martedì 10 agosto 2010

Tagliano tutto ma non le proprie poltrone

Tagli, tagli e ancora tagli, per gli impiegati pubblici, per gli insegnanti, per i ricercatori, un taglio netto, cosi come la falce miete il grano, l’attuale governo ha mietuto le speranze della classe debole e più numerosa italiana; ha provato a toccare anche gli enti locali, facendo balzi e tarantelle passando per grandi contraddizioni nella loro maggioranza e stretta nella morsa della lega e di FINI, il governo nazionale è quasi al capolinea. Niente di nuovo, tutto vecchio come la politica di Berlusconi impiantata su vecchie logiche mediatiche e vecchie proclamazioni.

Nella città di Vibo, però, qualcosa stava cambiando……

Un sindaco “nuovo”, di una famiglia nuova e “estranea” alla politica, con idee “nuove” con persone “nuove” soprattutto, nuova gente “mai” vista in aula consiliare (senza ex vice sindaco), tutti giovani consiglieri di famiglie “nuove” che hanno dato una svolta al vecchio modo di fare politica. Ahinoi però….tutti figli di ex politici, sindaci assessori consiglieri ecc. Questa svolta ci hanno propinato, il cambiamento, il nuovo che avanza, su basi che ricordano la politica degli anni 50: CLIENTELARISMO. Basato sulla sola occupazione dei posti di potere. E poi? Chi governa?

Non importa, l’importante è esserci, occupare potere, poi a governare ci si pensa dopo, l’importante è esserci, nel nucleo industriale, nelle strutture regionali, il governo della città è solo un trampolino di lancio per l’occupazione delle poltrone. Questo è il cambiamento, il nuovo. Ma se la maggioranza nazionale di governo ha un uomo “capace” di fare, ahinoi, il brutto e il cattivo tempo con il proprio carisma e la sua verve, qui a Vibo non c’è nessun Berlusconi che può salvare, la fragile maggioranza comunale del centrodestra, che inizia a risentire le contraddizioni di un partito fondato sul nulla, che ha svenduto quel poco della storia della destra moderna italiana al “padron” Berlusconi.

Ma dicevamo, a Vibo Valentia nessun Berlusconi può salvare questa fragilissima maggioranza, inabile al governo della città, che quando vi è un problema da affrontare lo affronta alla “radice”, vedi la vicenda del mercato generale, senza nessuna logica di pensiero al futuro; sebbene vi siano tra voi punte d’eccellenza, che possiamo contare sul palmo di una mano, e, sebbene l’inesperienza può anche essere considerata, a volte,  non come un male, ma come un elemento positivo, poiché può portare novità nel governare, CARO SINDACO e cari consiglieri di maggioranza vi manca STABILITA’, PROGRAMMAZIONE, CONCRETEZZA e NOVITA’.

Agli occhi dei cittadini invece vi è la nomina di un vostro assessore a capo struttura, tra l’atro un assessorato importantissimo in questi anni in cui vi è un nuovo modo d intendere la pianificazione urbanistica, cosa che sicuramente saprete poiché conoscerete la legge 19/2002 della regione Calabria che vede il territorio verde come pezzo attorno al quale edificare, e non viceversa; niente in contrario ad avere più cariche, è legittima l’ambizione per tutti, ma ci si sarebbe aspettato un minimo di responsabilità in più da parte del sindaco, essendo la delega all’urbanistica delicata e che necessità di una presenza costante sul territorio appunto.

L’ultimo gingillo è infine l’aumento del numero degli assessori. Ma com’è possibile? Vi riducono lo stipendio, ottima cosa e plauso al governo centrale che lo ha fatto, anche se i veri tagli purtroppo arriveranno solo dalle prossime legislature come per esempio il taglio dei consiglieri comunali, tagliano agli enti locali per milioni di euro, vi è un momento di crisi internazionale, e voi aumentate il numero degli assessori? Per quale motivo?
Vorremmo avere da voi una motivazione politica per l’undicesimo uomo in campo. Siete in carica da più tre mesi e non abbiamo ancora visto il nuovo che avanza di cui dovevate essere portatori. Motivazioni politiche sappiamo che non ne arriveranno da parte vostra anche perché sappiamo che l’undicesimo giocatore serve come contentino a questa o a quell’anima del PDL o dell’UDC. UDC che al governo nazionale occupa una posizione ambigua, un po’ opposizione e un po’ niente di niente, mentre in questa città è in maggioranza. Ma la coerenza, si sa, non è da tutti.

Caro sindaco e cari consiglieri di maggioranza, caro Daffinà (uomo di destra e di sinistra per tutte le stagioni), siete tanti, la vostra maggioranza nel momento dell’elezione era numerosa, avete i numeri ed il tempo dalla vostra parte. Allora governate perché per quello siete stati eletti. Qualora non vi sentiate di far questo fatevi da parte, accantonate le vostre, seppure brevi esperienze politiche, prima di continuare a far danni, perché a questo punto, sull’onda di questi primi cento giorni di “buon” governo, preferiremmo più un commissario prefettizio che la vostra inabilità politico-amministrativa.

venerdì 6 agosto 2010

1^ Festa dell’ Unità dei Comunisti


Ebbene sì, il Movimento Comunisti Uniti organizza la 1^ Festa dell’ Unità dei Comunisti a Roma il 17/18/19 Settembre 2010.
L’iniziativa, sostenuta dal lavoro volontario dei/lle compagni/e di CU di Roma e Lazio è rivolta ai comunisti e agli anticapitalisti ovunque collocati di tutta l’Italia.
Una tre giorni di dibattiti su Partito, Lavoro e Ambiente.
Sul palco si avvicenderanno gruppi musicali che proporranno canzoni di lotta, folklore romano, cabaret/ teatro, liscio. Saranno presenti stand di associazioni e movimenti. Presso il ristorante la “Lanterna Rossa”, non mancherà la buona cucina casareccia e popolare. I giovani di GCU gestiranno il bar.
Noi vogliamo che sia un momento d’incontro/confronto politico, dove tanti/e compagni/e della diaspora, del PRC, del PdCI e delle altre organizzazioni comuniste discutano insieme di come raggiungere l’obiettivo comune della ricostruzione del Partito Comunista.
Inoltre, scopo non secondario, sarà di ottenere un sostanzioso autofinanziamento utile all'organizzazione dell’Assemblea Nazionale di Novembre c.a., per la costituzione nel Movimento Politico Comunisti Uniti per la Costituente.
E allora non mancare, vieni alla Festa, per dimostrare in maniera solidale e fattiva la tua vicinanza e/o internità al progetto di rilancio unitario di una forza comunista autonoma e alla costruzione di un Fronte Popolare di Resistenza al capitalismo e all’imperialismo.
Gualtiero Alunni
(Per il Gruppo di Lavoro Nazionale di ComunistiUniti)

COMUNICATO STAMPA SUL PIANO CASA REGIONALE

Il cosiddetto Piano Casa approvato ieri dal Consiglio Regionale della Calabria fa diventare la nostra regione maglia nera di tutte le regioni italiane.

Solo una Giunta ed una maggioranza che non hanno nessuna attenzione ed interesse sui temi dell’ambiente, del paesaggio e del territorio poteva realizzare uno scempio legislativo di questa natura.

D’altronde, quando un provvedimento di questa natura viene affidato a chi presumibilmente ne trarrà i maggiori benefici (cementificatori e palazzinari) è del tutto evidente che il risultato non può che essere un’aggressione sistematica delle nostre risorse naturali, del nostro patrimonio storico ed architettonico, del nostro incomparabile paesaggio.

Nella furia cementificatoria i governanti regionali del centrodestra, memori degli innumerevoli condoni e sanatorie varie che i governi Berlusconi hanno via via regalato agli speculatori nazionali, non si sono fatti pregare. Addirittura hanno stravolto perfino i limiti imposti dall’accordo Stato –Regioni dell’1 aprile 2009.

In Calabria l’ampliamento del 20% di superficie, e in alcuni casi anche del 35%, diventa indiscriminato e generalizzato: cioè può essere fatto dappertutto, in deroga a tutti gli strumenti urbanistici e di governo del territorio.

Nessuno era arrivato a tanto. Insomma la destra speculatrice e palazzinara calabrese assesta un colpo che potrebbe diventare irreversibile ai danni di beni comuni come paesaggio e territorio, valori su cui, invece, si potrebbe costruire un grande progetto di valorizzazione per restituire fiducia e speranza nel futuro.

Tutto questo avviene in una regione come la Calabria, che riassume in sé tutti i peggiori rischi e dissesti (sismico, idrogeologico e di frana) e che ha già subito nei decenni passati una pesantissima devastazione del proprio territorio, specie della fascia costiera, con uno sviluppo edilizio abnorme che non trova alcuna corrispondenza con la popolazione residente che ammonta a circa 2 milioni di abitanti, mentre il volume edilizio costruito potrebbe ospitare dai 6 agli 8 milioni di abitanti.

Dopo gli anni della cementificazione delle coste e del grande saccheggio edilizio nelle città, abbiamo tentato in questi anni in Calabria di sostenere con forza la necessità che si chiudesse questa brutta pagina nella storia calabrese. Abbiamo lavorato sodo scommettendo prioritariamente sul recupero e sulla riqualificazione come strumenti fortemente innovativi per rilanciare anche un’edilizia di qualità. Per questo avevamo coniato lo slogan: meno mattoni e più recupero.

