sabato 28 agosto 2010
Che fine hanno fatto gli ideali?
Quanti di noi da piccoli hanno fatto questo gioco, il gioco delle sedie musicali. Tutti a girare intorno ad una fila di sedie mentre suona la musica, pronti ad occuparne una quando la canzone finisce. Pronti a tutto pur di non perdere quel posto per paura di rimanere fuori dal gioco. Probabilmente per alcuni, nonostante abbiano raggiunto la maturità, la voglia di giocare non è finita. Nel mondo politico di oggi o per meglio dire dei “politicanti”, il gioco continua in larga scala e con un alto numero di concorrenti pronti ad occupare una poltrona.
Forse è questo che rende instabile qualsiasi governo, da quello nazionale a quelli locali, dove i premi sono minori ma evidentemente l'importante è vincere, ad ogni costo e con ogni mezzo. Non esistono squadre, ognuno gioca per conto suo e per se stesso. Esistono solo escamotage, schemi, freddi calcolatori e manipolatori che mirano alla vittoria finale sfruttando il supporto e la facile manovrabilità dei più deboli. Né rossi, ne bianchi, ne verdi, nessun colore. Solo i numeri contano. I numeri, che sono sempre serviti per eliminare le identità e che non permettono a nessuno di potersi distinguere dalla massa. Ogni concorrente vale un predeterminato numero di voti che riesce a raccogliere ed a spostare dal suo lato, qualunque esso sia.
Destra, sinistra, centro, non esiste più niente di tutto questo. Solo i giornali si preoccupano di collocare i politici in questo o quel movimento. Ormai è noto a tutti, ed in questi ultimi giorni la situazione sta diventando ancora più chiara a quanti vogliono capire. Il presidente del consiglio, ad esempio, non risponde al suo gruppo di maggioranza ma è il suo gruppo che deve rispondere al presidente. Non è un ideale che guida queste persone, ma è la persona che comanda la massa. Basta solo accontentare i suoi capricci e cercare di mantenere il posto. Non ultimi gli attacchi al capo dello stato accusato di non rispettare la costituzione nel caso si portasse avanti un'idea di governo tecnico, una “costituzione” in questo caso evidentemente “ad personam” che solo i bravi “sudditi” conoscono. Cosa che non è assolutamente vera, perché la costituzione garantisce la sovranità del popolo e non del “singolo”. Questo semplicemente perchè fondata sugli ideali e non su vantaggi “particolari” da riservare a singolari personaggi.
Servi del potere, zombie che con lo sguardo vuoto e senza idee si muovono pronti ad azzannare chi gli sta vicino. Ma per avere un'idea della situazione basta leggere sui simboli dei vari “partiti” delle passate elezioni governative: PDL Berlusconi presidente, UDC con Casini, Italia dei Valori per Di Pietro, PD per Walter Veltroni e tutti gli altri ciarlatani. Ma chi sono questi soggetti? Perché si proclamano salvatori della patria? Bastano nome e cognome per dare la garanzia di saper governare?
Nelle realtà locali e purtroppo anche e soprattutto a Vibo Valentia, la situazione è ancora più deprimente, una continua corsa alla poltrona. La sola speranza che nutrono i giovani è di affidarsi al politico di turno per usufruire dei suoi “favori”, in questo modo la “casta” locale non perde mai. Hanno paura solo di perdere il loro potere, per questo passano con facilità da destra a sinistra al centro, sempre pronti a salire sul carro dei vincitori. Politici perennemente in campagna elettorale pronti a schierarsi da un giorno all'altro contro i loro ex “amici” per assicurasi un altro incarico da cui, con la loro capacità di trasformare i “diritti” dei cittadini in “favori”, riescono ad ottenere voti ed a rimanere nel giro che conta. Seduti ai tavoli si vedono sempre le stesse facce, che si presentano però come fossero nuovi pionieri della politica.
