martedì 10 agosto 2010
Tagliano tutto ma non le proprie poltrone
venerdì 6 agosto 2010
1^ Festa dell’ Unità dei Comunisti

COMUNICATO STAMPA SUL PIANO CASA REGIONALE
Il cosiddetto Piano Casa approvato ieri dal Consiglio Regionale della Calabria fa diventare la nostra regione maglia nera di tutte le regioni italiane.
Solo una Giunta ed una maggioranza che non hanno nessuna attenzione ed interesse sui temi dell’ambiente, del paesaggio e del territorio poteva realizzare uno scempio legislativo di questa natura.
D’altronde, quando un provvedimento di questa natura viene affidato a chi presumibilmente ne trarrà i maggiori benefici (cementificatori e palazzinari) è del tutto evidente che il risultato non può che essere un’aggressione sistematica delle nostre risorse naturali, del nostro patrimonio storico ed architettonico, del nostro incomparabile paesaggio.
Nella furia cementificatoria i governanti regionali del centrodestra, memori degli innumerevoli condoni e sanatorie varie che i governi Berlusconi hanno via via regalato agli speculatori nazionali, non si sono fatti pregare. Addirittura hanno stravolto perfino i limiti imposti dall’accordo Stato –Regioni dell’1 aprile 2009.
In Calabria l’ampliamento del 20% di superficie, e in alcuni casi anche del 35%, diventa indiscriminato e generalizzato: cioè può essere fatto dappertutto, in deroga a tutti gli strumenti urbanistici e di governo del territorio.
Nessuno era arrivato a tanto. Insomma la destra speculatrice e palazzinara calabrese assesta un colpo che potrebbe diventare irreversibile ai danni di beni comuni come paesaggio e territorio, valori su cui, invece, si potrebbe costruire un grande progetto di valorizzazione per restituire fiducia e speranza nel futuro.
Tutto questo avviene in una regione come la Calabria, che riassume in sé tutti i peggiori rischi e dissesti (sismico, idrogeologico e di frana) e che ha già subito nei decenni passati una pesantissima devastazione del proprio territorio, specie della fascia costiera, con uno sviluppo edilizio abnorme che non trova alcuna corrispondenza con la popolazione residente che ammonta a circa 2 milioni di abitanti, mentre il volume edilizio costruito potrebbe ospitare dai 6 agli 8 milioni di abitanti.
Dopo gli anni della cementificazione delle coste e del grande saccheggio edilizio nelle città, abbiamo tentato in questi anni in Calabria di sostenere con forza la necessità che si chiudesse questa brutta pagina nella storia calabrese. Abbiamo lavorato sodo scommettendo prioritariamente sul recupero e sulla riqualificazione come strumenti fortemente innovativi per rilanciare anche un’edilizia di qualità. Per questo avevamo coniato lo slogan: meno mattoni e più recupero.
Adesso Scopelliti e
Questa Piana Casa rappresenta una gravissima regressione culturale nella politica edilizia, abitativa ed urbanistica della regione.
Non servirà certamente a rilanciare l’economia, come dimostra il fallimento del Piano Casa nelle altre regioni. Non migliorerà la qualità architettonica ed energetica del patrimonio edilizio esistente. Non aumenterà la ricchezza, né l’occupazione e né il reddito procapite della Calabria. Forse si arricchirà la lobby del cemento mentre la ndrangheta potrà riciclare il suo denaro sporco. Ma questo Piano Casa ci lascerà tutti più poveri perché la regione sarà ulteriormente devastata e deturpata e il consumo del suolo, che ha già raggiunto livelli stratosferici, proseguirà impunemente ammantato di legalità in spregio a quelle che sono le reali esigenze e i concreti bisogni dei calabresi.
In questo contesto risulta assai singolare la circostanza di un provvedimento che incide profondamente sulla normativa urbanistica, senza il pieno coinvolgimento dei soggetti titolari di questa competenza. Infatti, il pdl in Giunta è stato presentato con la sola firma dell’Assessore ai Lavori Pubblici Gentile senza il necessario concerto con l’Assessorato all’Urbanistica.
Ma cosa potremmo aspettarci da una Giunta e da una maggioranza che come primo atto hanno bloccato il Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico approvato dalla precedente Giunta e come secondo atto hanno sospeso l’entrata in vigore della legge sismica.