Adesso Scopelliti e la sua Giunta vogliono riportarci indietro. La loro cultura di governo è davvero vecchia e stantia e ripropone ricette e strumenti che hanno già arrecato danni ingenti a questa terra.

Questa Piana Casa rappresenta una gravissima regressione culturale nella politica edilizia, abitativa ed urbanistica della regione.

Non servirà certamente a rilanciare l’economia, come dimostra il fallimento del Piano Casa nelle altre regioni. Non migliorerà la qualità architettonica ed energetica del patrimonio edilizio esistente. Non aumenterà la ricchezza, né l’occupazione e né il reddito procapite della Calabria. Forse si arricchirà la lobby del cemento mentre la ndrangheta potrà riciclare il suo denaro sporco. Ma questo Piano Casa ci lascerà tutti più poveri perché la regione sarà ulteriormente devastata e deturpata e il consumo del suolo, che ha già raggiunto livelli stratosferici, proseguirà impunemente ammantato di legalità in spregio a quelle che sono le reali esigenze e i concreti bisogni dei calabresi.

In questo contesto risulta assai singolare la circostanza di un provvedimento che incide profondamente sulla normativa urbanistica, senza il pieno coinvolgimento dei soggetti titolari di questa competenza. Infatti, il pdl in Giunta è stato presentato con la sola firma dell’Assessore ai Lavori Pubblici Gentile senza il necessario concerto con l’Assessorato all’Urbanistica.

Ma cosa potremmo aspettarci da una Giunta e da una maggioranza che come primo atto hanno bloccato il Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico approvato dalla precedente Giunta e come secondo atto hanno sospeso l’entrata in vigore della legge sismica.

Tutto il contrario di quello che serve alla Calabria: non una nuova micidiale colata di cemento ma una pianificazione moderna del territorio con strumenti avanzati e capaci di aprire la regione al futuro della sostenibilità ambientale e della valorizzazione delle risorse culturali, storiche, ambientali, agricole e paesaggistiche.