E la sinistra in tutto ciò dov'è? Semplice, la sinistra non c'è più. Non è rappresentata in parlamento, ne tanto meno esiste a livello locale. I suoi pseudo rappresentati sono troppo impegnati a mettere la colla sulla loro sedia. Pensano di poter continuare a far credere alle persone che una sinistra ancora c'è e soprattutto che “loro” sono di sinistra, cosa che analizzando i fatti non è assolutamente vera.
Nel PD della provincia di Vibo Valentia non si riescono nemmeno più contare le innumerevoli fazioni interne. I membri di questo partito si guardano in cagnesco. D'altronde fanno bene a non fidarsi uno dell'altro, se hai una poltrona conti qualcosa altrimenti vieni subito scalzato e non ti considera più nessuno, quindi devi tenertela ben stretta e non abbassare la guardia perché non si sa mai! Gli altri, poi, che dicono di essere la sinistra radicale sono per certi versi ancora più ridicoli. Scioccati dai risultati delle ultime elezioni comunali, sorpresi da una, a loro modo di vedere, inaspettata sconfitta, ma anche voluta e cercata, si sono comportati come quando entri in una stanza, piena di scarafaggi ed appena accendi la luce li vedi scappare ognuno per conto proprio da una parte all'altra senza meta. Si salvi chi può, avranno pensato!
Se ci fosse davvero qualcuno di sinistra saprebbe che fare per farla tornare grande. Quelli di sinistra, quella vera, sanno che il loro posto è in mezzo alla gente. Tra i problemi delle persone, nelle piazze, nei cortei, dove veramente agisce la democrazia, sicuramente il miglior posto per capire cosa fare per aiutare veramente tutti i cittadini. Il vecchio PCI di Berlinguer non ha mai governato, ma ha ottenuto molte più cose per la gente comune dalle sue lotte di piazza, che quante ne abbiano realizzate questi fantasmi della sinistra al governo.
Lo slogan dei politicanti è: “gli ideali sono morti, non esistono più” seguito da una ghigno di chi la sa lunga. Niente di più falso, perché le idee e gli ideali non possono morire, non possono sparire. Sono idee, modi di pensare, emozioni, che vivono e superano qualsiasi difficoltà sfidando il tempo e lo spazio. Una vecchia canzone recitava:
“Se il vento fischiava ora fischia più forte
le idee di rivolta non sono mai morte
se c'è chi lo afferma non state a sentire
è uno che vuole soltanto tradire
Se c'è chi lo afferma sputategli addosso,
la bandiera rossa ha gettato in un fosso.”
È giunto il momento di svegliarsi e riprendersi quella bandiera per agitarla forte, più di quanto sia stato mai fatto. Perché ora più che mai ce n'è bisogno. Dobbiamo riprenderci il timone di questa nazione che va alla deriva. È ora di dare ascolto agli ideali e combattere perché siano applicati. Non possiamo più girarci dall'altro lato aspettando che qualcuno venga a salvarci.
Giuseppe Ambrosio
(PdCI Vibo Valentia)
martedì 24 agosto 2010
Online il nuovo numero del nostro organo di stampa "Il brigante" - Non perdetelo !
lunedì 23 agosto 2010
La sensazionale scoperta: il “santo Graal” si trova a Vibo Valentia
venerdì 20 agosto 2010
ecco perchè non ci piace la nuova "guida" di Calabria Ora
L’irresistibile discesa di Piero Sansonetti
martedì 10 agosto 2010
Tagliano tutto ma non le proprie poltrone
venerdì 6 agosto 2010
1^ Festa dell’ Unità dei Comunisti

COMUNICATO STAMPA SUL PIANO CASA REGIONALE
Il cosiddetto Piano Casa approvato ieri dal Consiglio Regionale della Calabria fa diventare la nostra regione maglia nera di tutte le regioni italiane.
Solo una Giunta ed una maggioranza che non hanno nessuna attenzione ed interesse sui temi dell’ambiente, del paesaggio e del territorio poteva realizzare uno scempio legislativo di questa natura.