Tutto il contrario di quello che serve alla Calabria: non una nuova micidiale colata di cemento ma una pianificazione moderna del territorio con strumenti avanzati e capaci di aprire la regione al futuro della sostenibilità ambientale e della valorizzazione delle risorse culturali, storiche, ambientali, agricole e paesaggistiche.
Reggio Calabria, 5.8.2010
IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PdCI
MICHELANGELO TRIPODI
RELAZIONE INTRODUTTIVA DEL SEGRETARIO NAZIONALE OLIVIERO DILIBERTO DIREZIONE NAZIONALE ALLARGATA – ROMA 18/19 LUGLIO
lunedì 26 luglio 2010
Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)
E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.
Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).
Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.
E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».
Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».
E Garibaldi parlò di «cose da cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.
Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.
Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.
Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.
Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.
Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.
E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.
Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.
Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).
Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).
E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).
Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.
Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.
Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.
Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)? Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere italiano: «Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi d’Italie.»
Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (…), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (…) della più complessa realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.
Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).
Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.
Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.
A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati: esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie. E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.
Loro che usano “italiano” come un insulto e abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma riorganizzò l’impero (quella meridionale venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima “Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul Tirreno).
Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto, perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente). «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito».
Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata.
Dopo centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa; e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne nutrono.
Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad agire “di conseguenza”.
venerdì 16 luglio 2010
Appello Comunisti Uniti
Nicola Iozzo (Coordinatore PdCI Vibo Valentia) responsabile regionale Comunisti Uniti
Alessandro De Padova (Coordinamento prov. Giovani Comunisti PRC VV) responsabile regionale Comunisti Uniti
sabato 10 luglio 2010
Solidarietà a Pietro Comito
domenica 4 luglio 2010
Bentornata Radio Londra
La stampa italiana si è sempre contraddistinta per la varietà di testate giornalistiche presenti, tali da soddisfare i più disparati orientamenti di pensiero. Tutto ciò non può che essere un bene per quello che, almeno sulla Carta, è uno Stato democratico. La libertà di informazione, il pluralismo sono pilastri fondanti la democrazia, segnano la differenza tra democrazia ed autoritarismo, tra un’opinione pubblica che decide liberamente come informarsi ( e di conseguenza formarsi ) e la verità di regime. O ancora, tra cittadini e sudditi. Perché è questo ciò che contraddistingue la cittadinanza dalla sudditanza. Il cittadino è colui che si informa e che perciò è in grado di avere uno sguardo critico sulla società nella quale è immerso; ciò gli permette di essere cosciente di ciò che accade attorno a lui, di indignarsi per le ingiustizie e, di conseguenza di partecipare, con la forza delle proprie idee che la libera stampa ha contribuito a formare, alla vita sociale, politica e culturale del paese. Il suddito no. Egli preferisce sentirsi rassicurato dalla disinformazione di regime che puntualmente all’ora di cena gli sviscera dagli schermi della sua tv al plasma un’enorme quantità di menzogne, atte a tenerlo buono buono, rilassato sul suo divano in pelle, passivo. Il suddito non sa che c’è la crisi economia, non sa che la pagherà lui, non sa che si sta cercando di impedire alla magistratura di fare il suo dovere imponendo pesanti limitazioni alle intercettazioni, non sa che il 30% dei giovani è disoccupato, non sa che all’Aquila ancora c’è gente nelle tende e tra le macerie che ancora non sono state tolte. E potremmo continuare all’infinito. Purtroppo la maggior parte degli italiani non legge i giornali, non si informa su internet. La loro unica fonte di (dis)informazione sono i telegiornali che, a parte la lodevole eccezione del tg3, sono filogovernativi. E come se non bastasse la stampa libera italiana è minacciata dal ddl Alfano sulle intercettazioni che non solo pone delle forti limitazioni allo strumento più efficace ed essenziale nella lotta al crimine organizzato ma impedisce di fatto la libera circolazione delle notizie sulla carta stampata. Anzitutto, i giornalisti non potranno più pubblicare gli atti delle inchieste in versione integrale fino al termine dell’udienza preliminare, ma solo per riassunto. Le trascrizioni delle telefonate, invece, non si potranno più pubblicare in versione integrale e tantomeno per riassunto,fino al processo. Per non parlare delle multe salatissime agli editori che si troveranno costretti a fare pressioni per non far pubblicare determinate notizie scomode. Se la legge fosse già in vigore non avremmo saputo della “cricca”, della casa di Scajola, delle infiltrazioni negli appalti per la ricostruzione de l’Aquila, del caso-D’Addario ecc. I giornalisti sostenuti dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana sono pronti alla disobbedienza civile e a fare ricorso alla Corte di Strasburgo qualora il ddl passasse alla Camera, visto il già incassato voto di fiducia del Senato. Numerose sono le iniziative per eludere ed arginare questa legge autoritaria: dalla creazione di siti web di controinformazione fino al riprendere notizie successe in Italia e pubblicate da giornali stranieri. Un po’ come succedeva, con altri mezzi, durante
Salvatore Schinello
FGCI - Vibo Valentia
TRIPODI REPLICA AD ORSOMARSO, PRENDE LUCCIOLE PER LANTERNE! AL COMUNE DI REGGIO APERTA QUESTIONE MORALE GRANDE QUANTO UN MACIGNO
E quando mai? Orsomarso prende lucciole per lanterne!