Reggio Calabria, 5.8.2010

IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PdCI

MICHELANGELO TRIPODI

RELAZIONE INTRODUTTIVA DEL SEGRETARIO NAZIONALE OLIVIERO DILIBERTO DIREZIONE NAZIONALE ALLARGATA – ROMA 18/19 LUGLIO

Care compagne e compagni, credo che non sfugga a nessuno la rilevanza della riunione di oggi. Non a caso l’abbiamo voluta nella forma di un attivo del Partito, coinvolgendo il quadro militante e dirigente.
Questa riunione apre la stagione che darà il via prima al congresso della Federazione della Sinistra e poi a quello del Pdci, previsto per la prima metà del 2011. Si tratta della scadenza prefissata, potremmo discutere se anticiparla o meno: la mia opinione, che ha avuto il consenso della Direzione Nazionale, è di rispettare la scadenza naturale. Ma, lo ripeto, è tema di discussione e ne parleremo. In questa riunione dovremo prendere decisioni che riguarderanno la vita del Partito a tutti i livelli. Vi invito ad un discussione che sia la più aperta possibile. Subito dopo essa andrà riportata nei territori perché ci sia un riscontro da parte del maggior numero di quadri e militanti. La fase politica è evidentemente molto complessa, ma vorrei offrire ai compagni qualche elemento non usuale di riflessione. La crisi è generale, non ciclica ma sistemica, lo riconosce persino Trichet, il presidente della Banca Centrale Europea, ed ha caratteri internazionali. Ma io avverto una crisi specifica italiana che colpisce tutti i livelli istituzionali ed è allarmante.
Due dei principali vertici delle forze dell’ordine hanno subìto pesanti condanne. Gianni De Gennaro, già capo storico della polizia italiana e oggi a capo dei servizi segreti, e il comandante-generale dei Ros, cioè dei Reparti Operativi Speciali dei Carabinieri, uno degli uomini più importanti d’Italia e d’Europa, condannato in primo grado a 14 anni per traffico internazionale di stupefacenti.
Ho voluto citare questi due casi e non ho parlato della cosiddetta cricca perché per alcuni versi li
considero anche più gravi. Il capo dei servizi segreti e il comandante generale dei Ros sono vertici
istituzionali di prima grandezza. Ci si aspetta da loro che siano i garanti, i custodi della sicurezza e
della legalità. E invece sono anche loro nella lunga fila di personaggi coinvolti nella corruzione.
E’ in atto un impazzimento generale del sistema. Non si salva nessun livello. Non si salva la
magistratura, non si salvano le forze dell’ordine, le forze armate, non si salvano l’imprenditoria e il sistema politico. Il livello nel quale è sprofondata la società italiana non ha precedenti nella storia repubblicana. E’ lo scenario inquietante di un Paese che ha la classe dirigente peggiore del mondo capitalistico. In questo quadro è evidente la sfiducia profonda della popolazione non solo nei confronti del governo, ma complessivamente verso le istituzioni, rispetto alla stessa democrazia.
Nella degenerazione del sistema politico e istituzionale, si affermano sempre più la personalizzazione e il leaderismo populistico, sia a destra che a sinistra, devastanti per chi intende la politica nelle forme della lotta fra le classi e non tra le persone. Prevale la logica del più forte, del più ricco, del più famoso, di chi ha appoggi nel mondo che conta, tra i poteri forti. E succede che quello che Fausto Bertinotti definiva un “imprenditore illuminato”, Sergio Marchionne, porti a compimento nel disinteresse del governo l’operazione Pomigliano aprendo la strada alla devastazione dei diritti del lavoro. Quando lo scambio è tra il posto di lavoro e la tutela dei diritti costituzionali, si è alla fine di ogni forma di relazioni industriali. Quando un diritto costituzionale viene azzerato da un accordo di diritto privato tra imprenditore e lavoratori, si verifica l’inversione della gerarchia delle fonti del diritto.
La Costituzione diventa secondaria, vince il primato del mercato. E questo, sul piano sostanziale, apre la strada a qualsiasi ricatto: prima il diritto di sciopero, poi il salario, le ferie, la mensa, la pausa fisiologica.
La situazione è molto più seria di quanto noi stessi percepiamo. Io non so se il governo terrà.
All’interno ci sono contraddizioni molto violente che possono portare ad una sua caduta. Ma
Berlusconi ha dimostrato in questi quindici anni tenuta e capacità di resistenza molto robuste. Non sono inoltre certo che l’alternativa che si sta profilando sia auspicabile. Il Pd, e in particolare l’attuale gruppo dirigente del Pd, sta lavorando per un governo istituzionale o di transizione o tecnico che abbia il compito di cambiare la legge elettorale. Si pensa al modello tedesco, che è proporzionale e rappresenterebbe la fine del bipolarismo, ma che ha la soglia di sbarramento al 5%. Per noi sarebbe letale.
Io auspico che il governo cada per il bene del Paese. Non abbiamo alcuna arma visto che non siamo in Parlamento, possiamo solo auspicare che ciò accada. Ma dobbiamo sapere che qualunque ipotesi di governo di transizione, di decantazione istituzionale o altro è per noi mortale. Porterebbe inevitabilmente a una scomposizione del centrosinistra ed a sue alleanze con pezzi di destra. E non mi riferisco soltanto all’Udc.
In questa situazione difficile e drammatica avanzo una linea di azione che, se i compagni saranno
d’accordo, proporrò al dibattito congressuale. E’ la linea che ho esposto in Direzione e che è stata
approvata all’unanimità con un astenuto.
E’ fondamentale per noi ridare vita ad un sistema di alleanze per raggiungere due obiettivi che
consideriamo vitali. Il primo, la costruzione di uno schieramento di centrosinistra in grado di liberare il Paese da Berlusconi. Il secondo, il ritorno dei comunisti in Parlamento. Se questo non sarà possibile, se la coalizione non si farà, o se si farà e noi ne saremo fuori, le conseguenze saranno per noi esiziali. Ma ammettendo che la coalizione ci sia e che noi ne facciamo parte, esistono le condizioni per un patto di governo tra noi e le altre forze democratiche come il Pd, l’Idv ed eventualmente l’Udc? Secondo me, no. Lo dico con nettezza anche se con rammarico perché sono convinto che i comunisti sono tali se sono un partito di governo. Cioè se si pongono leninisticamente il problema del potere.
Ma oggi non vedo le condizioni per un patto di governo. Ci scontreremmo, il giorno dopo aver vinto le elezioni, con politiche economiche restrittive, forse meno violente di quelle della destra, ma altrettante aggressive sul piano dei tagli. Abbiamo già durissimamente pagato le politiche monetarie di Padoa Schioppa e del governo Prodi nel 2006-2008. Per questo sono convinto che ad oggi non esistano le condizioni per un patto di governo. E vi confesso che mi appassiona assai poco l’idea di scrivere un programma di 400 pagine in cui il non detto prevale sul detto affinché tutti possano trovarsi d’accordo.
Insisto su questo punto perché invece nel dibattito interno dei partiti nostri alleati, nella Federazione della Sinistra, c’è chi ritiene che le condizioni ci siano. E’ bene quindi, prima di aprire un confronto con le altre forze politiche, che questa assise dia un mandato a me e ad ai compagni che andranno a trattare. Propongo dunque che nel documento che varerà l’accordo per la Federazione della Sinistra non venga scritto che ci sono le condizioni di un accordo di governo con il centrosinistra. Tuttavia non sono neanche d’accordo con alcuni autorevoli rappresentanti di Rifondazione che pensano ad un accordo con il centrosinistra al solo scopo di cambiare la legge elettorale. Non ci capirebbe nessuno. Perché se ci limitassimo a dire agli italiani, che vivono condizioni drammatiche di vita e di lavoro, che accettiamo il governo per fare una nuova legge elettorale e tornare quindi al voto, ci prenderebbero per pazzi, per incoscienti. E’ vero che il bipolarismo obbliga ad alleanze innaturali ed ha dato risultati pessimi, ma per i cittadini e i lavoratori questo non è un argomento sufficiente. Quando accadono episodi come quello
di Pomigliano sono ben altre le cose che la gente si aspetta. Davvero non ci comprenderebbe nessuno.
Io propongo un’altra strada. A mio avviso un patto con il centrosinistra va negoziato. Ma non un
accordo di governo, solo alcuni punti programmatici qualificanti. Penso alle questioni sociali ed al
grande scandalo del fisco, il cui 90% degli introiti fiscali viene dal lavoro dipendente; penso al lavoro ed al precariato; penso a scuola e università. Tre grandi questioni da negoziare; tre obiettivi da rendere concreti. I nostri obiettivi. Questo ci permetterebbe una campagna elettorale seria ed onesta, in cui sarebbe del tutto chiaro cosa vogliono i comunisti. E se il centrosinistra vincerà e governerà, noi sosterremo il governo in nome di quei tre obiettivi. Un accordo complessivo, invece, ci obbligherebbe a discutere di tutto, sapendo che ci sono punti in cui trovare un’intesa sarebbe impossibile. Pensate, per dirne uno, alla politica estera.
La linea che vi propongo ci consente di affrontare correttamente l’opinione pubblica, senza entrare in una impossibile gestione della politica economica. Impossibile, care compagni e compagni, perché il Pd, o almeno la sua parte liberista, non ha una linea così diversa da quella di Tremonti.
Il nostro obiettivo è duplice: il primo, costruire una coalizione che consenta al centrosinistra di vincere, cacciare Berlusconi e ristabilire regole democratiche in un Paese ormai alla deriva, senza legalità, sconquassato dal malaffare. Il secondo, riportare i comunisti in Parlamento. E, aggiungo, che strettamente connesso alla difesa della democrazia ed al ritorno dei comunisti in Parlamento è il rilancio e il rafforzamento del Pdci.
C'è, sul tema dell'unità a sinistra, una discussione un po’ surreale. Una parte del nostro Partito, ma soprattutto di Rifondazione, immagina l'unità a sinistra come una svendita della propria identità. E’ vero che l’esperienza dell’Arcobaleno è ancora viva e ogni volta che si parla di unità a sinistra viene voglia di mettere mano alla pistola. E’ una vecchia citazione andreottiana, anche se prima di lui lo aveva detto Goebbels. La sinistra che abbiamo conosciuto con l’Arcobaleno ci ha, per alcuni versi, segnato a vita. Una sinistra incolore, debole, anticomunista. Ma guai a noi se quell’esperienza diventasse un freno alla nostra iniziativa politica. L'idea che l'unità della sinistra metta in discussione l'identità dei comunisti è espressione di debolezza, non di forza. Non c’è alcuna contraddizione tra l'unità delle sinistre e il rilancio dei comunisti. Se la tua identità comunista è forte, chiara, se hai un tuo pensiero strutturato, che rischio c’è? Di cosa dovremmo avere paura? Ci sono tanti uomini e donne di sinistra ma non comunisti. Con loro è necessario e importante dialogare per costruire un fronte ed obiettivi comuni. Sull’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, c’è una sinistra non comunista che dia battaglia assieme a noi? Certo che c’è! Ed è più larga e convinta di quanto non si creda. Cos’è che ci differenzia dal resto della sinistra? Per schematizzare: cosa ci differenzia da Sinistra e Libertà? Un fatto ontologico, direbbe Aristotele, perché noi non siamo generalmente riconducibili alla sinistra, siamo strutturalmente una cosa diversa. E’ una questione di Dna. La sinistra non si pone il cambiamento del sistema economico, sociale e istituzionale della società nella quale vive, non vuole superare il sistema capitalistico. La sinistra ha obiettivi parziali che possiamo condividere o non condividere. E per quegli obiettivi, seppur parziali, si può fare insieme molta strada, si può costruire consenso, organizzare lotte.
Lo schema che vi propongo è dunque il seguente. Il congresso del Pdci si baserà sulla linea della unità dei comunisti, quella che abbiamo lanciato a Salsomaggiore e che resta la nostra linea di fondo. Tre anni fa proponemmo a Rifondazione un unico partito comunista. Rifondazione non ha mai condiviso la nostra proposta. Dobbiamo prenderne atto. Ma questo non significa rinunciare all’obiettivo di un unico e più grande partito comunista. E allora io vi propongo di mettere a disposizione di tutti coloro che si ritengono comunisti, che si percepiscono comunisti, il nostro partito, il Pdci. Non è un mistero che alcuni compagni di Rifondazione guardano con favore a questo progetto. Non stiamo parlando di masse, tuttavia è un segnale interessante e positivo. Il nostro primo obiettivo è dunque il consolidamento e l’allargamento del Pdci, senza volontà egemonica, mettendo laicamente a disposizione l’unica forza comunista che esiste in Italia.
Ultimamente, tra le nostre fila, è ripartita una sorta di tormentone. “Facciamo la costituente dei
comunisti”, propongono alcuni compagni. Rispondo a quei compagni, senza alcuna volontà polemica, fotografando la realtà per quella che è: ma con chi la vogliamo fare la costituente? La costituente si fa se pezzi consistenti si mettono insieme e individuano un percorso comune. Sarebbe stato possibile se tutta Rifondazione comunista avesse accettato la nostra proposta. Avremmo dato avvio alla costituente dei comunisti in maniera seria e credibile.
C’è poi qualcuno che vagheggia la costituente della sinistra: noi, Rifondazione, Sel, un pezzo di Italia dei Valori… Io non ci parteciperei, vi dico con grande sincerità che questo obiettivo non mi interessa, non è il mio, ma riconosco che in questo caso si tratterebbe di una costituente. Non mi interessa perché voglio costruire un’altra cosa, che per il momento si traduce nella massima disponibilità del partito di mettersi a disposizione di chiunque voglia ancora dirsi ed essere comunista.
La storia - per un incidente, forse - ha messo sulle nostre spalle una enorme responsabilità. Siamo un piccolo partito che mantiene una straordinaria irriducibilità comunista. Alla riunione di oggi siete venuti in tanti e questo mi dà grandi speranze, è una bella risposta del Partito, unica forza comunista presente in tutte le province, le città, le regioni: questo piccolo partito ha l’enorme responsabilità di tenere aperta la questione comunista in Italia. La bizzarria della storia ci ha assegnato questo compito.