D’altronde, quando un provvedimento di questa natura viene affidato a chi presumibilmente ne trarrà i maggiori benefici (cementificatori e palazzinari) è del tutto evidente che il risultato non può che essere un’aggressione sistematica delle nostre risorse naturali, del nostro patrimonio storico ed architettonico, del nostro incomparabile paesaggio.
Nella furia cementificatoria i governanti regionali del centrodestra, memori degli innumerevoli condoni e sanatorie varie che i governi Berlusconi hanno via via regalato agli speculatori nazionali, non si sono fatti pregare. Addirittura hanno stravolto perfino i limiti imposti dall’accordo Stato –Regioni dell’1 aprile 2009.
In Calabria l’ampliamento del 20% di superficie, e in alcuni casi anche del 35%, diventa indiscriminato e generalizzato: cioè può essere fatto dappertutto, in deroga a tutti gli strumenti urbanistici e di governo del territorio.
Nessuno era arrivato a tanto. Insomma la destra speculatrice e palazzinara calabrese assesta un colpo che potrebbe diventare irreversibile ai danni di beni comuni come paesaggio e territorio, valori su cui, invece, si potrebbe costruire un grande progetto di valorizzazione per restituire fiducia e speranza nel futuro.
Tutto questo avviene in una regione come la Calabria, che riassume in sé tutti i peggiori rischi e dissesti (sismico, idrogeologico e di frana) e che ha già subito nei decenni passati una pesantissima devastazione del proprio territorio, specie della fascia costiera, con uno sviluppo edilizio abnorme che non trova alcuna corrispondenza con la popolazione residente che ammonta a circa 2 milioni di abitanti, mentre il volume edilizio costruito potrebbe ospitare dai 6 agli 8 milioni di abitanti.
Dopo gli anni della cementificazione delle coste e del grande saccheggio edilizio nelle città, abbiamo tentato in questi anni in Calabria di sostenere con forza la necessità che si chiudesse questa brutta pagina nella storia calabrese. Abbiamo lavorato sodo scommettendo prioritariamente sul recupero e sulla riqualificazione come strumenti fortemente innovativi per rilanciare anche un’edilizia di qualità. Per questo avevamo coniato lo slogan: meno mattoni e più recupero.
Adesso Scopelliti e
Questa Piana Casa rappresenta una gravissima regressione culturale nella politica edilizia, abitativa ed urbanistica della regione.
Non servirà certamente a rilanciare l’economia, come dimostra il fallimento del Piano Casa nelle altre regioni. Non migliorerà la qualità architettonica ed energetica del patrimonio edilizio esistente. Non aumenterà la ricchezza, né l’occupazione e né il reddito procapite della Calabria. Forse si arricchirà la lobby del cemento mentre la ndrangheta potrà riciclare il suo denaro sporco. Ma questo Piano Casa ci lascerà tutti più poveri perché la regione sarà ulteriormente devastata e deturpata e il consumo del suolo, che ha già raggiunto livelli stratosferici, proseguirà impunemente ammantato di legalità in spregio a quelle che sono le reali esigenze e i concreti bisogni dei calabresi.
In questo contesto risulta assai singolare la circostanza di un provvedimento che incide profondamente sulla normativa urbanistica, senza il pieno coinvolgimento dei soggetti titolari di questa competenza. Infatti, il pdl in Giunta è stato presentato con la sola firma dell’Assessore ai Lavori Pubblici Gentile senza il necessario concerto con l’Assessorato all’Urbanistica.
Ma cosa potremmo aspettarci da una Giunta e da una maggioranza che come primo atto hanno bloccato il Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico approvato dalla precedente Giunta e come secondo atto hanno sospeso l’entrata in vigore della legge sismica.
Tutto il contrario di quello che serve alla Calabria: non una nuova micidiale colata di cemento ma una pianificazione moderna del territorio con strumenti avanzati e capaci di aprire la regione al futuro della sostenibilità ambientale e della valorizzazione delle risorse culturali, storiche, ambientali, agricole e paesaggistiche.