Semmai, e giustamente, ho chiesto lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria, alla luce dei fatti gravissimi e scandalosi che emergono dall'inchiesta giudiziaria denominata “Operazione Meta” - che ritengo di grande spessore e di grande valore, condotta brillantemente dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e dai carabinieri del Ros - che apre uno spaccato inquietante sulla vita cittadina al punto da poter affermare con decisione che il Comune di Reggio è una vera e propria melma. Senza dimenticare che già altre importanti iniziative giudiziarie di questi anni, come l'arresto del consigliere comunale di Alleanza Nazionale Labate, avevano già messo in evidenza la situazione torbida e puzzolente che esiste nel comune di Reggio Calabria.
La mia richiesta, peraltro, è stata ben compresa dagli esponenti reggini del PdL a tal punto che abbiamo potuto registrare reazioni assai scomposte, segno di un pesante nervosismo che si sta facendo strada nel file della destra reggina.
Solo Orsomarso, insomma, non ha capito che ho chiesto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria.
Ma non c’è solo questo errore di fatto nell’iroso attacco di Orsomarso, che predica il confronto evangelico e, al tempo stesso, lancia contro di me improperi, e mi qualifica come chi “vuole mestare nel torbido” e “seminare zizzanie”. C’è che il vice capogruppo vicario del Pdl al Consiglio Regionale della Calabria, con mossa decisamente prepotente, si erge a gran corte di Cassazione e assicura, a inchiesta giudiziaria aperta, che “non c’è alcun elemento giudiziario che riguardi i nostri amministratori, per come emerge nell’ordinanza della magistratura”. Di quale ordinanza della magistratura parli Fausto Orsomarso davvero non sappiamo e non abbiamo curiosità di sapere. Con uno che legge e non capisce quel che legge non è possibile discutere. Tanto più con uno che scambia la propria immaginazione con la realtà.
Infine, voglio ricordare che nella mia nota sull'operazione Meta, non mi sono richiamato ad alcun provvedimento giudiziario né l'ho richiesto. Mi sono solo limitato a prendere atto che a Reggio è ormai aperta una questione etica e morale grande quanto un macigno a cui la politica, quella con la p maiuscola, ha il dovere di dare le risposte che i cittadini attendono per impedire che la città di Reggio Calabria sprofondi definitivamente in una condizione di malaffare, di degrado, di corruzione e di illegalità nella quale sono cancellati i diritti di tutti e il futuro della città rischia di essere condizionato da un sistema di potere espressione dell'intreccio tra 'ndrangheta, massoneria deviata, politica e affari.
