Contrariamente a quanto affermano alcuni compagni e compagne (che si dichiarano di estrazione ebraica) che, anche in questi giorni, si mantengono “equidistanti” sulla questione palestinese il problema non può essere limitato affatto al concedere semplicemente un po’ di comprensione per il “legame dei palestinesi con la propria terra”. Questa rischia di essere questione di lana caprina mentre a Gaza è in corso una vera proria mattanza contro la popolazione araba di terra di Palestina. Anche le posizioni che ci ripetono che la situazione è “complessa” e va “approfondita” sono formalmente corrette. Ma se ci fermiamo solo a questo si rischia (anche contro la volontà di chi esprime tali posizioni) di trovare alibi per annacqua le nostre coscienze (si spera di “classe”). Siamo comunisti e questo non ce lo possiamo permettere.
Il problema principale oggi è ribadire e trasmettere che - da comunisti (e quindi da antimperialisti) - non c'è NESSUNA equidistanza possibile tra aggressori e aggrediti, tra occupanti e occupati. E questo anche al di là del fatto che ci piaccia più Hamas, l'ANP o il FPLP. Al di là del fatto che "tutti i morti sono morti". E della comprensibile pulsione ad “approfondire” i temi dal punto di vista storico e teorico per “capire”, invece di schierarci sulle “sensazioni” o sugli elementi forniti dalla disinformazione imperialista. Anzi, come contributo al dibattito, allego un’interessante analisi che qualcosa in più ce la dice anche in questo senso. Soprattutto su come cominciare ad interrogarci sul ruolo dell’attuale Autorità Palestinese e non solo del grado di “terrorismo” di Hamas.
Intanto, però, fioccano le bombe sul popolo palestinese e noi dobbiamo chiarirci cosa fare e perchè. Nessuna particolare novità, d'altronde...è sempre stato l’atteggiamento dei comunisti da Marx, a Lenin, a Gramsci, a Ho Chi Minh fino a Guevara. Certo lo è un pò meno oggi dopo le ubriacature non-violente, post-moderne e anti-comuniste che hanno pervaso i principali partiti comunisti esistenti e tracimato nei movimenti (o quantomeno in parte del loro ceto politico).
Ma se l’obiettivo della ripresa del movimento comunista oggi nel nostro paese fosse segnato nel solco della continuità con la linea “bertinottiana” non avrebbero senso critiche e autocritiche sugli sbandamenti recenti, sugli arretramenti, sulla perdita di autonomia, nè su processi di ricomposizione o costituenti comuniste.
Dobbiamo dirlo. La soluzione “due stati per due popoli” è fallita - e sta continuando a fallire - non per l'azione di un presunto “terrorismo islamico” (o per gli effetti di una mitologica spirale tra “guerra e terrorismo”). Sta fallendo, innanzitutto, perchè dei due UNO STATO ESISTE (Israele) e l’altro NO (Palestina). E quello che esiste si è insediato nelle terre arabe con l’avallo delle maggiori potenze post-belliche, dopo anni di pressioni e terrorismo del movimento sionista, e con il suo schieramento economico-militare nel campo imperialista. Su questo non è possibile nessun “scurdámmoce ‘o passato” perchè quel passato recente è gravido di conseguenze sull’oggi.
Le forme della resistenza possibili, quelle migliori e quelle peggiori sono determinate dalle condizioni storiche interne ed esterne. Ma ai palestinesi non è stata mai data la possibilità di difendere i propri diritti al di fuori del quadro imperialista sopra descritto e di accordi che sanciscono la bantustizzazione delle proprie terre e misere risorse. Tra l'altro, accordi questi non solo imposti “con la pistola alla tempia” da Israele, USA e UE, ma anche spesso non rispettati dagli israeliani in primis. Basti vedere i pessimi accordi di Oslo franati sulla spianata delle Moschee nel 2001 con la repressione scatenata da Sharon.
Oggi siamo all’assurdo che gli unici che rivendicano l’attuazione ALMENO (ossia, come base minima) del principio “due stati per due popoli” sono PROPRIO i palestinesi. Non solo l’ANP, ma anche FPLP, Jihad e Hamas che - con prospettive storiche e per tattiche differenti - rivendicano QUANTOMENO l’applicazione in questo senso delle risoluzioni ONU (tutte disattese da Israele) che imporrebbero uno stato palestinese e il ritiro israeliano entro i confini del '67 (quindi riconoscendogli l'80% del territorio sotto occupazione), Gerusalemme divisa tra i due stati, ritorno di parte di profughi, ecc...
Questo dimostra due cose, a mio avviso:
1) L'unica prospettiva storica sensata (al di là delle imprevedibili strade tortuose e sanguinose che questa prenderà) è quella dello stato unico laico e multiconfessionale (quindi non "ripulito" etnicamente e senza "gettare a mare" né un ebreo né un musulmano) e la prospettiva – di fatto razzista – di “due stati per due popoli” è solo uno specchietto per le allodole per non far nascere l'unico dei due che non esiste (quello paestinese).
2) Gli accordi internazionali sono SOLO registrazione diplomatica dei rapporti di forza e quindi senza la RESISTENZA quello che si ottiene sarebbe ancora peggiore in questo contesto assai sfavorevole. Ossia, sarebbe l’annientamento della causa palestinese e la sua cancellazione dall’agenda politica. A meno che non si creda che sia il consesso internazionale delle potenze imperialiste a “regalare” quello che decenni di accordi al ribasso (tutti siglati SOLO quando c'è stata una forte RESISTENZA) non hanno imposto.
In questo senso l’aggressione a Gaza ha proprio l’obiettivo di ricavare il massimo sfruttando i rapporti di forza attualmente più favorevoli al regime di Tel Aviv grazie alla politica internazionale di frantumazione del fronte palestinese diviso tra “buoni” (l'ANP della Cisgiordania), disposti a concedere la propria indipendenza in cambio di un Bantustan, e “cattivi” (Hamas a Gaza e non solo) che si oppongono a questo tentativo.
Da comunisti dovremmo sapere che solo un connubio di effetti provocati da crisi internazionale, resistenza e crisi interna alla società israeliana faranno fare dei passi in avanti al riconoscimento dei sacrosanti diritti negati in quell'area (unica precondizione per una vera PACE). E se non da comunisti, almeno da “italiani” questo dovremmo saperlo bene visti gli esiti delle guerre (soprattutto la seconda).
E allora ognuno faccia la sua parte. Noi dobbiamo sostenere la resistenza del popolo palestinese, senza necessariamente sposarci questo o quel filone politico, ma anche senza NESSUNA equidistanza sulla contraddizione principale tra occupanti e occupati. Per fare questo bisogna essere in piazza anche contro qualsiasi sostegno alle missioni militari e agli accordi politici ed economici - che sostengono Italia ed i paesi imperialisti occidentali - con il paese occupante.
I cittadini israeliani con posizioni progressiste (ebrei e non) faranno la loro nelle terre dove abitano e i palestinesi sembra che siano già purtroppo abituati a farlo.
Qualsiasi persona intellettualmente onesta sosterrebbe la correttezza di questa posizione e chiunque potrebbe capire che - tra questi tre punti di resistenza – non è certo quello palestinese quello più arretrato.
Se invece di sostenere queste posizioni (che sembrerebbero l’ABC), applichiamo invece dei principi differenti (religiosi o filosofici che siano) e al contrario di quanto fatto nel passato con le resistenze dei popoli (dal Sud-Africa al Vietnam)... allora non si capisce proprio cose c’entriamo noi con comunismo, anticapitalismo, antimperialismo, ecc...Il nostro ruolo di “alternativa di società e non di governo” è del tutto inutile...abbiamo già orde di intellettuali liberali che giocano un ruolo in questo senso.
Comunque, anche su un terreno di visione “non comunista”, a ben vedere, ci sono fior fiore di posizioni oneste e di “buon senso” persino nel mondo della cultura ebraica o limitrofe (non comuniste e talvolta persino apertamente anticomuniste). Bisogna vedere se uno è interessato a cercarle e sostenerle coraggiosamente, almeno da questo punto di vista. O se codardamente ci si rifugia nell’equidistanza, contrariamente agli insegnamenti gramsciani sulla necessità storica della “partigianeria”.
Qualcuno, in questi giorni, citava correttamente le importanti prese di posizione degli “Ebrei contro l’occupazione”, di Illan Pappe o Joseph Halevi. Ma potrebbe essere utile citare anche uno dei più insigni giudaisti israeliani del ‘900, Yeshayahu Leibowitz, che accusò Sharon ed il sionismo di fine ‘900 di “nazismo” dopo Sabra e Chatila e dopo la legge della metà degli anni ‘80 che legalizzava, di fatto, le torture contro i palestinesi (sotto forma di “pressioni consentite”).
Potremmo persino rileggere le posizioni di Hannah Arendt contro la visione sionista (anche nel filone cosiddetto “socialista”) dell’occupazione o dei rabbini contro lo Stato d’Israele che considerano una bestemmia imporre in terra il “regno dei cieli” e, per giunta, “manu militari” con un bagno di sangue. Certo in uno stato teocratico e militarizzato, come quello israeliano, il livello di consenso interno è per lunghi tratti altissimo, ma negli anni più aumenta l’aggressività verso i palestinesi – in un clima di forte crisi economica interna ed internazionale – e più aumentano anche le voci “fuori dal coro”.
Esempi di tali posizioni pubbliche ce ne sono a bizeffe (alcune condivisibili, altre meno), così come di motivazioni per essere contro l’occupazione e la repressione israeliana, non equidistanti ma al fianco del diritto del popolo palestinese a resistere e a lottare per un proprio stato indipendente. Basta volerle realmente trovare. Da “sinceri democratici”, come si diceva una volta.
Ne prendiamo alcune dal mucchio sperando che poche righe stimolino a collegare la propria coscienza di classe con il proprio cervello e non solo con il proprio credo religioso:
«Ariel Sharon, mi sono deciso a rivolgermi pubblicamente a lei, capo del governo d’Israele, perché sono arrivato alla conclusione che bisogna dire alto e forte che la po¬litica di ritorsione perseguita da Israele è giunta a un punto estremo di assurdità. Non si tratta nemmeno più di una politica – che implica un pensiero e un obiettivo riconosciuto come possibile – ma di una zuffa tragica in cui, disgraziatamente, tutti i nostri valori morali stanno sprofondando. (...) Noi, che abbiamo imparato attraverso il dolore e la sofferenza a sopravvivere contro la forza brutale, come potremmo aver dimenticato che un popolo non si inchina mai senza essersi prima battuto? Lei, che si richiama così fortemente alla tradizione ebrea, ricordi le parole dei nostri profeti: "Non è la forza che fa il vincitore", diceva Samuele, mentre alcuni secoli più tardi Zac¬ca¬ria proclamava: "Né con la forza né con l’esercito ma con lo spirito...". (...) Desidero riaffermare ad alta voce, alla vigilia della sua elezione: il primo passo da fare, che è anche una necessità storica ma è anche, indubbiamente, un imperativo morale, è di riconoscere ai palestinesi la libertà di proclamare il loro stato. Bisogna persino spingersi più avanti e reclamare per Israele il privilegio di essere il primo Stato a rico¬noscere la legittimità di questo Stato palestinese. Uno Stato col quale Israele deve spartire la terra comune.» (Thèo Klein, avvocato, presidente onorario del Consiglio delle istituzioni ebree in Francia, Ariel Sharon et l’honneur d’Israel)
«Diciamo senza rigiri, la questione del sionismo è superata. Eppure, la sistematica amalgama tra antisionismo e antisemitismo è diventata la nuova arma di intimi¬da¬zio¬ne degli "amici di Israele". Le accuse che le istituzioni ebree di Francia lanciano con¬tro i media francesi, la violenza passionale delle reazioni e l’obbrobrio gettato su qualsiasi atteggiamento critico nei confronti di Israele sono testimonianze della con¬fu¬sione e della sovraeccitazione degli spiriti. Confondendo nonsionismo con anti¬se¬mi¬tismo, queste reazioni si sono moltiplicate da quando le guerra coloniale in Palestina-Israele ha raddoppiato di violenza. Così, le istituzioni ebree in Francia fan¬no oggi pesare un pericolo sugli ebrei e sul giudaismo e più particolarmente sulla co¬abitazione tra francesi ebrei e musulmani nella Repubblica.»
«Nelle sinagoghe e nei centri comunitari ebrei, la bandiera israeliana e la raccolta di denaro a favore di Israele tendono a sostituire i simboli religiosi tradizionali. (...) E’ co¬sì che si opera uno spostamento dal campo politico a quello religioso. In questa confusione, identificati come istituzioni di sostegno a Israele, sinagoghe e centri co¬mu¬nitari divengono bersagli per attacchi criminali, che ovviamente vanno puniti in quanto tali. Ma, qualificando di antisemitiche le posizioni non sioniste e critiche nei confronti della politica israeliana e confondendo una posizione politica con un’o¬pi¬nio¬ne razzista, le istituzioni ebree fanno gli apprendisti stregoni e divengono esse stes¬se dei vettori di violenza. Per l’ebreo praticante, il giudaismo non è un problema. In¬vece, per degli ebrei laici, presi tra universalismo e contrazione identitaria, il sionismo è divenuto una religione sostitutiva. Yeshayahu Leibowitz, filosofo israeliano, reli¬gio¬so e sionista, diceva di questi ebrei in cerca di identità: "Per la maggior parte degli ebrei che si dichiarano tali, il giudaismo è soltanto un pezzo di chiffon blu e bianco issato su un’asta, nonché le azioni militari che l’esercito compie a loro nome con que¬sto simbolo. L’eroismo in combattimento e la dominazione, ecco il loro giudai¬smo".» (Eyal Silvan, cineasta israeliano, La perciolosa confusione degli ebrei di Francia)
«Essere ebrei è una faccenda terribilmente complicata. Io per esempio mi ritengo ebreo pur non essendo sionista e trovandomi bene tra gli italiani, di cui mi cullo nell’illusione che siano ‘brava gente’ e pur essendo ateo. (...) Perché allora mi ostino a definirmi ebreo? Per la semplice ragione che con minor fortuna sarei finito ad Au¬schwitz. Come afferma Sartre, non è l’ebreo che crea l’antisemitismo, ma l’anti¬se¬mi¬ta che crea l’ebreo. Come si situa nell’attuale costellazione del mondo, in cui c’è rischio che il conflitto del Medio Oriente si trasformi in una deflagrazione definitiva, un siffatto ‘ebreo non ebreo’, per riprendere il titolo dell’ultimo libro di Isaac Deut¬scher? Anzitutto, egli non farebbe finta che il conflitto cominci adesso. Per utilizzare un’immagine dello stesso Deutscher, si è trattato del salto di un individuo malconcio e azzoppato, sopravvissuto ad Auschwitz, sulle spalle di un altro che risiedeva da tempo in quel luogo. Sarebbe stato bello se avesse avuto ragione Max Nordau, con il suo slogan: "Una terra spopolata per un popolo senza terra". Purtroppo, la Palestina non era spopolata.» (Cesare Cases, Ebreo non ebreo)
«Il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebree in Francia (Crif) chiama a manifestare il 7 aprile non soltanto contro gli attacchi ai luoghi di culto, ma anche per "sostenere Israele". (...) Riprendendo la parola d’ordine degli americani contrari alle crociate imperiali, noi rispondiamo: "Non in nostro nome!". (...) Riconosciuto dall’Au¬torità palestinese e da diversi governi arabi, il fatto nazionale israeliano è ormai sta¬bi¬li¬to in modo irreversibile. Ma una pace duratura esige il riconoscimento reciproco dei due popoli e la loro coesistenza fondata su uguali diritti. Gli israeliani han¬no uno sta¬to sovrano, un esercito potente, un territorio; i palestinesi sono da mez¬zo secolo par¬cheggiati in campi, sottoposti a brutalità e a umiliazioni, assediati in un territorio a pelle di leopardo: grande come una regione francese, la Cisgior¬da¬nia è lacerata da stra¬de strategiche, crivellata da oltre 700 check points, irta di colonie. Non c’è sim¬metria tra occupanti e occupati. (...) Era prevedibile che a forza di assimilare il giudaismo alla ragione di Stato israeliana e di presentare le istituzioni ebree come delle ambasciate ufficiose di Israele, gli apprendisti stregoni del Grande Israele finissero per essere presi in parola, anche se questo non rende meno odiosi e inammissibili gli attentati alle sinagoghe e le scuole. Noi condanniamo le aggressioni che puntano contro una comunità in quanto tale e che rendono gli ebrei colletti¬va¬men¬te responsabili delle esazioni commesse dal governo israeliano. Condanniamo ogni deriva antisemita della lotta contro la sua politica, condanniamo per motivi mo¬ra¬li come pure politici gli attentati contro la popolazione civile in Israele. Le azioni contro le colonie e contro l’esercito di occupazione derivano invece da una resi¬sten¬za storicamente legittima e da una difesa di diritti imprescrittibili.» (Sostenere Israele? Non in nostro nome!, dichiarazione firmata da 21 intellettuali ebrei, su «Le Monde»)
«Come uscirne? Nel futuro che si profila, tre soluzioni sembrano logiche. La prima è l’espulsione dei palestinesi da ciò che si chiama Eretz Israel, cioè tutta la Palestina mandataria. Un ministro assassinato di recente preconizzava questa soluzione. Si possono seriamente immaginare quali crimini occorrerebbe compiere per sboccare su questo risultato? Si può credere che il mondo arabo lo ratificherebbe? Che reste¬reb¬be allora dell’universalismo dei profeti di Israele – quello del secondo Isaia, ad e¬sem¬pio – e della speranza del cittadino israeliano di vivere, un giorno, in pace in questa re-gione? L’altra soluzione è il contrario della prima: la partenza degli israeliani verso dei cieli più clementi, gli Stati Uniti o l’Europa. Essa è strettamente impossibile, nell’im¬mediato. Ma in futuro? (...) La terza soluzione è quella della coesistenza, sia che essa assuma la forma di due Stati separati, o quella di una federazione o confede¬ra¬zio¬ne.»
«Due princìpi fondamentali possono ancora, forse, renderla possibile. Il primo è quello dell’eguaglianza civica, ma anche sociale ed economica. Questo principio vale anzitutto per lo spirito che deve reggere ogni negoziato futuro. Vale per i palestinesi cittadini di Israele che, cinquant’anni dopo la creazione dello Stato, sono ancora lontani dal contare. Vale anche per gli israeliani che decidessero di restare in territorio palestinese e che non dovrebbero più esservi incastrati. Il secondo è quello della reciprocità. Ogni rinuncia alla sovranità di una delle parti contraenti deve trova¬re la sua contropartita presso l’altra parte. Questo vale per tutti i problemi in dibattito, compreso beninteso quello di Gerusalemme e dei rifugiati. (...) Noi speriamo, contro ogni speranza..» (Elias Sanbar, redattore della «Revue d’Etudes Palestiniennes», Pierre Vidal-Naquet, storico, Is¬raël - Palestine: contre toute espoir)
«Limor Livnat è legata alla storia della "lunga durata"; essa colloca l’inizio nel XII secolo prima della nostra era e la fine a metà del secondo millenario. L’attore prin¬ci¬pa¬le è un "popolo-razza" che era riuscito a conquistarsi un territorio all’inizio stesso del¬la storia, ma che, come accadde agli spagnoli dell’VIII secolo, aveva visto la sua ter¬ra occupata da quei cattivi degli arabi. Però, così come gli spagnoli espulsero gli arabi dopo otto secoli di presenza, gli ebrei riuscirono anch’essi a riappropriarsi della propria terra dopo mille e duecento lunghi anni. (...) Io faccio parte di quegli israeliani che hanno smesso di rivendicare per se stessi dei diritti storici immaginari; se, in effetti, per organizzare il mondo s’invocano delle frontiere o dei diritti che risal¬go¬no a duemila anni fa noi finiremo per trasformare il mondo in un immenso asilo psi¬chiatrico. Allo stesso modo, se continuiamo a educare i nostri figli israeliani in base a una memoria nazionale contraffatta sino a questo punto non arriveremo mai a un compromesso storico duraturo.»
«Nel 1993 Itzhak Rabin ha iniziato l’evacuazione dei territori occupati. La bandiera pa¬le¬stinese ha sventolato su Jenin e Ramallah. Perà, parallelamente a questo pro¬cesso politico, la maggior parte degli storici israeliani non ha avviato l’opera di smi¬namento della mitologia che ha indotto molti israeliani a credere che quei territori siano parte integrante della patria indivisibile. Con la riproduzione di queste men¬zo¬gne storiche, gli storici hanno anch’essi assunto la loro parte nel degrado attuale. I po¬litici di destra e di sinistra come la signora Livnat o il signor Barak, che hanno si¬ste¬maticamente perseguito una politica di colonizzazione nei territori occupati, per¬pe¬tuano l’impresa di costruzione della storia. Anche i palestinesi dovrebbero assorbire la ragione dolorosa secondo cui non si ripara a un’ingiustizia storica con una nuova ingiustizia. Benché questo per loro sia difficile bisogna dirlo: la proclamazione del di¬rit¬to al ritorno dei rifugiati nei territori di prima del 1948 equivale di fatto a un rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele. Beninteso, gli israeliani debbono evacuare tutti i ter¬ri¬tori conquistati nel 1967, compresa la parte araba di Gerusalemme, mentre i diri-gen¬ti palestinesi debbono formulare un progetto di compromesso perché si tratta delle tragiche conseguenze del 1948 e non di continuare a nutrire le illusioni dei loro com¬patrioti.» (Shlomo Sand, docente di storia all’università di Tel Aviv, Israele: la nostra parte di menzogne)
«La comparsa dei 52 ufficiali e soldati che qualche settimana fa hanno firmato una lettera per affermare che non serviranno più nell’esercito che lotta per le colonie e l’occupazione, è un fenomeno nuovo. Dalla pubblicazione di questa lettera (oggi firmata da 250 riservisti, e con molte altre adesioni) non è passato giorno senza una discussione pubblica. Come ha ben spiegato un giovane religioso che mesi fa ha preferito la prigione: "Io sono stato laggiù, so cosa significa trattare esseri umani come fossero cani, deumanizzarli, privarli di ogni diritto. Posso capire il loro odio, i loro attacchi. Non sopporto di farlo, lo devo ai miei figli. Cosa dovrei rispondergli quando mi domanderanno se anch’io c’ero? E se il mio rabbino mi condanna, preferisco comunque non commettere gli atti terribili che sono il risultato della repressione".» (Zvi Schuldiner, Un terremoto politico in Israele)
«L’occupazione, che dura da una generazione e che pesa sulla vita di oltre 3,5 milioni di palestinesi, è il motivo che ha spinto me e centinaia di altri obiettori nelle forze armate, nonché decine di migliaia di cittadini israeliani, a opporci alla politica e all’azione del nostro governo in Cisgiordania e Gaza. Il mio impegno ai valori democratici mi ha spinto ad agire contro l’occupazione – a firmare petizioni, scrivere annunci, prender parte a manifestazioni e veglie. Ma questi atti di opposizione non mi assolvono dal fare una scelta morale quanto a partecipare all’occupazione come ufficiale e ad ordinare a altri di fare altrettanto. Perciò, mentre continuo a servire nelle forze di difesa, io selettivamente rifiuto degli ordini militari se questi richiedono la mia presenza nei territori oltre i confini israeliani del 1967. (….) Io e gli altri che serviamo nelle forze di difesa non possiamo, con la nostra azione, cambiare la politica del governo o rendere più probabili dei negoziati di pace. Ma possiamo mostrare ai nostri concittadini che l’occupazione dei territori non è soltanto una questione politica o strategica. E’ anche una questione morale.» (Ishai Menuchin, maggiore della riserva e presidente di Yesh Gvul, il movimento dei militari israeliani per una rifiuto selettivo)
E se lo dicono forte loro, personaggi non certo tacciabili di antisemitismo e spesso persino convinti sostenitori dell’esistenza dello stato di Israele, perchè non dovrebbero dirlo i comunisti ed i sinceri democratici nel nostro paese?
Dalla parte della lotta del popolo palestinese...sempre!
Andrea
mercoledì 7 gennaio 2009
Dalla parte dei palestinesi contro l'aggressione militare di Israele
In questi giorni ore il Governo israeliano, con l’appoggio degli USA e la connivenza dell’Europa e dell'Italia, ha ucciso oltre 400 palestinesi, in gran parte civili.
Gli obiettivi militari sono in realtà scuole, ospedali e strade. Questi attacchi mirano ormai alla annessione dei territori palestinesi.
Da mesi Israele stava preparando una offensiva contro la striscia di Gaza (anche per vergognose esigenze elettorali interne legate alle imminenti elezioni politiche) per imporre un Governo disposto ad accettare tutte le imposizioni Israeliane.
I campi profughi palestinesi sono come i bantustan dell'apartheid, lo scrivono le organizzazioni umanitarie che denunciano la distruzione delle ultime scuole, delle rare centrali idriche ed elettriche ancora in funzione, le condizioni di assoluta miseria in cui vive la popolazione palestinese affamata dal blocco economico imposto dagli Usa e da Israele.