Abbiamo il dovere di provarci.
E’ tutto questo in contraddizione con la costruzione di una sinistra più larga? Questa è la domanda di fondo. Temiamo davvero che la costruzione della Federazione della Sinistra inquini la nostra identità? A me sembra una sciocchezza e insieme una debolezza politica. Il processo di allargamento dei comunisti impedisce che parallelamente vada avanti un processo di unità della sinistra? E perché? Perché i non comunisti inquinerebbero o indebolirebbero la nostra identità?
Ma perché, compagne e compagni, siamo così pavidi nel dialogo con gli altri? Io non ho alcuna paura di essere inquinato perché la mia è un’identità forte. Non c’è contraddizione se, insieme al processo di unità dei comunisti, proseguiamo nella costruzione della Federazione della Sinistra. Le due cose si combinano. Tanto più perché d’ora in avanti, con le leggi elettorali approvate e con quelle che si intendono approvare, sarà difficile immaginare percorsi in cui il Pdci o Rifondazione si presentino da soli.
La nostra azione deve essere ispirata al massimo della duttilità. La Federazione della Sinistra è
un’opportunità? Secondo me, secondo noi, secondo il gruppo dirigente, secondo la direzione, sì. E’
un’opportunità da perseguire senza peraltro mettere in discussione la linea dell’unità dei comunisti. E’ questa la nostra bussola.
Apro una parentesi per dare risposta ad una domanda che mi è stata rivolta da molti compagni. In questi giorni è circolato un appello per l’unità della sinistra firmato da compagni del nostro partito, di Rifondazione e da alcuni di Sinistra e libertà. L’appello sostanzialmente dice cose già dette in altre occasioni. C’è qualcuno che è contrario all’unità della sinistra? Probabilmente qualcuno c’è, ma sbaglia. Qual è allora il punto? Il punto è che oggi quell’appello viene strumentalmente usato da un pezzo di Rifondazione per polemiche interne in vista del congresso e di conseguenza ha cambiato la sua natura originale. Quelli che lo hanno firmato prima che fosse strumentalizzato hanno fatto bene, ma oggi è diventato un’altra cosa e non è nostro costume entrare in battaglie del tutto legittime ma non nostre. E di tutto abbiamo bisogno tranne che di complicarci la vita. La linea del partito è rappresentata dall’unità dei comunisti e dalla Federazione della Sinistra. Invito le compagne e i compagni a concentrarsi su questi due percorsi. Le lotte interne di altri partiti a noi non interessano.
C’è un altro tema che voglio trattare, il rapporto con Sinistra e Libertà. E’ stato ed è oggetto di molte discussioni tra i compagni. Se vogliamo essere all’altezza del nome che portiamo, “comunisti”, dobbiamo fare ragionamenti non rozzi su chi riteniamo diverso da noi. Sinistra e Libertà è una cosa, Nichi Vendola è un’altra. Per me è scontato, ma nella vulgata Sinistra e Libertà sembra coincidere con Vendola e viceversa. In realtà Vendola sta giocando un’altra partita. Si candida a fare il leader del centrosinistra e non il leader di Sinistra e Libertà. Stanno per iniziare i tre giorni delle “Fabbriche di Nichi” e non di Sinistra e Libertà! L’ambizione di Vendola è infinitamente più grande di ciò che rappresenta Sel ed è una delle facce della personalizzazione della politica, di quel leaderismo che ha contagiato destra e sinistra. Poiché non siamo rozzi, dobbiamo riconoscere che Vendola è molto bravo.
Ha appoggi potenti e sta riscuotendo una simpatia di massa analoga, e per certi versi più larga, di quella di Bertinotti all’inizio della sua segreteria in Rifondazione. Lasciatemi dire che considero Vendola oltre che bravo anche molto abile: non dire nulla può piacere a tutti, ma quel nulla che dice lo dice benissimo. Chapeau! Nessuno di noi è stato in televisione o sui giornali quanto è riuscito e riesce a starci lui, che fra l’altro ha approfittato magistralmente degli errori drammatici del Partito Democratico.
Sono state le primarie in Puglia che gli hanno dato l’abbrivio. E Vendola è riuscito a sfruttarle al
massimo. Ma, lo ripeto, è cosa diversa da Sel. Sinistra e Libertà, lo dico a mo’ di paradosso, può essere per Vendola l’ancora di salvezza ove gli vada male l’operazione con il centrosinistra. Ma intanto lavora alle Fabbriche di Nichi che si tengono nelle sedi del Pd!
Sinistra e libertà è divisa tra chi vorrebbe partecipare alla Federazione della Sinistra e chi si è buttato anima e corpo nel progetto di Vendola. Si sono lacerati, in particolare il gruppo dirigente che viene dalla storia comunista e quindi anche i fuoriusciti da Rifondazione. Questa divisione a noi interessa o no? Domanda retorica, ovviamente. Noi facciamo politica, non proclami. Se ci sarà un pezzo di Sinistra e Libertà che vuole rimanere a sinistra del Pd e che non ha intenzione di seguire Vendola, abbiamo il dovere di provare a costruire un’interlocuzione. L’idea che non dobbiamo interessarcene perché non sono comunisti è profondamente sbagliata. Sapete quanti ce ne sono dentro Rifondazione che non sono comunisti? Per paradosso ci sono più comunisti in Sel che in Rifondazione, con la quale tuttavia teniamo un rapporto che vogliamo consolidare. Il rapporto con pezzi di Sel è importante. Giochiamo d’attacco, compagne e compagni. Non restiamo in trincea a difendere qualcosa che non c’è più. Usciamo dalle sedi, offriamo dibattiti, terreni di lavoro, raccolte di firme in comune, facciamo politica, facciamo scoppiare le contraddizioni degli altri. Vendola non ci vuole nel centrosinistra. Per noi sarebbe un suicidio. Ma siccome non abbiamo alcuna intenzione di suicidarci, dobbiamo lavorare politicamente perché nel Pd non prevalga l’idea dell’autosufficienza. Ma se Vendola vince le primarie e diventa il capo del centrosinistra, dobbiamo sapere che farà del tutto per non averci nella coalizione. Perché? Perché siamo comunisti. E allora come avere un rapporto con uno che non ti vuole? Con l’intelligenza della politica, non regalandogli rendite di posizione. Se noi ci autoescludessimo, se pensassimo ad un polo alternativo al Pd, regaleremmo a Vendola una rendita di posizione, quella di rappresentare la sinistra del centrosinistra.
C’è poi un altro punto di discussione, rappresentato da un fantasma che s’aggira per l’Europa e che, in questo caso, non è lo spettro del comunismo. Si chiama Die Linke ed è la sinistra che qualcuno in Italia propone. Sto schematizzando molto. È la proposta di pezzi di Rifondazione che dicono: “Dobbiamo far sì che i comunisti, cioè la Federazione della sinistra, si associ con Sinistra e Libertà per costruire insieme la Linke italiana”. Ma cosa è davvero la Linke? Lo dico ai compagni che non seguono le vicende europee. La Linke è l’unificazione tra i comunisti della Ddr dell’ex Germania dell’Est e i socialdemocratici di sinistra dell’Ovest. Alle ultime elezioni hanno avuto un grande successo, con percentuali che veleggiano oltre il 7%. In qualche stato, regione, Länder tedesco, raggiungono percentuali notevolissime. Ma la situazione è profondamente diversa da quella italiana, lì pesa ancora la storia della Germania dell’Est. Un’ipotesi simile non è ripetibile. Provo a ragionare in maniera oggettiva, cioè indipendentemente dal fatto che a qualcuno piaccia oppure no. In Germania la Linke scaturisce, prima ancora che da due partiti, dall’unificazione di due paesi, due stati diversissimi l’uno dall’altro, la DDR e la Germania occidentale. Quando c’è stata la riunificazione dei due stati si è posto il problema di due partiti che esistevano a livello territoriale, sia ad Est che ad Ovest, e che solo insieme potevano dare vita a un partito di sinistra e nazionale. In Germania l’operazione di Lafontaine aveva dietro l’Ig Metal, cioè il sindacato metallurgico tedesco, lavoratori in carne ed ossa che hanno appoggiato una linea socialdemocratica di sinistra. Vi sembra, compagni, che lo stia facendo anche la Cgil? La Cgil è il convitato di pietra. Mi auguro che prima o poi faccia qualche scelta visto che il Partito Democratico l’ha lasciata sola persino nella vicenda di Pomigliano. Sel rappresenta oggi quello
che è la Lafontaine in Germania? Nemmeno per sogno. In Italia l’unificazione della Federazione della Sinistra con Sel significherebbe tutto tranne la riedizione della Linke. E dunque è una cosa che semplicemente non c’è.
Io chiedo a tutto il partito una grande capacità tattica: la costruzione della più larga unità a sinistra, anche fuori della Federazione della Sinistra. Abbiamo sperimentato nelle regionali che dove ci siamo presentati in coalizione abbiamo preso voti, mentre dove ci siamo presentati da soli gli elettori ci hanno puniti. Tranne in un caso, laddove non abbiamo scelto noi di andare da soli, come nelle Marche, ma sono stati gli altri a volerci fuori dalla coalizione. Nelle Marche si è costruito un polo di sinistra, anche con la presenza di Sel, e il risultato è stato molto buono. Ma è stato chiaro fin dal primo momento che eravamo spinti da una forte vocazione unitaria che il Pd aveva rifiutato ed osteggiato.
L’ultimo punto riguarda il profilo della nostra ricerca di comunisti. Io sento molto questo problema, anche personalmente, anche per questa contingenza della storia che ci assegna una responsabilità. Ma, care compagne e cari compagni, bisogna che entri nella testa di ciascuno di noi tutti, a cominciare da chi vi parla, che sul comunismo abbiamo troppo spesso gli occhi rivolti al passato. Forse è inevitabile, ma è mortale. Non è possibile parlare di comunismo e di comunisti come negli anni 30 o negli anni 50.
Il mondo è cambiato, e sono cambiati innanzitutto i paesi comunisti. Con loro dobbiamo iniziare a
interrogarci, a scambiarci opinioni, ad affrontare una serie ricerca sul comunismo nel terzo millennio, nell’epoca del web, delle telecomunicazioni di massa. È questo il motivo di fondo per cui è nata l’associazione culturale Marx XXI, che il 12 giugno a Roma ha tenuto il suo primo convegno sulle riforme istituzionali. E’ stato un convegno importante. Perché essendo noi comunisti affrontiamo il tema delle riforme istituzionali in modo diverso dagli altri, compresa la sinistra non comunista. Per noi le questioni istituzionali sono una delle facce del conflitto
sociale. Da quest’intreccio scaturisce la proposta dei comunisti.
Quali sono i contenuti nuovi, innovativi, l’aria fresca che immettiamo da comunisti nella discussione e nella battaglia politica? Dobbiamo riprendere a studiare, compagni. Pubblicheremo i materiali del convegno sulle riforme istituzionali e sono curioso di vedere - anche questa è una domanda retorica - quante delle nostre organizzazioni territoriali li ordineranno per usarli nella formazione dei nostri giovani, nella discussione, nella ricerca.
E’ la nostra pochezza intellettuale, e non la vicinanza o l’alleanza con i non comunisti, che ci espone alla contaminazione, possibile laddove abbassi la guardia della tua identità. Nel confronto di merito con quelli della sinistra non comunista, se noi fossimo quelli di una volta vinceremmo e invece abbiamo spesso difficoltà e spesso sono gli altri ad esercitare egemonia nei nostri confronti.
L’Associazione Marx XXI offrirà, a chiunque lo vorrà tra di noi, gli strumenti adeguati. Non è
un’associazione del Partito, ci sono dentro comunisti di altre forze politiche e tanti che non hanno
appartenenze partitiche. C’è una intellettualità diffusa che chiede luoghi di discussione e di studio. Da tempo non ce ne sono più. Questa associazione metterà a disposizione non cose astratte, ma proposte e materiali affinché il profilo identitario non sia più costruito con gli occhi rivolti al passato ma al futuro.
Due ultime cose telegrafiche. La prima riguarda le nostre finanze. Spesso affrontiamo il problema
distrattamente. E invece il partito sta finendo i soldi. La Tesoreria e l’Amministrazione stanno facendo i salti mortali. Abbiamo messo compagne e compagni in cassintegrazione, abbiamo chiuso il giornale e la tv. Me ne assumo ogni responsabilità. Queste misure non sono state prese, come qualche scellerato ha detto, perché “si sta chiudendo” il partito. È esattamente il contrario. Stiamo facendo drasticamente economia per poter arrivare al 2013, data delle elezioni nazionali. Abbiamo qualche piccola risorsa, ma siamo all’osso. Dobbiamo aiutarci reciprocamente, perché ci sono regioni che hanno consiglieri e assessori e gestiscono un po’ di risorse, mentre altre regioni non hanno nulla. E sapete come ci si aiuta?
Evitando che, anche nel nostro partito, si applichi il federalismo fiscale. Una regione che ha avuto
eletti alle regionali non può tenersi i soldi senza pensare al resto del partito. Dobbiamo creare un
circolo virtuoso, non lasciato alle singole regioni ma coordinato dal nazionale. Dobbiamo istituire un fondo di solidarietà che possa aiutare chi è in cattive condizioni. Naturalmente si tratta di una decisione che deve essere assunta dalla Direzione del Partito. Io mi limito a proporla alle compagne e ai compagni in modo che si possa dare un mandato alla Tesoreria per procedere ad un piano di ripartizione delle risorse.
Ed infine l’ultimo punto. Abbiamo affrontato varie difficoltà e ci sono stati momenti di grande
scoraggiamento nel Partito, anche in relazione al mio incidente. E’ sbagliato, compagne e compagni, legare ad una singola persona i destini di una comunità. Io non amo la politica personalizzata, tuttavia da qualche giorno sono, ancorché zoppicante, pienamente in campo. Sono riuscito a tenere il primo attivo regionale in Toscana, farò il congresso dell’Umbria la prossima settimana. Intendo partecipare al maggior numero possibile di attivi regionali recuperando questi mesi di inattività forzata. Ci stiamo giocando una partita che va infinitamente al di là del Pdci, che riguarda una generazione intera, forse un pezzo di storia comunista in Italia. E allora dobbiamo guardarci in faccia per sapere chi ci sta e chi non ci sta. Chi ci sta, ventre a terra e inizi a correre, perché la specificità dei comunisti rinsalda oggi un patto collettivo che è quello che fonda la nostra comunità. Che a vederla oggi, attraverso i vostri occhi e la folta presenza a questa riunione, forse sta meglio di quanto avessero preventivato tanti uccelli del malaugurio.