Reggio Calabria, 20 giugno 2010
Michelangelo Tripodi
OPERAZIONE META, IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PDCI TRIPODI CHIEDE LO SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE DI REGGIO CALABRIA
Nelle diverse reazioni di esponenti del pdl e della destra sulla brillante operazione giudiziaria denominata “META” condotta con successo dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e dal Ros dei Carabinieri, c’è sempre un comune denominatore che colpisce : viene apprezzato il lavoro investigativo della Procura ma contemporaneamente si comunica che non c’è alcun avviso di garanzia nei confronti dell’ex Sindaco ed attuale Presidente della Regione Giuseppe Scopelliti. In effetti appare evidente che queste numerose dichiarazioni siano state fatte solo allo scopo di annunciare “urbi et orbi” che Scopelliti non è indagato, anche se non bisognerebbe mai dimenticarsi la famosa locuzione latina “excusatio non petita, accusatio manifesta”. A parte il fatto che costoro non spiegano come mai in questa come in altre recenti clamorose operazioni giudiziarie siano numerosi i sindaci, amministratori, consiglieri comunali e circoscrizionali della destra coinvolti e raggiunti anche da provvedimenti di custodia cautelare.
Ma quello che sta emergendo dal provvedimento della Procura è ancora più grave ed inquietante dell’emanazione di un mero avviso di garanzia a chicchessia.
Per la prima volta, dopo le tantissime denunce politiche che noi abbiamo fatto in questi anni, viene alla luce in modo chiaro e netto un sistema di potere e di governo della cosa pubblica (fino ad oggi il Comune di Reggio, ma domani tutto questo potrebbe investire l’intera Regione Calabria?) profondamente corrotto e degradato, che ha dissestato il comune e lo ha trasformato nell’orticello privato di un gruppo di potere assai vasto ed articolato che lo ha gestito a piacimento con mezzi leciti e, molto spesso, illeciti ed illegittimi. Il comune è diventato una vera e propria melma. Questo è il tanto decantato “Modello Reggio” che adesso vorrebbero estendere a tutta la regione.
Questo sistema si è impadronito della città di Reggio Calabria e della sua massima istituzione elettiva dando vita ad un formidabile intreccio politica – massoneria deviata - ndrangheta – affari, che fa tutt’uno con un sottobosco cittadino che vive nei gangli fondamentali del potere comunale in cui dominano faccendieri, affaristi, mazzettisti, imprenditori senza scrupoli, professionisti collusi e invischiati, burocrati asserviti, politici legati alle cosche, prestanome insospettabili, boss e affiliati.
Del resto l’arresto dell’ex consigliere comunale di alleanza nazionale, il poliziotto Labate, si poteva già considerare come la punta dell’iceberg di una situazione fortemente compromessa e condizionata dalle cosche della ndrangheta che spadroneggiano nella città in tutti i campi e che decidono i candidati e gli eletti, umiliando, in ogni modo e con ogni mezzo, noi e tutti quelli che non intendono piegarsi.
Al di là degli avvisi di garanzia che non ci sono stati, si pone, quindi, un’enorme questione etica e morale che non si risolve e non si affronta solo in sede giudiziaria, ma riguarda la città, la sua coscienza pubblica e collettiva, il suo bisogno di ritrovare la via della legalità e della trasparenza, il suo rifiuto netto e categorico di una trasformazione del comune, inteso come casa di tutti, nel palazzo degli affari e degli imbrogli per pochi, la sua volontà di aprire una nuova fase della sua vita.
E’ davvero normale quello che è avvenuto in questi anni nel comune e di cui l’operazione Meta rappresenta uno spacccato o il “modello Reggio” della destra di Scopelliti non è invece il punto più basso di caduta verticale della legalità, della trasparenza, del diritto e della democrazia quale mai si era stato toccato a Reggio, ancora peggio della stagione di tangentopoli.
Obbligo della politica è dare queste risposte. Per parte nostra cerchiamo di presentare una proposta credibile ed alternativa capace di cambiare radicalmente questa condizione. Riteniamo che questo sia il modo migliore per sostenere concretamente l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine affinché vadano avanti indagini e processi e vengano individuati e colpiti i responsabili politici e mafiosi di questo sistema che ha ridotto la città in terreno di conquista e di dominio, in cui perfino il pane diventa affare della ndrangheta.
Quello che sta venendo fuori ci interroga tutti e ci pone la necessità di avere uno scatto di orgoglio e di dignità per rovesciare una situazione puzzolente e torbida in cui gli interessi comuni e generali sono stati totalmente cancellati e tutto è stato piegato alle logiche ndranghetistiche, affaristiche e clientelari dalle assunzioni nel comune e nelle società miste alle forniture, dagli appalti, alla manutenzione, ai contributi alle associazioni, alle nomine, ecc.