Il governo Italiano è complice del terrorismo di Israele con cui fa affari, militari e non. Dopo l'aggressione al Libano, prosegue la politica di Israele coperta all'ONU dai veti USA, una politica che mira apertamente alla distruzione delle istanze palestinesi negando il diritto a questo popolo di un proprio stato autonomo e indipendente. Per questo esprimiamo netta condanna della politica dell'unione Europea sempre più subalterna agli Usa, condanna del governo Berlusconi connivente della uccisione di tanti civili e della politica israeliana che ha portato solo guerra, fame, morte e distruzioni in Medio Oriente.
Per questo la Confederazione Cobas, insieme ad altre forze sindacali, politiche e varie associazioni, promuove le iniziative che si terranno il giorno 3 Gennaio in varie città Italiane a sostegno del popolo palestinese, perché Israele cessi i bombardamenti contro Gaza e ponga fine all'embargo che miete ogni giorno decine di vittime tra la popolazione palestinese.
Il massacro di bambini, donne, uomini palestinesi deve cessare immediatamente: denunciamo l'inerzia del Governo italiano, che avalla le operazioni militari israeliane, mentre chiediamo che tutti i cittadini, le forze politiche democratiche, il Parlamento, le Istituzioni intervengano e premano il Governo israeliano per far cessare i bombardamenti e impedire l'annunciato attacco di terra a Gaza, che provocherebbe migliaia di vittime annunciate tra civili inermi, oltre ai morti militari e miliziani palestinesi.
Chiediamo la fine degli accordi militari tra Italia e Israele ed il ritiro immediato delle truppe italiane dal sud del Libano, che forniscono una copertura oggettiva alle operazioni militari di Israele.
Chiediamo la revoca di ogni trattato tra Italia e Israele per costruire anche nella nostra città una mobilitazione a fianco del popolo palestinese.
Occorre fermare il massacro del popolo palestinese, subito!
Confederazione Cobas Pisa
Gli obiettivi militari sono in realtà scuole, ospedali e strade. Questi attacchi mirano ormai alla annessione dei territori palestinesi.
Da mesi Israele stava preparando una offensiva contro la striscia di Gaza (anche per vergognose esigenze elettorali interne legate alle imminenti elezioni politiche) per imporre un Governo disposto ad accettare tutte le imposizioni Israeliane.
I campi profughi palestinesi sono come i bantustan dell'apartheid, lo scrivono le organizzazioni umanitarie che denunciano la distruzione delle ultime scuole, delle rare centrali idriche ed elettriche ancora in funzione, le condizioni di assoluta miseria in cui vive la popolazione palestinese affamata dal blocco economico imposto dagli Usa e da Israele.
Il governo Italiano è complice del terrorismo di Israele con cui fa affari, militari e non. Dopo l'aggressione al Libano, prosegue la politica di Israele coperta all'ONU dai veti USA, una politica che mira apertamente alla distruzione delle istanze palestinesi negando il diritto a questo popolo di un proprio stato autonomo e indipendente. Per questo esprimiamo netta condanna della politica dell'unione Europea sempre più subalterna agli Usa, condanna del governo Berlusconi connivente della uccisione di tanti civili e della politica israeliana che ha portato solo guerra, fame, morte e distruzioni in Medio Oriente.
Per questo la Confederazione Cobas, insieme ad altre forze sindacali, politiche e varie associazioni, promuove le iniziative che si terranno il giorno 3 Gennaio in varie città Italiane a sostegno del popolo palestinese, perché Israele cessi i bombardamenti contro Gaza e ponga fine all'embargo che miete ogni giorno decine di vittime tra la popolazione palestinese.
Il massacro di bambini, donne, uomini palestinesi deve cessare immediatamente: denunciamo l'inerzia del Governo italiano, che avalla le operazioni militari israeliane, mentre chiediamo che tutti i cittadini, le forze politiche democratiche, il Parlamento, le Istituzioni intervengano e premano il Governo israeliano per far cessare i bombardamenti e impedire l'annunciato attacco di terra a Gaza, che provocherebbe migliaia di vittime annunciate tra civili inermi, oltre ai morti militari e miliziani palestinesi.
Chiediamo la fine degli accordi militari tra Italia e Israele ed il ritiro immediato delle truppe italiane dal sud del Libano, che forniscono una copertura oggettiva alle operazioni militari di Israele.
Chiediamo la revoca di ogni trattato tra Italia e Israele per costruire anche nella nostra città una mobilitazione a fianco del popolo palestinese.
Occorre fermare il massacro del popolo palestinese, subito!
Confederazione Cobas Pisa
FERMIAMO LA STRAGE DELL'ESERCITO SIONISTA TRIBUNALE INTERNAZIONALE CONTRO I CRIMINI DI GUERRA DEL GOVERNO ISRAELIANO
Dopo 60 anni di pulizia etnica e deportazioni, i Palestinesi rapinati delle loro case, della loro terra, della loro acqua, vengono oggi massacrati senza pietà, non solo soldati, ma donne, vecchi e bambini, dall'esercito sionista.
*CASA ROSSA* aderisce alla Manifestazione per fermare l'operazione dell'esercito sionista, PIOMBO FUSO.
Il quadro di una situazione di genocidio in un articolo di Patrizia Viglino
Cadaveri distesi per terra a mucchi, corpi dilaniati, volti esangui, le preghiere dei feriti in fin di vita. Bambini col cranio scoperchiato, grida di terrore, donne e uomini coperti di polvere, estratti dalle macerie degli edifici distrutti e tutto intorno quello che resta di vite umane spese nella sofferenza, nell'assedio, nella fame, nel sogno di vita e libertà che si trasforma in un fiume di sangue. Ospedali al collasso, privi di medicinali e di mezzi, corsie piene di cadaveri che giacciono fianco a fianco con i feriti, con i bambini che chiamano le madri sotto il flash delle macchine fotografiche.
Sanguina la Striscia di Gaza, sanguina e geme da tre lunghi giorni di furia omicida, aggredita da un esercito di sanguinari, sottoposta ad una pioggia di bombe che dal cielo e dal mare si abbatte sulla comunità di palestinesi rinchiusi nel più grande campo di concentramento del Mondo.
Ai confini del Gaza-Campo, soldati israeliani che si preparano all'invasione di terra, truppe che cantano e ballano, che esultano per gli oltre 350 morti palestinesi. Quale orrore maggiore ci stiamo preparando a guardare attraverso lo schermo delle televisioni nelle prossime ore? Quale raziocinante retorica saremo pronti ancora a digerire?
E intanto sentiamo ripetere l'odioso mantra dei carnefici del popolo palestinese, dal ministro israeliano della difesa Barak a quello degli esteri Livni, che in clima di campagna elettorale dicono di non voler fermare questa macchina da guerra chiamata "Israele" fintanto che Gaza non sia riportata indietro di dieci anni, fintanto che non rimarrà in piedi un solo edificio di Hamas, fintanto che non verrà annientato l'eterno nemico che oggi si chiama Hamas, come ieri si chiamava al-Fatah, come in passato si è chiamato OLP e come da sempre si chiama Popolo Palestinese.
Un'ombra sta scendendo sul mondo intero, sui giornalisti che se pur impressionati per la carneficina in corso non possono fare a meno di ripetere che Israele è in guerra con Hamas e che "una pioggia di razzi Qassam" ha colpito il sud di Israele.
Un'ombra si è già allungata sui governi occidentali, deboli pedine dello scacchiere della guerra totale che la potenza statunitense ha coltivato e accudito dagli anni Novanta ad oggi. Non è difficile comprenderlo. Il neo-eletto Barak Obama non ha fatto altro che seguire la linea di Bush in materia di politica mediorientale. Se qualche illuso ha creduto che essere un afro-americano significasse essere sensibile ai temi della pace si è sbagliato di grosso. Le dichiarazioni di Obama su questa strage degli inermi sono perfettamente in linea con la condotta dell'amministrazione Bush che dopo due giorni di guerra totale a Gaza ha ribadito che con Hamas, con i "terroristi" non si tratta. Come sempre e prima di tutto vengono gli interessi di Israele e per questo Israele ha qualunque diritto sul popolo palestinese, anche il diritto di vita e di morte, di imporre prigionia, fame, freddo, oscurantismo, disperazione.
Ogni opzione è aperta su Gaza, ogni soluzione è buona per annientare questo popolo che ha commesso il grande crimine di esistere.
3 miliardi di dollari americani all'anno in finanziamenti alla macchina da guerra israeliana che per dieci anni hanno attrezzato i criminali di guerra, stiamo certi continueranno anche nel 2009.
*CASA ROSSA* aderisce alla Manifestazione per fermare l'operazione dell'esercito sionista, PIOMBO FUSO.
Il quadro di una situazione di genocidio in un articolo di Patrizia Viglino
Cadaveri distesi per terra a mucchi, corpi dilaniati, volti esangui, le preghiere dei feriti in fin di vita. Bambini col cranio scoperchiato, grida di terrore, donne e uomini coperti di polvere, estratti dalle macerie degli edifici distrutti e tutto intorno quello che resta di vite umane spese nella sofferenza, nell'assedio, nella fame, nel sogno di vita e libertà che si trasforma in un fiume di sangue. Ospedali al collasso, privi di medicinali e di mezzi, corsie piene di cadaveri che giacciono fianco a fianco con i feriti, con i bambini che chiamano le madri sotto il flash delle macchine fotografiche.
Sanguina la Striscia di Gaza, sanguina e geme da tre lunghi giorni di furia omicida, aggredita da un esercito di sanguinari, sottoposta ad una pioggia di bombe che dal cielo e dal mare si abbatte sulla comunità di palestinesi rinchiusi nel più grande campo di concentramento del Mondo.
Ai confini del Gaza-Campo, soldati israeliani che si preparano all'invasione di terra, truppe che cantano e ballano, che esultano per gli oltre 350 morti palestinesi. Quale orrore maggiore ci stiamo preparando a guardare attraverso lo schermo delle televisioni nelle prossime ore? Quale raziocinante retorica saremo pronti ancora a digerire?
E intanto sentiamo ripetere l'odioso mantra dei carnefici del popolo palestinese, dal ministro israeliano della difesa Barak a quello degli esteri Livni, che in clima di campagna elettorale dicono di non voler fermare questa macchina da guerra chiamata "Israele" fintanto che Gaza non sia riportata indietro di dieci anni, fintanto che non rimarrà in piedi un solo edificio di Hamas, fintanto che non verrà annientato l'eterno nemico che oggi si chiama Hamas, come ieri si chiamava al-Fatah, come in passato si è chiamato OLP e come da sempre si chiama Popolo Palestinese.
Un'ombra sta scendendo sul mondo intero, sui giornalisti che se pur impressionati per la carneficina in corso non possono fare a meno di ripetere che Israele è in guerra con Hamas e che "una pioggia di razzi Qassam" ha colpito il sud di Israele.
Un'ombra si è già allungata sui governi occidentali, deboli pedine dello scacchiere della guerra totale che la potenza statunitense ha coltivato e accudito dagli anni Novanta ad oggi. Non è difficile comprenderlo. Il neo-eletto Barak Obama non ha fatto altro che seguire la linea di Bush in materia di politica mediorientale. Se qualche illuso ha creduto che essere un afro-americano significasse essere sensibile ai temi della pace si è sbagliato di grosso. Le dichiarazioni di Obama su questa strage degli inermi sono perfettamente in linea con la condotta dell'amministrazione Bush che dopo due giorni di guerra totale a Gaza ha ribadito che con Hamas, con i "terroristi" non si tratta. Come sempre e prima di tutto vengono gli interessi di Israele e per questo Israele ha qualunque diritto sul popolo palestinese, anche il diritto di vita e di morte, di imporre prigionia, fame, freddo, oscurantismo, disperazione.
Ogni opzione è aperta su Gaza, ogni soluzione è buona per annientare questo popolo che ha commesso il grande crimine di esistere.
3 miliardi di dollari americani all'anno in finanziamenti alla macchina da guerra israeliana che per dieci anni hanno attrezzato i criminali di guerra, stiamo certi continueranno anche nel 2009.
PALESTINA: DIVIDI ET IMPERA!
Gli israeliani colpiscono senza pietà bambini, donne, civili palestinesi a Gaza in nome della propria sicurezza
L’aggressione di Israele alla popolazione civile di Gaza è il nuovo capitolo di una guerra di sterminio di massa che l’imperialismo sionista, con la complicità statunitense e l’avallo europeo ed italiano, sta portando avanti contro il popolo palestinese.
Soffiando sul fuoco delle divisioni interne alle organizzazioni palestinesi, la strategia israeliana ha teso in questi ultimi anni a colpire le formazioni del fondamentalismo politico-religioso: dopo la vittoria di Hamas alle elezioni successive alla morte di Arafat, lo scontro tra Abu Mazen e Hamas è diventato esplosivo, tanto da aver provocato la divisione tra territori amministrati dall’OLP (i territori occupati militarmente da Israele e ridotti a riserve frammentate in Cisgiordania) e quelli di Gaza controllati da Hamas. La guerra santa lanciata da Israele contro Hetzbollah in Libano nell’estate di due anni fa e l’embargo contro Gaza per colpire Hamas hanno provocato catastrofi umanitarie sia nel sud del Libano che a Gaza. I bombardamenti di questi giorni e l’imminente attacco di terra contro Gaza sono l’inevitabile approdo della strategia israeliana.
L’obiettivo è la distruzione dei palestinesi come popolo, a cui è stata prima estirpata la terra (il 2008 sono 40 anni dalla Nakba, la catastrofe del 1948, anno della fondazione di Israele sulle terre da cui furono cacciati i palestinesi); poi occupate militarmente dall’esercito israeliano nel 1967 le terre assegnate dall’ONU in Cisgiordania; ancora nuovamente ridotte con il processo di colonizzazione avviato negli anni ’90, che ha portato alla frammentazione territoriale e la segregazione del Muro della Vergogna in Cisgiordania; infine, la divisione politica e territoriale dei palestinesi, che giocando sulla contrapposizione tra “buoni” (seguaci del Presidente Abu Mazen) e “cattivi” fondamentalisti di Hamas ha consentito agli israeliani di attaccare i palestinesi di Gaza con la giustificazione di “difendere la propria sicurezza” dai “micidiali” attacchi dei missili Kassam.
Risultato: al momento gli israeliani uccisi si contano sulle dita di una mano, mentre i palestinesi di Gaza massacrati sono oltre 400. Se partirà, come sembra quasi certo, l’offensiva di terra, le vittime civili saranno migliaia, oltre ai morti tra militari e miliziani palestinesi.
La strategia di Israele consiste nel rendere impossibile la costituzione anche solamente di un simulacro di Stato palestinese, e soprattutto di uno Stato autonomo economicamente e indipendente politicamente: a tale scopo devono eliminare Hamas e “punire” collettivamente i palestinesi che sostengono il movimento politico-religioso, il cui integralismo è frutto della devastazione di anni e anni di massacri, embarghi, umiliazioni e sottomissioni del popolo palestinese all’imperialismo sionista dello Stato di Israele, presidio fondamentale dell’imperialismo USA in Medio Oriente, su cui si fondano tutte le operazioni militari in Iraq e Afghanistan.
CHIEDIAMO:
- L’IMMEDIATO CESSATE IL FUOCO SU GAZA;
- LA FINE DELL’EMBARGO ECONOMICO E POLITICO DEL POPOLO PALESTINESE;
- LA DISTRUZIONE DEL MURO DELLA VERGOGNA;
- LA RESTITUZIONE DEI TERRITORI DELLA CISGIORDANIA OCCUPATI DAL 1967;
- LA FINE DEGLI ACCORDI MILITARI TRA ITALIA E ISRAELE;
- IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DAL LIBANO, FUNZIONALI ALLE OPERAZIONI MILITARI ISRAELIANE.
ASSOCIAZIONE PIANETA FUTURO
per la COSTITUENTE COMUNISTA
L’aggressione di Israele alla popolazione civile di Gaza è il nuovo capitolo di una guerra di sterminio di massa che l’imperialismo sionista, con la complicità statunitense e l’avallo europeo ed italiano, sta portando avanti contro il popolo palestinese.
Soffiando sul fuoco delle divisioni interne alle organizzazioni palestinesi, la strategia israeliana ha teso in questi ultimi anni a colpire le formazioni del fondamentalismo politico-religioso: dopo la vittoria di Hamas alle elezioni successive alla morte di Arafat, lo scontro tra Abu Mazen e Hamas è diventato esplosivo, tanto da aver provocato la divisione tra territori amministrati dall’OLP (i territori occupati militarmente da Israele e ridotti a riserve frammentate in Cisgiordania) e quelli di Gaza controllati da Hamas. La guerra santa lanciata da Israele contro Hetzbollah in Libano nell’estate di due anni fa e l’embargo contro Gaza per colpire Hamas hanno provocato catastrofi umanitarie sia nel sud del Libano che a Gaza. I bombardamenti di questi giorni e l’imminente attacco di terra contro Gaza sono l’inevitabile approdo della strategia israeliana.
L’obiettivo è la distruzione dei palestinesi come popolo, a cui è stata prima estirpata la terra (il 2008 sono 40 anni dalla Nakba, la catastrofe del 1948, anno della fondazione di Israele sulle terre da cui furono cacciati i palestinesi); poi occupate militarmente dall’esercito israeliano nel 1967 le terre assegnate dall’ONU in Cisgiordania; ancora nuovamente ridotte con il processo di colonizzazione avviato negli anni ’90, che ha portato alla frammentazione territoriale e la segregazione del Muro della Vergogna in Cisgiordania; infine, la divisione politica e territoriale dei palestinesi, che giocando sulla contrapposizione tra “buoni” (seguaci del Presidente Abu Mazen) e “cattivi” fondamentalisti di Hamas ha consentito agli israeliani di attaccare i palestinesi di Gaza con la giustificazione di “difendere la propria sicurezza” dai “micidiali” attacchi dei missili Kassam.
Risultato: al momento gli israeliani uccisi si contano sulle dita di una mano, mentre i palestinesi di Gaza massacrati sono oltre 400. Se partirà, come sembra quasi certo, l’offensiva di terra, le vittime civili saranno migliaia, oltre ai morti tra militari e miliziani palestinesi.
La strategia di Israele consiste nel rendere impossibile la costituzione anche solamente di un simulacro di Stato palestinese, e soprattutto di uno Stato autonomo economicamente e indipendente politicamente: a tale scopo devono eliminare Hamas e “punire” collettivamente i palestinesi che sostengono il movimento politico-religioso, il cui integralismo è frutto della devastazione di anni e anni di massacri, embarghi, umiliazioni e sottomissioni del popolo palestinese all’imperialismo sionista dello Stato di Israele, presidio fondamentale dell’imperialismo USA in Medio Oriente, su cui si fondano tutte le operazioni militari in Iraq e Afghanistan.
CHIEDIAMO:
- L’IMMEDIATO CESSATE IL FUOCO SU GAZA;
- LA FINE DELL’EMBARGO ECONOMICO E POLITICO DEL POPOLO PALESTINESE;
- LA DISTRUZIONE DEL MURO DELLA VERGOGNA;
- LA RESTITUZIONE DEI TERRITORI DELLA CISGIORDANIA OCCUPATI DAL 1967;
- LA FINE DEGLI ACCORDI MILITARI TRA ITALIA E ISRAELE;
- IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DAL LIBANO, FUNZIONALI ALLE OPERAZIONI MILITARI ISRAELIANE.
ASSOCIAZIONE PIANETA FUTURO
per la COSTITUENTE COMUNISTA
Il Massacro di Gaza e l’abbuffata con rutto
Scriviamo queste due righe sul massacro sionista in Palestina mentre Marisa Laurito, sul secondo canale RAI, spiega agli italiani che il pandoro si taglia correttamente soltanto se lo si stende di fianco.
Da poco Claudio Pagliara, il corrispondente del TG1-2 e 3 dalla Striscia di Gaza ed uno dei pochi accreditati dal Governo Olmert a girare indisturbato tra i carri armati di Sion, anche oggi ha utilizzato il suo immenso potere mediatico per ricordare alla società “civile” italiana che l’intervento dell’aviazione israeliana si spiega facilmente con il “diritto all’autodifesa”.
Lo ha pure confermato, in un’intervista di cinque minuti concessa qualche giorno fa allo stesso Pagliara, la Ministra degli Esteri di Sion, Tzipi Livni. Secondo i tecnici del diritto internazionale Pagliara-Livni, spetta perciò all’occupante eletto da Dio esercitare questo Diritto, giammai all’occupato inerme. In un quadro morale prima ancora che politico così desolante, e dove la distorsione informativa sui tragici fatti di Gaza (occupato militarmente nel 1967 da Israele) è così clamorosa, diventa perfino commovente l’interessata dichiarazione del Balcanico Massimo D’Alema (“non bisognerebbe mai dimenticare che Hamas ha vinto le elezioni, certificate dalla comunità internazionale”) che, oggi all’opposizione, non potendo più bombardare per spirito umanitario, semplicemente si lagna.
Di contro, giornali, radio e televisioni non riportano alcun comunicato della frattaglia comunista (Diliberto, Rizzo, Ferrando, Turigliatto e, rigorosamente per la pace, Ferrero): e quasi non si sa bene se questo oscuramento si debba più alla volontà politica del Comitato d’affari che sta in Parlamento di continuare a calpestare, a prescindere, le idee della classe subalterna ovvero alla presa d’atto che queste stesse idee non sono egemoni nel paese.
E’, come sempre, un mescolarsi di entrambi gli interessi. Perché si dovrebbe parlare di ciò che pensano gruppetti e settine comuniste quando esse non trovano nemmeno la forza comune per ricordare, da un unico grande giornale (che non c’è), da un’unica grande radio (che non c’è), da un’unica e grande televisione (per carità, chissà se ci sarà mai), che la “tregua” è stata rotta da Sion il 4 Novembre 2008 con un bombardamento aereo su Gaza (e proprio perché la tregua reggeva)? Perché si dovrebbe rendere noto il pensiero di gruppetti e settine comuniste che non hanno nemmeno la forza di chiedere insieme (sottolineo, insieme) la cacciata di Sansonetti (che il mainstream, invece, sta passando come il martire da difendere, l’agnello da sacrificare ingiustamente) dalla Direzione di Liberazione?
Sansonetti, per anni la principale articolazione giornalistica del vuoto pneumatico politico di Fausto Bertinotti, che non molla e continua a dichiarare, spudoratamente, di non avere ricevuto condizionamenti da nessuno. Soltanto per questa balla andrebbe cacciato immediatamente a pedate!
Che c’entra Gaza con Sansonetti? C’entra. E’ necessario riprendersi Liberazione (tutte/i, non soltanto i compagni che sono rimasti nel PRC) come “voce della classe” così come è necessario ripensare, rinnovare e centralizzare tutto il disarticolato sistema mediatico di informazione comunista nel nostro Paese, rinunciando per sempre alla fastidiosa gara di chi è più comunista dell’altro.
La spensieratezza oltraggiosa con cui le/i tante/i Marisa Laurito di questo paese cialtrone stanno per cuocere o mangiare il cotechino dell’ultimo dell’anno mentre nel recinto di Gaza centinaia di innocenti stanno morendo sotto le incursioni sioniste dipende (anche) dal fatto che le/i comuniste/i italiani, genericamente intesi, prima ancora che in Parlamento, sono fuori dal faticoso lavoro di analisi, comprensione e rappresentazione della società italiana, spendendo invece la gran parte del tempo e delle energie nella costruzione di nicchie di apparato politico parafamilistico per l’esaltazione orgiastica del sé come capobastone.
Francesco Fumarola, 31 Dicembre 2008
Da poco Claudio Pagliara, il corrispondente del TG1-2 e 3 dalla Striscia di Gaza ed uno dei pochi accreditati dal Governo Olmert a girare indisturbato tra i carri armati di Sion, anche oggi ha utilizzato il suo immenso potere mediatico per ricordare alla società “civile” italiana che l’intervento dell’aviazione israeliana si spiega facilmente con il “diritto all’autodifesa”.
Lo ha pure confermato, in un’intervista di cinque minuti concessa qualche giorno fa allo stesso Pagliara, la Ministra degli Esteri di Sion, Tzipi Livni. Secondo i tecnici del diritto internazionale Pagliara-Livni, spetta perciò all’occupante eletto da Dio esercitare questo Diritto, giammai all’occupato inerme. In un quadro morale prima ancora che politico così desolante, e dove la distorsione informativa sui tragici fatti di Gaza (occupato militarmente nel 1967 da Israele) è così clamorosa, diventa perfino commovente l’interessata dichiarazione del Balcanico Massimo D’Alema (“non bisognerebbe mai dimenticare che Hamas ha vinto le elezioni, certificate dalla comunità internazionale”) che, oggi all’opposizione, non potendo più bombardare per spirito umanitario, semplicemente si lagna.
Di contro, giornali, radio e televisioni non riportano alcun comunicato della frattaglia comunista (Diliberto, Rizzo, Ferrando, Turigliatto e, rigorosamente per la pace, Ferrero): e quasi non si sa bene se questo oscuramento si debba più alla volontà politica del Comitato d’affari che sta in Parlamento di continuare a calpestare, a prescindere, le idee della classe subalterna ovvero alla presa d’atto che queste stesse idee non sono egemoni nel paese.