lunedì 26 luglio 2010

Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.

E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).

Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.

E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».

Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».

E Garibaldi parlò di «cose da cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.

Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.

Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.

Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.

E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.

Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.

Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).

Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).

E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).

Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.

Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.

Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.

Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)? Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere italiano: «Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi d’Italie.»

Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (…), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (…) della più complessa realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.

Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).

Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.

Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.

A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati: esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie. E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.

Loro che usano “italiano” come un insulto e abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma riorganizzò l’impero (quella meridionale venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima “Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul Tirreno).

Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto, perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente). «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito».

Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata.

Dopo centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa; e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne nutrono.

Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad agire “di conseguenza”.

venerdì 16 luglio 2010

Appello Comunisti Uniti

L’appello “Comunisti Uniti” nasce con l’intento di ricomporre i comunisti sparsi nel territorio nazionale (e quindi anche per la nostra piccola provincia dimenticata da tutti) per dare avvio ad una nuova fase di rilancio e , appunto, di ricomposizione di tutte le forze comuniste che si riconoscono come tali. L’appello “Comuniste e comunisti cominciamo da noi”, che ha dato vita all’esperienza di Comunisti Uniti, era stato pubblicato sui principali quotidiani nazionali il 17 aprile 2008, all’indomani della sconfitta elettorale dell’arcobaleno, che per la prima volta aveva cancellato la presenza dei comunisti nel parlamento italiano, e rilanciato di nuovo negli ultimi mesi. Non cerchiamo scorciatoie organizzativistiche e rifiutiamo la contrapposizione “tutti fuori” o “tutti dentro” il PRC e il PdCI. Crediamo però che sia urgente costruire un cambiamento di rotta, a partire dall’apertura di sedi di dibattito e di iniziativa e dai loro meccanismi di funzionamento. Non chiediamo perciò a nessuno di uscire dai nostri rispettivi partiti o da altre organizzazioni, coordinamenti o federazioni ma ci rivolgiamo a tutti i comunisti e alle comuniste per costruire insieme un collegamento dal basso sui territori, prendendo consapevolezza che quanto oggi esiste non è sufficiente per rilanciare il nostro ruolo e per ricostruire un’organizzazione unitaria ed efficace. Servono intenti comuni e piattaforme condivise da cui ripartire e su cui organizzarci: di fronte alla crisi, abbiamo bisogno di costruire una strada per un’alternativa di sistema e non di mero “governo” delle cose presenti. Per questo compito immane non serve allora un ennesimo partitino ma è necessario andare tutti insieme verso la ricostruzione di un solo Partito, che sia Comunista, radicato nella società ed efficace nella lotta politica. Con questa nostra lettera intendiamo perciò rilanciare il progetto dei Comunisti Uniti anche nella nostra provincia, dove siamo già in tanti ad avervi aderito, per dotarci di uno strumento efficace nella lotta di classe e per il superamento della frammentazione. Costruiremo i Comunisti Uniti come un luogo di dibattito e di iniziativa politica condivisa, una Casa Comune che abbia una sua autonomia di analisi e di proposta e sia capace di parlare a tutti i comunisti e alle comuniste indipendentemente dalla loro collocazione. Come un movimento trasversale, i Comunisti Uniti comprenderanno allo stesso titolo compagni del PRC, del PdCI, delle altre organizzazioni e quelli privi di appartenenza, sforzandosi di unire tutti quei compagni che, anche da prospettive diverse, si riconoscano in alcune semplici priorità: Nonostante alle elezioni europee abbiamo assistito alla prima creazione di una lista comunista e anticapitalista, utilizzata anche alle ultime elezioni regionali, che si poneva come alternativa al Pd, questo non ci ha consentito di ottenere una rappresentanza in seno al Parlamento Europeo, secondo noi per le troppe lacerazioni interne in seno alle varie forze politiche che hanno consentito di comporre la suddetta lista. Per questo motivo ci rivolgiamo a tutti i comunisti sparsi per la nostra provincia di aderire all'appello Comunisti Uniti, per superare tutte le divisioni, per costruire una sinistra forte attorno a un solo Partito Comunista. Senza unità dei comunisti non c'è unità della sinistra. L’Unità dei Comunisti appartiene a voi, donne e uomini liberi, che volete far di nuovo sentire la vostra voce in questa provincia dove ancora, nel 2010, si emigra.

Nicola Iozzo (Coordinatore PdCI Vibo Valentia) responsabile regionale Comunisti Uniti

Alessandro De Padova (Coordinamento prov. Giovani Comunisti PRC VV) responsabile regionale Comunisti Uniti

sabato 10 luglio 2010

Solidarietà a Pietro Comito

Il Partito dei Comunisti Italiani esprime la più viva solidarietà e vicinanza al giornalista di Calabria Ora Pietro Comito. Questi atti intimidatori dimostrano, per chi ancora non l'avesse capito, che la stampa libera fa paura ma sappiamo bene che nessuno riuscirà a bloccare e zittire le voci libere di questo lembo terra.
Il Parito dei Comunisti Italiani è dalla parte dei cittadini onesti e non sopporta, e non vorrà mai sopportare, chi con la violenza e l'arroganza cerca di imporre la propria legge e la sua "voce del silenzio e dell'omertà".