Del resto non ci vorrebbe poi tanto, basterebbe solo ricordarsi qualche volta che questa città nel suo recente passato, dopo gli anni della “città dolente” che sembrano tornati di moda, ha conosciuto un sindaco eccezionale come Italo Falcomatà e una stagione indimenticabile che è stata chiamata “la primavera di Reggio”.
Ciò significa che la prima cosa fare, nel prendere atto che il Comune è diventato una melma, è lo scioglimento del Consiglio Comunale, azzerando una classe dirigente che sta portando Reggio alla rovina.
Reggio Calabria, 26.6.2010
MICHELANGELO TRIPODI
lunedì 14 giugno 2010
mercoledì 9 giugno 2010
NON CI RESTA CHE PIANGERE
Nella mitica scena di “ Non ci resta che piangere”, il boia Ugolone, spiegava, ad un incredulo Benigni, la necessità della licenza per intraprendere una qualsiasi attività. "Oggi" in Italia, invece, il governo intende, innanzitutto modificando l’ art. 41 della Costituzione, eliminare i permessi e le autorizzazioni, necessari per aprire un impresa, sostituendoli con autocertificazioni. Secondo Tremonti e Berlusconi, questo servirebbe a snellire le procedure per “liberare piccole e medie imprese e gli artigiani dal peso soffocante della burocrazia”. In realtà è l’ ennesimo tentativo di trasformare il Paese in una giungla, nella quale le regole non solo si possono non rispettare, ma spesso non ci sono neppure. A questo punto ci chiediamo: sarà sufficiente l’ autocertificazione anche per il certificato antimafia?
OLTRE LA CRISI: COSTRUIRE INSIEME UN FUTURO MIGLIORE
Dal rapporto annuale dell’Istat presentato nei giorni scorsi emerge un quadro drammatico per il nostro Paese, ed in particolare per la condizione di tantissimi giovani: sono 2 milioni, più della metà nel Mezzogiorno, le ragazze ed i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che sono esclusi contemporaneamente sia dal mondo del lavoro sia da quello della formazione. Nella fascia di età immediatamente successiva, tra i 30 e i 34 anni, il 28,9% vive ancora a casa con i propri genitori, un dato più che triplicato dal 1983. Non si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di una libera scelta, ma di una dura necessità imposta dalla mancanza di un reddito stabile.
Siamo in fondo ad un precipizio nel quale ci hanno condotto vent’anni di politiche liberiste, di privatizzazioni, di compressione dei diritti e dei salari. Dall’abolizione della scala mobile alla trasformazione del sistema pensionistico, dagli attacchi all’articolo 18 al Pacchetto Treu e alla legge 30, sino all’ultima straordinaria offensiva contro il contratto collettivo nazionale di lavoro.
A questa vera e propria lotta di classe del capitale contro il lavoratori si è accompagnata un’offensiva sul terreno culturale che ha modificato nel profondo il senso comune del nostro Paese, distruggendo l’idea, banalmente progressista, che l’avanzamento delle condizioni di vita di ciascuno potesse realizzarsi attraverso lotte collettive. Il tutto anche per tramite di ampi settori della sinistra politica e sociale italiana che, invece che attrezzarsi ad una reazione all’altezza dell’offensiva, hanno accompagnato questa deriva, assumendo strategicamente (nelle proposte politiche, negli atteggiamenti pubblici e persino in quelli privati) il punto di vista dell’avversario.
In questo contesto desolante di mercato senza regole, di precarietà diventata norma, di una solitudine e di una frammentazione sociale che viene imposta a tutti e in primo luogo ai più giovani e ai più deboli, si colloca la Finanziaria: una manovra che chiede sacrifici ancora una volta ai lavoratori, mentre propone per i ricchi e i furbi l’ennesimo condono (edilizio).
Nella scuola le conseguenze saranno irreparabili. Il blocco del turn over e il nuovo tetto di spesa significheranno 26mila insegnanti licenziati, che si aggiungeranno ai 20mila che perderanno il lavoro il 1° settembre prossimo a causa dei tagli contenuti nella legge 133 del ministro Gelmini.