Reggio Calabria, 5.8.2010
IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PdCI
MICHELANGELO TRIPODI
RELAZIONE INTRODUTTIVA DEL SEGRETARIO NAZIONALE OLIVIERO DILIBERTO DIREZIONE NAZIONALE ALLARGATA – ROMA 18/19 LUGLIO
lunedì 26 luglio 2010
Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)
E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.
Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).
Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.
E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».
Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».
E Garibaldi parlò di «cose da cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.
Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.
Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.
Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.
Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.
Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.
E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.
Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.
Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).
Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).
E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).
Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.
Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.
Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.
Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)? Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere italiano: «Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi d’Italie.»
Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (…), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (…) della più complessa realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.
Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).
Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.
Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.
A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati: esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie. E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.
Loro che usano “italiano” come un insulto e abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma riorganizzò l’impero (quella meridionale venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima “Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul Tirreno).
Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto, perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente). «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito».
Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata.
Dopo centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa; e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne nutrono.
Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad agire “di conseguenza”.
venerdì 16 luglio 2010
Appello Comunisti Uniti
Nicola Iozzo (Coordinatore PdCI Vibo Valentia) responsabile regionale Comunisti Uniti
Alessandro De Padova (Coordinamento prov. Giovani Comunisti PRC VV) responsabile regionale Comunisti Uniti
sabato 10 luglio 2010
Solidarietà a Pietro Comito
domenica 4 luglio 2010
Bentornata Radio Londra
La stampa italiana si è sempre contraddistinta per la varietà di testate giornalistiche presenti, tali da soddisfare i più disparati orientamenti di pensiero. Tutto ciò non può che essere un bene per quello che, almeno sulla Carta, è uno Stato democratico. La libertà di informazione, il pluralismo sono pilastri fondanti la democrazia, segnano la differenza tra democrazia ed autoritarismo, tra un’opinione pubblica che decide liberamente come informarsi ( e di conseguenza formarsi ) e la verità di regime. O ancora, tra cittadini e sudditi. Perché è questo ciò che contraddistingue la cittadinanza dalla sudditanza. Il cittadino è colui che si informa e che perciò è in grado di avere uno sguardo critico sulla società nella quale è immerso; ciò gli permette di essere cosciente di ciò che accade attorno a lui, di indignarsi per le ingiustizie e, di conseguenza di partecipare, con la forza delle proprie idee che la libera stampa ha contribuito a formare, alla vita sociale, politica e culturale del paese. Il suddito no. Egli preferisce sentirsi rassicurato dalla disinformazione di regime che puntualmente all’ora di cena gli sviscera dagli schermi della sua tv al plasma un’enorme quantità di menzogne, atte a tenerlo buono buono, rilassato sul suo divano in pelle, passivo. Il suddito non sa che c’è la crisi economia, non sa che la pagherà lui, non sa che si sta cercando di impedire alla magistratura di fare il suo dovere imponendo pesanti limitazioni alle intercettazioni, non sa che il 30% dei giovani è disoccupato, non sa che all’Aquila ancora c’è gente nelle tende e tra le macerie che ancora non sono state tolte. E potremmo continuare all’infinito. Purtroppo la maggior parte degli italiani non legge i giornali, non si informa su internet. La loro unica fonte di (dis)informazione sono i telegiornali che, a parte la lodevole eccezione del tg3, sono filogovernativi. E come se non bastasse la stampa libera italiana è minacciata dal ddl Alfano sulle intercettazioni che non solo pone delle forti limitazioni allo strumento più efficace ed essenziale nella lotta al crimine organizzato ma impedisce di fatto la libera circolazione delle notizie sulla carta stampata. Anzitutto, i giornalisti non potranno più pubblicare gli atti delle inchieste in versione integrale fino al termine dell’udienza preliminare, ma solo per riassunto. Le trascrizioni delle telefonate, invece, non si potranno più pubblicare in versione integrale e tantomeno per riassunto,fino al processo. Per non parlare delle multe salatissime agli editori che si troveranno costretti a fare pressioni per non far pubblicare determinate notizie scomode. Se la legge fosse già in vigore non avremmo saputo della “cricca”, della casa di Scajola, delle infiltrazioni negli appalti per la ricostruzione de l’Aquila, del caso-D’Addario ecc. I giornalisti sostenuti dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana sono pronti alla disobbedienza civile e a fare ricorso alla Corte di Strasburgo qualora il ddl passasse alla Camera, visto il già incassato voto di fiducia del Senato. Numerose sono le iniziative per eludere ed arginare questa legge autoritaria: dalla creazione di siti web di controinformazione fino al riprendere notizie successe in Italia e pubblicate da giornali stranieri. Un po’ come succedeva, con altri mezzi, durante
Salvatore Schinello
FGCI - Vibo Valentia
TRIPODI REPLICA AD ORSOMARSO, PRENDE LUCCIOLE PER LANTERNE! AL COMUNE DI REGGIO APERTA QUESTIONE MORALE GRANDE QUANTO UN MACIGNO
E quando mai? Orsomarso prende lucciole per lanterne!