E’, come sempre, un mescolarsi di entrambi gli interessi. Perché si dovrebbe parlare di ciò che pensano gruppetti e settine comuniste quando esse non trovano nemmeno la forza comune per ricordare, da un unico grande giornale (che non c’è), da un’unica grande radio (che non c’è), da un’unica e grande televisione (per carità, chissà se ci sarà mai), che la “tregua” è stata rotta da Sion il 4 Novembre 2008 con un bombardamento aereo su Gaza (e proprio perché la tregua reggeva)? Perché si dovrebbe rendere noto il pensiero di gruppetti e settine comuniste che non hanno nemmeno la forza di chiedere insieme (sottolineo, insieme) la cacciata di Sansonetti (che il mainstream, invece, sta passando come il martire da difendere, l’agnello da sacrificare ingiustamente) dalla Direzione di Liberazione?
Sansonetti, per anni la principale articolazione giornalistica del vuoto pneumatico politico di Fausto Bertinotti, che non molla e continua a dichiarare, spudoratamente, di non avere ricevuto condizionamenti da nessuno. Soltanto per questa balla andrebbe cacciato immediatamente a pedate!
Che c’entra Gaza con Sansonetti? C’entra. E’ necessario riprendersi Liberazione (tutte/i, non soltanto i compagni che sono rimasti nel PRC) come “voce della classe” così come è necessario ripensare, rinnovare e centralizzare tutto il disarticolato sistema mediatico di informazione comunista nel nostro Paese, rinunciando per sempre alla fastidiosa gara di chi è più comunista dell’altro.
La spensieratezza oltraggiosa con cui le/i tante/i Marisa Laurito di questo paese cialtrone stanno per cuocere o mangiare il cotechino dell’ultimo dell’anno mentre nel recinto di Gaza centinaia di innocenti stanno morendo sotto le incursioni sioniste dipende (anche) dal fatto che le/i comuniste/i italiani, genericamente intesi, prima ancora che in Parlamento, sono fuori dal faticoso lavoro di analisi, comprensione e rappresentazione della società italiana, spendendo invece la gran parte del tempo e delle energie nella costruzione di nicchie di apparato politico parafamilistico per l’esaltazione orgiastica del sé come capobastone.
Francesco Fumarola, 31 Dicembre 2008
Regione Basilicata : “Come prima, più di prima …”
E’ inaudito, nessuno poteva immaginarlo ed ancora oggi si stenta a crederlo che la Giunta De Filippo succedesse a se stessa . Non si può dire nemmeno che la montagna ha partorito il topolino, perché questa volta si tratta di pura clonazione .
Lo scandalo petrolio non esiste, non è vero che le fabbriche chiudono e gli assessori avevano solo fatto finta di dimettersi, scherzavano . I giornali hanno fatto un sogno di mezzo inverno, hanno scambiato il loro desiderio di rinnovamento per la realtà, che invece è rimasta perfettamente immutata .
Se la politica industriale ed occupazionale presentava qualche crepa, la colpa era del solo Folino che giustamente è l’unico che non c’è più ed ora ci penserà il Presidente che ha avocato l’incarico ad interim ed avendo la doppia personalità ( De Filippo e Capoluongo ) ha potuto assumere il doppio incarico e farà vedere lui come si fa a far riaprire le fabbriche, senza cambiare politica .
Ne parliamo così perché, a parte le scelte discutibilissime, loro non sono proprio seri e nemmeno il risultato elettorale dell’Abruzzo li ha indotti a qualche riflessione .
Hanno varato una Finanziaria berlusconiana, concedendo qualche elemosina ai meno ambienti, giusto per tentare di farli arrivare vivi al 2010, ma dimenticandosi puntualmente dei braccianti forestali, dei lavoratori della Valbasento, dei cassaintegrati, degli interinali, dei giovani disoccupati, come del C.A.R., della Daramic, della Mahle, della Mister Day, della Standartela, dell’ Indotto di San Nicola ecc. ecc. ma possono vantare il consenso di Rifondazione e dei Comunisti Italiani che per manifestare il loro entusiasmo hanno dichiarato che è una “buona base per ripartire”. Per dove è scontato, verso il disastro occupazionale e della sinistra .
All’indomani dell’indecente voto parlamentare che ha negato gli arresti domiciliari a Salvatò Margiotta, si sono proprio esaltati ed hanno negato che in Basilicata esiste una questione morale ( facendo rigirare Berlinguer nella tomba ) che starebbe solo nella testa di Don Marcello Cozzi e nel fumus persecutorio di Woodkoch che fra poco se ne andrà e li lascerà in pace . E su questo godono anche dell’appoggio dell’ineffabile Lapenna e di tutto il centrodestra a dimostrazione di quanto questo Consiglio Regionale, nella sua interezza, non rappresenti più il popolo lucano .
Per Rifondazione lucana sembra che il Congresso di Chianciano non si sia mai svolto e che la Segreteria Nazionale abbia chiesto esplicitamente che in Basilicata fosse messa in atto la “discontinuità”, alla Simonetti poco importa e per difendere il posto di sottogoverno del fratello si è di nuovo prontamente allineata con De Filippo . Loro non aspettano che Vendola sciolga gli ormeggi, il nuovo partito socialdemocratico se lo sono già fatto insieme a Nardiello, collocandosi a destra di Vincenzo Folino,
che almeno ha dimostrato di avere dignità .
Accettando il ritiro, dopo le scudisciate di Romualdo Coviello, dell’emendamento sulla moratoria dell’attività petrolifera ( che era solo una sortita spiritosa per buttare fumo negli occhi ) la Simonetti e Nardiello hanno dimostrato che il loro vero capogruppo è Erminio Restaino .
Sinistra Democratica aveva chiesto un “nuovo centrosinistra” e visto che siamo di fronte alla riproposizione del vecchio ed indagato centrosinistra, ora ne dovrebbe prendere le distanze ma dubitiamo seriamente che ciò avverrà perché resteranno accucciati buoni, buoni nell’attesa che qualche consigliere di maggioranza passi ad altro incarico affinché il loro coordinatore provinciale possa diventare Consigliere Regionale per qualche mese, realizzando il sogno della sua vita .
Noi riteniamo che per i comunisti è tempo di opposizione, nelle istituzioni e nelle piazze per dare forza e direzione politica al conflitto sociale che non può più ammettere ambiguità e finti appoggi a mezzo stampa da parte di chi si è schierato nuovamente con De Filippo .
Debole ci appare il dissenso interno a Rifondazione, che crediamo esista e debba farsi sentire con forza se non si ferma alla sola ex deputata Angela Lombardi . E’ arrivato il momento di non distinguere con le tessere di partito e di riprendere a fare i fatti . Sono i lavoratori a chiedercelo .
Lì 26. 12. 2008
Per la Segreteria Regionale di Unità Popolare
( Leonardo TRICARICO )
Unità Popolare
Coordinamento Regionale
Via Aceronia, 33 – 85050 BRIENZA (PZ)
Tel. 339-7519609 - Fax 0971-81563
Lo scandalo petrolio non esiste, non è vero che le fabbriche chiudono e gli assessori avevano solo fatto finta di dimettersi, scherzavano . I giornali hanno fatto un sogno di mezzo inverno, hanno scambiato il loro desiderio di rinnovamento per la realtà, che invece è rimasta perfettamente immutata .
Se la politica industriale ed occupazionale presentava qualche crepa, la colpa era del solo Folino che giustamente è l’unico che non c’è più ed ora ci penserà il Presidente che ha avocato l’incarico ad interim ed avendo la doppia personalità ( De Filippo e Capoluongo ) ha potuto assumere il doppio incarico e farà vedere lui come si fa a far riaprire le fabbriche, senza cambiare politica .
Ne parliamo così perché, a parte le scelte discutibilissime, loro non sono proprio seri e nemmeno il risultato elettorale dell’Abruzzo li ha indotti a qualche riflessione .
Hanno varato una Finanziaria berlusconiana, concedendo qualche elemosina ai meno ambienti, giusto per tentare di farli arrivare vivi al 2010, ma dimenticandosi puntualmente dei braccianti forestali, dei lavoratori della Valbasento, dei cassaintegrati, degli interinali, dei giovani disoccupati, come del C.A.R., della Daramic, della Mahle, della Mister Day, della Standartela, dell’ Indotto di San Nicola ecc. ecc. ma possono vantare il consenso di Rifondazione e dei Comunisti Italiani che per manifestare il loro entusiasmo hanno dichiarato che è una “buona base per ripartire”. Per dove è scontato, verso il disastro occupazionale e della sinistra .
All’indomani dell’indecente voto parlamentare che ha negato gli arresti domiciliari a Salvatò Margiotta, si sono proprio esaltati ed hanno negato che in Basilicata esiste una questione morale ( facendo rigirare Berlinguer nella tomba ) che starebbe solo nella testa di Don Marcello Cozzi e nel fumus persecutorio di Woodkoch che fra poco se ne andrà e li lascerà in pace . E su questo godono anche dell’appoggio dell’ineffabile Lapenna e di tutto il centrodestra a dimostrazione di quanto questo Consiglio Regionale, nella sua interezza, non rappresenti più il popolo lucano .
Per Rifondazione lucana sembra che il Congresso di Chianciano non si sia mai svolto e che la Segreteria Nazionale abbia chiesto esplicitamente che in Basilicata fosse messa in atto la “discontinuità”, alla Simonetti poco importa e per difendere il posto di sottogoverno del fratello si è di nuovo prontamente allineata con De Filippo . Loro non aspettano che Vendola sciolga gli ormeggi, il nuovo partito socialdemocratico se lo sono già fatto insieme a Nardiello, collocandosi a destra di Vincenzo Folino,
che almeno ha dimostrato di avere dignità .
Accettando il ritiro, dopo le scudisciate di Romualdo Coviello, dell’emendamento sulla moratoria dell’attività petrolifera ( che era solo una sortita spiritosa per buttare fumo negli occhi ) la Simonetti e Nardiello hanno dimostrato che il loro vero capogruppo è Erminio Restaino .
Sinistra Democratica aveva chiesto un “nuovo centrosinistra” e visto che siamo di fronte alla riproposizione del vecchio ed indagato centrosinistra, ora ne dovrebbe prendere le distanze ma dubitiamo seriamente che ciò avverrà perché resteranno accucciati buoni, buoni nell’attesa che qualche consigliere di maggioranza passi ad altro incarico affinché il loro coordinatore provinciale possa diventare Consigliere Regionale per qualche mese, realizzando il sogno della sua vita .
Noi riteniamo che per i comunisti è tempo di opposizione, nelle istituzioni e nelle piazze per dare forza e direzione politica al conflitto sociale che non può più ammettere ambiguità e finti appoggi a mezzo stampa da parte di chi si è schierato nuovamente con De Filippo .
Debole ci appare il dissenso interno a Rifondazione, che crediamo esista e debba farsi sentire con forza se non si ferma alla sola ex deputata Angela Lombardi . E’ arrivato il momento di non distinguere con le tessere di partito e di riprendere a fare i fatti . Sono i lavoratori a chiedercelo .
Lì 26. 12. 2008
Per la Segreteria Regionale di Unità Popolare
( Leonardo TRICARICO )
Unità Popolare
Coordinamento Regionale
Via Aceronia, 33 – 85050 BRIENZA (PZ)
Tel. 339-7519609 - Fax 0971-81563
STATO D’ISRAELE STATO D’ASSASSINI
In queste ore il governo dello stato sionista d’Israele stà attuando un massacro indiscriminato nei confronti della popolazione palestinese di Gaza.
In meno di 2 giorni le vittime sono già più di 300: una delle peggiori carneficine degli ultimi decenni su quella che oramai definire “terra santa” sembra quasi macabro umorismo.
Da 60 anni Israele opprime la Palestina per mezzo di un occupazione tanto violenta quanto illegittima, perpetrando i peggiori soprusi ai danni del suo popolo e sabotando con tutti i mezzi la nascita di uno stato Palestinese: ciò grazie al sostegno degli USA, al silenzio complice di gran parte di quei governi europei che con Israele fanno affari commerciali e militari, e soprattutto alla massiccia campagna di disinformazione e falsità messa in atto dagli organi di stampa e dei mass media filoisraeliani, compresa la RAI.
Israele in questi giorni, servendosi del proprio imponente arsenale di armi di distruzione di massa, prova per l’ennesima volta a mettere in ginocchio l’eroica resistenza del popolo palestinese. E per giustificare agli occhi del mondo la distruzione di Gaza e l’assassinio indiscriminato di vecchi, donne e bambini, fabbrica ad arte la versione dell’autodifesa da presunti attacchi ad opera dei palestinesi di Hamas, presentata come l’unica responsabile della fine di una tregua di 6 mesi.
Ancora una volta Israele mente spudoratamente: sono stati loro in questi mesi a violare ripetutamente la tregua, uccidendo quasi 50 palestinesi; è stata Israele ad impedire persino il passaggio di viveri e medicinali a Gaza, riducendone alla fame a popolazione e provocando la morte di circa 300 malati gravi: tutto ciò al fine di umiliare il popolo palestinese.
Ma questo in occidente nessuno lo dice!
La violenza cieca messa in atto da Olmert e dagli occupanti sionisti stà mettendo in luce l’effettiva natura terroristica dello Stato d’Israele: uno stato razzista su base confessionale, la cui unica ragion d’essere è quella di servire come avamposto militare dell’imperialismo statunitense, e che fin dalla sua nascita ha stravolto la pacifica convivenza dei popoli del Medio Oriente.
Mentre gran parte dei governi occidentali, con alla testa il neo-presidente USA Obama, si uniscono al coro sionista, gli ambienti “di sinistra” invocano pilatescamente una pace astratta, senza distinguere tra carnefici (Israele) e vittime palestinesi.
Noi da che parte stare lo sappiamo:
senza riserve al fianco del popolo palestinese, vittima di 60 anni di terrore sionista!
Stop al massacro di Gaza
Intifada fino alla vittoria
Associazione Marxista Unità Comunista
Movimento campano per la Costituente Comunista
In meno di 2 giorni le vittime sono già più di 300: una delle peggiori carneficine degli ultimi decenni su quella che oramai definire “terra santa” sembra quasi macabro umorismo.
Da 60 anni Israele opprime la Palestina per mezzo di un occupazione tanto violenta quanto illegittima, perpetrando i peggiori soprusi ai danni del suo popolo e sabotando con tutti i mezzi la nascita di uno stato Palestinese: ciò grazie al sostegno degli USA, al silenzio complice di gran parte di quei governi europei che con Israele fanno affari commerciali e militari, e soprattutto alla massiccia campagna di disinformazione e falsità messa in atto dagli organi di stampa e dei mass media filoisraeliani, compresa la RAI.
Israele in questi giorni, servendosi del proprio imponente arsenale di armi di distruzione di massa, prova per l’ennesima volta a mettere in ginocchio l’eroica resistenza del popolo palestinese. E per giustificare agli occhi del mondo la distruzione di Gaza e l’assassinio indiscriminato di vecchi, donne e bambini, fabbrica ad arte la versione dell’autodifesa da presunti attacchi ad opera dei palestinesi di Hamas, presentata come l’unica responsabile della fine di una tregua di 6 mesi.
Ancora una volta Israele mente spudoratamente: sono stati loro in questi mesi a violare ripetutamente la tregua, uccidendo quasi 50 palestinesi; è stata Israele ad impedire persino il passaggio di viveri e medicinali a Gaza, riducendone alla fame a popolazione e provocando la morte di circa 300 malati gravi: tutto ciò al fine di umiliare il popolo palestinese.
Ma questo in occidente nessuno lo dice!
La violenza cieca messa in atto da Olmert e dagli occupanti sionisti stà mettendo in luce l’effettiva natura terroristica dello Stato d’Israele: uno stato razzista su base confessionale, la cui unica ragion d’essere è quella di servire come avamposto militare dell’imperialismo statunitense, e che fin dalla sua nascita ha stravolto la pacifica convivenza dei popoli del Medio Oriente.
Mentre gran parte dei governi occidentali, con alla testa il neo-presidente USA Obama, si uniscono al coro sionista, gli ambienti “di sinistra” invocano pilatescamente una pace astratta, senza distinguere tra carnefici (Israele) e vittime palestinesi.
Noi da che parte stare lo sappiamo:
senza riserve al fianco del popolo palestinese, vittima di 60 anni di terrore sionista!
Stop al massacro di Gaza
Intifada fino alla vittoria
Associazione Marxista Unità Comunista
Movimento campano per la Costituente Comunista
Occupazione Palestina, la RAI disinforma: Claudio Pagliara deve andarsene a casa
Scritto da Campagna 2008 Anno della Palestina
BASTA CON LA DISINFORMAZIONE DELLA RAI! VIA CLAUDIO PAGLIARA!
Di fronte alle incredibili manipolazioni sulla tragedia in atto a Gaza operate dal cosiddetto “servizio pubblico”, in particolare dall’inviato CLAUDIO PAGLIARA, non è più possibile tacere. Pagliara non si comporta da giornalista, ma da zelante propagandista del governo israeliano. QUELLO CHE PAGLIARA E LA RAI NON CI FANNO SAPERE
Tutto il mondo sa che Hamas non ha “rotto la tregua con Israele”, come ripete ossessivamente Claudio Pagliara, ma che la ripresa del lancio di missili artigianali è avvenuta allo scadere della tregua, dopo che Israele ha violato per tutti i sei mesi della tregua stessa le condizioni concordate. Israele non ha aperto i confini di Gaza al passaggio di viveri e medicinali, riducendo alla fame un milione e mezzo di persone e provocando il collasso degli ospedali e la morte di almeno 275 malati gravi.
Israele ha continuato le incursioni militari all’interno della striscia di Gaza, uccidendo almeno 25 Palestinesi. In Cisgiordania e a Gerusalemme, Israele ha continuato i rastrellamenti, le uccisioni, gli arresti arbitrari, la demolizione di case, la distruzione di uliveti e piantagioni, la moltiplicazione dei posti di blocco e la costruzione dei Muri dell’Apartheid, che isolano le città e i villaggi palestinesi, trasformandoli in tante prigioni a cielo aperto.
Tutte queste cose, e molte altre, Pagliara e la RAI non ce le fanno sapere. Pagliara e la RAI non ci hanno detto che fra le vittime dei bombardamenti israeliani ci sono anche sette operatori dell’ONU, anzi continuano a ripetere che “secondo la stessa Hamas” la maggior parte delle vittime sono miliziani e combattenti del movimento islamico, mentre simili dichiarazioni non risultano da nessuna parte, se non nelle veline dell’esercito israeliano.
La realtà, che Claudio Pagliara e la RAI offendono quotidianamente, è che i morti di Gaza sono poliziotti, cittadini comuni, donne e bambini, persino detenuti, visto che – oltre alle scuole, alle università, alla sede del parlamento, ai palazzi di civile abitazione ed alle moschee – l’aviazione israeliana ha bombardato anche le carceri. Questa stessa mattina, nel suo servizio trasmesso dal TG1, Claudio Pagliara è riuscito a nascondere anche la notizia dei sei bambini assassinati nella notte dai bombardamenti, nonostante fosse stata diffusa anche dalle agenzie italiane!
Claudio Pagliara e la RAI non possono continuare impunemente a violare il nostro diritto ad un’informazione equilibrata e veritiera. Noi non possiamo continuare ad essere presi in giro ed a pagare, con il canone RAI, lo stipendio di chi ci nasconde la verità.
BASTA CON LA DISINFORMAZIONE DELLA RAI! VIA CLAUDIO PAGLIARA!
Di fronte alle incredibili manipolazioni sulla tragedia in atto a Gaza operate dal cosiddetto “servizio pubblico”, in particolare dall’inviato CLAUDIO PAGLIARA, non è più possibile tacere. Pagliara non si comporta da giornalista, ma da zelante propagandista del governo israeliano. QUELLO CHE PAGLIARA E LA RAI NON CI FANNO SAPERE
Tutto il mondo sa che Hamas non ha “rotto la tregua con Israele”, come ripete ossessivamente Claudio Pagliara, ma che la ripresa del lancio di missili artigianali è avvenuta allo scadere della tregua, dopo che Israele ha violato per tutti i sei mesi della tregua stessa le condizioni concordate. Israele non ha aperto i confini di Gaza al passaggio di viveri e medicinali, riducendo alla fame un milione e mezzo di persone e provocando il collasso degli ospedali e la morte di almeno 275 malati gravi.
Israele ha continuato le incursioni militari all’interno della striscia di Gaza, uccidendo almeno 25 Palestinesi. In Cisgiordania e a Gerusalemme, Israele ha continuato i rastrellamenti, le uccisioni, gli arresti arbitrari, la demolizione di case, la distruzione di uliveti e piantagioni, la moltiplicazione dei posti di blocco e la costruzione dei Muri dell’Apartheid, che isolano le città e i villaggi palestinesi, trasformandoli in tante prigioni a cielo aperto.
Tutte queste cose, e molte altre, Pagliara e la RAI non ce le fanno sapere. Pagliara e la RAI non ci hanno detto che fra le vittime dei bombardamenti israeliani ci sono anche sette operatori dell’ONU, anzi continuano a ripetere che “secondo la stessa Hamas” la maggior parte delle vittime sono miliziani e combattenti del movimento islamico, mentre simili dichiarazioni non risultano da nessuna parte, se non nelle veline dell’esercito israeliano.
La realtà, che Claudio Pagliara e la RAI offendono quotidianamente, è che i morti di Gaza sono poliziotti, cittadini comuni, donne e bambini, persino detenuti, visto che – oltre alle scuole, alle università, alla sede del parlamento, ai palazzi di civile abitazione ed alle moschee – l’aviazione israeliana ha bombardato anche le carceri. Questa stessa mattina, nel suo servizio trasmesso dal TG1, Claudio Pagliara è riuscito a nascondere anche la notizia dei sei bambini assassinati nella notte dai bombardamenti, nonostante fosse stata diffusa anche dalle agenzie italiane!
Claudio Pagliara e la RAI non possono continuare impunemente a violare il nostro diritto ad un’informazione equilibrata e veritiera. Noi non possiamo continuare ad essere presi in giro ed a pagare, con il canone RAI, lo stipendio di chi ci nasconde la verità.
Boicotta i prodotti israeliani: codice a barre 729
Cominciamo con qualcosa di piccolo... ma, in questo mondo governato dal capitale, efficace: quando andate al supermercato, nei negozi, nei mercati controllate la provenienza dei prodotti che acquistate.
Se il codice a barre riporta il numero 729 non comprateli.
Cominciamo a togliere qualche arma a chi ne sgancia a tonnellate sulla popolazione palestinese.
Lista prodotti israeliani:
AHAVA: prodotti estetici e dermatologici distribuiti in Italia da P.M.
CHEMICALS S.R.L./Milano
AMCOR: purificatori e condizionatori d'aria, insetticidi
ALBATROSS: fax e sistemi di posta elettronica
CANTINE BARKAN Ltd: vini con etichetta Reserved, Barkan e Village
CANTINE DELLE ALTURE DEL GOLAN: vini con etichetta Yarden, Gamla e Golan distribuiti in Italia da GAJA DISTRIBUZIONE, Barbaresco (Cuneo)
CARMEL: prodotti d'esportazione come avocados, fiori recisi e succhi di frutta
CALVIN KLEIN: alcuni capi di vestiario sono realizzati in Israele
DATTERI DELLA VALLE DEL GIORDANO varietà Medjoul e Deglet Nour
EPILADY/MEPRO: epilatori
HALVA: barrette di sesamo
INTEL: microprocessori e periferiche
JAFFA: agrumi
MOTOROLA: prodotti di irrigazione e fertilizzanti
MUL-T-LOCK Ltd: porte blindate, serrature di sicurezza, cilindri e attrezzature
NECA: saponi
PRETZELS: snack salati della Beigel
SALI DEL MAR MORTO: prodotti cosmetici
Società Gitto Carmelo e Figli Srl di Messina: ha costruito una strada che passa nei territori occupati ed è a solo uso dei coloni
SODA-CLUB Ltd.: sistemi per carbonare e sciroppi per la preparazione di
soda e soft drinks
SOLTARN Ltd: pentole e tegami in acciaio antimacchia
VEGGIE PATCH LINE: hamburger di soia e prodotti alternativi
Generi : marche
Abbigliamento: Ask Retailer; Gottex, Gideon Oberson, Sara Prints, Calvin Klein
Aromi e spezie: MATA, Deco-Swiss, Israel Dehydration Co. Ltd.