Questi pochi numeri sono il segno tangibile di un progetto di società. Un Paese meno istruito e più ignorante è più facilmente abbindolabile dalle palle a reti unificate del padrone o dall’Uomo della Provvidenza di turno.
E, come si diceva prima, accanto al dramma sociale (la Grecia è vicinissima, misure identiche a quelle del governo del Pasok in Grecia sono la logica conseguenza, in tempi brevissimi, della Finanziaria di Berlusconi) c’è l’emergenza democratica, l’imbarbarimento culturale e civile.
Il Parlamento è totalmente svuotato dei suoi poteri (il 93% delle leggi sono di provenienza governativa), la magistratura è quotidianamente sotto attacco, pezzi di classe dirigente sono in costante odore di corruzione, le pulsioni xenofobe e omofobe vengono istituzionalizzate e propagandate ossessivamente, la ricerca e la formazione svilite e dileggiate da modelli culturali violenti e asserviti ai poteri economici.
Il compito di chi non si rassegna è produrre uno scarto tra la contemplazione disillusa della realtà e l’organizzazione politica del conflitto di classe.
Ancor di più nella nostra generazione, privata del diritto al futuro e costretta, come si diceva, ad una solitudine esistenziale prima ancora che politica e civile probabilmente inedita per la stessa storia del capitalismo.
Allora proviamoci: individuiamo i terreni di lotta comuni ed unificanti delle tante solitudini del Paese, e incarichiamoci – insieme a tanti altri, alle forze migliori della società – di incanalarle in una prospettiva di cambiamento radicale, con proposte di mobilitazione e agitazione immediate (la manifestazione dei sindacati di base del 5 giugno, lo sciopero generale della Cgil, con una piattaforma nostra che chieda investimenti massicci nella formazione, la cancellazione della legge 30, un salario dignitoso, sanzioni durissime contro il lavoro nero) e con la costruzione di un nuovo immaginario rivoluzionario, che torni a parlare ai giovani e ai lavoratori di un processo non più rinviabile di democratizzazione dal basso di tutti gli ambiti della società: democrazia operaia in fabbrica, democrazia studentesca nelle scuole e nelle Università, autogestione, autogoverno, socialismo.
Proprio nell’intreccio stretto di questi due livelli (rivendicazioni immediate e battaglie di prospettiva) decliniamo l’identità comunista del terzo millennio. Una rinnovata cultura politica della trasformazione al servizio delle lotte e del conflitto sociale.
Le nostre organizzazioni, nella Federazione della sinistra, devono essere uno strumento per invertire la rotta e costruire un futuro diverso e migliore.
Flavio Arzarello - coordinatore nazionale FGCI
Simone Oggionni - portavoce nazionale Giovani Comuniste/i
GIOVANI E LAVORO: FERMIAMO IL SACCHEGGIO AI DANNI DELLA NOSTRA GENERAZIONE!
I nuovi dati Istat sull’occupazione sono l’ennesimo campanello d’allarme per la sorte della nostra generazione.
La disoccupazione complessiva in Italia in Aprile si è attestata all’ 8,9%, con un +0,4% rispetto a fine 2009 e un +0,1% rispetto a marzo 2010.
Il dato quindi è ancora in trend di crescita e parla di un paese che è ben lontano dall’uscita o dalla “fase calante” della crisi. Come avevamo detto più volte, controcorrente rispetto alla messa cantata dei media ufficiali che predicavano ottimismo, la crisi deve ancora far vedere i suoi effetti più catastrofici.La disoccupazione giovanile è al 30%, un dato mostruoso: inizia a crearsi una nuova categoria generazionale di dimensioni rilevanti, quella dei “giovani morti”, disoccupati a carico delle famiglie che non hanno più ambizioni o vie d’uscita per rendersi indipendenti.
A tutto ciò cosa risponde il governo?
Risuonano ancora le parole di Sacconi, quando ha suggerito (bontà sua) ai giovani italiani di accettare qualsiasi lavoro veniva loro offerto, non pretendendo più di ricevere impieghi o salari commisurati alle loro passioni e titoli di studio.