Iozzo Nicola
coordinatore PdCI

domenica 4 luglio 2010

Bentornata Radio Londra

La stampa italiana si è sempre contraddistinta per la varietà di testate giornalistiche presenti, tali da soddisfare i più disparati orientamenti di pensiero. Tutto ciò non può che essere un bene per quello che, almeno sulla Carta, è uno Stato democratico. La libertà di informazione, il pluralismo sono pilastri fondanti la democrazia, segnano la differenza tra democrazia ed autoritarismo, tra un’opinione pubblica che decide liberamente come informarsi ( e di conseguenza formarsi ) e la verità di regime. O ancora, tra cittadini e sudditi. Perché è questo ciò che contraddistingue la cittadinanza dalla sudditanza. Il cittadino è colui che si informa e che perciò è in grado di avere uno sguardo critico sulla società nella quale è immerso; ciò gli permette di essere cosciente di ciò che accade attorno a lui, di indignarsi per le ingiustizie e, di conseguenza di partecipare, con la forza delle proprie idee che la libera stampa ha contribuito a formare, alla vita sociale, politica e culturale del paese. Il suddito no. Egli preferisce sentirsi rassicurato dalla disinformazione di regime che puntualmente all’ora di cena gli sviscera dagli schermi della sua tv al plasma un’enorme quantità di menzogne, atte a tenerlo buono buono, rilassato sul suo divano in pelle, passivo. Il suddito non sa che c’è la crisi economia, non sa che la pagherà lui, non sa che si sta cercando di impedire alla magistratura di fare il suo dovere imponendo pesanti limitazioni alle intercettazioni, non sa che il 30% dei giovani è disoccupato, non sa che all’Aquila ancora c’è gente nelle tende e tra le macerie che ancora non sono state tolte. E potremmo continuare all’infinito. Purtroppo la maggior parte degli italiani non legge i giornali, non si informa su internet. La loro unica fonte di (dis)informazione sono i telegiornali che, a parte la lodevole eccezione del tg3, sono filogovernativi. E come se non bastasse la stampa libera italiana è minacciata dal ddl Alfano sulle intercettazioni che non solo pone delle forti limitazioni allo strumento più efficace ed essenziale nella lotta al crimine organizzato ma impedisce di fatto la libera circolazione delle notizie sulla carta stampata. Anzitutto, i giornalisti non potranno più pubblicare gli atti delle inchieste in versione integrale fino al termine dell’udienza preliminare, ma solo per riassunto. Le trascrizioni delle telefonate, invece, non si potranno più pubblicare in versione integrale e tantomeno per riassunto,fino al processo. Per non parlare delle multe salatissime agli editori che si troveranno costretti a fare pressioni per non far pubblicare determinate notizie scomode. Se la legge fosse già in vigore non avremmo saputo della “cricca”, della casa di Scajola, delle infiltrazioni negli appalti per la ricostruzione de l’Aquila, del caso-D’Addario ecc. I giornalisti sostenuti dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana sono pronti alla disobbedienza civile e a fare ricorso alla Corte di Strasburgo qualora il ddl passasse alla Camera, visto il già incassato voto di fiducia del Senato. Numerose sono le iniziative per eludere ed arginare questa legge autoritaria: dalla creazione di siti web di controinformazione fino al riprendere notizie successe in Italia e pubblicate da giornali stranieri. Un po’ come succedeva, con altri mezzi, durante la Resistenza da parte degli antifascisti rifugiati all’estero. Bentornata Radio Londra.

Salvatore Schinello

FGCI - Vibo Valentia

TRIPODI REPLICA AD ORSOMARSO, PRENDE LUCCIOLE PER LANTERNE! AL COMUNE DI REGGIO APERTA QUESTIONE MORALE GRANDE QUANTO UN MACIGNO

Dei gusti e anche della capacità di comprendonio non si può discutere. E, infatti, non discuto affatto la vaporosa affermazione del vice capogruppo vicario del PdL al Consiglio Regionale della Calabria Fausto Orsomarso, che annuncia la “rinascita della Calabria, inaugurata da Giuseppe Scopelliti”. Ma discuto, e come, nonostante la navigazione senza bussola del nostro contraddittore, la tesi secondo cui avrei chiesto lo scioglimento del Consiglio regionale.
E quando mai? Orsomarso prende lucciole per lanterne!
Semmai, e giustamente, ho chiesto lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria, alla luce dei fatti gravissimi e scandalosi che emergono dall'inchiesta giudiziaria denominata “Operazione Meta” - che ritengo di grande spessore e di grande valore, condotta brillantemente dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e dai carabinieri del Ros - che apre uno spaccato inquietante sulla vita cittadina al punto da poter affermare con decisione che il Comune di Reggio è una vera e propria melma. Senza dimenticare che già altre importanti iniziative giudiziarie di questi anni, come l'arresto del consigliere comunale di Alleanza Nazionale Labate, avevano già messo in evidenza la situazione torbida e puzzolente che esiste nel comune di Reggio Calabria.
La mia richiesta, peraltro, è stata ben compresa dagli esponenti reggini del PdL a tal punto che abbiamo potuto registrare reazioni assai scomposte, segno di un pesante nervosismo che si sta facendo strada nel file della destra reggina.
Solo Orsomarso, insomma, non ha capito che ho chiesto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria.
Ma non c’è solo questo errore di fatto nell’iroso attacco di Orsomarso, che predica il confronto evangelico e, al tempo stesso, lancia contro di me improperi, e mi qualifica come chi “vuole mestare nel torbido” e “seminare zizzanie”. C’è che il vice capogruppo vicario del Pdl al Consiglio Regionale della Calabria, con mossa decisamente prepotente, si erge a gran corte di Cassazione e assicura, a inchiesta giudiziaria aperta, che “non c’è alcun elemento giudiziario che riguardi i nostri amministratori, per come emerge nell’ordinanza della magistratura”. Di quale ordinanza della magistratura parli Fausto Orsomarso davvero non sappiamo e non abbiamo curiosità di sapere. Con uno che legge e non capisce quel che legge non è possibile discutere. Tanto più con uno che scambia la propria immaginazione con la realtà.
Infine, voglio ricordare che nella mia nota sull'operazione Meta, non mi sono richiamato ad alcun provvedimento giudiziario né l'ho richiesto. Mi sono solo limitato a prendere atto che a Reggio è ormai aperta una questione etica e morale grande quanto un macigno a cui la politica, quella con la p maiuscola, ha il dovere di dare le risposte che i cittadini attendono per impedire che la città di Reggio Calabria sprofondi definitivamente in una condizione di malaffare, di degrado, di corruzione e di illegalità nella quale sono cancellati i diritti di tutti e il futuro della città rischia di essere condizionato da un sistema di potere espressione dell'intreccio tra 'ndrangheta, massoneria deviata, politica e affari.

Reggio Calabria, 20 giugno 2010
Michelangelo Tripodi
Segretario Regionale PdCI Calabria

OPERAZIONE META, IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PDCI TRIPODI CHIEDE LO SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE DI REGGIO CALABRIA

COMUNICATO STAMPA

Nelle diverse reazioni di esponenti del pdl e della destra sulla brillante operazione giudiziaria denominata “META” condotta con successo dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e dal Ros dei Carabinieri, c’è sempre un comune denominatore che colpisce : viene apprezzato il lavoro investigativo della Procura ma contemporaneamente si comunica che non c’è alcun avviso di garanzia nei confronti dell’ex Sindaco ed attuale Presidente della Regione Giuseppe Scopelliti. In effetti appare evidente che queste numerose dichiarazioni siano state fatte solo allo scopo di annunciare “urbi et orbi” che Scopelliti non è indagato, anche se non bisognerebbe mai dimenticarsi la famosa locuzione latina “excusatio non petita, accusatio manifesta”. A parte il fatto che costoro non spiegano come mai in questa come in altre recenti clamorose operazioni giudiziarie siano numerosi i sindaci, amministratori, consiglieri comunali e circoscrizionali della destra coinvolti e raggiunti anche da provvedimenti di custodia cautelare.
Ma quello che sta emergendo dal provvedimento della Procura è ancora più grave ed inquietante dell’emanazione di un mero avviso di garanzia a chicchessia.
Per la prima volta, dopo le tantissime denunce politiche che noi abbiamo fatto in questi anni, viene alla luce in modo chiaro e netto un sistema di potere e di governo della cosa pubblica (fino ad oggi il Comune di Reggio, ma domani tutto questo potrebbe investire l’intera Regione Calabria?) profondamente corrotto e degradato, che ha dissestato il comune e lo ha trasformato nell’orticello privato di un gruppo di potere assai vasto ed articolato che lo ha gestito a piacimento con mezzi leciti e, molto spesso, illeciti ed illegittimi. Il comune è diventato una vera e propria melma. Questo è il tanto decantato “Modello Reggio” che adesso vorrebbero estendere a tutta la regione.
Questo sistema si è impadronito della città di Reggio Calabria e della sua massima istituzione elettiva dando vita ad un formidabile intreccio politica – massoneria deviata - ndrangheta – affari, che fa tutt’uno con un sottobosco cittadino che vive nei gangli fondamentali del potere comunale in cui dominano faccendieri, affaristi, mazzettisti, imprenditori senza scrupoli, professionisti collusi e invischiati, burocrati asserviti, politici legati alle cosche, prestanome insospettabili, boss e affiliati.
Del resto l’arresto dell’ex consigliere comunale di alleanza nazionale, il poliziotto Labate, si poteva già considerare come la punta dell’iceberg di una situazione fortemente compromessa e condizionata dalle cosche della ndrangheta che spadroneggiano nella città in tutti i campi e che decidono i candidati e gli eletti, umiliando, in ogni modo e con ogni mezzo, noi e tutti quelli che non intendono piegarsi.
Al di là degli avvisi di garanzia che non ci sono stati, si pone, quindi, un’enorme questione etica e morale che non si risolve e non si affronta solo in sede giudiziaria, ma riguarda la città, la sua coscienza pubblica e collettiva, il suo bisogno di ritrovare la via della legalità e della trasparenza, il suo rifiuto netto e categorico di una trasformazione del comune, inteso come casa di tutti, nel palazzo degli affari e degli imbrogli per pochi, la sua volontà di aprire una nuova fase della sua vita.
E’ davvero normale quello che è avvenuto in questi anni nel comune e di cui l’operazione Meta rappresenta uno spacccato o il “modello Reggio” della destra di Scopelliti non è invece il punto più basso di caduta verticale della legalità, della trasparenza, del diritto e della democrazia quale mai si era stato toccato a Reggio, ancora peggio della stagione di tangentopoli.
Obbligo della politica è dare queste risposte. Per parte nostra cerchiamo di presentare una proposta credibile ed alternativa capace di cambiare radicalmente questa condizione. Riteniamo che questo sia il modo migliore per sostenere concretamente l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine affinché vadano avanti indagini e processi e vengano individuati e colpiti i responsabili politici e mafiosi di questo sistema che ha ridotto la città in terreno di conquista e di dominio, in cui perfino il pane diventa affare della ndrangheta.
Quello che sta venendo fuori ci interroga tutti e ci pone la necessità di avere uno scatto di orgoglio e di dignità per rovesciare una situazione puzzolente e torbida in cui gli interessi comuni e generali sono stati totalmente cancellati e tutto è stato piegato alle logiche ndranghetistiche, affaristiche e clientelari dalle assunzioni nel comune e nelle società miste alle forniture, dagli appalti, alla manutenzione, ai contributi alle associazioni, alle nomine, ecc.
Del resto non ci vorrebbe poi tanto, basterebbe solo ricordarsi qualche volta che questa città nel suo recente passato, dopo gli anni della “città dolente” che sembrano tornati di moda, ha conosciuto un sindaco eccezionale come Italo Falcomatà e una stagione indimenticabile che è stata chiamata “la primavera di Reggio”.
Ciò significa che la prima cosa fare, nel prendere atto che il Comune è diventato una melma, è lo scioglimento del Consiglio Comunale, azzerando una classe dirigente che sta portando Reggio alla rovina.