Bevande: Askalon, Latroun, National Brewery Ltd., Carmel, Eliaz Benjamina
Ltd., Montfort, Yarden Vineyards, International Distilleries of Israel
Ltd. (Sabra), Gamla, Hebroni
Budini: OSEM, MATA, Israel Edible Products Ltd. -Telma
Cipolle: Beit Hashita, Carmit, Sunfrost
Formaggi: Kfir Bnei-Brak Dairy Ltd., Tnuva, Central Co-op, MATA, Haolam
Frutta: Assis Ltd., Carmel Medijuice, NOON, PRI-TAIM, Agrexco USA Ltd.,
Yakhin, PRI-ZE, FIT (Federation of Israel Canners), Jaffy's Citrus
Products
Prodotti a base di pomodoro: FIT, Medijuice, Pardess, Yakhin, VITA
Prodotti dolciari (caramelle e noccioline): Carmit, Elite, Geva, Rimon,
Karina, Lieber, Oppenheimer, OSEM, Taste of Israel, Israel Edible
Products - Telma
Olive: Beit Hashita, H&S Private Label, Shan Olives Ltd. (Hazayith)
Marmellate, conserve, sciroppi, miele e frutta candita: Assis Ltd., I&B
Farm Products, Meshek Industries (Beit Yitshak 778) Ltd., VITA
Pesce: Noon, Yonah, Carmel, Ask retailer/frozen fillets
Prodotti a base di tacchino: Hod Lavan, Soglowek, Yarden, Ask retailer/butcher/Deli
Prodotti dietetici: Elite, Froumine, OSEM, Israel Edible Products - Telma, Kedem, Afifit Ltd., Magdaniat Hadar Ltd., Tivon
Prodotti di forneria: Affifit Ltd., Barth, Elite, Einat, Froumine, Hadar, Israel Edible Products - Telma, Magdaniat Hadar Ltd., OSEM, Taste of Israel
Prodotti vegetali:
Yakhin, PRI-TAIM, PRI-ZE Growers/MOPAZ, Sanlakol, Carmelit Portnoy, Tapud, Sun Frost
Salse per pizza: Jaffa-Mor, VITA, H&S Private Label, MATA
Zuppe, salse e dadi: Israel Edible Products Ltd. - Telma, OSEM, MATA, Gourmet Cuisine
Software e componenti per computer: Four M, Cimatron, Eliashim Micro Computers, Sintel, Ramir (Adacom), Rad, Orbotech, Shatek, Scitex, 4th Dimension Software Ltd., magic Software, 32-bit
Se il codice a barre riporta il numero 729 non comprateli.
Cominciamo a togliere qualche arma a chi ne sgancia a tonnellate sulla popolazione palestinese.
Lista prodotti israeliani:
AHAVA: prodotti estetici e dermatologici distribuiti in Italia da P.M.
CHEMICALS S.R.L./Milano
AMCOR: purificatori e condizionatori d'aria, insetticidi
ALBATROSS: fax e sistemi di posta elettronica
CANTINE BARKAN Ltd: vini con etichetta Reserved, Barkan e Village
CANTINE DELLE ALTURE DEL GOLAN: vini con etichetta Yarden, Gamla e Golan distribuiti in Italia da GAJA DISTRIBUZIONE, Barbaresco (Cuneo)
CARMEL: prodotti d'esportazione come avocados, fiori recisi e succhi di frutta
CALVIN KLEIN: alcuni capi di vestiario sono realizzati in Israele
DATTERI DELLA VALLE DEL GIORDANO varietà Medjoul e Deglet Nour
EPILADY/MEPRO: epilatori
HALVA: barrette di sesamo
INTEL: microprocessori e periferiche
JAFFA: agrumi
MOTOROLA: prodotti di irrigazione e fertilizzanti
MUL-T-LOCK Ltd: porte blindate, serrature di sicurezza, cilindri e attrezzature
NECA: saponi
PRETZELS: snack salati della Beigel
SALI DEL MAR MORTO: prodotti cosmetici
Società Gitto Carmelo e Figli Srl di Messina: ha costruito una strada che passa nei territori occupati ed è a solo uso dei coloni
SODA-CLUB Ltd.: sistemi per carbonare e sciroppi per la preparazione di
soda e soft drinks
SOLTARN Ltd: pentole e tegami in acciaio antimacchia
VEGGIE PATCH LINE: hamburger di soia e prodotti alternativi
Generi : marche
Abbigliamento: Ask Retailer; Gottex, Gideon Oberson, Sara Prints, Calvin Klein
Aromi e spezie: MATA, Deco-Swiss, Israel Dehydration Co. Ltd.
Bevande: Askalon, Latroun, National Brewery Ltd., Carmel, Eliaz Benjamina
Ltd., Montfort, Yarden Vineyards, International Distilleries of Israel
Ltd. (Sabra), Gamla, Hebroni
Budini: OSEM, MATA, Israel Edible Products Ltd. -Telma
Cipolle: Beit Hashita, Carmit, Sunfrost
Formaggi: Kfir Bnei-Brak Dairy Ltd., Tnuva, Central Co-op, MATA, Haolam
Frutta: Assis Ltd., Carmel Medijuice, NOON, PRI-TAIM, Agrexco USA Ltd.,
Yakhin, PRI-ZE, FIT (Federation of Israel Canners), Jaffy's Citrus
Products
Prodotti a base di pomodoro: FIT, Medijuice, Pardess, Yakhin, VITA
Prodotti dolciari (caramelle e noccioline): Carmit, Elite, Geva, Rimon,
Karina, Lieber, Oppenheimer, OSEM, Taste of Israel, Israel Edible
Products - Telma
Olive: Beit Hashita, H&S Private Label, Shan Olives Ltd. (Hazayith)
Marmellate, conserve, sciroppi, miele e frutta candita: Assis Ltd., I&B
Farm Products, Meshek Industries (Beit Yitshak 778) Ltd., VITA
Pesce: Noon, Yonah, Carmel, Ask retailer/frozen fillets
Prodotti a base di tacchino: Hod Lavan, Soglowek, Yarden, Ask retailer/butcher/Deli
Prodotti dietetici: Elite, Froumine, OSEM, Israel Edible Products - Telma, Kedem, Afifit Ltd., Magdaniat Hadar Ltd., Tivon
Prodotti di forneria: Affifit Ltd., Barth, Elite, Einat, Froumine, Hadar, Israel Edible Products - Telma, Magdaniat Hadar Ltd., OSEM, Taste of Israel
Prodotti vegetali:
Yakhin, PRI-TAIM, PRI-ZE Growers/MOPAZ, Sanlakol, Carmelit Portnoy, Tapud, Sun Frost
Salse per pizza: Jaffa-Mor, VITA, H&S Private Label, MATA
Zuppe, salse e dadi: Israel Edible Products Ltd. - Telma, OSEM, MATA, Gourmet Cuisine
Software e componenti per computer: Four M, Cimatron, Eliashim Micro Computers, Sintel, Ramir (Adacom), Rad, Orbotech, Shatek, Scitex, 4th Dimension Software Ltd., magic Software, 32-bit
Condannare le «due parti»: peggio degli assassini!
di Michel Warschawski*
Barak, Olmert, Livni e Ashkenazi un giorno dovranno rispondere di crimini di guerra davanti a una corte di giustizia, come altri criminali. Di conseguenza, è nostro dovere informare sui loro atti e dichiarazioni per essere sicuri che paghino per i massacri che hanno ordinato e commesso.
Ma un’altra categoria di criminali potrebbe sfuggire ai tribunali. Questi non si sporcano le mani del sangue dei civili, ma forniscono le giustificazioni intellettuali e pseudo morali agli assassini. Formano l’unità di propaganda del governo e dell’esercito di assassini.
Gli scrittori israeliani Amos Oz e A. B. Yehoshua sono gli esempi tipici di simili miserabili intellettuali, e non è la prima volta! Ad ogni guerra si offrono volontari nello sforzo militare israeliano, senza neanche l’arruolamento ufficiale. Il loro primo compito è quello di fornire delle giustificazioni all’offensiva israeliana, poi, in un secondo tempo, piangono la verginità perduta e accusano il campo avverso di averci costretto ad essere brutali.
La giustificazione fornita da Oz sul Corriere della Sera e da Yehoshua su La Stampa è chiaramente di dover reagire ai missili su Sderot, come su tutto fosse iniziato con questi missili: «Ho dovuto spiegare agli italiani – scrive Yehoshua su Haaretz del 30 dicembre 2008 – perché l’azione israeliana era necessaria…»
Yehoshua e Oz hanno dimenticato i 19 mesi di brutale assedio israeliano imposto a un milione e mezzo di esseri umani, privandoli delle forniture più elementari. Hanno dimenticato il boicottaggio israeliano e internazionale verso il governo palestinese democraticamente eletto. Hanno dimenticato l’isolamento forzata tra Gaza e la Cisgiordania, separazione imposta per isolare e punire la popolazione di Gaza per la sua scelta democratica scorretta.
Dopo aver scelto di riscrivere la cronologia degli eventi, Oz e Yehoshua usano l’argomento della simmetria: la violenza è usata dalle due parti e risono vittime innocenti a Gaza come in Israele. In effetti, ogni civile ucciso è una vittima innocente. Allo stesso tempo, la cronologia e i numeri non sono fuori luogo: 3 civili israeliani sono stati uccisi nel sud di Israele, ma solo dopo che l’aviazione israeliana aveva messo in atto il massacro pianificato nel centro della città di Gaza, ammazzandone oltre 300.
Questa posizione degli intellettuali più noti di Israele serve da giustificazione morale al sostegno che il partito della sinistra sionista Meretz offre all’aggressione criminale del ministro della difesa Barak. A tempo debito anche Meretz esprimerà la sua opposizione alle uccisioni, ossia quando la comunità internazionale esprimerà la propria preoccupazione per le colpe di Israele. Per il momento questa comunità internazionale resta silenziosa e sembra anche felice del contributo israeliano alla propria santa crociata contro la minaccia islamica globale.
Per dimostrare preoccupazione, l’Europa invia un’assistenza sanitaria (simbolica) alla popolazione di Gaza. Sentendo il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner sostenere l’azione israeliana, mentre annuncia la decisione di inviare generi umanitari a Gaza, non ho potuto fare a meno di ricordare le informazioni sulle delegazioni della Croce Rossa Internazionale che avevano visitato i campi di sterminio nazisti con cioccolata e biscotti. So che non è la stessa cosa, ma nessuno può determinare le associazioni mentali.
Bernard Kouchner ha comunque una circostanza attenuante: i regimi arabi, in particolare quello di Hosni Mubarak, sostengono l’aggressione israeliana. E anch’essi manderanno cioccolato e biscotti ai bambini di Gaza, salvo, ovviamente, a quelli che giacciono morti all’ospedale di Shifa.
*Alternative Information Center – Beit Sahour/Gerusalemme
31 dicembre 2008
Barak, Olmert, Livni e Ashkenazi un giorno dovranno rispondere di crimini di guerra davanti a una corte di giustizia, come altri criminali. Di conseguenza, è nostro dovere informare sui loro atti e dichiarazioni per essere sicuri che paghino per i massacri che hanno ordinato e commesso.
Ma un’altra categoria di criminali potrebbe sfuggire ai tribunali. Questi non si sporcano le mani del sangue dei civili, ma forniscono le giustificazioni intellettuali e pseudo morali agli assassini. Formano l’unità di propaganda del governo e dell’esercito di assassini.
Gli scrittori israeliani Amos Oz e A. B. Yehoshua sono gli esempi tipici di simili miserabili intellettuali, e non è la prima volta! Ad ogni guerra si offrono volontari nello sforzo militare israeliano, senza neanche l’arruolamento ufficiale. Il loro primo compito è quello di fornire delle giustificazioni all’offensiva israeliana, poi, in un secondo tempo, piangono la verginità perduta e accusano il campo avverso di averci costretto ad essere brutali.
La giustificazione fornita da Oz sul Corriere della Sera e da Yehoshua su La Stampa è chiaramente di dover reagire ai missili su Sderot, come su tutto fosse iniziato con questi missili: «Ho dovuto spiegare agli italiani – scrive Yehoshua su Haaretz del 30 dicembre 2008 – perché l’azione israeliana era necessaria…»
Yehoshua e Oz hanno dimenticato i 19 mesi di brutale assedio israeliano imposto a un milione e mezzo di esseri umani, privandoli delle forniture più elementari. Hanno dimenticato il boicottaggio israeliano e internazionale verso il governo palestinese democraticamente eletto. Hanno dimenticato l’isolamento forzata tra Gaza e la Cisgiordania, separazione imposta per isolare e punire la popolazione di Gaza per la sua scelta democratica scorretta.
Dopo aver scelto di riscrivere la cronologia degli eventi, Oz e Yehoshua usano l’argomento della simmetria: la violenza è usata dalle due parti e risono vittime innocenti a Gaza come in Israele. In effetti, ogni civile ucciso è una vittima innocente. Allo stesso tempo, la cronologia e i numeri non sono fuori luogo: 3 civili israeliani sono stati uccisi nel sud di Israele, ma solo dopo che l’aviazione israeliana aveva messo in atto il massacro pianificato nel centro della città di Gaza, ammazzandone oltre 300.
Questa posizione degli intellettuali più noti di Israele serve da giustificazione morale al sostegno che il partito della sinistra sionista Meretz offre all’aggressione criminale del ministro della difesa Barak. A tempo debito anche Meretz esprimerà la sua opposizione alle uccisioni, ossia quando la comunità internazionale esprimerà la propria preoccupazione per le colpe di Israele. Per il momento questa comunità internazionale resta silenziosa e sembra anche felice del contributo israeliano alla propria santa crociata contro la minaccia islamica globale.
Per dimostrare preoccupazione, l’Europa invia un’assistenza sanitaria (simbolica) alla popolazione di Gaza. Sentendo il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner sostenere l’azione israeliana, mentre annuncia la decisione di inviare generi umanitari a Gaza, non ho potuto fare a meno di ricordare le informazioni sulle delegazioni della Croce Rossa Internazionale che avevano visitato i campi di sterminio nazisti con cioccolata e biscotti. So che non è la stessa cosa, ma nessuno può determinare le associazioni mentali.
Bernard Kouchner ha comunque una circostanza attenuante: i regimi arabi, in particolare quello di Hosni Mubarak, sostengono l’aggressione israeliana. E anch’essi manderanno cioccolato e biscotti ai bambini di Gaza, salvo, ovviamente, a quelli che giacciono morti all’ospedale di Shifa.
*Alternative Information Center – Beit Sahour/Gerusalemme
31 dicembre 2008
La lotta paga
Nel pomeriggio del 23 dicembre è stato revocato il provvedimento con cui il PM lo scorso 9 dicembre aveva decretato il sequestro dell’intera area in concessione alla Coop. Cantieri Navali Megaride, consentendo la riapertura del cantiere.
Il GIP, rendendosi conto dell’assurdità delle accuse mosse a Megaride (a detta del PM non vi sarebbe stato un corretto stoccaggio di alcune tonnellate di lamiere provenienti dalla recente demolizione di navi), non ha potuto non prendere atto della tendenziosità delle suddette accuse, anche a fronte dell’ingente documentazione testimoniale e fotografica presentata dalla difesa.
Ancora una volta la lotta dei lavoratori ha pagato: i lavoratori della Cooperativa Megaride con la loro denuncia hanno messo a nudo questo ennesimo tentativo di boicottaggio da parte dei poteri forti nei confronti di chi si autorganizza e produce fuori dalle logiche del profitto.
La sentenza del GIP è significativa in quanto rende ancora più palese la faziosità e l’arroganza di alcune autorità del porto di Napoli, da sempre serve degli interessi di quegli speculatori e affaristi che anche nel Porto hanno interesse a monopolizzare l’intera attività produttiva.
Anche su questa vicenda la sinistra “istituzionale” che governa (non si sa ancora per quanto) città, provincia e regione, si è tenuta alla larga dal denunciare le malefatte dei poteri forti, con cui evidentemente essa è collusa: ciò conferma ancora una volta come i lavoratori e i proletari per far valere i propri diritti debbano “fare in proprio”.
Napoli, 23-12-2008
Il GIP, rendendosi conto dell’assurdità delle accuse mosse a Megaride (a detta del PM non vi sarebbe stato un corretto stoccaggio di alcune tonnellate di lamiere provenienti dalla recente demolizione di navi), non ha potuto non prendere atto della tendenziosità delle suddette accuse, anche a fronte dell’ingente documentazione testimoniale e fotografica presentata dalla difesa.
Ancora una volta la lotta dei lavoratori ha pagato: i lavoratori della Cooperativa Megaride con la loro denuncia hanno messo a nudo questo ennesimo tentativo di boicottaggio da parte dei poteri forti nei confronti di chi si autorganizza e produce fuori dalle logiche del profitto.
La sentenza del GIP è significativa in quanto rende ancora più palese la faziosità e l’arroganza di alcune autorità del porto di Napoli, da sempre serve degli interessi di quegli speculatori e affaristi che anche nel Porto hanno interesse a monopolizzare l’intera attività produttiva.
Anche su questa vicenda la sinistra “istituzionale” che governa (non si sa ancora per quanto) città, provincia e regione, si è tenuta alla larga dal denunciare le malefatte dei poteri forti, con cui evidentemente essa è collusa: ciò conferma ancora una volta come i lavoratori e i proletari per far valere i propri diritti debbano “fare in proprio”.
Napoli, 23-12-2008
mercoledì 10 dicembre 2008
NON CI PIEGHERETE
Quelle stesse autorità giudiziarie che da sempre si sono contraddistinte per omertà e compiacenza di fronte ai peggiori scempi ambientali e alle peggiori prevaricazioni nei confronti dei lavoratori e dei loro diritti, stasera hanno posto i sigilli alla Cooperativa Cantieri Navali Megaride attribuendo pretestuosamente alla Cooperativa una presunta "violazione delle norme sul corretto smaltimento dei rifiuti".
Tale accusa, che in una città ancora oggi devastata dalla crisi rifiuti appare già di per se ridicola, lo diventa ancor più se si pensa che il Cantiere Megaride, regolarmente autorizzato allo smaltimento degli scarti di lavorazione, aveva già provveduto lo scorso mese di giugno a rispettare tempestivamente delle prescrizioni mosse dalla Polizia Giudiziaria.
Si tratta chiaramente di un sopruso, teso ad attaccare e screditare quest'esperienza, a cui gli operai della Coop Megaride risponderanno con la lotta.
Da dieci anni i lavoratori dei “Cantieri Navali Megaride” portano avanti con le proprie forze un’esperienza produttiva inedita all’interno del Porto di Napoli. Dopo aver sconfitto un padrone interessato unicamente a speculare sul cantiere attraverso licenziamenti di massa e operazioni poco trasparenti, i lavoratori hanno dato vita nel febbraio 1999, dopo decenni di lotte dopo 4 anni di occupazione, ad una cooperativa autogestita.
Questa esperienza, che ha permesso di salvare decine di operai da un futuro di miseria e disoccupazione, ha in questi anni portato linfa vitale all’interno di un porto che da decenni, a causa di pesanti ristrutturazioni produttive, ha visto tagliare migliaia e migliaia di posti di lavoro ad opera di padroni senza scupoli.
In questi anni la Coop Megaride ha rappresentato l’unica esperienza virtuosa all’interno del Porto di Napoli, perché ha saputo coniugare l’efficienza e la qualità delle attività produttive con la tutela dell’occupazione e dei diritti dei lavoratori: questo senza aver mai usufruito di nessun finanziamento e ne tantomeno beneficiato di nessuna legge a sostegno per le sue attività.
QUESTA INEDITA ESPERIENZA HA DATO E DA FASTIDIO A QUALCUNO
Già nel corso della sua decennale esperienza, il cantiere è stato più volte oggetto dell’”attenzione” delle varie autorità interne al Porto. Controlli ed ispezioni di ogni sorta da parte di Ispettorato, Finanza, INAIL, ma soprattutto di ASL e Capitaneria: proprio quegli stessi enti che da sempre sono pronti a chiudere un’occhio quando si tratta di vigilare e controllare quelle migliaia di aziende che per tutelare i profitti operano in barba alle più elementari norme di tutela della salute e dei diritti dei lavoratori e degli operai.
Puntualmente, i soliti poteri “occulti” accorrono per mettere i bastoni tra le ruote ad una realtà che per qualcuno viene ritenuta scomoda.
HANNO SEMPRE VOLUTO CREARE DIFFICOLTA’,
AFFINCHE’ QUEST’ESPERIENZA NON DECOLLASSE.
Oggi, con l’ausilio della magistratura, sono riusciti a mettere i sigilli al cantiere perché, a detta delle autorità, durante la rottamazione di alcuni relitti sarebbero stati trovati, l’estate scorsa, “diversi quintali di rifiuti speciali”. Argomentazione davvero risibile se si pensa che proprio in quei mesi l’intera Campania era alle prese con una catastrofe-rifiuti che ha distrutto e sconvolto l’intero territorio. Una catastrofe ambientale per cui nessuno ha ancora pagato, tantomeno i veri responsabili che si trovano all’interno delle istituzioni e dei poteri forti della città. Come nessuno ha mai pagato per quella vera e propria carneficina che ogni giorno vede quattro operai morire sul luogo di lavoro, e in cui quelle stesse autorità giudiziarie oggi così solerti nel sigillare il cantiere Megaride se ne sono sempre “lavate le mani” (vedi strage alla Thyssen-Krupps ma anche gli scandali delle morti per amianto).
In un periodo di crisi economica, dove in tutto il mondo gli Stati e i governi si prodigano per salvare quelle stesse imprese e banche che la crisi l’hanno creata, a Napoli, capitale della disoccupazione, si decide di attaccare una delle poche realtà produttive che ancora resistono sul territorio, chiudendo l’unico cantiere che invece di pensare unicamente ai profitti, ha come unica ragion d’essere la tutela degli interessi di chi lavora e produce.
NON CI HANNO FERMATO I PADRONI
NON CI FERMERANNO NEANCHE I LORO SERVI SCIOCCHI
Napoli, 10-12-2008
I lavoratori della Coop. Megaride
Tale accusa, che in una città ancora oggi devastata dalla crisi rifiuti appare già di per se ridicola, lo diventa ancor più se si pensa che il Cantiere Megaride, regolarmente autorizzato allo smaltimento degli scarti di lavorazione, aveva già provveduto lo scorso mese di giugno a rispettare tempestivamente delle prescrizioni mosse dalla Polizia Giudiziaria.
Si tratta chiaramente di un sopruso, teso ad attaccare e screditare quest'esperienza, a cui gli operai della Coop Megaride risponderanno con la lotta.
Da dieci anni i lavoratori dei “Cantieri Navali Megaride” portano avanti con le proprie forze un’esperienza produttiva inedita all’interno del Porto di Napoli. Dopo aver sconfitto un padrone interessato unicamente a speculare sul cantiere attraverso licenziamenti di massa e operazioni poco trasparenti, i lavoratori hanno dato vita nel febbraio 1999, dopo decenni di lotte dopo 4 anni di occupazione, ad una cooperativa autogestita.
Questa esperienza, che ha permesso di salvare decine di operai da un futuro di miseria e disoccupazione, ha in questi anni portato linfa vitale all’interno di un porto che da decenni, a causa di pesanti ristrutturazioni produttive, ha visto tagliare migliaia e migliaia di posti di lavoro ad opera di padroni senza scupoli.
In questi anni la Coop Megaride ha rappresentato l’unica esperienza virtuosa all’interno del Porto di Napoli, perché ha saputo coniugare l’efficienza e la qualità delle attività produttive con la tutela dell’occupazione e dei diritti dei lavoratori: questo senza aver mai usufruito di nessun finanziamento e ne tantomeno beneficiato di nessuna legge a sostegno per le sue attività.
QUESTA INEDITA ESPERIENZA HA DATO E DA FASTIDIO A QUALCUNO
Già nel corso della sua decennale esperienza, il cantiere è stato più volte oggetto dell’”attenzione” delle varie autorità interne al Porto. Controlli ed ispezioni di ogni sorta da parte di Ispettorato, Finanza, INAIL, ma soprattutto di ASL e Capitaneria: proprio quegli stessi enti che da sempre sono pronti a chiudere un’occhio quando si tratta di vigilare e controllare quelle migliaia di aziende che per tutelare i profitti operano in barba alle più elementari norme di tutela della salute e dei diritti dei lavoratori e degli operai.
Puntualmente, i soliti poteri “occulti” accorrono per mettere i bastoni tra le ruote ad una realtà che per qualcuno viene ritenuta scomoda.
HANNO SEMPRE VOLUTO CREARE DIFFICOLTA’,
AFFINCHE’ QUEST’ESPERIENZA NON DECOLLASSE.
Oggi, con l’ausilio della magistratura, sono riusciti a mettere i sigilli al cantiere perché, a detta delle autorità, durante la rottamazione di alcuni relitti sarebbero stati trovati, l’estate scorsa, “diversi quintali di rifiuti speciali”. Argomentazione davvero risibile se si pensa che proprio in quei mesi l’intera Campania era alle prese con una catastrofe-rifiuti che ha distrutto e sconvolto l’intero territorio. Una catastrofe ambientale per cui nessuno ha ancora pagato, tantomeno i veri responsabili che si trovano all’interno delle istituzioni e dei poteri forti della città. Come nessuno ha mai pagato per quella vera e propria carneficina che ogni giorno vede quattro operai morire sul luogo di lavoro, e in cui quelle stesse autorità giudiziarie oggi così solerti nel sigillare il cantiere Megaride se ne sono sempre “lavate le mani” (vedi strage alla Thyssen-Krupps ma anche gli scandali delle morti per amianto).
In un periodo di crisi economica, dove in tutto il mondo gli Stati e i governi si prodigano per salvare quelle stesse imprese e banche che la crisi l’hanno creata, a Napoli, capitale della disoccupazione, si decide di attaccare una delle poche realtà produttive che ancora resistono sul territorio, chiudendo l’unico cantiere che invece di pensare unicamente ai profitti, ha come unica ragion d’essere la tutela degli interessi di chi lavora e produce.