Una affermazione solo debolmente ammantata della retorica del “sii umile e datti da fare” che in realtà sottende la più becera della visioni padronali: “La classe dirigente è al completo e non si tocca, tutti gli altri si preparino ad essere rotelle della macchina senza pretese e aspettative.”
Da anni la classe dirigente liberale e liberista italiana non ha la più pallida idea di come investire sullo sviluppo e scommette sull’abbassamento del costo del lavoro per reggere la concorrenza di paesi più “economici” come l’est Europa o la Cina.
Oltre a non funzionare, è facile capire che con questa visione la direzione che prende il benessere sociale non è in avanti ma all’indietro, con l’abbassamento medio dei salari, la precarizzazione dei posti di lavoro, l’aumento della disoccupazione e – cosa che vediamo chiaramente già da tempo – il blocco di qualsiasi ascensore sociale.
La nostra generazione è la prima della storia della nostra Repubblica che starà sicuramente peggio di quella precedente.
Tutto ciò è inaccettabile tanto più che nel clima di disorientamento e passività generale noi giovani del 2000, con la scusa della tenuta del sistema, stiamo subendo una ruberia di diritti sociali, retribuzione e garanzie per il futuro senza precedenti.
Va da sé che se il "sistema" per reggere deve dissanguarci, non è un sistema che ci rappresenta, che ci è utile, che vogliamo.
Occorre per prima cosa un investimento serio su istruzione e ricerca per riportare il sistema produttivo in Italia sul mercato della qualità e non della quantità; bloccare la proliferazione dei contratti precari che stanno impedendo a milioni di giovani di progettare il proprio futuro oltre che frantumare qualsiasi identità di lavoro.
Adattare il welfare alle necessità del presente: oggi noi precari di norma non possiamo accedere ad un mutuo, non possiamo prevedere spese a lungo termine, costruire una famiglia. Siamo carne da macello ad ogni oscillazione del mercato, privi di cassa integrazione e invisibili alle statistiche dei licenziamenti.
Per far fronte a tutto ciò serve un cambio di rotta radicale, una alternativa di sistema, che miri alla qualità della vita e alla giustizia sociale, per rilanciare il progresso di questo martoriato e stagnante paese ma anche per fermare il saccheggio che una classe politica e imprenditoriale vecchia, corporativa e irresponsabile sta perpetuando a nostre spese.
È ora di smettere di farci mungere in silenzio, serve una piattaforma di rivendicazioni chiara e precisa su cui ricostruire una battaglia di vertenze. Su presto molto presto diremo la nostra con delle proposte ufficiali su welfare, salari, istruzione.
È in gioco il nostro futuro e non intendiamo tirarci indietro.
Alessandro Squizzato - responsabile nazionale lavoro FGCI
LA FGCI CONTRO IL TERRORISMO DI STATO DI ISRAELE
E' evidente ormai da tempo che Israele non ha nessuna intenzione di risolvere il conflitto e l' uso della forza militare è l' unica risposta di cui è capace.
Israele non può continuare ad agire indisturbato ed impunito; chiediamo alla comunità internazionale, di agire affinchè cessino le vessazioni ai danni dei palestinesi e vengano presi provvedimenti contro le azioni criminali dello stato di Israele.
Dalla parte della Palestina sempre!
PENSIONI - DILIBERTO: "QUESTA EUROPA NON CI PIACE, URGE CONFLITTO SOCIALE"
La crisi la paghi chi l'ha prodotta: padroni e speculatori in primis. Il governo italiano non usi l'Europa come pretesto per ridurre i diritti dei lavoratori: ora più che mai c'è bisogno di conflitto sociale". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
GRAZIE AI MAGISTRATI, AI MEDICI, A TUTTI QUELLI CHE LOTTANO PER CACCIARE LA CRICCA
Io voglio invece ringraziare i magistrati edi medici per aver proclamato sciopero ridando valore alla "politica" e dimostrando una piena sensibilità nei confronti di tutti i cittadini. In Italia non c'è giustizia perché c'è un premier indaffarato ad impedirla. Non c'è una sanità adeguata perché i tagli si stanno facendo sulla pelle di tutti i cittadini. Non c'è più scuola pubblica - per anni ed anni vanto della Repubblica italiana- perché il governo opera tutti i giorni per distruggerla. Grazie ancora ai magistrati ed ai medici. Saremo e siamo al loro fianco. La cricca che s'è impadronita dell'Italia deve essere cacciata a calci.