Reggio Calabria, 26.6.2010
MICHELANGELO TRIPODI
SEGRETARIO REGIONALE PdCI

mercoledì 9 giugno 2010

NON CI RESTA CHE PIANGERE

Ci vuole la licenza!
Nella mitica scena di “ Non ci resta che piangere”, il boia Ugolone, spiegava, ad un incredulo Benigni, la necessità della licenza per intraprendere una qualsiasi attività. "Oggi" in Italia, invece, il governo intende, innanzitutto modificando l’ art. 41 della Costituzione, eliminare i permessi e le autorizzazioni, necessari per aprire un impresa, sostituendoli con autocertificazioni. Secondo Tremonti e Berlusconi, questo servirebbe a snellire le procedure per “liberare piccole e medie imprese e gli artigiani dal peso soffocante della burocrazia”. In realtà è l’ ennesimo tentativo di trasformare il Paese in una giungla, nella quale le regole non solo si possono non rispettare, ma spesso non ci sono neppure. A questo punto ci chiediamo: sarà sufficiente l’ autocertificazione anche per il certificato antimafia?

OLTRE LA CRISI: COSTRUIRE INSIEME UN FUTURO MIGLIORE

Dal rapporto annuale dell’Istat presentato nei giorni scorsi emerge un quadro drammatico per il nostro Paese, ed in particolare per la condizione di tantissimi giovani: sono 2 milioni, più della metà nel Mezzogiorno, le ragazze ed i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che sono esclusi contemporaneamente sia dal mondo del lavoro sia da quello della formazione. Nella fascia di età immediatamente successiva, tra i 30 e i 34 anni, il 28,9% vive ancora a casa con i propri genitori, un dato più che triplicato dal 1983. Non si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di una libera scelta, ma di una dura necessità imposta dalla mancanza di un reddito stabile.
Siamo in fondo ad un precipizio nel quale ci hanno condotto vent’anni di politiche liberiste, di privatizzazioni, di compressione dei diritti e dei salari. Dall’abolizione della scala mobile alla trasformazione del sistema pensionistico, dagli attacchi all’articolo 18 al Pacchetto Treu e alla legge 30, sino all’ultima straordinaria offensiva contro il contratto collettivo nazionale di lavoro.

A questa vera e propria lotta di classe del capitale contro il lavoratori si è accompagnata un’offensiva sul terreno culturale che ha modificato nel profondo il senso comune del nostro Paese, distruggendo l’idea, banalmente progressista, che l’avanzamento delle condizioni di vita di ciascuno potesse realizzarsi attraverso lotte collettive. Il tutto anche per tramite di ampi settori della sinistra politica e sociale italiana che, invece che attrezzarsi ad una reazione all’altezza dell’offensiva, hanno accompagnato questa deriva, assumendo strategicamente (nelle proposte politiche, negli atteggiamenti pubblici e persino in quelli privati) il punto di vista dell’avversario.

In questo contesto desolante di mercato senza regole, di precarietà diventata norma, di una solitudine e di una frammentazione sociale che viene imposta a tutti e in primo luogo ai più giovani e ai più deboli, si colloca la Finanziaria: una manovra che chiede sacrifici ancora una volta ai lavoratori, mentre propone per i ricchi e i furbi l’ennesimo condono (edilizio).

Nella scuola le conseguenze saranno irreparabili. Il blocco del turn over e il nuovo tetto di spesa significheranno 26mila insegnanti licenziati, che si aggiungeranno ai 20mila che perderanno il lavoro il 1° settembre prossimo a causa dei tagli contenuti nella legge 133 del ministro Gelmini.

Questi pochi numeri sono il segno tangibile di un progetto di società. Un Paese meno istruito e più ignorante è più facilmente abbindolabile dalle palle a reti unificate del padrone o dall’Uomo della Provvidenza di turno.

E, come si diceva prima, accanto al dramma sociale (la Grecia è vicinissima, misure identiche a quelle del governo del Pasok in Grecia sono la logica conseguenza, in tempi brevissimi, della Finanziaria di Berlusconi) c’è l’emergenza democratica, l’imbarbarimento culturale e civile.

Il Parlamento è totalmente svuotato dei suoi poteri (il 93% delle leggi sono di provenienza governativa), la magistratura è quotidianamente sotto attacco, pezzi di classe dirigente sono in costante odore di corruzione, le pulsioni xenofobe e omofobe vengono istituzionalizzate e propagandate ossessivamente, la ricerca e la formazione svilite e dileggiate da modelli culturali violenti e asserviti ai poteri economici.

Il compito di chi non si rassegna è produrre uno scarto tra la contemplazione disillusa della realtà e l’organizzazione politica del conflitto di classe.

Ancor di più nella nostra generazione, privata del diritto al futuro e costretta, come si diceva, ad una solitudine esistenziale prima ancora che politica e civile probabilmente inedita per la stessa storia del capitalismo.

Allora proviamoci: individuiamo i terreni di lotta comuni ed unificanti delle tante solitudini del Paese, e incarichiamoci – insieme a tanti altri, alle forze migliori della società – di incanalarle in una prospettiva di cambiamento radicale, con proposte di mobilitazione e agitazione immediate (la manifestazione dei sindacati di base del 5 giugno, lo sciopero generale della Cgil, con una piattaforma nostra che chieda investimenti massicci nella formazione, la cancellazione della legge 30, un salario dignitoso, sanzioni durissime contro il lavoro nero) e con la costruzione di un nuovo immaginario rivoluzionario, che torni a parlare ai giovani e ai lavoratori di un processo non più rinviabile di democratizzazione dal basso di tutti gli ambiti della società: democrazia operaia in fabbrica, democrazia studentesca nelle scuole e nelle Università, autogestione, autogoverno, socialismo.

Proprio nell’intreccio stretto di questi due livelli (rivendicazioni immediate e battaglie di prospettiva) decliniamo l’identità comunista del terzo millennio. Una rinnovata cultura politica della trasformazione al servizio delle lotte e del conflitto sociale.

Le nostre organizzazioni, nella Federazione della sinistra, devono essere uno strumento per invertire la rotta e costruire un futuro diverso e migliore.

Flavio Arzarello - coordinatore nazionale FGCI
Simone Oggionni - portavoce nazionale Giovani Comuniste/i

GIOVANI E LAVORO: FERMIAMO IL SACCHEGGIO AI DANNI DELLA NOSTRA GENERAZIONE!

I nuovi dati Istat sull’occupazione sono l’ennesimo campanello d’allarme per la sorte della nostra generazione.
La disoccupazione complessiva in Italia in Aprile si è attestata all’ 8,9%, con un +0,4% rispetto a fine 2009 e un +0,1% rispetto a marzo 2010.
Il dato quindi è ancora in trend di crescita e parla di un paese che è ben lontano dall’uscita o dalla “fase calante” della crisi. Come avevamo detto più volte, controcorrente rispetto alla messa cantata dei media ufficiali che predicavano ottimismo, la crisi deve ancora far vedere i suoi effetti più catastrofici.La disoccupazione giovanile è al 30%, un dato mostruoso: inizia a crearsi una nuova categoria generazionale di dimensioni rilevanti, quella dei “giovani morti”, disoccupati a carico delle famiglie che non hanno più ambizioni o vie d’uscita per rendersi indipendenti.
A tutto ciò cosa risponde il governo?