NON CI HANNO FERMATO I PADRONI
NON CI FERMERANNO NEANCHE I LORO SERVI SCIOCCHI
Napoli, 10-12-2008
I lavoratori della Coop. Megaride
NON LI PIEGHERETE, NON CI PIEGHERANNO. IN DIFESA DI MEGARIDE
IN DIFESA DI MEGARIDE - Gli operai della Megaride, per storia loro e loro stessa dedizione alla Lotta ed al Lavoro, non sono - ahinoi - un esempio. Se lo fossero, probabilmente vivremmo in un Paese molto diverso. Sono, intanto, un precedente in questi anni di crisi, nei quali è più comodo "deviare" su suggestioni "altermondiste" poste, poche e nemmeno tanto salde, al di là degli oceani, che non lavorare al recupero ed alla ricomposizione di una nuova e rinnovata soggettività di classe che abbia lena di alternativa reale di quel Sistema e quel Potere che invece ad oggi può solamente subire, dispersa e disarticolata sì come ridotta.
Gli operai della Megaride sono agente di disturbo di quel manovratore, declinato nel settore in padroni ed armatori, che vorrebbe farci credere ed imporci a tal proposito che non si possa fare a meno di loro, dei loro presunti luminari e dei loro apparati di controllo.
Gli operai della Megaride sono la dimostrazione che, specialmente, a mettere in crisi le fabbriche, non sia tanto il "costo del lavoro" sì insopportabile per padroni e imprenditori all'arrembaggio, quanto piuttosto il costo di chi, come padroni e imprenditori detti, quel "costo" sfrutta: stipendi da capogiro e le spese manager, prelievi costanti dalle tasche del Lavoro per poi speculare altrove, errori, fatti e ripetuti, perchè, spesso, i padroni "oltre a farci, ci sono proprio"...
Gli operai della Megaride, in una parola, sono imbarazzanti. Imbarazzano burocrati istituzionali, sindacali o d'altra sorta che quotidianamente pongono ogni intralcio all'emancipazione reale della classe. Imbarazzano chi fa il "lavoro della politica" piuttosto che una più giusta e necessaria "politica del Lavoro", compreso chi, a forza di "men peggio" compie sapientemente suicidio in un eterno "compatibilizzarsi" senza posa al Capitale e i suoi interessi. Imbarazzano persino "settori radicali", "disobbedienti" per così dire, che si compiacciono del loro ribellismo generico e giovanilistico, per accontentarsi poi di qualche azione pretesa "esemplare" - ed oggi nemmeno più tanto o sempre più di rado - e ricondursi e provare a ricondurre il Movimento tutto sull'altare delle compatibilità finto-riformatrici di partiti e partitini finto-riformatori, avendone così in premio qualche "consulenza" stipendiata o "convenzione" di lavoro..
La determinazione dei Megaride, operai in cantieri ed officine portuali a Napoli è invece tutt'affatto che generica o formale. Essa è obbligatoriamente quotidiana, figlia dell'esigenza reale di mantenere condizioni di vita e di lavoro accettabili e pensare alla famiglia, ma tributo d'ogni momento fatto di orgoglio, coscienza, disciplina e senso di responsabilità. Questo è e significa esser "padroni di se stessi", proprietari collettivi di mezzi di produzione socializzati sì come socializzato è il Lavoro, autorganizzarsi socialmente come classe, prima "in sè", poi "per sè".
Gli operai della Megaride. La loro azione e storia dev'esser sostenuta alla maniera propria della classe, in osservanza della loro capacità d'analisi continua del reale, dei rapporti di forza, delle regole e dei codici del mercato. La loro forza sta certo nell'esperienza maturata dalla e nella Lotta, leggere, studiare, discutere e ricercare sintesi difficili, politicamente avanzate, sindacalmente autosufficienti - attività, queste, rare anche in larghi settori dell'antagonismo sociale - ma, altrettanto certamente, sta anche nella capacità, del Movimento tutto, di saper organizzarsi e combattere per la dignità del Lavoro, l'Autonomia di Classe, la solidarietà militante.
Il Collettivo Politico MILITANZ Casa del Popolo (CdP), collettivo di Lotta e di Lavoro, collettivo di Popolo per il Popolo nel segno dell'Autorganizzazione sociale e il suo Riscatto, si schiera a fianco degli operai della Megaride. Si schiera a loro fianco, prim'ancora che per aver con loro condiviso anni di militanza e lotta politica, per il principio stesso della solidarietà di Popolo e di Classe. E vi si schiera, al di là delle strade diverse ormai intraprese ed oltre tattiche e strategie diversamente maturate, attenendosi al piano della Lotta, in tempi, modi e forme che gli operai valuteranno di volta in volta più opportune. Apertamente, pertanto, sostiene la Megaride di nuovo scesa in lotta ed offre dunque il proprio contributo, in termini di iniziativa, agitazione e controinformazione, quale atto di responsabilità politica, disciplina militante, giustizia di classe.
Per l'unità nella Lotta. Per l'unità del Lavoro.
Collettivo Politico MILITANZ Casa del Popolo (CdP)
per l'Autorganizzazione sociale
Gli operai della Megaride sono agente di disturbo di quel manovratore, declinato nel settore in padroni ed armatori, che vorrebbe farci credere ed imporci a tal proposito che non si possa fare a meno di loro, dei loro presunti luminari e dei loro apparati di controllo.
Gli operai della Megaride sono la dimostrazione che, specialmente, a mettere in crisi le fabbriche, non sia tanto il "costo del lavoro" sì insopportabile per padroni e imprenditori all'arrembaggio, quanto piuttosto il costo di chi, come padroni e imprenditori detti, quel "costo" sfrutta: stipendi da capogiro e le spese manager, prelievi costanti dalle tasche del Lavoro per poi speculare altrove, errori, fatti e ripetuti, perchè, spesso, i padroni "oltre a farci, ci sono proprio"...
Gli operai della Megaride, in una parola, sono imbarazzanti. Imbarazzano burocrati istituzionali, sindacali o d'altra sorta che quotidianamente pongono ogni intralcio all'emancipazione reale della classe. Imbarazzano chi fa il "lavoro della politica" piuttosto che una più giusta e necessaria "politica del Lavoro", compreso chi, a forza di "men peggio" compie sapientemente suicidio in un eterno "compatibilizzarsi" senza posa al Capitale e i suoi interessi. Imbarazzano persino "settori radicali", "disobbedienti" per così dire, che si compiacciono del loro ribellismo generico e giovanilistico, per accontentarsi poi di qualche azione pretesa "esemplare" - ed oggi nemmeno più tanto o sempre più di rado - e ricondursi e provare a ricondurre il Movimento tutto sull'altare delle compatibilità finto-riformatrici di partiti e partitini finto-riformatori, avendone così in premio qualche "consulenza" stipendiata o "convenzione" di lavoro..
La determinazione dei Megaride, operai in cantieri ed officine portuali a Napoli è invece tutt'affatto che generica o formale. Essa è obbligatoriamente quotidiana, figlia dell'esigenza reale di mantenere condizioni di vita e di lavoro accettabili e pensare alla famiglia, ma tributo d'ogni momento fatto di orgoglio, coscienza, disciplina e senso di responsabilità. Questo è e significa esser "padroni di se stessi", proprietari collettivi di mezzi di produzione socializzati sì come socializzato è il Lavoro, autorganizzarsi socialmente come classe, prima "in sè", poi "per sè".
Gli operai della Megaride. La loro azione e storia dev'esser sostenuta alla maniera propria della classe, in osservanza della loro capacità d'analisi continua del reale, dei rapporti di forza, delle regole e dei codici del mercato. La loro forza sta certo nell'esperienza maturata dalla e nella Lotta, leggere, studiare, discutere e ricercare sintesi difficili, politicamente avanzate, sindacalmente autosufficienti - attività, queste, rare anche in larghi settori dell'antagonismo sociale - ma, altrettanto certamente, sta anche nella capacità, del Movimento tutto, di saper organizzarsi e combattere per la dignità del Lavoro, l'Autonomia di Classe, la solidarietà militante.
Il Collettivo Politico MILITANZ Casa del Popolo (CdP), collettivo di Lotta e di Lavoro, collettivo di Popolo per il Popolo nel segno dell'Autorganizzazione sociale e il suo Riscatto, si schiera a fianco degli operai della Megaride. Si schiera a loro fianco, prim'ancora che per aver con loro condiviso anni di militanza e lotta politica, per il principio stesso della solidarietà di Popolo e di Classe. E vi si schiera, al di là delle strade diverse ormai intraprese ed oltre tattiche e strategie diversamente maturate, attenendosi al piano della Lotta, in tempi, modi e forme che gli operai valuteranno di volta in volta più opportune. Apertamente, pertanto, sostiene la Megaride di nuovo scesa in lotta ed offre dunque il proprio contributo, in termini di iniziativa, agitazione e controinformazione, quale atto di responsabilità politica, disciplina militante, giustizia di classe.
Per l'unità nella Lotta. Per l'unità del Lavoro.
Collettivo Politico MILITANZ Casa del Popolo (CdP)
per l'Autorganizzazione sociale
Atene brucia!
Una scintilla che potrebbe incendiare la prateria
dell’Europa scossa dalla crisi…
comunicato della Rete dei Comunisti
Come a Genova nel 2001, ad Atene un poliziotto ha assassinato un giovane manifestante: Alexandros Andreas Grigoropoulos aveva solo 16 anni.
La mobilitazione incessante degli studenti e dei lavoratori greci contro i tagli dei finanziamenti all’istruzione pubblica e contro la privatizzazione delle università ha innervosito a tal punto il debole e corrotto governo di Karamanlis da creare le condizioni per l’omicidio di Andreas. Solo le testimonianze dei passanti e lo scoppio di una ribellione generalizzata nelle piazze di tutta la Grecia hanno portato all’arresto del poliziotto omicida, che però non mette in discussione l’impunità degli apparati repressivi. E’ forte la tentazione dei governi europei, in difficoltà di fronte alle mobilitazioni dei settori colpiti dalla crisi che scuote il mondo capitalista, di rafforzare una repressione militare e un controllo asfissiante che nei fatti eliminano ogni possibilità di esercizio effettivo della democrazia. Gli apparati di sicurezza diventano così sempre più intoccabili in quanto determinanti per governi in crisi di legittimità e incapaci di rispondere alla crisi in termini politici e di consenso.
La gioventù greca ha risposto a questo omicidio politico con una ribellione senza precedenti che sta infiammando le strade di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo di Nuova Democrazia e una punizione esemplare per i poliziotti colpevoli. Ma esprimono anche la rabbia di chi subisce gli effetti di una durissima crisi economica che le élites vorrebbero far pagare alle classi lavoratrici. Andreas è vittima di una destra autoritaria e filoamericana ma anche di un metodo di gestione autoritario delle contraddizioni sociali che accomuna tutti i governi europei al di là del loro colore: i tagli draconiani all’istruzione pubblica e la volontà di ripristinare una fortissima selezione di classe nel sistema educativo sono stati decisi dall’Unione Europea ed imposti in ogni singolo paese da governi socialisti, liberali o conservatori, rappresentando una priorità nella costruzione di un polo geopolitico europeo opposto ma uguale a quello USA. Non è un caso che il Partito Socialista greco, il PASOK, balbetti ancora e non si muova con decisione contro un governo di destra pure estremamente debole in termini di consensi e di voti in parlamento.
Sta quindi agli studenti e ai lavoratori, ad un nuovo blocco sociale anticapitalista, rispondere con la lotta e l’organizzazione al tentativo delle classi dominanti europee di gestire la crisi tramite la repressione e la guerra tra poveri.
La capillare e determinata risposta che i compagni greci stanno dando non ci sorprende: è il prodotto di una sinistra di classe e anticapitalista che in questi anni non ha rinunciato a radicarsi nel conflitto sociale e nei movimenti popolari e giovanili rifuggendo ogni tentazione istituzionalista.
Esprimiamo il nostro dolore e la nostra rabbia per l'uccisione del giovane compagno. Manifestiamo la nostra piena e incondizionata solidarietà alle organizzazioni della sinistra greca che hanno scelto di rispondere con la mobilitazione all’omicidio di Andreas Grigoropoulos. Chiediamo insieme ai compagni greci le dimissioni del governo, la fine dell’impunità per gli apparati repressivi, il ritiro di tutte le misure antipopolari su istruzione e lavoro. Invitiamo i movimenti italiani a unirsi a quelli greci in una lotta che non può che essere unitaria, avendo le stesse controparti.
La Rete dei Comunisti
Roma, 8 dicembre 2008
dell’Europa scossa dalla crisi…
comunicato della Rete dei Comunisti
Come a Genova nel 2001, ad Atene un poliziotto ha assassinato un giovane manifestante: Alexandros Andreas Grigoropoulos aveva solo 16 anni.
La mobilitazione incessante degli studenti e dei lavoratori greci contro i tagli dei finanziamenti all’istruzione pubblica e contro la privatizzazione delle università ha innervosito a tal punto il debole e corrotto governo di Karamanlis da creare le condizioni per l’omicidio di Andreas. Solo le testimonianze dei passanti e lo scoppio di una ribellione generalizzata nelle piazze di tutta la Grecia hanno portato all’arresto del poliziotto omicida, che però non mette in discussione l’impunità degli apparati repressivi. E’ forte la tentazione dei governi europei, in difficoltà di fronte alle mobilitazioni dei settori colpiti dalla crisi che scuote il mondo capitalista, di rafforzare una repressione militare e un controllo asfissiante che nei fatti eliminano ogni possibilità di esercizio effettivo della democrazia. Gli apparati di sicurezza diventano così sempre più intoccabili in quanto determinanti per governi in crisi di legittimità e incapaci di rispondere alla crisi in termini politici e di consenso.
La gioventù greca ha risposto a questo omicidio politico con una ribellione senza precedenti che sta infiammando le strade di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo di Nuova Democrazia e una punizione esemplare per i poliziotti colpevoli. Ma esprimono anche la rabbia di chi subisce gli effetti di una durissima crisi economica che le élites vorrebbero far pagare alle classi lavoratrici. Andreas è vittima di una destra autoritaria e filoamericana ma anche di un metodo di gestione autoritario delle contraddizioni sociali che accomuna tutti i governi europei al di là del loro colore: i tagli draconiani all’istruzione pubblica e la volontà di ripristinare una fortissima selezione di classe nel sistema educativo sono stati decisi dall’Unione Europea ed imposti in ogni singolo paese da governi socialisti, liberali o conservatori, rappresentando una priorità nella costruzione di un polo geopolitico europeo opposto ma uguale a quello USA. Non è un caso che il Partito Socialista greco, il PASOK, balbetti ancora e non si muova con decisione contro un governo di destra pure estremamente debole in termini di consensi e di voti in parlamento.
Sta quindi agli studenti e ai lavoratori, ad un nuovo blocco sociale anticapitalista, rispondere con la lotta e l’organizzazione al tentativo delle classi dominanti europee di gestire la crisi tramite la repressione e la guerra tra poveri.
La capillare e determinata risposta che i compagni greci stanno dando non ci sorprende: è il prodotto di una sinistra di classe e anticapitalista che in questi anni non ha rinunciato a radicarsi nel conflitto sociale e nei movimenti popolari e giovanili rifuggendo ogni tentazione istituzionalista.
Esprimiamo il nostro dolore e la nostra rabbia per l'uccisione del giovane compagno. Manifestiamo la nostra piena e incondizionata solidarietà alle organizzazioni della sinistra greca che hanno scelto di rispondere con la mobilitazione all’omicidio di Andreas Grigoropoulos. Chiediamo insieme ai compagni greci le dimissioni del governo, la fine dell’impunità per gli apparati repressivi, il ritiro di tutte le misure antipopolari su istruzione e lavoro. Invitiamo i movimenti italiani a unirsi a quelli greci in una lotta che non può che essere unitaria, avendo le stesse controparti.
La Rete dei Comunisti
Roma, 8 dicembre 2008
Report sullo stato del movimento studentesco e sulla fase attuale
Col corteo nazionale degli universitari dello scorso 14 novembre, e all’indomani della due giorni di dibattito che ha coinvolto l’intero movimento a Roma, si può con ogni probabilità considerare esaurita la prima fase, quella più spontanea e genuinamente “caotica” dell’”Onda”. Come per tutti i movimenti di lotta e di contestazione, anche per quello universitario dell’autunno 2008 sembra essere giunta “l’ora della maturità”, cioè il momento di ragionare sui metodi di conflitto, sulle prospettive e soprattutto sui contenuti e obiettivi della mobilitazione.
In queste settimane praticamente tutte le organizzazioni della sinistra, politica e sindacale, di classe e non, hanno fatto a gara a chi tesseva meglio e di più le lodi del movimento, alcune sottolineandone quella carica di radicalità nelle parole d’ordine e nelle pratiche di lotta come da anni non se ne vedevano negli Atenei (e questo a noi è parso di gran lunga l’elemento più significativo e degno d’attenzione) altri ponendo invece l’accento, a nostro avviso oltremisura e spesso con intenti strumentali, sull’innovazione nei linguaggi e su una non meglio comprensibile “irrapresentabilità” del movimento.
Anche noi, come compagni appartenenti all’area comunista rivoluzionaria, abbiamo fin dal primo momento riconosciuto a questo movimento il merito (enorme!) della rottura di una pace sociale che negli Atenei regnava quasi ininterrotta da più di un decennio. Un merito che l’Onda si è conquistata sul campo, grazie a un proliferare di occupazioni e iniziative di lotta e a una partecipazione in piazza che l’ha resa, almeno nei numeri, il più grande movimento studentesco Italia dal 1990 (se non dal 1977) ad oggi.
Dopo due mesi di lotta e dopo due giornate di discussione nazionale (precedute e seguite da giorni e giorni di discussione nei singoli atenei e facoltà), sembrano tuttavia giunti al pettine una serie di “nodi” politici la cui risoluzione diviene per il movimento tutto ogni giorno di più necessaria e obbligatoria. Da comunisti, abbiamo a cuore non solo il presente, ma anche e soprattutto il futuro del movimento. E’ per questo che, pur nel rispetto totale dell’autonomia delle sue scelte, non intendiamo accodarci al carrozzone politicista di chi “liscia il pelo” al movimento pur di ricavarne qualche voto in più alle prossime elezioni universitarie o, in prospettiva, alle prossime europee, o di chi (peggio ancora!) “surfa” sul movimento con l’idea di poterne ricavare qualche ennesima, angusta briciola caduta dalla tavola dei baronati accademici, in termini di corsi “autogestiti” con tanto di crediti formativi (!!!).
Giunti alle soglie di dicembre (mese da sempre nefasto per le lotte studentesche), andrebbe fatto un bilancio della lotta come si è articolata finora, per individuarne le prospettive e proseguire la mobilitazione: al contrario, continuare con le tiritere dei tipo “tutto va bene, madama la marchesa” servirà solo ad accelerare il riflusso. Allo stesso tempo, pensiamo che una delle principali ricchezze del movimento consista nella sua pluralità, e soprattutto nella possibilità che questa pluralità emerga in maniera limpida agli occhi di tutti: cosa ben diversa da ciò a cui abbiamo assistito a Roma, dove due gruppi politici, disobbedienti-Uniriot e Sinistra Critica (senza dubbio maggioritari nell’Ateneo ospitante ma decisamente minoritari nell’insieme del movimento) hanno praticamente gestito a piacimento le assemblee, occupando le presidenze senza alcun mandato dell’assemblea, e dando vita, almeno sino alla rottura di sabato notte, a diplomazie segrete con tanto di rinvii reiterati delle plenarie: atteggiamenti i quali hanno infastidito non poco anche il grosso della platea “non politicizzata”.
Irrappresentabili, da chi e da cosa?
Se quest’onda dev’essere davvero “irrapresentabile” (laddove per questo termine si intenda “non rappresentabile da alcuna forza politica o sindacale che in questi anni ha affossato le lotte e prodotto arretramenti generalizzati nelle condizioni di vita e di lavoro”) ebbene essa deve tanto più riaffermare l’indisponibilità a farsi rappresentare ed eterodirigere da gruppi politici che nell’ultimo decennio hanno prodotto solo sconfitte e fallimenti.
Ci sembra invece che dietro l’ammaliante slogan “siamo irrapresentabili”, si celi in realtà l’intento di una determinata area politica (ex-post-disobbedienti di Uniriot con l'aggiunta di qualche mummia vendoliana in uscita da Rifondazione) di impedire con ogni mezzo il contatto del movimento con la politica reale, con le altre lotte sociali in corso nel paese, con la necessità impellente di accompagnare lo slogan “noi la crisi non la paghiamo” (senz’altro dirompente) con un’analisi attenta e adeguata della crisi del capitalismo in atto e, soprattutto, con una pratica conseguente tesa a costruire l’unità di classe contro il governo Berlusconi, contro il padronato (sia esso di destra o di centrosinistra) e contro le burocrazie sindacali colluse col potere. In sintesi, chi ha in queste settimane abusato maggiormente di questo slogan, sembra in realtà voler dire “il movimento è cosa nostra, dunque saremo noi soli a rappresentarlo”… E così, chiunque “osi” avviare una discussione e un confronto sui contenuti e sulla necessità di unificare le lotte viene sistematicamente bollato come “m-l”, come “residuo del novecento”, e così via...
Come se poi le teorie “partecipative” dei disobbedienti fossero un’invenzione di oggi e non rappresentassero nient’altro che una versione riveduta e (s)corretta del socialismo utopistico pre-marxiano, dunque ottocentesco (do you remember Fourier?)…
La due giorni di assemblea
L’assemblea della Sapienza, da questo punto di vista, è stata paradigmatica e al tempo stesso indicativa dello stato del movimento.
Dopo una plenaria durata poco più di mezz’ora (con 4 interventi rigorosamente blindati), il dibattito si è subito trasferito nei tre gruppi di lavoro (welfare e diritto allo studio; didattica; formazione), non a caso ribattezzati “workshop” per sottolinearne il carattere più seminariale che decisionale.
In questa sede sono apparsi subito chiari i tentativi da parte delle presidenze (autoproclamatesi senza alcun mandato dell'assemblea) di eludere la discussione sui punti nevralgici: sulla modalità di partecipazione allo sciopero generale del 12 dicembre; sulla costruzione di momenti di confronto ed iniziative di lotta comuni col mondo del lavoro; sulla necessità di articolare una battaglia di lungo respiro contro il precariato nell’università e contro l'attacco al diritto allo studio (mense, residenze, trasporti, ecc.) inteso non come generica “sottrazione di reddito”, bensì come strumento di selezione di classe e di espulsione degli studenti lavoratori e proletari dagli atenei; infine, sulla necessità di una messa in discussione radicale del credito formativo, inteso come metro di valutazione di tipo produttivistico e aziendale, dunque padronale…
Non tutto però è andato come negli auspici delle presidenze autoproclamate: nel corso del dibattito pomeridiano, soprattutto nei gruppi welfare e didattica, si sono moltiplicati interventi di studenti e compagni che affrontavano in un ottica di classe le tematiche sopra accennate, al punto di costringere le presidenze a stravolgere più volte l’ordine degli interventi “per evitare che gli m-l prendessero il sopravvento nell’assemblea”. Lo stesso Raparelli, noto capo dei disobbedienti romani molto avvezzo alle presenze negli studi televisivi (un nuovo Caruso alle porte?), è stato notato mentre strigliava un gruppetto di accoliti ai bordi della sala del gruppo “welfare”, lasciandosi sfuggire che “l’assemblea gli stava sfuggendo di mano e non si poteva andare avanti così…”.
Ma quali i contenuti della proposta di Uniriot?
Sostanzialmente due, semplici semplici, i quali sono emersi in maniera chiara dall’intervento di tal Gigi Roggiero, proveniente dal nord-est:
1- Autoriforma, autoriforma, autoriforma: anche qui la parola sembra molto affascinante. Peccato che a pronunciarla siano in primo luogo coloro che già nel 1997, celandosi dietro questa innocua formuletta, accettarono la Riforma Berlinguer, che introduceva l’autonomia didattica e finanziaria per gli Atenei e il sistema del credito formativo. Ancora oggi Raparelli, Roggiero e compagnia continuano a vedere opportunità e spazi di “autoformazione” in quello che in realtà non è altro che un singolo tassello del puzzle messo a punto dalla borghesia negli ultimi vent’anni: un tassello che rende l’istruzione funzionale alla competizione capitalistica globale, dunque strumento per garantire e incentivare la tendenza costante all’abbassamento del costo del lavoro (salario diretto) allo smantellamento delle tutele sociali (salario indiretto) e delle pensioni (salario differito). Il credito serve esattamente a questo scopo: costringendo lo studente a offrire prestazioni lavorative gratuite o quasi, spesso attraverso la farsa degli “stages” non retribuiti, il capitale può abbassare più facilmente il costo del lavoro, attaccando i salari e le tutele di coloro che svolgono le medesime mansioni sotto contratto.
Per questo l’abolizione del credito dovrebbe essere in testa alle rivendicazioni del movimento, così come la cancellazione dell’autonomia finanziaria e didattica.
2 I lavoratori siamo noi (e basta!): uno dei passaggi più agghiaccianti dell’intera assemblea è stato quando Roggiero ha affermato a chiare lettere che per lui non c’è bisogno dell’unità tra lavoratori e studenti, poiché lo studente di oggi, vista la sua condizione precaria, è già lavoratore!!!