Sciopero Generale unitario contro la macelleria sociale. Facciamo pagare ai padroni la loro crisi!
La nuova manovra economica “anti-crisi” del governo Berlusconi contiene misure “lacrime e sangue” contro i lavoratori dipendenti e i pensionati: tagli alla spesa sociale e ai salari, congelamento delle liquidazioni, blocco totale del turn-over, negazione del diritto al contratto nazionale, furto sul salario accessorio, chiusura delle finestre di uscita per i pensionamenti. I lavoratori ancora una volta dovranno compiere nuovi sacrifici e si approfondirà la forbice economica fra le masse popolari e i gruppi oligarchici/finanziari.
Dopo la propaganda berlusconiana della ripresa e dell’uscita dalla crisi, il Governo porta un attacco senza precedenti a milioni di lavoratori con licenziamenti, cassa integrazione, ristrutturazioni, delocalizzazione e con il famigerato “collegato lavoro” per smantellare lo Statuto dei Lavoratori.
L’obiettivo di queste misure è quello di scaricare sulle masse lavoratrici il peso della crisi e dei debiti del capitalismo per difendere gli interessi di una minoranza di banditi/sfruttatori.
Difatti nessuna misura viene presa contro i monopoli capitalistici che continuano a fare profitti enormi, gli speculatori finanziari e gli evasori fiscali, i grandi patrimoni, le rendite fondiarie e finanziarie, i mafiosi e i boiardi di stato. Nessun taglio alle spese militari, alle inutili grandi opere, al Vaticano, ai privilegi di manager!
A questa vera e propria macelleria sociale perpetrata dal governo Berlusconi e dalla Confindustria i lavoratori devono dare una risposta dura, decisa e immediata.
Costruiamo un ampio movimento d’opposizione e di resistenza su un programma minimo in difesa degli interessi economici e politici del proletariato.
Dispieghiamo e organizziamo il conflitto nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri contro questa nuova offensiva capitalista.
Rilanciamo la lotta di classe contro la barbarie del capitale, ricostruiamo il Partito Comunista, unico strumento politico e sociale di difesa e rappresentanza della classe operaia.
I lavoratori non sono i responsabili della crisi. Che la paghino i padroni!
Siamo di nuovo in piazza il 12 Giugno alla manifestazione della CGIL per sostenere tutte le mobilitazioni contro gli attacchi del padronato e del Governo.
Sciopero generale unitario, subito!
Roma, 12 Giugno 2010
COMUNISTI UNITI
www.comunistiuniti.it
info@comunistiuniti.it
MANOVRA - DILIBERTO: "MERITA OPPOSIZIONE UNITA IN PIAZZA"
E' il momento di agire sulla strada dell'opposizioone unitaria. Il governo, sotto i colpi di una crisi economica, sociale e politica straordinaria, si sta sfarinando e tenta di scaricare le sue responsbailità sui ceti sociali meno abbienti. Serve un'altra idea di politica economica e un altro governo, e solo un fronte ampio e partecipato può riuscire a buttar giù questa cricca di incapaci". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
Intercettazioni - PDCI: "Fiducia è ennesimo atto di regime"
E' una legge che manda al macero la libertà di stampa e la civiltà giuridica: l'Europa si svegli prima che sia troppo tardi". E' quanto afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.
Protezione Civile - Licandro: "Premier fomenta clima di odio"
Chi usa un tale linguaggio non può fare il Primo Ministro di un Paese civile". E' il commento di Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra, in merito alle dichiarazioni dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sull'inchiesta sulla Protezione Civile attivata dalla Procura dell'Aquila, che continua: "Berlusconi sta fomentando un clima di odio e non sappiamo dove voglia davvero arrivare".
Rai - Pignatiello: "Parole premier dimostrano che livello di allarme è alto"
E' quanto afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra, che continua: "O la pensate come me oppure non firmo il contratto di servizio significa minacciare la libertà di espressione e il concetto stesso di democrazia. Siamo oltre il livello massimo d'allarme: questo premier fa male all'Italia".
