, che possa essere la prospettiva nella lotta di ciascuno.
Per questo nel ricordare il 21gennaio 1921, riproponiamo un impegno e un’iniziativa che vale per l’attualità ma soprattutto per il futuro di questa società.
In questo quadro la Federazione Provinciale del Partito dei Comunisti Italiani di Reggio Calabria promuove una manifestazione  politica che terrà a Reggio Calabria Sabato 21 gennaio con inizio alle ore 17.00 nella Sala "Giuditta Levato" del Consiglio Regionale della Calabria sul tema:
“CULTURA-GIOVANI-MEZZOGIORNO. DALLA CRISI LA NECESSITA’ DI UN RUOLO FORTE E RINNOVATO DEI COMUNISTI E DELLA SINISTRA.”
All'iniziativa politica, che non a caso si terrà nel 91° anniversario della nascita del Partito Comunista Italiano, parteciperanno, tra gli altri, Daniela Labate, coordinatrice provinciale Fgci di Reggio Calabria, Lorenzo Fascì, Segretario Provinciale del PdCI di Reggio Calabria, Pasquino Crupi, Direttore de "La Riviera", Michelangelo Tripodi, segretario regionale e responsabile nazionale dipartimento Mezzogiorno del PdCI.
Le conclusioni dell'iniziativa saranno affidate a Francesco Francescaglia, responsabile nazionale organizzazione del PdCI.
Dopo l'iniziativa,  alle ore 21.00. nei locali del Partito dei Comunisti Italiani di Reggio Calabria (Via Paolo Pellicano, 21/B) si terrà una cena sociale aperta agli iscritti e ai simpatizzanti.

Reggio Calabria, 19 gennaio 2012
                                                                                Partito dei Comunisti Italiani
                                                                     Federazione Provinciale di Reggio Calabria

Caduta del gradimento di Scopelliti

Il Governance Poll 2011,  indagine annuale sul gradimento degli amministratori locali promossa dal Sole 24 ore, rappresenta una brutta tegola per il Presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti.
Infatti, i dati pubblicati sono pesantissimi poiché insieme al suo collega di partito Formigoni è tra i presidenti di regione che perde di più, cioè  il 5 % in meno di gradimento in un solo anno.
E’ un segnale negativo che va ben oltre un semplice campanello di allarme. 
A quasi due anni dalla sua elezione, tutte le promesse  che Scopelliti aveva fatto sono state totalmente disattese in tutti i campi dalla sanità ai trasporti, dal POR Calabria alle infrastrutture, dai rifiuti  all’agricoltura, dai servizi sociali alle politiche del lavoro per i giovani.
I calabresi cominciano a prendere coscienza della dura realtà che fa a pugni con le campagne mediatiche a spese del bilancio regionale con cui Scopelliti tenta di nascondere il suo fallimento  coprendolo con il fumo della propaganda.
E’ la stessa operazione che aveva realizzato con più fortuna nella città di Reggio Calabria.
Ma il modello Reggio tanto declamato si è visto che fine ingloriosa ha fatto, naufragando nel disastro finanziario del comune di Reggio e nel degrado più completo dei servizi e della qualità della vita cittadina.
Evidentemente i calabresi si sono accorti di questa drammatica situazione e cominciano a temere un’esportazione del modello Reggio su base regionale che sarebbe davvero letale per il futuro della Calabria.
E non è certo un caso, quindi, se Scopelliti è il Presidente di Regione che in Italia perde di più.
Ci auguriamo che finita l’ubriacatura scopellitiana, per la Calabria possa davvero aprirsi un cammino nuovo e diverso soprattutto per dare una speranza ed un futuro  ai giovani calabresi.
La caduta verticale del gradimento di Scopelliti (meno 5 %) dimostra che i calabresi hanno intelligenza per comprendere che la regione rischia di andare a sbattere se continua ad essere governata in questo modo così fallimentare da Scopelliti e dal centrodestra al punto da rischiare una vera e propria bancarotta.