Dunque, secondo il nostro eroe, chissenefrega se nell’università attuale convivono ancora i figli di papà con la macchina di lusso da una parte, e dall’altra centinaia di migliaia di studenti che per pagarsi gli studi e gli affitti da rapina lavorano 5-6 ore al giorno per strada o nei ristoranti! Per il nostro eroe Roggiero siamo tutti studenti, volemose bene e cavalchiamo l’onda.
E poi, visto che lo studente è oramai l’unico, vero lavoratore (cognitivo, sia chiaro) del XXI secolo, che gliene frega a Roggiero dei 4 morti al giorno sui luoghi di lavoro: quelli tanto sono operai, residuati del novecento, quindi crepino pure e lascino spazio ai “ggiovani dell’esercito del surf”!
Che altro dire: di sicuro ci sentiamo di consigliare l’ascolto di tali interventi a chiunque ancora non si capacita di come i fasci del Blocco Studentesco si stiano radicando pericolosamente proprio tra settori significativi di studenti proletari…
In realtà se è vero, come è vero, che la condizione di molti studenti (ma non di tutti) diviene ogni giorno più simile, sia in termini di sfruttamento che di alienazione, a quella dei lavoratori, dovrebbe essere evidente a chiunque l'urgenza di riconnettere le lotte studentesche con quelle proletarie, a partire da alcune battaglie unificanti come il no alla precarietà e agli stages, la lotta contro il caro tasse e il caro-libri, nell'ottica di una vertenza generale contro il caro vita e per forti aumenti salariali. Ma si sa, per gli ultramodernisti di Uniriot questa è solo fraseologia novecentesca...
Il dibattito “reale”
Come dicevamo, fortunatamente buona parte degli interventi nei gruppi di lavoro del sabato pomeriggio sono andati in tutt’altra direzione, a dimostrazione che le farneticazioni interclassiste dei disobbedienti, seppur rappresentative di una buona fetta del movimento della Sapienza, sono del tutto minoritarie a livello nazionale. Ecco che allora, dopo aver perso il controllo dell’assemblea, Uniriot ha iniziato a perdere anche la testa. Non avendo altra arma che i loro “servizi d’ordine”, nel tardo pomeriggio sono iniziate le minacce e gli insulti nei confronti di numerosi compagni: il tutto col silenzio-assenso di Sinistra Critica, e soprattutto con l’occhio vigile ed interessato di qualche rottame dei giovani comunisti vendoliani e filo-PD. Un compagno ha addirittura raccontato di essere stato accerchiato da cinque persone per il solo fatto di aver criticato il sistema dei “corsi alternativi”… Ciò tuttavia non ha impedito a numerosi compagni di farsi ascoltare e comprendere da settori consistenti della platea.
La sinistra di classe inizia a parlarsi…
E’ di fronte a questo scenario che in serata ha preso vita, in maniera del tutto spontanea ed autoconvocata, una riunione delle realtà che non si riconoscono nella diarchia Uniriot-Sinistra Critica.
La riunione, seppur convocata in fretta e furia, ha visto la partecipazione di numerose realtà universitarie (singoli compagni della Sapienza, Tor Vergata di Roma, collettivi di Napoli, Firenze, Milano, Resistenza Universitaria, CSU) e diversi compagni della sinistra di classe (PCL, Unità Comunista, Militanz, Combat di Roma).
Un primo, embrionale momento di dialogo tra quelle realtà che a livello nazionale si muovono in maniera autonoma dalla sinistra istituzionale e in alternativa alle logiche interclassiste dei disobbedienti. Realtà spesso profondamente diverse tra loro, la cui possibilità di trovare punti di sintesi che tengano dentro tutti va tutta verificata, ma che a nostro avviso, nell’attuale fase, hanno il dovere di parlarsi e ricercare convergenze (seppur minime). In gioco oggi non è la sopravvivenza ne tantomeno il rafforzamento di questo o quel gruppo, quanto piuttosto la sopravvivenza e l’agibilità di un punto di vista autonomo e di classe nell’università, a fronte del tentativo condotto da riformisti ed opportunisti di fare terra bruciata attorno a chiunque osi parlare di comunismo.
La riunione, vista la ristrettezza dei tempi, non va molto oltre lo sfogatoio contro la condotta tenuta dalle presidenze e dai gruppi organizzati della Sapienza, ma si discute di dar vita a un azione congiunta in plenaria e di mettere in cantiere una riunione nazionale nelle settimane successive.
Ma dura poco…La finta bagarre “delegati si- delegati no”
Purtroppo, in serata, le cose cambiano. Sinistra critica, che finora aveva condiviso ogni scelta dei disobbedienti, di fronte alle difficoltà e vistasi “scavalcata a sinistra” da buona parte dell'assemblea decide di cambiare cavallo in corso d'opera, lanciando nella notte di Sabato la proposta di “fare come in Francia”, ovvero stabilire regole di rappresentanza certe e “democratiche”.
Proposta che trova subito concordi gli studenti del PCL e, almeno in parte, di RS; più fredda è la reazione del CSU, struttura che ha sempre fatto della questione delegati un cavallo di battaglia, ma che evidentemente nel contesto di Roma intuisce quanto la proposta di Sinistra Critica sia strumentale e dettata dal tentativo di eludere la sostanza delle questioni politiche; nettamente contrari invece gran parte dei collettivi e dell'area dell'autorganizzazione, in nome di un rifiuto “per principio” del metodo della rappresentanza.
Risultato: il raggruppamento di classe si divide di nuovo, tra “favorevoli” e “contrari” ai delegati, e congela il dibattito politico; Sinistra Critica tenta il colpaccio in plenaria proponendo la nuova forma organizzativa all’assemblea; i disobbedienti interrompono con la forza l’assemblea impedendone il proseguimento, e ripresentandosi la mattina seguente (domenica) blindatissimi e decisi a far passare per intero la loro linea. Nel frattempo la discussione politica evapora, coperta dal finto dibattito sulle forme organizzative, e la domenica non è più possibile neanche proporre correzioni ai “testi di sintesi” dei gruppi di lavoro scritti in nottata da una presidenza di fatto priva del benchè minimo vincolo di mandato.
Il nostro punto di vista nel merito: non c'è forma senza sostanza
Sulla vicenda dei “delegati” nel movimento pensiamo sia necessario fare chiarezza.
Come comunisti rivoluzionari non siamo mai stati contrari per principio alla definizione di forme di rappresentanza, purchè esse siano compatibili col principio e con la pratica della democrazia diretta: quindi definizione di portavoce revocabili e vincolati sempre e comunque al mandato delle assemblee, e non invece “deleghe in bianco” attraverso cui dar vita a nuove burocrazie e nuovi politicanti di mestiere, o peggio ancora a parlamentini blindati che si risolvono in intergruppi di strutture politiche che vivono come corpo separato dal movimento reale e dalle sue capacità di autorganizzazione.
Il punto però, a nostro avviso è un altro: non si può parlare di forme organizzative senza aver prima chiarito l'identità e la collocazione di classe del movimento. Prima vengono i contenuti, poi gli involucri organizzativi: fin quando, a partire dalle singole facoltà non sarà chiara la prospettiva politica che il movimento si prefigge, ovvero di alcuni minimi comuni denominatori che siano davvero“costituenti”, parlare di delegati equivale a discutere di aria fritta.
Almeno per quanto ci riguarda, riteniamo che il dibattito sull'analisi e gli obiettivi non si sia affatto risolto con le poche righe prodotte dai “workshop” di Roma, poiché, come vedremo, monche nell'analisi ed ambigue nei contenuti e nella proposta di lotta. Del resto, nel corso della due giorni è balzata agli occhi l'assoluta carenza di analisi organiche e di documenti politici da parte delle singole facoltà. Una carenza che, occorre costatarlo, è presente anche in quelle facoltà e in quelle aree di movimento collocate nel campo della sinistra di classe. Non è un dramma, se si considera il fatto che l'onda ha travolto e in parte colto di sorpresa la quasi totalità delle strutture preesistenti, ma a distanza di due mesi dallo scoppio delle mobilitazioni sarebbe il caso di iniziare un lavoro organico, possibilmente prima che il movimento rifluisca.
Dunque, la bagarre sui delegati, alla luce del profilo politico ancora primordiale con cui il movimento si è presentato a Roma, è servita soltanto a sviare ulteriormente la discussione, e ad offrire a Sinistra Critica un alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità politiche.
Gli “esiti” di domenica mattina
In sostanza l’assemblea si chiude con un sostanziale nulla di fatto per ciò che riguarda alcune scelte fondamentali, su tutte il percorso che porterà il movimento all’appuntamento con lo sciopero generale del 12 novembre: la scelta di non scegliere fa evidentemente comodo a chi, dal quartier generale della Sapienza, proverà ancora una volta a decidere in nome di tutti
Tale approssimazione, unita al caos prodotto dalla querelle sui delegati, ha portato gran parte degli studenti “non schierati” ad abbandonare la plenaria di sabato notte confusi e disorientati, per poi non ripresentarsi la mattina seguente (alla plenaria conclusiva erano presenti meno di un quarto dei partecipanti di sabato mattina!); gli stessi resoconti dei gruppi di lavoro, pur essendo più avanzati rispetto agli orientamenti iniziali (la presidenza evidentemente non ha potuto non tener conto di quanto emerso in gran parte degli interventi) hanno provato a far convivere in maniera raffazzonata ipotesi ed opzioni politiche distanti tra loro anni luce.
Su tutto, desta particolare perplessità il fatto che nel report sulla ricerca emerga per ben due volte (al punto 3 “reddito, diritti, contratti” e al punto 6 “reclutamento”), l'accettazione dei contratti a tempo determinato per i ricercatori. Ma l'onda non doveva travolgere con la sua forza le logiche di precarietà? Se l'obiettivo finale di una lotta di tale portata diventa quello di passare dalla giungla attuale a forme di precarietà temperate con contratti della durata di due anni (che è più o meno ciò che chiedono CGIL-CISL-UIL), ci troveremmo davvero di fronte alla montagna che partorisce il topolino!
Che fare? Alcune considerazioni conclusive
E’ evidente, alla luce di quanto detto, che il movimento è a un bivio: o si rende capace di fungere da traino per la generalizzazione del conflitto ad altri settori sociali, o è destinato inevitabilmente al riflusso e alla sconfitta. Una sconfitta di cui sarebbero responsabili unicamente quei gruppi organizzati che finora si sono autonominati a capo della protesta, sfruttando i vantaggi logistici e l’esposizione mediatica della Sapienza.
I primi segnali di riflusso si sono avvertiti già nel corso di questa settimana: a Napoli l’occupazione della Federico II ha chiuso i battenti, e quella dell’Orientale si avvia sulla stessa strada a seguito di una lacerazione politica profonda tra gli occupanti e soprattutto della controffensiva di un baronato accademico parassitario, da sempre interessato unicamente a trarre vantaggi di casta dalle proteste studentesche; a Firenze la situazione è identica; nella stessa Sapienza l’occupazione sembra trascinarsi stancamente verso il traguardo…delle elezioni universitarie (a cui Uniriot tra l’altro partecipa con una propria lista: a quanto pare il rifiuto della delega va bene solo quando fa comodo…).
Se le occupazioni segnano il passo, non è detto però che debba rifluire anche la lotta, tuttaltro. Un vero movimento universitario, di classe e non studentista, dovrebbe avere la capacità di leggere la fase attuale e muoversi di conseguenza.
A nostro avviso, la fase odierna è segnata da una crisi sistemica del capitalismo: se ciò è vero, il movimento studentesco e dei ricercatori precari di questo autunno rappresenta solo l’antipasto di ciò che potrebbe esplodere nei prossimi mesi. Le prime avvisaglie già possiamo scorgerle: la crisi finanziaria si è abbattuta sull’economia reale ben prima di quanto potessero prevedere i santoni dell’economia e della finanza. Ondate di licenziamenti già sono in atto nel settore manifatturiero e in quasi tutte le principali industrie automobilistiche del vecchio e del nuovo continente; le operazioni maestose di salvataggio di istituti bancari verranno pagate ancora una volta dai soliti noti i lavoratori e le loro famiglie, attraverso un ulteriore taglio della spesa sociale. Questa miscela esplosiva potrebbe prefigurare un ondata di mobilitazioni inedita e mai vista dalla nostra generazione. Il capitalismo è al collasso, ma non si farà da parte facilmente.
E’ per questo che il movimento studentesco, per battere la congiuntura fisiologica del riflusso ed uscirne rafforzato e in condizioni di vincere, non ha altra strada che una saldatura sempre più profonda con i luoghi di lavoro e con le lotte contro lo licenziamenti, precarietà e sfruttamento.
Il dibattito della due giorni di Roma, nonostante gli innumerevoli limiti sopra elencati, ci ha consegnato un'indubbia certezza: la sinistra di classe c'è, anche nell'università, e la storia e le battaglie portate avanti dalla parte migliore del movimento studentesco (ed operaio) negli ultimi cinquant'anni continuano a rappresentare una bussola per l'orientamento politico, sia a livello teorico che pratico, per migliaia di studenti. E' da quel filo rosso, e non certo in contrapposizione ad esso, che bisogna partire, provando ad aggiornare l'analisi, i contenuti e le forme di lotta alla luce delle nuove dinamiche dell'accumulazione capitalistica e delle nuove contraddizioni da esse prodotte. Le lotte di questi mesi, in un quadro di collasso del modo di produzione capitalistico, portano inevitabilmente a ri-mettere all'ordine del giorno la necessità di un'alternativa di sistema.
Di questo occorrerebbe iniziare a discutere. E bisognerebbe iniziare prima del 12 Dicembre.
Alcuni piccoli passi in questa direzione si stanno già muovendo: in numerose facoltà si stanno organizzando dibattiti sulla crisi (come a Napoli e Milano) e assemblee unitarie studenti-lavoratori (come a scienze politiche a Firenze, dove sono intervenuti, tra gli altri, lavoratori Elektrolux e Gkn, a psicologia e a Tor Vergata a Roma, ecc.). Questi passi vanno incentivati: una prima idea potrebbe essere quella di dar vita ad assemblee unitarie studenti-lavoratori che diano voce, all'interno degli atenei, ad esperienze di lotta reale sui luoghi di lavoro fuori e contro il collaborazionismo concertativo di CGIL-CISL-UIL. Ma è altrettanto chiaro che questi passaggi vanno coordinati: e per farlo serve un soggetto che adempia a tale scopo, e che abbia pochi comuni denominatori, ma chiari: l’anticapitalismo, la necessità di comporre un fronte unitario e combattivo studenti-lavoratori; la centralità e l'irriducibilità del conflitto capitale-lavoro, discrimine quanto mai attuale nella fase storica odierna; infine, l’antifascismo di classe come pratica fondante, in contrapposizione frontale con le logiche qualunquiste del “ne rossi ne neri” o “il movimento è apolitico”.
Di tutto il resto si può discutere. Se non ora, quando?
Contro l'università dei padroni: lotta di classe!
Roma, 23-11-2008
Studenti autonomi per l’unità proletaria
In queste settimane praticamente tutte le organizzazioni della sinistra, politica e sindacale, di classe e non, hanno fatto a gara a chi tesseva meglio e di più le lodi del movimento, alcune sottolineandone quella carica di radicalità nelle parole d’ordine e nelle pratiche di lotta come da anni non se ne vedevano negli Atenei (e questo a noi è parso di gran lunga l’elemento più significativo e degno d’attenzione) altri ponendo invece l’accento, a nostro avviso oltremisura e spesso con intenti strumentali, sull’innovazione nei linguaggi e su una non meglio comprensibile “irrapresentabilità” del movimento.
Anche noi, come compagni appartenenti all’area comunista rivoluzionaria, abbiamo fin dal primo momento riconosciuto a questo movimento il merito (enorme!) della rottura di una pace sociale che negli Atenei regnava quasi ininterrotta da più di un decennio. Un merito che l’Onda si è conquistata sul campo, grazie a un proliferare di occupazioni e iniziative di lotta e a una partecipazione in piazza che l’ha resa, almeno nei numeri, il più grande movimento studentesco Italia dal 1990 (se non dal 1977) ad oggi.
Dopo due mesi di lotta e dopo due giornate di discussione nazionale (precedute e seguite da giorni e giorni di discussione nei singoli atenei e facoltà), sembrano tuttavia giunti al pettine una serie di “nodi” politici la cui risoluzione diviene per il movimento tutto ogni giorno di più necessaria e obbligatoria. Da comunisti, abbiamo a cuore non solo il presente, ma anche e soprattutto il futuro del movimento. E’ per questo che, pur nel rispetto totale dell’autonomia delle sue scelte, non intendiamo accodarci al carrozzone politicista di chi “liscia il pelo” al movimento pur di ricavarne qualche voto in più alle prossime elezioni universitarie o, in prospettiva, alle prossime europee, o di chi (peggio ancora!) “surfa” sul movimento con l’idea di poterne ricavare qualche ennesima, angusta briciola caduta dalla tavola dei baronati accademici, in termini di corsi “autogestiti” con tanto di crediti formativi (!!!).
Giunti alle soglie di dicembre (mese da sempre nefasto per le lotte studentesche), andrebbe fatto un bilancio della lotta come si è articolata finora, per individuarne le prospettive e proseguire la mobilitazione: al contrario, continuare con le tiritere dei tipo “tutto va bene, madama la marchesa” servirà solo ad accelerare il riflusso. Allo stesso tempo, pensiamo che una delle principali ricchezze del movimento consista nella sua pluralità, e soprattutto nella possibilità che questa pluralità emerga in maniera limpida agli occhi di tutti: cosa ben diversa da ciò a cui abbiamo assistito a Roma, dove due gruppi politici, disobbedienti-Uniriot e Sinistra Critica (senza dubbio maggioritari nell’Ateneo ospitante ma decisamente minoritari nell’insieme del movimento) hanno praticamente gestito a piacimento le assemblee, occupando le presidenze senza alcun mandato dell’assemblea, e dando vita, almeno sino alla rottura di sabato notte, a diplomazie segrete con tanto di rinvii reiterati delle plenarie: atteggiamenti i quali hanno infastidito non poco anche il grosso della platea “non politicizzata”.
Irrappresentabili, da chi e da cosa?
Se quest’onda dev’essere davvero “irrapresentabile” (laddove per questo termine si intenda “non rappresentabile da alcuna forza politica o sindacale che in questi anni ha affossato le lotte e prodotto arretramenti generalizzati nelle condizioni di vita e di lavoro”) ebbene essa deve tanto più riaffermare l’indisponibilità a farsi rappresentare ed eterodirigere da gruppi politici che nell’ultimo decennio hanno prodotto solo sconfitte e fallimenti.
Ci sembra invece che dietro l’ammaliante slogan “siamo irrapresentabili”, si celi in realtà l’intento di una determinata area politica (ex-post-disobbedienti di Uniriot con l'aggiunta di qualche mummia vendoliana in uscita da Rifondazione) di impedire con ogni mezzo il contatto del movimento con la politica reale, con le altre lotte sociali in corso nel paese, con la necessità impellente di accompagnare lo slogan “noi la crisi non la paghiamo” (senz’altro dirompente) con un’analisi attenta e adeguata della crisi del capitalismo in atto e, soprattutto, con una pratica conseguente tesa a costruire l’unità di classe contro il governo Berlusconi, contro il padronato (sia esso di destra o di centrosinistra) e contro le burocrazie sindacali colluse col potere. In sintesi, chi ha in queste settimane abusato maggiormente di questo slogan, sembra in realtà voler dire “il movimento è cosa nostra, dunque saremo noi soli a rappresentarlo”… E così, chiunque “osi” avviare una discussione e un confronto sui contenuti e sulla necessità di unificare le lotte viene sistematicamente bollato come “m-l”, come “residuo del novecento”, e così via...
Come se poi le teorie “partecipative” dei disobbedienti fossero un’invenzione di oggi e non rappresentassero nient’altro che una versione riveduta e (s)corretta del socialismo utopistico pre-marxiano, dunque ottocentesco (do you remember Fourier?)…
La due giorni di assemblea
L’assemblea della Sapienza, da questo punto di vista, è stata paradigmatica e al tempo stesso indicativa dello stato del movimento.
Dopo una plenaria durata poco più di mezz’ora (con 4 interventi rigorosamente blindati), il dibattito si è subito trasferito nei tre gruppi di lavoro (welfare e diritto allo studio; didattica; formazione), non a caso ribattezzati “workshop” per sottolinearne il carattere più seminariale che decisionale.
In questa sede sono apparsi subito chiari i tentativi da parte delle presidenze (autoproclamatesi senza alcun mandato dell'assemblea) di eludere la discussione sui punti nevralgici: sulla modalità di partecipazione allo sciopero generale del 12 dicembre; sulla costruzione di momenti di confronto ed iniziative di lotta comuni col mondo del lavoro; sulla necessità di articolare una battaglia di lungo respiro contro il precariato nell’università e contro l'attacco al diritto allo studio (mense, residenze, trasporti, ecc.) inteso non come generica “sottrazione di reddito”, bensì come strumento di selezione di classe e di espulsione degli studenti lavoratori e proletari dagli atenei; infine, sulla necessità di una messa in discussione radicale del credito formativo, inteso come metro di valutazione di tipo produttivistico e aziendale, dunque padronale…
Non tutto però è andato come negli auspici delle presidenze autoproclamate: nel corso del dibattito pomeridiano, soprattutto nei gruppi welfare e didattica, si sono moltiplicati interventi di studenti e compagni che affrontavano in un ottica di classe le tematiche sopra accennate, al punto di costringere le presidenze a stravolgere più volte l’ordine degli interventi “per evitare che gli m-l prendessero il sopravvento nell’assemblea”. Lo stesso Raparelli, noto capo dei disobbedienti romani molto avvezzo alle presenze negli studi televisivi (un nuovo Caruso alle porte?), è stato notato mentre strigliava un gruppetto di accoliti ai bordi della sala del gruppo “welfare”, lasciandosi sfuggire che “l’assemblea gli stava sfuggendo di mano e non si poteva andare avanti così…”.
Ma quali i contenuti della proposta di Uniriot?
Sostanzialmente due, semplici semplici, i quali sono emersi in maniera chiara dall’intervento di tal Gigi Roggiero, proveniente dal nord-est:
1- Autoriforma, autoriforma, autoriforma: anche qui la parola sembra molto affascinante. Peccato che a pronunciarla siano in primo luogo coloro che già nel 1997, celandosi dietro questa innocua formuletta, accettarono la Riforma Berlinguer, che introduceva l’autonomia didattica e finanziaria per gli Atenei e il sistema del credito formativo. Ancora oggi Raparelli, Roggiero e compagnia continuano a vedere opportunità e spazi di “autoformazione” in quello che in realtà non è altro che un singolo tassello del puzzle messo a punto dalla borghesia negli ultimi vent’anni: un tassello che rende l’istruzione funzionale alla competizione capitalistica globale, dunque strumento per garantire e incentivare la tendenza costante all’abbassamento del costo del lavoro (salario diretto) allo smantellamento delle tutele sociali (salario indiretto) e delle pensioni (salario differito). Il credito serve esattamente a questo scopo: costringendo lo studente a offrire prestazioni lavorative gratuite o quasi, spesso attraverso la farsa degli “stages” non retribuiti, il capitale può abbassare più facilmente il costo del lavoro, attaccando i salari e le tutele di coloro che svolgono le medesime mansioni sotto contratto.
Per questo l’abolizione del credito dovrebbe essere in testa alle rivendicazioni del movimento, così come la cancellazione dell’autonomia finanziaria e didattica.
2 I lavoratori siamo noi (e basta!): uno dei passaggi più agghiaccianti dell’intera assemblea è stato quando Roggiero ha affermato a chiare lettere che per lui non c’è bisogno dell’unità tra lavoratori e studenti, poiché lo studente di oggi, vista la sua condizione precaria, è già lavoratore!!!
Dunque, secondo il nostro eroe, chissenefrega se nell’università attuale convivono ancora i figli di papà con la macchina di lusso da una parte, e dall’altra centinaia di migliaia di studenti che per pagarsi gli studi e gli affitti da rapina lavorano 5-6 ore al giorno per strada o nei ristoranti! Per il nostro eroe Roggiero siamo tutti studenti, volemose bene e cavalchiamo l’onda.
E poi, visto che lo studente è oramai l’unico, vero lavoratore (cognitivo, sia chiaro) del XXI secolo, che gliene frega a Roggiero dei 4 morti al giorno sui luoghi di lavoro: quelli tanto sono operai, residuati del novecento, quindi crepino pure e lascino spazio ai “ggiovani dell’esercito del surf”!
Che altro dire: di sicuro ci sentiamo di consigliare l’ascolto di tali interventi a chiunque ancora non si capacita di come i fasci del Blocco Studentesco si stiano radicando pericolosamente proprio tra settori significativi di studenti proletari…
In realtà se è vero, come è vero, che la condizione di molti studenti (ma non di tutti) diviene ogni giorno più simile, sia in termini di sfruttamento che di alienazione, a quella dei lavoratori, dovrebbe essere evidente a chiunque l'urgenza di riconnettere le lotte studentesche con quelle proletarie, a partire da alcune battaglie unificanti come il no alla precarietà e agli stages, la lotta contro il caro tasse e il caro-libri, nell'ottica di una vertenza generale contro il caro vita e per forti aumenti salariali. Ma si sa, per gli ultramodernisti di Uniriot questa è solo fraseologia novecentesca...