Risuonano ancora le parole di Sacconi, quando ha suggerito (bontà sua) ai giovani italiani di accettare qualsiasi lavoro veniva loro offerto, non pretendendo più di ricevere impieghi o salari commisurati alle loro passioni e titoli di studio.
Una affermazione solo debolmente ammantata della retorica del “sii umile e datti da fare” che in realtà sottende la più becera della visioni padronali: “La classe dirigente è al completo e non si tocca, tutti gli altri si preparino ad essere rotelle della macchina senza pretese e aspettative.”
Da anni la classe dirigente liberale e liberista italiana non ha la più pallida idea di come investire sullo sviluppo e scommette sull’abbassamento del costo del lavoro per reggere la concorrenza di paesi più “economici” come l’est Europa o la Cina.
Oltre a non funzionare, è facile capire che con questa visione la direzione che prende il benessere sociale non è in avanti ma all’indietro, con l’abbassamento medio dei salari, la precarizzazione dei posti di lavoro, l’aumento della disoccupazione e – cosa che vediamo chiaramente già da tempo – il blocco di qualsiasi ascensore sociale.
La nostra generazione è la prima della storia della nostra Repubblica che starà sicuramente peggio di quella precedente.
Tutto ciò è inaccettabile tanto più che nel clima di disorientamento e passività generale noi giovani del 2000, con la scusa della tenuta del sistema, stiamo subendo una ruberia di diritti sociali, retribuzione e garanzie per il futuro senza precedenti.
Va da sé che se il "sistema" per reggere deve dissanguarci, non è un sistema che ci rappresenta, che ci è utile, che vogliamo.
Occorre per prima cosa un investimento serio su istruzione e ricerca per riportare il sistema produttivo in Italia sul mercato della qualità e non della quantità; bloccare la proliferazione dei contratti precari che stanno impedendo a milioni di giovani di progettare il proprio futuro oltre che frantumare qualsiasi identità di lavoro.
Adattare il welfare alle necessità del presente: oggi noi precari di norma non possiamo accedere ad un mutuo, non possiamo prevedere spese a lungo termine, costruire una famiglia. Siamo carne da macello ad ogni oscillazione del mercato, privi di cassa integrazione e invisibili alle statistiche dei licenziamenti.
Per far fronte a tutto ciò serve un cambio di rotta radicale, una alternativa di sistema, che miri alla qualità della vita e alla giustizia sociale, per rilanciare il progresso di questo martoriato e stagnante paese ma anche per fermare il saccheggio che una classe politica e imprenditoriale vecchia, corporativa e irresponsabile sta perpetuando a nostre spese.
È ora di smettere di farci mungere in silenzio, serve una piattaforma di rivendicazioni chiara e precisa su cui ricostruire una battaglia di vertenze. Su presto molto presto diremo la nostra con delle proposte ufficiali su welfare, salari, istruzione.
È in gioco il nostro futuro e non intendiamo tirarci indietro.

Alessandro Squizzato - responsabile nazionale lavoro FGCI

LA FGCI CONTRO IL TERRORISMO DI STATO DI ISRAELE

La FGCI condanna duramente il vile attaco compiuto questa mattina da Israele, ai danni del convoglio navale di pacifisti che portavano aiuti alla popolazione palestinese di Gaza. Un vero e proprio atto terroristico ancor più deprecabile, proprio perchè peprpetrato ai danni di persone disarmate, colpevoli solo di voler raggiungere una popolazione da mesi rinchiusa in una prigione a cielo aperto e sottoposta al blocco degli aiuti internazionali.
E' evidente ormai
da tempo che Israele non ha nessuna intenzione di risolvere il conflitto e l' uso della forza militare è l' unica risposta di cui è capace.
Israele non può continuare ad agire indisturbato ed impunito; chiediamo alla comunità internazionale, di agire affinchè cessino
le vessazioni ai danni dei palestinesi e vengano presi provvedimenti contro le azioni criminali dello stato di Israele.
Dalla parte della Palestina sempre!

PENSIONI - DILIBERTO: "QUESTA EUROPA NON CI PIACE, URGE CONFLITTO SOCIALE"

"Questa Europa, che chiede sacrifici ai lavoratori e ai pensionati, non ci piace.
La crisi la paghi chi l'ha prodotta: padroni e speculatori in primis. Il governo italiano non usi l'Europa come pretesto per ridurre i diritti dei lavoratori: ora più che mai c'è bisogno di conflitto sociale". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.

GRAZIE AI MAGISTRATI, AI MEDICI, A TUTTI QUELLI CHE LOTTANO PER CACCIARE LA CRICCA

"I "politici" di destra per denigrare le lotte le chiamano politiche. C'è una logica, visto che la loro è la politica del malaffare.
Io voglio invece ringraziare i magistrati edi medici per aver proclamato sciopero ridando valore alla "politica" e dimostrando una piena sensibilità nei confronti di tutti i cittadini. In Italia non c'è giustizia perché c'è un premier indaffarato ad impedirla. Non c'è una sanità adeguata perché i tagli si stanno facendo sulla pelle di tutti i cittadini. Non c'è più scuola pubblica - per anni ed anni vanto della Repubblica italiana- perché il governo opera tutti i giorni per distruggerla. Grazie ancora ai magistrati ed ai medici. Saremo e siamo al loro fianco. La cricca che s'è impadronita dell'Italia deve essere cacciata a calci.

Oliviero Diliberto
segretario nazionale PdCI

Sciopero Generale unitario contro la macelleria sociale. Facciamo pagare ai padroni la loro crisi!

La nuova manovra economica “anti-crisi” del governo Berlusconi contiene misure “lacrime e sangue” contro i lavoratori dipendenti e i pensionati: tagli alla spesa sociale e ai salari, congelamento delle liquidazioni, blocco totale del turn-over, negazione del diritto al contratto nazionale, furto sul salario accessorio, chiusura delle finestre di uscita per i pensionamenti. I lavoratori ancora una volta dovranno compiere nuovi sacrifici e si approfondirà la forbice economica fra le masse popolari e i gruppi oligarchici/finanziari.

Dopo la propaganda berlusconiana della ripresa e dell’uscita dalla crisi, il Governo porta un attacco senza precedenti a milioni di lavoratori con licenziamenti, cassa integrazione, ristrutturazioni, delocalizzazione e con il famigerato “collegato lavoro” per smantellare lo Statuto dei Lavoratori.

L’obiettivo di queste misure è quello di scaricare sulle masse lavoratrici il peso della crisi e dei debiti del capitalismo per difendere gli interessi di una minoranza di banditi/sfruttatori.

Difatti nessuna misura viene presa contro i monopoli capitalistici che continuano a fare profitti enormi, gli speculatori finanziari e gli evasori fiscali, i grandi patrimoni, le rendite fondiarie e finanziarie, i mafiosi e i boiardi di stato. Nessun taglio alle spese militari, alle inutili grandi opere, al Vaticano, ai privilegi di manager!

A questa vera e propria macelleria sociale perpetrata dal governo Berlusconi e dalla Confindustria i lavoratori devono dare una risposta dura, decisa e immediata.

Costruiamo un ampio movimento d’opposizione e di resistenza su un programma minimo in difesa degli interessi economici e politici del proletariato.
Dispieghiamo e organizziamo il conflitto nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri contro questa nuova offensiva capitalista.
Rilanciamo la lotta di classe contro la barbarie del capitale, ricostruiamo il Partito Comunista, unico strumento politico e sociale di difesa e rappresentanza della classe operaia.
I lavoratori non sono i responsabili della crisi. Che la paghino i padroni!

Siamo di nuovo in piazza il 12 Giugno alla manifestazione della CGIL per sostenere tutte le mobilitazioni contro gli attacchi del padronato e del Governo.

Sciopero generale unitario, subito!

Roma, 12 Giugno 2010

COMUNISTI UNITI

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MANOVRA - DILIBERTO: "MERITA OPPOSIZIONE UNITA IN PIAZZA"

"Caro Bersani, la Manovra merita una risposta forte e compatta di tutta l'opposizione, parlamentare e non, in piazza.
E' il momento di agire sulla strada dell'opposizioone unitaria. Il governo, sotto i colpi di una crisi economica, sociale e politica straordinaria, si sta sfarinando e tenta di scaricare le sue responsbailità sui ceti sociali meno abbienti. Serve un'altra idea di politica economica e un altro governo, e solo un fronte ampio e partecipato può riuscire a buttar giù questa cricca di incapaci". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.

Intercettazioni - PDCI: "Fiducia è ennesimo atto di regime"

"La fiducia al Ddl è l'ennesimo atto di regime. Chiediamo all'Ue di vigilare sull'Italia, sempre più a rischio democrazia.
E' una legge che manda al macero la libertà di stampa e la civiltà giuridica: l'Europa si svegli prima che sia troppo tardi". E' quanto afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.

Protezione Civile - Licandro: "Premier fomenta clima di odio"

"Se il premier ha elementi li riferisca alla magistratura altrimenti le sue sono solo parole pericolossisime ed eversive.
Chi usa un tale linguaggio non può fare il Primo Ministro di un Paese civile". E' il commento di Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra, in merito alle dichiarazioni dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sull'inchiesta sulla Protezione Civile attivata dalla Procura dell'Aquila, che continua: "Berlusconi sta fomentando un clima di odio e non sappiamo dove voglia davvero arrivare".

Rai - Pignatiello: "Parole premier dimostrano che livello di allarme è alto"

"La Rai non è di sua proprietà: le parole del premier non fanno che acuire il suo già enorme conflitto di interessi".
E' quanto afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra, che continua: "O la pensate come me oppure non firmo il contratto di servizio significa minacciare la libertà di espressione e il concetto stesso di democrazia. Siamo oltre il livello massimo d'allarme: questo premier fa male all'Italia".

ufficio stampa PdCI