Reggio Calabria, 16.1.2012

IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PdCI
MICHELANGELO TRIPODI 

martedì 10 gennaio 2012

Solidarietà al giornalista Lopreiato

Le gravissime minacce ricevute dal giornalista Nicola Lopreiato caposervizio della Gazzetta del Sud di Vibo Valentia, contenute in una lettera inviatagli dal detenuto Leone Soriano, presunto capo ‘ndrangheta di Filandari, rappresentano una nuova sfida e un inequivocabile attacco alla libertà di stampa.
In primo luogo, quindi, a nome mio personale e dei Comunisti Italiani della Calabria, esprimiamo al dott. Lopreiato e alla sua famiglia la piena e incondizionata solidarietà e vicinanza del PdCI per la pesantissima intimidazione subita.
Contestualmente invitiamo il professionista vibonese a proseguire, senza alcun tentennamento, nella sua preziosa quotidiana attività e nel suo “scomodo” lavoro finalizzati ad informare la collettività in un territorio difficile e complicato.
Certamente questa vicenda pone, però, degli enormi interrogativi.
Ha, pertanto, ragione il segretario del Sindacato Giornalisti della Calabria e componente della Giunta Esecutiva Fnsi, dott. Carlo Parisi, nell’evidenziare, pubblicamente, il paradosso costituito dalle azioni di chi vorrebbe imbavagliare la stampa e che, contestualmente, consente ad un detenuto di scrivere e spedire, tranquillamente, dal carcere una lettera di minacce ad un giornalista che svolge il duro mestiere di cronista.
E’, quindi, del tutto evidente che è necessario un intervento per evitare il ripetersi di atti di questa eccezionale gravità.
Il tema della libertà di stampa, diritto costituzionalmente garantito, è attualissimo.
E’, pertanto, indispensabile porre al centro delle emergenze la denuncia contro i tentativi di zittire e imbavagliare la stampa e i tantissimi cronisti che, con grandi rischi e in assoluta solitudine, svolgono un basilare e indispensabile servizio di civiltà e democrazia. 

Michelangelo Tripodi
Segretario regionale PdCI - Calabria

sabato 7 gennaio 2012

Differenziamoci dai nostri amministratori!

L'assessore all'ambiente e al "decoro" urbano Pietro Comito

Lo diciamo da mesi ormai e ci stiamo stancando di urlare al vento che la causa della vergognosa situazione di questa città ha un nome è un cognome: Pietro Comito.
Non è più tollerabile questa situazione di degrado assoluto.
Non possiamo continuare ad assistere impotenti al declino di una città e di un territorio che amiamo.
Così come non sono accettabili le parole vergognose, odiose e allucinanti rilasciate dall’assessore Comito qualche giorno fa a giornali e televisioni dove dichiarava che la colpa, dei sacchi lasciati fuori dai cassonetti, è dei cittadini alludendo a non si sa quale macchinazione oscura e quale sabotaggio verso il suo operato. Ma come è possibile sabotare l’assessore Comito? Ci viene oltremodo difficile pensarlo e per il semplice motivo che “lui” non opera. Non fa nulla a parte minacciare chi vuole una città migliore,aperta e vivibile. Non fa nulla a parte chiudere i polmoni verdi della città a causa della sua incompetenza. Non fa nulla a parte trasformare Vibo Valentia in una discarica a cielo aperto. Questo suo non fare nulla sta riempiendo la città di topi grandi quanto gatti, di branchi di cani randagi aggressivi e portatori di malattie. Tutto è fermo. Tutto è desolatamente degradante. Tutto ciò che continua a non fare può portare solo a gravosi ed enormi problemi igienicosanitari.
Tocca a noi Comunisti cattivoni chiarire le idee all’assessore; se non ne è al corrente vengono svuotati solamente i cassonetti per “contratto” visto che gli operatori non possono caricare la spazzatura eccedente a mano e per questo si servono dei “ragni”. Adesso ci siamo assessore? Ha capito che l’unico che sta compiendo azioni di sabotaggio alla città è lei? Sta macchinando contro la città per quale oscuro motivo? Tutti noi stiamo vedendo in che condizioni siamo ma ci viene il dubbio che lei non sia a Vibo. Possibile che se sta facendo i suoi soliti giri di perlustrazione della città non si accorga di niente? Starà vedendo con i suoi occhi, e odorando con il suo naso, quello che a cui siamo costretti vero? Basta fare un giro stamattina per una strada qualsiasi della città per assistere a uno spettacolo indecoroso e a tratti allucinante e tutto per MERITO suo caro assessore Comito. Invece di pensare a dare la gestione dei polmoni verdi a suo cognato avrebbe fatto meglio ad avviare la differenziata che proprio lei ha bloccato appena insediatosi e portandoci a questo disastro.
Una volta ogni due mesi, più o meno, l’assessore pronuncia la frase “presto partirà la differenziata” ma puntualmente non accade nulla di tutto ciò anzi si va sempre più verso il punto di non ritorno perché avviare la raccolta differenziata produce dei costi e lei e i suoi compari della giunta con a capo D’Agostino avete creato un buco da 10 MILIONI di euro da cui è impossibile uscirne senza farsi male o meglio senza far male alla città.
Se vuole bene a questa città si dimetta, torni a fare quello che faceva prima. Faccia come Scianò si inventi una scusa come la sua e vada a casa, anche perché sappiamo tutti che le dimissioni di Scianò sono dovute al disastro economico finanziario a cui ci ha portati e non di certo a promozioni politiche.
Se vuole bene a questa città ammetta di essere incapace di fare un lavoro tanto gravoso.
Se vuole bene a questa città convinca anche i suoi colleghi a seguirla perché nessuno vi ha ordinato di fare per forza gli amministratori.
Partito dei Comunisti Italiani - Vibo Valentia