Il dibattito “reale”
Come dicevamo, fortunatamente buona parte degli interventi nei gruppi di lavoro del sabato pomeriggio sono andati in tutt’altra direzione, a dimostrazione che le farneticazioni interclassiste dei disobbedienti, seppur rappresentative di una buona fetta del movimento della Sapienza, sono del tutto minoritarie a livello nazionale. Ecco che allora, dopo aver perso il controllo dell’assemblea, Uniriot ha iniziato a perdere anche la testa. Non avendo altra arma che i loro “servizi d’ordine”, nel tardo pomeriggio sono iniziate le minacce e gli insulti nei confronti di numerosi compagni: il tutto col silenzio-assenso di Sinistra Critica, e soprattutto con l’occhio vigile ed interessato di qualche rottame dei giovani comunisti vendoliani e filo-PD. Un compagno ha addirittura raccontato di essere stato accerchiato da cinque persone per il solo fatto di aver criticato il sistema dei “corsi alternativi”… Ciò tuttavia non ha impedito a numerosi compagni di farsi ascoltare e comprendere da settori consistenti della platea.
La sinistra di classe inizia a parlarsi…
E’ di fronte a questo scenario che in serata ha preso vita, in maniera del tutto spontanea ed autoconvocata, una riunione delle realtà che non si riconoscono nella diarchia Uniriot-Sinistra Critica.
La riunione, seppur convocata in fretta e furia, ha visto la partecipazione di numerose realtà universitarie (singoli compagni della Sapienza, Tor Vergata di Roma, collettivi di Napoli, Firenze, Milano, Resistenza Universitaria, CSU) e diversi compagni della sinistra di classe (PCL, Unità Comunista, Militanz, Combat di Roma).
Un primo, embrionale momento di dialogo tra quelle realtà che a livello nazionale si muovono in maniera autonoma dalla sinistra istituzionale e in alternativa alle logiche interclassiste dei disobbedienti. Realtà spesso profondamente diverse tra loro, la cui possibilità di trovare punti di sintesi che tengano dentro tutti va tutta verificata, ma che a nostro avviso, nell’attuale fase, hanno il dovere di parlarsi e ricercare convergenze (seppur minime). In gioco oggi non è la sopravvivenza ne tantomeno il rafforzamento di questo o quel gruppo, quanto piuttosto la sopravvivenza e l’agibilità di un punto di vista autonomo e di classe nell’università, a fronte del tentativo condotto da riformisti ed opportunisti di fare terra bruciata attorno a chiunque osi parlare di comunismo.
La riunione, vista la ristrettezza dei tempi, non va molto oltre lo sfogatoio contro la condotta tenuta dalle presidenze e dai gruppi organizzati della Sapienza, ma si discute di dar vita a un azione congiunta in plenaria e di mettere in cantiere una riunione nazionale nelle settimane successive.
Ma dura poco…La finta bagarre “delegati si- delegati no”
Purtroppo, in serata, le cose cambiano. Sinistra critica, che finora aveva condiviso ogni scelta dei disobbedienti, di fronte alle difficoltà e vistasi “scavalcata a sinistra” da buona parte dell'assemblea decide di cambiare cavallo in corso d'opera, lanciando nella notte di Sabato la proposta di “fare come in Francia”, ovvero stabilire regole di rappresentanza certe e “democratiche”.
Proposta che trova subito concordi gli studenti del PCL e, almeno in parte, di RS; più fredda è la reazione del CSU, struttura che ha sempre fatto della questione delegati un cavallo di battaglia, ma che evidentemente nel contesto di Roma intuisce quanto la proposta di Sinistra Critica sia strumentale e dettata dal tentativo di eludere la sostanza delle questioni politiche; nettamente contrari invece gran parte dei collettivi e dell'area dell'autorganizzazione, in nome di un rifiuto “per principio” del metodo della rappresentanza.
Risultato: il raggruppamento di classe si divide di nuovo, tra “favorevoli” e “contrari” ai delegati, e congela il dibattito politico; Sinistra Critica tenta il colpaccio in plenaria proponendo la nuova forma organizzativa all’assemblea; i disobbedienti interrompono con la forza l’assemblea impedendone il proseguimento, e ripresentandosi la mattina seguente (domenica) blindatissimi e decisi a far passare per intero la loro linea. Nel frattempo la discussione politica evapora, coperta dal finto dibattito sulle forme organizzative, e la domenica non è più possibile neanche proporre correzioni ai “testi di sintesi” dei gruppi di lavoro scritti in nottata da una presidenza di fatto priva del benchè minimo vincolo di mandato.
Il nostro punto di vista nel merito: non c'è forma senza sostanza
Sulla vicenda dei “delegati” nel movimento pensiamo sia necessario fare chiarezza.
Come comunisti rivoluzionari non siamo mai stati contrari per principio alla definizione di forme di rappresentanza, purchè esse siano compatibili col principio e con la pratica della democrazia diretta: quindi definizione di portavoce revocabili e vincolati sempre e comunque al mandato delle assemblee, e non invece “deleghe in bianco” attraverso cui dar vita a nuove burocrazie e nuovi politicanti di mestiere, o peggio ancora a parlamentini blindati che si risolvono in intergruppi di strutture politiche che vivono come corpo separato dal movimento reale e dalle sue capacità di autorganizzazione.
Il punto però, a nostro avviso è un altro: non si può parlare di forme organizzative senza aver prima chiarito l'identità e la collocazione di classe del movimento. Prima vengono i contenuti, poi gli involucri organizzativi: fin quando, a partire dalle singole facoltà non sarà chiara la prospettiva politica che il movimento si prefigge, ovvero di alcuni minimi comuni denominatori che siano davvero“costituenti”, parlare di delegati equivale a discutere di aria fritta.
Almeno per quanto ci riguarda, riteniamo che il dibattito sull'analisi e gli obiettivi non si sia affatto risolto con le poche righe prodotte dai “workshop” di Roma, poiché, come vedremo, monche nell'analisi ed ambigue nei contenuti e nella proposta di lotta. Del resto, nel corso della due giorni è balzata agli occhi l'assoluta carenza di analisi organiche e di documenti politici da parte delle singole facoltà. Una carenza che, occorre costatarlo, è presente anche in quelle facoltà e in quelle aree di movimento collocate nel campo della sinistra di classe. Non è un dramma, se si considera il fatto che l'onda ha travolto e in parte colto di sorpresa la quasi totalità delle strutture preesistenti, ma a distanza di due mesi dallo scoppio delle mobilitazioni sarebbe il caso di iniziare un lavoro organico, possibilmente prima che il movimento rifluisca.
Dunque, la bagarre sui delegati, alla luce del profilo politico ancora primordiale con cui il movimento si è presentato a Roma, è servita soltanto a sviare ulteriormente la discussione, e ad offrire a Sinistra Critica un alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità politiche.
Gli “esiti” di domenica mattina
In sostanza l’assemblea si chiude con un sostanziale nulla di fatto per ciò che riguarda alcune scelte fondamentali, su tutte il percorso che porterà il movimento all’appuntamento con lo sciopero generale del 12 novembre: la scelta di non scegliere fa evidentemente comodo a chi, dal quartier generale della Sapienza, proverà ancora una volta a decidere in nome di tutti
Tale approssimazione, unita al caos prodotto dalla querelle sui delegati, ha portato gran parte degli studenti “non schierati” ad abbandonare la plenaria di sabato notte confusi e disorientati, per poi non ripresentarsi la mattina seguente (alla plenaria conclusiva erano presenti meno di un quarto dei partecipanti di sabato mattina!); gli stessi resoconti dei gruppi di lavoro, pur essendo più avanzati rispetto agli orientamenti iniziali (la presidenza evidentemente non ha potuto non tener conto di quanto emerso in gran parte degli interventi) hanno provato a far convivere in maniera raffazzonata ipotesi ed opzioni politiche distanti tra loro anni luce.
Su tutto, desta particolare perplessità il fatto che nel report sulla ricerca emerga per ben due volte (al punto 3 “reddito, diritti, contratti” e al punto 6 “reclutamento”), l'accettazione dei contratti a tempo determinato per i ricercatori. Ma l'onda non doveva travolgere con la sua forza le logiche di precarietà? Se l'obiettivo finale di una lotta di tale portata diventa quello di passare dalla giungla attuale a forme di precarietà temperate con contratti della durata di due anni (che è più o meno ciò che chiedono CGIL-CISL-UIL), ci troveremmo davvero di fronte alla montagna che partorisce il topolino!
Che fare? Alcune considerazioni conclusive
E’ evidente, alla luce di quanto detto, che il movimento è a un bivio: o si rende capace di fungere da traino per la generalizzazione del conflitto ad altri settori sociali, o è destinato inevitabilmente al riflusso e alla sconfitta. Una sconfitta di cui sarebbero responsabili unicamente quei gruppi organizzati che finora si sono autonominati a capo della protesta, sfruttando i vantaggi logistici e l’esposizione mediatica della Sapienza.
I primi segnali di riflusso si sono avvertiti già nel corso di questa settimana: a Napoli l’occupazione della Federico II ha chiuso i battenti, e quella dell’Orientale si avvia sulla stessa strada a seguito di una lacerazione politica profonda tra gli occupanti e soprattutto della controffensiva di un baronato accademico parassitario, da sempre interessato unicamente a trarre vantaggi di casta dalle proteste studentesche; a Firenze la situazione è identica; nella stessa Sapienza l’occupazione sembra trascinarsi stancamente verso il traguardo…delle elezioni universitarie (a cui Uniriot tra l’altro partecipa con una propria lista: a quanto pare il rifiuto della delega va bene solo quando fa comodo…).
Se le occupazioni segnano il passo, non è detto però che debba rifluire anche la lotta, tuttaltro. Un vero movimento universitario, di classe e non studentista, dovrebbe avere la capacità di leggere la fase attuale e muoversi di conseguenza.
A nostro avviso, la fase odierna è segnata da una crisi sistemica del capitalismo: se ciò è vero, il movimento studentesco e dei ricercatori precari di questo autunno rappresenta solo l’antipasto di ciò che potrebbe esplodere nei prossimi mesi. Le prime avvisaglie già possiamo scorgerle: la crisi finanziaria si è abbattuta sull’economia reale ben prima di quanto potessero prevedere i santoni dell’economia e della finanza. Ondate di licenziamenti già sono in atto nel settore manifatturiero e in quasi tutte le principali industrie automobilistiche del vecchio e del nuovo continente; le operazioni maestose di salvataggio di istituti bancari verranno pagate ancora una volta dai soliti noti i lavoratori e le loro famiglie, attraverso un ulteriore taglio della spesa sociale. Questa miscela esplosiva potrebbe prefigurare un ondata di mobilitazioni inedita e mai vista dalla nostra generazione. Il capitalismo è al collasso, ma non si farà da parte facilmente.
E’ per questo che il movimento studentesco, per battere la congiuntura fisiologica del riflusso ed uscirne rafforzato e in condizioni di vincere, non ha altra strada che una saldatura sempre più profonda con i luoghi di lavoro e con le lotte contro lo licenziamenti, precarietà e sfruttamento.
Il dibattito della due giorni di Roma, nonostante gli innumerevoli limiti sopra elencati, ci ha consegnato un'indubbia certezza: la sinistra di classe c'è, anche nell'università, e la storia e le battaglie portate avanti dalla parte migliore del movimento studentesco (ed operaio) negli ultimi cinquant'anni continuano a rappresentare una bussola per l'orientamento politico, sia a livello teorico che pratico, per migliaia di studenti. E' da quel filo rosso, e non certo in contrapposizione ad esso, che bisogna partire, provando ad aggiornare l'analisi, i contenuti e le forme di lotta alla luce delle nuove dinamiche dell'accumulazione capitalistica e delle nuove contraddizioni da esse prodotte. Le lotte di questi mesi, in un quadro di collasso del modo di produzione capitalistico, portano inevitabilmente a ri-mettere all'ordine del giorno la necessità di un'alternativa di sistema.
Di questo occorrerebbe iniziare a discutere. E bisognerebbe iniziare prima del 12 Dicembre.
Alcuni piccoli passi in questa direzione si stanno già muovendo: in numerose facoltà si stanno organizzando dibattiti sulla crisi (come a Napoli e Milano) e assemblee unitarie studenti-lavoratori (come a scienze politiche a Firenze, dove sono intervenuti, tra gli altri, lavoratori Elektrolux e Gkn, a psicologia e a Tor Vergata a Roma, ecc.). Questi passi vanno incentivati: una prima idea potrebbe essere quella di dar vita ad assemblee unitarie studenti-lavoratori che diano voce, all'interno degli atenei, ad esperienze di lotta reale sui luoghi di lavoro fuori e contro il collaborazionismo concertativo di CGIL-CISL-UIL. Ma è altrettanto chiaro che questi passaggi vanno coordinati: e per farlo serve un soggetto che adempia a tale scopo, e che abbia pochi comuni denominatori, ma chiari: l’anticapitalismo, la necessità di comporre un fronte unitario e combattivo studenti-lavoratori; la centralità e l'irriducibilità del conflitto capitale-lavoro, discrimine quanto mai attuale nella fase storica odierna; infine, l’antifascismo di classe come pratica fondante, in contrapposizione frontale con le logiche qualunquiste del “ne rossi ne neri” o “il movimento è apolitico”.
Di tutto il resto si può discutere. Se non ora, quando?
Contro l'università dei padroni: lotta di classe!
Roma, 23-11-2008
Studenti autonomi per l’unità proletaria
APPELLO A TUTTE LE REALTÀ STUDENTESCHE IN LOTTA
riceviamo e pubblichiamo....
RILANCIAMO LA LOTTA AD OLTRANZA FINO AL RITIRO
DI TUTTI I PROVVEDIMENTI SULLA SCUOLA!
INTERVENIAMO IN TUTTE LE MOBILITAZIONI
E ASSEMBLEE STUDENTESCHE
CON QUESTE PAROLE D'ORDINE,
PER COSTRUIRE
UN COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE LOTTE!
SOLO LA LOTTA PAGA, ORGANIZZIAMOCI!
APPELLO
A TUTTE LE REALTÀ STUDENTESCHE IN LOTTA
Costruiamo un coordinamento nazionale delle lotte studentesche
In tutta Italia sono sorti, in questi mesi, importanti momenti di lotta contro il massacro dell'istruzione pubblica: da decenni il nostro Paese non conosceva un'ondata di lotta di tali dimensioni. La maggioranza delle università italiane è in stato di agitazione: occupazioni, autogestioni, assemblee permanenti. Sono centinaia gli istituti superiori occupati o in mobilitazione. Ogni giorno nelle varie città d'Italia ci sono cortei, manifestazioni studentesche, momenti di protesta, lezioni all'aperto. E' evidente che il governo non intende, nella sostanza, arretrare e prosegue nella stessa direzione di marcia: drastico taglio (8 miliardi) dei finanziamenti all'istruzione pubblica; privatizzazione dell'università (gli atenei diventeranno fondazioni di diritto privato, con il conseguente rincaro delle tasse senza tetti limite: si potrà arrivare a tasse annuali di decine di migliaia di euro); taglio di più di 130 mila posti di lavoro nella scuola (che vanno ad aggiungersi ai 47 mila del precedente governo) con conseguente scadimento della qualità della scuola pubblica, a tutto vantaggio delle scuole private per i figli dei ricchi; introduzione del maestro unico alle elementari e cancellazione del tempo pieno; chiusura/accorpamento degli istituti con meno di 300/500 iscritti. Per vincere, è necessario organizzarsi e coordinarsi, come insegna la vittoria degli studenti francesi che, nella primavera del 2006, riuscirono a mettere in ginocchio il governo e imporre il ritiro delle leggi che aggravavano il lavoro precario (Cpe). In Francia gli studenti vinsero anche perché si diedero un coordinamento di lotta nazionale, costruito attraverso un percorso democratico che prevedeva l'elezione di delegati delle varie realtà di lotta. Dobbiamo seguire lo stesso esempio: ogni scuola o facoltà in mobilitazione elegga, attraverso assemblea, un numero di delegati proporzionale al numero dei partecipanti (un delegato ogni 50 studenti riuniti in assemblea). I delegati si faranno portavoce delle proposte emerse in assemblea e decideranno con gli altri delegati i momenti successivi della lotta. Solo con l'organizzazione e la democrazia si vince.
Continuiamo la lotta ad oltranza fino al ritiro
di tutti i provvedimenti su scuola e università
Ma l'esempio degli studenti francesi ci dà un'altra indicazione importante: solo la lotta ad oltranza paga. Gli studenti riuscirono a far arretrare il governo solo perché accanto a loro scesero in campo i lavoratori - prima i precari, poi tutti gli altri - e bloccarono il Paese fino a costringere il governo alla resa. Giudichiamo negativamente la proposta di un referendum che ha solo lo scopo di smorzare le lotte in corso. Il referendum potrebbe svolgersi solo nel 2010, cioè a massacro concluso. Non solo: non potrebbe, per legge, mettere in discussione il punto centrale, cioè i tagli ai finanziamenti alla scuola pubblica (il referendum non può riguardare "questioni che attengono al bilancio dello Stato"). Soprattutto, rischierebbe di tradursi in un boomerang: nessun referendum avviene in un regime di reale discussione democratica delle posizioni in campo: chi controlla i mezzi di comunicazione e ha risorse per fare campagne miliardarie potrà conquistare consenso con grande facilità. L'unica strada che ci resta da percorrere è quella della lotta ad oltranza fino al ritiro di tutti i provvedimenti sulla scuola e l'università. Questo vuol dire, sul terreno studentesco, che dovremo rilanciare sia nuovi scioperi e manifestazioni nazionali, sia occupazioni e manifestazioni locali. Ma non dobbiamo procedere in ordine sparso: occorre organizzarci nazionalmente, anche per far fronte a provocazioni e attacchi polizieschi (si pensi alle manganellate nei confronti di manifestanti inermi e alle provocazioni dei gruppi fascisti). Anche per questo è urgente la costituzione di un coordinamento nazionale di lotta.
Uniamo le nostre lotte a quelle dei lavoratori!
Il motivo per cui stanno massacrando la scuola pubblica è una ragione di risparmio, sulla pelle degli studenti e dei lavoratori. Intendono farci pagare la crisi dei banchieri e mirano a risparmiare sui servizi per tutti, scuola e sanità in primis, mentre le spese militari continuano ad aumentare. Quello che stiamo subendo nella scuola rientra in un progetto più complessivo che intende scaricare sulle spalle dei lavoratori e delle famiglie dei lavoratori i costi della crisi. Se nella scuola è previsto il taglio di centinaia di posti di lavoro (che penalizzeranno i precari, ma non solo), similmente sono sempre di più le aziende che licenziano e mandano a casa centinaia di lavoratori. Non possiamo accettare che a pagare la crisi siano i lavoratori e i figli dei lavoratori! La crisi la paghino i banchieri! E' per questo che è necessario unire le lotte. Nelle prossime settimane scenderanno in sciopero e manifesteranno i lavoratori del pubblico impiego, dell'università, gli operai (a partire dallo sciopero del 12 dicembre). E' necessario che studenti e lavoratori procedano di pari passo, fino a un grande sciopero nazionale di tutto il mondo del lavoro che blocchi l'Italia e imponga al governo le ragioni dei lavoratori, cioè della maggioranza della popolazione. Anche per questo occorre darci da subito una strutturazione nazionale. L'esperienza francese ci insegna che studenti e lavoratori uniti non temono rivali.
Nella tua scuola non esiste ancora
un collettivo di Studenti in lotta?
Costruiscilo tu!
Scrivi a nazionale@studentinlotta.org
e ti invieremo tutto il materiale necessario,
mettendoti in contatto coi collettivi più vicini
RILANCIAMO LA LOTTA AD OLTRANZA FINO AL RITIRO
DI TUTTI I PROVVEDIMENTI SULLA SCUOLA!
INTERVENIAMO IN TUTTE LE MOBILITAZIONI
E ASSEMBLEE STUDENTESCHE
CON QUESTE PAROLE D'ORDINE,
PER COSTRUIRE
UN COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE LOTTE!
SOLO LA LOTTA PAGA, ORGANIZZIAMOCI!
APPELLO
A TUTTE LE REALTÀ STUDENTESCHE IN LOTTA
Costruiamo un coordinamento nazionale delle lotte studentesche
In tutta Italia sono sorti, in questi mesi, importanti momenti di lotta contro il massacro dell'istruzione pubblica: da decenni il nostro Paese non conosceva un'ondata di lotta di tali dimensioni. La maggioranza delle università italiane è in stato di agitazione: occupazioni, autogestioni, assemblee permanenti. Sono centinaia gli istituti superiori occupati o in mobilitazione. Ogni giorno nelle varie città d'Italia ci sono cortei, manifestazioni studentesche, momenti di protesta, lezioni all'aperto. E' evidente che il governo non intende, nella sostanza, arretrare e prosegue nella stessa direzione di marcia: drastico taglio (8 miliardi) dei finanziamenti all'istruzione pubblica; privatizzazione dell'università (gli atenei diventeranno fondazioni di diritto privato, con il conseguente rincaro delle tasse senza tetti limite: si potrà arrivare a tasse annuali di decine di migliaia di euro); taglio di più di 130 mila posti di lavoro nella scuola (che vanno ad aggiungersi ai 47 mila del precedente governo) con conseguente scadimento della qualità della scuola pubblica, a tutto vantaggio delle scuole private per i figli dei ricchi; introduzione del maestro unico alle elementari e cancellazione del tempo pieno; chiusura/accorpamento degli istituti con meno di 300/500 iscritti. Per vincere, è necessario organizzarsi e coordinarsi, come insegna la vittoria degli studenti francesi che, nella primavera del 2006, riuscirono a mettere in ginocchio il governo e imporre il ritiro delle leggi che aggravavano il lavoro precario (Cpe). In Francia gli studenti vinsero anche perché si diedero un coordinamento di lotta nazionale, costruito attraverso un percorso democratico che prevedeva l'elezione di delegati delle varie realtà di lotta. Dobbiamo seguire lo stesso esempio: ogni scuola o facoltà in mobilitazione elegga, attraverso assemblea, un numero di delegati proporzionale al numero dei partecipanti (un delegato ogni 50 studenti riuniti in assemblea). I delegati si faranno portavoce delle proposte emerse in assemblea e decideranno con gli altri delegati i momenti successivi della lotta. Solo con l'organizzazione e la democrazia si vince.
Continuiamo la lotta ad oltranza fino al ritiro
di tutti i provvedimenti su scuola e università
Ma l'esempio degli studenti francesi ci dà un'altra indicazione importante: solo la lotta ad oltranza paga. Gli studenti riuscirono a far arretrare il governo solo perché accanto a loro scesero in campo i lavoratori - prima i precari, poi tutti gli altri - e bloccarono il Paese fino a costringere il governo alla resa. Giudichiamo negativamente la proposta di un referendum che ha solo lo scopo di smorzare le lotte in corso. Il referendum potrebbe svolgersi solo nel 2010, cioè a massacro concluso. Non solo: non potrebbe, per legge, mettere in discussione il punto centrale, cioè i tagli ai finanziamenti alla scuola pubblica (il referendum non può riguardare "questioni che attengono al bilancio dello Stato"). Soprattutto, rischierebbe di tradursi in un boomerang: nessun referendum avviene in un regime di reale discussione democratica delle posizioni in campo: chi controlla i mezzi di comunicazione e ha risorse per fare campagne miliardarie potrà conquistare consenso con grande facilità. L'unica strada che ci resta da percorrere è quella della lotta ad oltranza fino al ritiro di tutti i provvedimenti sulla scuola e l'università. Questo vuol dire, sul terreno studentesco, che dovremo rilanciare sia nuovi scioperi e manifestazioni nazionali, sia occupazioni e manifestazioni locali. Ma non dobbiamo procedere in ordine sparso: occorre organizzarci nazionalmente, anche per far fronte a provocazioni e attacchi polizieschi (si pensi alle manganellate nei confronti di manifestanti inermi e alle provocazioni dei gruppi fascisti). Anche per questo è urgente la costituzione di un coordinamento nazionale di lotta.
Uniamo le nostre lotte a quelle dei lavoratori!
Il motivo per cui stanno massacrando la scuola pubblica è una ragione di risparmio, sulla pelle degli studenti e dei lavoratori. Intendono farci pagare la crisi dei banchieri e mirano a risparmiare sui servizi per tutti, scuola e sanità in primis, mentre le spese militari continuano ad aumentare. Quello che stiamo subendo nella scuola rientra in un progetto più complessivo che intende scaricare sulle spalle dei lavoratori e delle famiglie dei lavoratori i costi della crisi. Se nella scuola è previsto il taglio di centinaia di posti di lavoro (che penalizzeranno i precari, ma non solo), similmente sono sempre di più le aziende che licenziano e mandano a casa centinaia di lavoratori. Non possiamo accettare che a pagare la crisi siano i lavoratori e i figli dei lavoratori! La crisi la paghino i banchieri! E' per questo che è necessario unire le lotte. Nelle prossime settimane scenderanno in sciopero e manifesteranno i lavoratori del pubblico impiego, dell'università, gli operai (a partire dallo sciopero del 12 dicembre). E' necessario che studenti e lavoratori procedano di pari passo, fino a un grande sciopero nazionale di tutto il mondo del lavoro che blocchi l'Italia e imponga al governo le ragioni dei lavoratori, cioè della maggioranza della popolazione. Anche per questo occorre darci da subito una strutturazione nazionale. L'esperienza francese ci insegna che studenti e lavoratori uniti non temono rivali.