mercoledì 4 gennaio 2012

Sostegno del PdCI al Consorzio GOEL

Il vile attentato, di chiaro stampo mafioso, contro il consorzio sociale Goel, guidato dal coraggioso Vincenzo Linarello, rappresenta un colpo durissimo inferto contro tutti i  calabresi onesti.
L'ordigno fatto esplodere davanti all'ingresso del ristorante "La Grotta", gestito da un gruppo di migranti nell'ambito di un pregevole progetto di inserimento lavorativo per gli immigrati rifugiati politici e realizzato in partnership tra il Consorzio Goel e il Comune di Caulonia, offende le coscienze di tutti i coloro i quali credono nei valori, costituzionalmente garantiti, dell’accoglienza e della solidarietà.
Pertanto, a nome dei Comunisti Italiani della Calabria esprimo la piena e incondizionata solidarietà a Vincenzo Linarello e a tutti gli operatori del consorzio Goel, con particolare attenzione ai lavoratori migranti.
Il Consorzio Goel costituisce un’ encomiabile e lodevole iniziativa finalizzata a realizzare accoglienza e integrazione. Chi ha tramato nell’ìombra contro di esso ha compiuto uno sfregio alla Calabria civile e democratica.
La semplice, quanto doverosa, solidarietà, che viene troppo spesso espressa per episodi simili e che purtroppo non accennano a fermarsi, non basta più.
Le Istituzioni, a partire dalla Regione, devono agire concretamente per manifestare attenzione e sostegno, attraverso fatti concreti e azioni tangibili.
In tal senso, noi Comunisti Italiani auspichiamo che, rapidamente, con il contributo e l’intervento delle Istituzioni si possa procedere a rendere agibile il ristorante “La Grotta”.
Sarebbe davvero  un bel segnale a dimostrazione che c’èancora una Calabria aperta e multietnica, che non si piega davanti alla prepotenza e all’arroganza della ‘ndrangheta e delle cosche mafiose.

Michelangelo Tripodi 
Segretario regionale PdCI - Calabria

martedì 3 gennaio 2012

Il verde pubblico secondo l'amministrazione D'Agostino

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Articolo del Corriere della Calabria sulla gestione del verde pubblico a Vibo Valentia dove tutto è affare di famiglia. Ricordiamo a onor di cronaca che la precedente amministrazione aveva dato in gestione la cura del parco urbano al consorzio di bonifica e quindi senza costi per le casse comunale e per la comunità.
Loro invece sono diversi e lo dimostrano!

mercoledì 28 dicembre 2011

Dissesto idrogeologico a Vibo Valentia

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Articolo di Agostino Pantano, Corriere della Calabria, sul dissesto idrogeologico a Vibo Valentia e sulla nostra iniziativa "Cominciamo da noi...." del 3 dicembre 2011