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Fiat-SATA licenzia gli operai militanti: situazione sempre più insostenbile
Mi chiamo Donatantonio Auria e sono un operaio della SATA licenziato da circa un anno. Con grande tempismo l’azienda mi ha buttato fuori appena ha saputo del mio coinvolgimento in un’inchiesta su terrorismo e sovversione. A niente è servito che il giudice di quell’indagine escludesse quasi subito sia me che gli altri operai SATA coinvolti, perché eravamo completamente estranei ai fatti indagati. La SATA ha continuato a tenermi fuori dallo stabilimento, già dimostrando con questo atteggiamento che la vera ragione del mio licenziamento non era l’inchiesta, ma il fatto che io fossi un operaio attivo nella difesa dei diritti degli operai.
Da quel momento ho fatto tutti i passaggi legali che si fanno per ritornare al proprio posto di lavoro in questi casi. Il mio sindacato, la FLMUniti-CUB, ha accusato la SATA di comportamento antisindacale, ma la magistratura ha rigettato il ricorso, perché l’FLMUniti non sarebbe un sindacato “nazionale”. Ho allora fatto ricorso al “700” per la riammissione d’urgenza al lavoro per i gravi impedimenti che la perdita del salario mi stava causando. Il giudice ha rigettato anche questo ricorso spiegandomi che il fatto che io non percepissi il salario non era di per sé “un grave impedimento” per me, per mia moglie e per i miei tre figli a carico.
Attualmente sto facendo ricorso contro la prima sentenza sul 700 e il 27 novembre si è avuta la prima udienza del nuovo ricorso legale. In quella sede, il mio avvocato ha fatto presente al giudice che il presupposto fondamentale del mio licenziamento (presupposto già di per sé illegittimo dato che uno non può essere licenziato solo in quanto indagato, né rinviato a giudizio, né condannato) era decaduto da mesi, precisamente da marzo 2008. Quindi, chiedeva di tenerne conto nel ricorso attuale sul 700. E qui la SATA, tramite i suoi avvocati ha rilanciato.
Ha presentato al giudice un documento politico pubblico di cui io sono uno dei firmatari, in cui si afferma la necessità nell’attuale crisi economica che gli operai costruiscano una propria organizzazione politica indipendente, un proprio partito. E’ un appello pubblico su cui si può dissentire, ma non lo si può certo presentare come “corpo di reato”, almeno fino a quando in Italia sarà formalmente garantita la libertà di opinione e di organizzazione politica. Invece, la Fiat è andata tranquillamente oltre. Pur ammettendo che il mio comportamento non ha alcuna rilevanza penale, gli avvocati della Fiat hanno giustificato il mio licenziamento sulla base delle mie opinioni politiche, sulla base della mia convinzione, condivisa da tanti altri operai, che questo modo di produzione ci sta portando alla rovina e che perciò deve essere superato. Io e gli altri miei compagni licenziati abbiamo sempre sostenuto che il vero motivo del licenziamento non era il coinvolgimento nell’inchiesta, ma il fatto che la Fiat ha voluto liberarsi di noi che abbiamo sempre difeso senza compromessi gli interessi di tutti gli operai. Con quest’ultimo atto, la Fiat-Sata ha definitivamente gettato la maschera. Il vero motivo per cui mi tiene fuori la fabbrica e senza salario sono le mie convinzioni politiche, convinzioni da me maturate nel corso delle lotte che da anni si svolgono a Melfi.
Siamo alla persecuzione delle opinioni. Senza potermi accusare di nessun comportamento concreto, sanzionabile penalmente o contrattualmente, la Fiat pretende di licenziarmi per le mie opinioni politiche, liberamente e legittimamente espresse.
In ogni caso la prossima sentenza, ci farà sapere se per la magistratura di Melfi l’operaio che ha opinioni diverse dal proprio padrone compie per questo un reato che va punito col licenziamento.
In realtà, nonostante che nel primo pronunciamento sul 700 si è arrivati a sostenere che io e la mia famiglia possiamo tranquillamente campare, in attesa della sentenza di merito, con i quattro soldi di liquidazione che ho preso, spero che i giudici di Melfi non asseconderanno la pretesa della Fiat di licenziare tutti gli operai che hanno opinioni non gradite all’azienda.
Avigliano, 28/08/2008
Donatantonio Auria
Da quel momento ho fatto tutti i passaggi legali che si fanno per ritornare al proprio posto di lavoro in questi casi. Il mio sindacato, la FLMUniti-CUB, ha accusato la SATA di comportamento antisindacale, ma la magistratura ha rigettato il ricorso, perché l’FLMUniti non sarebbe un sindacato “nazionale”. Ho allora fatto ricorso al “700” per la riammissione d’urgenza al lavoro per i gravi impedimenti che la perdita del salario mi stava causando. Il giudice ha rigettato anche questo ricorso spiegandomi che il fatto che io non percepissi il salario non era di per sé “un grave impedimento” per me, per mia moglie e per i miei tre figli a carico.
Attualmente sto facendo ricorso contro la prima sentenza sul 700 e il 27 novembre si è avuta la prima udienza del nuovo ricorso legale. In quella sede, il mio avvocato ha fatto presente al giudice che il presupposto fondamentale del mio licenziamento (presupposto già di per sé illegittimo dato che uno non può essere licenziato solo in quanto indagato, né rinviato a giudizio, né condannato) era decaduto da mesi, precisamente da marzo 2008. Quindi, chiedeva di tenerne conto nel ricorso attuale sul 700. E qui la SATA, tramite i suoi avvocati ha rilanciato.
Ha presentato al giudice un documento politico pubblico di cui io sono uno dei firmatari, in cui si afferma la necessità nell’attuale crisi economica che gli operai costruiscano una propria organizzazione politica indipendente, un proprio partito. E’ un appello pubblico su cui si può dissentire, ma non lo si può certo presentare come “corpo di reato”, almeno fino a quando in Italia sarà formalmente garantita la libertà di opinione e di organizzazione politica. Invece, la Fiat è andata tranquillamente oltre. Pur ammettendo che il mio comportamento non ha alcuna rilevanza penale, gli avvocati della Fiat hanno giustificato il mio licenziamento sulla base delle mie opinioni politiche, sulla base della mia convinzione, condivisa da tanti altri operai, che questo modo di produzione ci sta portando alla rovina e che perciò deve essere superato. Io e gli altri miei compagni licenziati abbiamo sempre sostenuto che il vero motivo del licenziamento non era il coinvolgimento nell’inchiesta, ma il fatto che la Fiat ha voluto liberarsi di noi che abbiamo sempre difeso senza compromessi gli interessi di tutti gli operai. Con quest’ultimo atto, la Fiat-Sata ha definitivamente gettato la maschera. Il vero motivo per cui mi tiene fuori la fabbrica e senza salario sono le mie convinzioni politiche, convinzioni da me maturate nel corso delle lotte che da anni si svolgono a Melfi.
Siamo alla persecuzione delle opinioni. Senza potermi accusare di nessun comportamento concreto, sanzionabile penalmente o contrattualmente, la Fiat pretende di licenziarmi per le mie opinioni politiche, liberamente e legittimamente espresse.
In ogni caso la prossima sentenza, ci farà sapere se per la magistratura di Melfi l’operaio che ha opinioni diverse dal proprio padrone compie per questo un reato che va punito col licenziamento.
In realtà, nonostante che nel primo pronunciamento sul 700 si è arrivati a sostenere che io e la mia famiglia possiamo tranquillamente campare, in attesa della sentenza di merito, con i quattro soldi di liquidazione che ho preso, spero che i giudici di Melfi non asseconderanno la pretesa della Fiat di licenziare tutti gli operai che hanno opinioni non gradite all’azienda.
Avigliano, 28/08/2008
Donatantonio Auria
Comunisti Uniti: leviamo qualche puntino dalle “i”. Una pacata risposta all’Ernesto
Scritto da Francesco Fumarola
La rivista de “L’Ernesto” torna, nella sostanza, a parlare dell’Appello Comunisti Uniti dopo circa sette mesi di silenzio e lo fa con un curioso articolo redazionale dal titolo “Comunisti Uniti: mettiamo qualche puntino sulle ‘i’ “. I primi sette mesi sono decisivi per qualunque forma di esperienza sociale: per esempio, è assai probabile che se un marito, con la scusa delle sigarette, parte all’improvviso per le Americhe, è assai probabile che al suo ritorno a casa vi trovi l’avvocato di famiglia (e non solo per il divorzio). Ma, si sa, le regole ammettono le eccezioni. Nella politica italiana non è mai troppo tardi ed i nostri politici (di qualunque schieramento essi facciano parte) vanno a nozze con la parte del sofista chiacchierone che tenta di convincere qualcuno della giustezza di un vuoto di presenza prolungato. Alla peggio si può sempre dare la colpa alla fase (maledetta o benedetta, a seconda delle volte e delle, ahinoi, giravolte) e alla strategia del saggio attendismo. Anche su questo, non v’è dubbio: si può sempre spiegare tutto con la scusa di avere aspettato un secondo, un minuto, un mese (anche sette) di più per semplice “precauzione”. I fatti, oggi come oggi, sono “liquidi” ed è bene non avere fretta. Essere cauti: è questa la prima regola dei grandi burocrati.
Solo dopo accurati controlli (e sempre che sia tutto a posto) si può ripartire: “abbiamo scelto consapevolmente di ripubblicare l’Appello in questo[!] numero della rivista, ed il testo con cui l’area dell’Ernesto nel suo insieme (il suo coordinamento nazionale) vi aderì in modo unanime e dopo una discussione approfondita. Non lo facciamo per una sorta di meccanico continuismo: tante cose sono cambiate dalla sua data di pubblicazione, all’indomani del voto del 14 aprile”. Se si capisce questo schema di lavoro pacato e quasi da “buon padre di famiglia”, tutto, alla fine, riprende senso. Perfino i firmatari-carneviva, che avevano riposto la loro speranza di Unità nell’Appello e nel fare “ora e subito”, dopo essere stati scaricati ai bagni termali di Chianciano e Salsomaggiore, riscoprono che quanto possa abbagliare l’apparenza e riprendono colore: perchè mai(!) un compagno lascia da solo un altro compagno, soprattutto dopo avergli fatto firmare un Appello!
E perciò, come un grande direttore d’orchestra, l’Ernesto riprende a dettare i tempi alle maestranze (le lavoratrici ed i lavoratori). Dopo un primo tempo vivace che parla di Unità dei Comunisti, e che nell’articolo viene giustificato per rispondere ad un rischio imminente, non certo ad una necessità storica (basti leggere “era o non era, in quel contesto[sic], non solo lecito ma necessario e responsabile che, non solo l’ernesto, ma chiunque dentro il PRC avesse a cuore l’autonomia comunista del partito, si ponesse il problema di quali avrebbero potuto essere gli scenari qualora il congresso di Chianciano si fosse concluso in modo assai diverso, da come poi imprevedibilmente è avvenuto? E che cosa era giusto fare a quel punto?” per rendersene conto) ed un primo tempo lentissimo, anzi una pausa tattica di non-silenzio alla John Cage (che nel 1952 presentò la rivoluzionaria partitura 4'33” per cui “basta indossare un abito da concerto, giusto per entrare meglio nella parte dell'esecutore, e accomodarsi al pianoforte per quattro minuti e trentatré secondi, senza suonare alcunché. L'esecutore non deve fare assolutamente niente e il pubblico non deve fare altro che ascoltare, ascoltare la “musica” che viene creata dai rumori interni alla sala da concerto, bisbigli, colpi di tosse, scricchiolii vari, ed anche da quelli che provengono dall'esterno..”. “Sentivo e speravo di poter condurre altre persone alla consapevolezza che i suoni dell'ambiente in cui vivono rappresentano una musica molto più interessante rispetto a quella che potrebbero ascoltare a un concerto”. Cage voleva semplicemente dimostrare “che fare qualcosa che non sia musica è musica) si riparte di slancio, temprati dalla misura dell’assenza-presenza, per un finale (chi può dirlo?) magari in crescendo.
Un finale che vuole “avviare un processo di riaggregazione di una diffusa diaspora comunista che faccia perno su un processo di avvicinamento e in prospettiva di unificazione di PRC e PdCI, nel loro insieme e senza alcuna sollecitazione scissionistica, ma che non si esaurisca in essi”. Intanto i Comunisti Uniti, aspettando che l’Ernesto resuscitasse come Gesù, in questi mesi sono andati avanti. E’ stato preso sul serio il compito di “favorire il protagonismo delle oltre 6.000 compagne/i che vi hanno aderito” tant’è che nel Lazio e nelle altre regioni italiane si succedono senza sosta le riunioni allargate a chiunque voglia partecipare (con o senza tessera di Partito o gruppuscolo). L’11 Ottobre i Comunisti Uniti, tra tanti limiti, sono scesi pure in piazza. E che sembri pure meccanico continuismo: la storia, per gli oltre 6000 tra compagne/i che ad Aprile hanno firmato/promosso l’Appello sotto altri auspici che non fossero di riposizionamento interno-esterno delle varie burocrazie, non s’è mai interrotta.
Intanto ad Aprile si vota.
Rumors sempre più insistenti vogliono che il PRC correrà da solo e lascerà a piedi il PdCI di Diliberto. Sono solo rumors. E comunque, anche se la cosa si concretizzasse per davvero, questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia. Forse!
La rivista de “L’Ernesto” torna, nella sostanza, a parlare dell’Appello Comunisti Uniti dopo circa sette mesi di silenzio e lo fa con un curioso articolo redazionale dal titolo “Comunisti Uniti: mettiamo qualche puntino sulle ‘i’ “. I primi sette mesi sono decisivi per qualunque forma di esperienza sociale: per esempio, è assai probabile che se un marito, con la scusa delle sigarette, parte all’improvviso per le Americhe, è assai probabile che al suo ritorno a casa vi trovi l’avvocato di famiglia (e non solo per il divorzio). Ma, si sa, le regole ammettono le eccezioni. Nella politica italiana non è mai troppo tardi ed i nostri politici (di qualunque schieramento essi facciano parte) vanno a nozze con la parte del sofista chiacchierone che tenta di convincere qualcuno della giustezza di un vuoto di presenza prolungato. Alla peggio si può sempre dare la colpa alla fase (maledetta o benedetta, a seconda delle volte e delle, ahinoi, giravolte) e alla strategia del saggio attendismo. Anche su questo, non v’è dubbio: si può sempre spiegare tutto con la scusa di avere aspettato un secondo, un minuto, un mese (anche sette) di più per semplice “precauzione”. I fatti, oggi come oggi, sono “liquidi” ed è bene non avere fretta. Essere cauti: è questa la prima regola dei grandi burocrati.
Solo dopo accurati controlli (e sempre che sia tutto a posto) si può ripartire: “abbiamo scelto consapevolmente di ripubblicare l’Appello in questo[!] numero della rivista, ed il testo con cui l’area dell’Ernesto nel suo insieme (il suo coordinamento nazionale) vi aderì in modo unanime e dopo una discussione approfondita. Non lo facciamo per una sorta di meccanico continuismo: tante cose sono cambiate dalla sua data di pubblicazione, all’indomani del voto del 14 aprile”. Se si capisce questo schema di lavoro pacato e quasi da “buon padre di famiglia”, tutto, alla fine, riprende senso. Perfino i firmatari-carneviva, che avevano riposto la loro speranza di Unità nell’Appello e nel fare “ora e subito”, dopo essere stati scaricati ai bagni termali di Chianciano e Salsomaggiore, riscoprono che quanto possa abbagliare l’apparenza e riprendono colore: perchè mai(!) un compagno lascia da solo un altro compagno, soprattutto dopo avergli fatto firmare un Appello!
E perciò, come un grande direttore d’orchestra, l’Ernesto riprende a dettare i tempi alle maestranze (le lavoratrici ed i lavoratori). Dopo un primo tempo vivace che parla di Unità dei Comunisti, e che nell’articolo viene giustificato per rispondere ad un rischio imminente, non certo ad una necessità storica (basti leggere “era o non era, in quel contesto[sic], non solo lecito ma necessario e responsabile che, non solo l’ernesto, ma chiunque dentro il PRC avesse a cuore l’autonomia comunista del partito, si ponesse il problema di quali avrebbero potuto essere gli scenari qualora il congresso di Chianciano si fosse concluso in modo assai diverso, da come poi imprevedibilmente è avvenuto? E che cosa era giusto fare a quel punto?” per rendersene conto) ed un primo tempo lentissimo, anzi una pausa tattica di non-silenzio alla John Cage (che nel 1952 presentò la rivoluzionaria partitura 4'33” per cui “basta indossare un abito da concerto, giusto per entrare meglio nella parte dell'esecutore, e accomodarsi al pianoforte per quattro minuti e trentatré secondi, senza suonare alcunché. L'esecutore non deve fare assolutamente niente e il pubblico non deve fare altro che ascoltare, ascoltare la “musica” che viene creata dai rumori interni alla sala da concerto, bisbigli, colpi di tosse, scricchiolii vari, ed anche da quelli che provengono dall'esterno..”. “Sentivo e speravo di poter condurre altre persone alla consapevolezza che i suoni dell'ambiente in cui vivono rappresentano una musica molto più interessante rispetto a quella che potrebbero ascoltare a un concerto”. Cage voleva semplicemente dimostrare “che fare qualcosa che non sia musica è musica) si riparte di slancio, temprati dalla misura dell’assenza-presenza, per un finale (chi può dirlo?) magari in crescendo.
Un finale che vuole “avviare un processo di riaggregazione di una diffusa diaspora comunista che faccia perno su un processo di avvicinamento e in prospettiva di unificazione di PRC e PdCI, nel loro insieme e senza alcuna sollecitazione scissionistica, ma che non si esaurisca in essi”. Intanto i Comunisti Uniti, aspettando che l’Ernesto resuscitasse come Gesù, in questi mesi sono andati avanti. E’ stato preso sul serio il compito di “favorire il protagonismo delle oltre 6.000 compagne/i che vi hanno aderito” tant’è che nel Lazio e nelle altre regioni italiane si succedono senza sosta le riunioni allargate a chiunque voglia partecipare (con o senza tessera di Partito o gruppuscolo). L’11 Ottobre i Comunisti Uniti, tra tanti limiti, sono scesi pure in piazza. E che sembri pure meccanico continuismo: la storia, per gli oltre 6000 tra compagne/i che ad Aprile hanno firmato/promosso l’Appello sotto altri auspici che non fossero di riposizionamento interno-esterno delle varie burocrazie, non s’è mai interrotta.
Intanto ad Aprile si vota.
Rumors sempre più insistenti vogliono che il PRC correrà da solo e lascerà a piedi il PdCI di Diliberto. Sono solo rumors. E comunque, anche se la cosa si concretizzasse per davvero, questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia. Forse!
sabato 15 novembre 2008
SENZA TREGUA fino alla sconfitta del piano Tremonti-Gelmini
L’ onda anomala di studenti medi ed universitari, docenti e ricercatori precari che in queste settimane ha invaso piazze, strade, scuole e facoltà contro la legge 133 e il decreto 137 rappresenta ha finalmente rotto quella pace sociale che aveva garantito ai padroni decenni di dominio incontrastato.
Fino ad oggi i governi di centrodestra e centrosinistra hanno fatto il bello e il cattivo tempo, portando avanti attacchi generalizzati allo stato sociale, leggi che hanno imposto alle giovani generazioni condizioni di lavoro e di studio sempre più precarie ed umilianti, “riforme” che hanno sottratto risorse a lavoratori e studenti per consegnarle nelle mani dei padroni di Confindustria e delle banche: quegli stessi parassiti che con la loro avidità di profitti hanno portato al collasso del sistema capitalistico, e che ancora hanno la faccia tosta di pretendere che siano le classi oppresse a pagare il prezzo della loro crisi. Le leggi Gelmini non sono altro che il coronamento di quell’opera di macelleria sociale che attraverso le Riforme Ruberti, Berlinguer, Zecchino e Moratti ha progressivamente espulso i proletari da scuola e università.
Il movimento studentesco ha detto basta a tutto ciò, travolgendo con la radicalità delle sue parole d’ordine un governo reazionario e fascistoide, ed evitando le lusinghe delle finte opposizioni parlamentari, dei sindacati concertativi e dei baronati accademici, interessati solo a preservare privilegi di casta. Le tematiche poste dal movimento sono tutte politiche, ed è compito di questo movimento di sconfiggere i tentativi di burocrati e apparati di far apparire il movimento come a-politico, al fine di spegnere il conflitto e incanalarlo in alvei istituzionali.
La crisi economica in atto non lascia più spazio a compromessi e mediazioni: se la lotta degli studenti vince, essa sarà da esempio per rilanciare il conflitto nell’intero mondo del lavoro, contro il carovita e la precarietà, contro le politiche reazionarie e razziste della destra e per la riconquista di quei diritti sociali cancellati in questi anni grazie alla concertazione tra padroni, governi e sindacati confederali.
• RITIRO IMMEDIATO DELLA LEGGE 133 E DEL DECRETO 137
• FUORI I PADRONI DA SCUOLE E FACOLTA’: ABROGAZIONE DELLE RIFORME BERLINGUER, ZECCHINO E MORATTI
• ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO DI TUTTI I PRECARI
• AUMENTO DEI FONDI PER SCUOLA, UNIVERSITA’ E RICERCA ATTRAVERSO IL TAGLIO DELLE SPESE MILITARI E LO STOP ALLE “GRANDI OPERE”
• NO AL MAESTRO UNICO NELLE SCUOLE
• MENO PRIVILEGI PER PRESIDI E BARONI, PIU’ FONDI PER IL DIRITTO ALLO STUDIO: SALARIO GARANTITO AGLI STUDENTI MENO ABBIENTI
• IL MOVIMENTO E’ ANTIFASCISTA: FUORI I FASCISTI DAL MOVIMENTO
LA CRISI SE LA PAGHINO LORO!
SOLO LA LOTTA PAGA- STUDENTI E LAVORATORI: UNITI SI VINCE
Fino ad oggi i governi di centrodestra e centrosinistra hanno fatto il bello e il cattivo tempo, portando avanti attacchi generalizzati allo stato sociale, leggi che hanno imposto alle giovani generazioni condizioni di lavoro e di studio sempre più precarie ed umilianti, “riforme” che hanno sottratto risorse a lavoratori e studenti per consegnarle nelle mani dei padroni di Confindustria e delle banche: quegli stessi parassiti che con la loro avidità di profitti hanno portato al collasso del sistema capitalistico, e che ancora hanno la faccia tosta di pretendere che siano le classi oppresse a pagare il prezzo della loro crisi. Le leggi Gelmini non sono altro che il coronamento di quell’opera di macelleria sociale che attraverso le Riforme Ruberti, Berlinguer, Zecchino e Moratti ha progressivamente espulso i proletari da scuola e università.
Il movimento studentesco ha detto basta a tutto ciò, travolgendo con la radicalità delle sue parole d’ordine un governo reazionario e fascistoide, ed evitando le lusinghe delle finte opposizioni parlamentari, dei sindacati concertativi e dei baronati accademici, interessati solo a preservare privilegi di casta. Le tematiche poste dal movimento sono tutte politiche, ed è compito di questo movimento di sconfiggere i tentativi di burocrati e apparati di far apparire il movimento come a-politico, al fine di spegnere il conflitto e incanalarlo in alvei istituzionali.
La crisi economica in atto non lascia più spazio a compromessi e mediazioni: se la lotta degli studenti vince, essa sarà da esempio per rilanciare il conflitto nell’intero mondo del lavoro, contro il carovita e la precarietà, contro le politiche reazionarie e razziste della destra e per la riconquista di quei diritti sociali cancellati in questi anni grazie alla concertazione tra padroni, governi e sindacati confederali.
• RITIRO IMMEDIATO DELLA LEGGE 133 E DEL DECRETO 137
• FUORI I PADRONI DA SCUOLE E FACOLTA’: ABROGAZIONE DELLE RIFORME BERLINGUER, ZECCHINO E MORATTI
• ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO DI TUTTI I PRECARI
• AUMENTO DEI FONDI PER SCUOLA, UNIVERSITA’ E RICERCA ATTRAVERSO IL TAGLIO DELLE SPESE MILITARI E LO STOP ALLE “GRANDI OPERE”
• NO AL MAESTRO UNICO NELLE SCUOLE
• MENO PRIVILEGI PER PRESIDI E BARONI, PIU’ FONDI PER IL DIRITTO ALLO STUDIO: SALARIO GARANTITO AGLI STUDENTI MENO ABBIENTI
• IL MOVIMENTO E’ ANTIFASCISTA: FUORI I FASCISTI DAL MOVIMENTO
LA CRISI SE LA PAGHINO LORO!
SOLO LA LOTTA PAGA- STUDENTI E LAVORATORI: UNITI SI VINCE
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