Semmai, e giustamente, ho chiesto lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria, alla luce dei fatti gravissimi e scandalosi che emergono dall'inchiesta giudiziaria denominata “Operazione Meta” - che ritengo di grande spessore e di grande valore, condotta brillantemente dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e dai carabinieri del Ros - che apre uno spaccato inquietante sulla vita cittadina al punto da poter affermare con decisione che il Comune di Reggio è una vera e propria melma. Senza dimenticare che già altre importanti iniziative giudiziarie di questi anni, come l'arresto del consigliere comunale di Alleanza Nazionale Labate, avevano già messo in evidenza la situazione torbida e puzzolente che esiste nel comune di Reggio Calabria.
La mia richiesta, peraltro, è stata ben compresa dagli esponenti reggini del PdL a tal punto che abbiamo potuto registrare reazioni assai scomposte, segno di un pesante nervosismo che si sta facendo strada nel file della destra reggina.
Solo Orsomarso, insomma, non ha capito che ho chiesto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria.
Ma non c’è solo questo errore di fatto nell’iroso attacco di Orsomarso, che predica il confronto evangelico e, al tempo stesso, lancia contro di me improperi, e mi qualifica come chi “vuole mestare nel torbido” e “seminare zizzanie”. C’è che il vice capogruppo vicario del Pdl al Consiglio Regionale della Calabria, con mossa decisamente prepotente, si erge a gran corte di Cassazione e assicura, a inchiesta giudiziaria aperta, che “non c’è alcun elemento giudiziario che riguardi i nostri amministratori, per come emerge nell’ordinanza della magistratura”. Di quale ordinanza della magistratura parli Fausto Orsomarso davvero non sappiamo e non abbiamo curiosità di sapere. Con uno che legge e non capisce quel che legge non è possibile discutere. Tanto più con uno che scambia la propria immaginazione con la realtà.
Infine, voglio ricordare che nella mia nota sull'operazione Meta, non mi sono richiamato ad alcun provvedimento giudiziario né l'ho richiesto. Mi sono solo limitato a prendere atto che a Reggio è ormai aperta una questione etica e morale grande quanto un macigno a cui la politica, quella con la p maiuscola, ha il dovere di dare le risposte che i cittadini attendono per impedire che la città di Reggio Calabria sprofondi definitivamente in una condizione di malaffare, di degrado, di corruzione e di illegalità nella quale sono cancellati i diritti di tutti e il futuro della città rischia di essere condizionato da un sistema di potere espressione dell'intreccio tra 'ndrangheta, massoneria deviata, politica e affari.
Reggio Calabria, 20 giugno 2010
Michelangelo Tripodi
OPERAZIONE META, IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PDCI TRIPODI CHIEDE LO SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE DI REGGIO CALABRIA
Nelle diverse reazioni di esponenti del pdl e della destra sulla brillante operazione giudiziaria denominata “META” condotta con successo dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e dal Ros dei Carabinieri, c’è sempre un comune denominatore che colpisce : viene apprezzato il lavoro investigativo della Procura ma contemporaneamente si comunica che non c’è alcun avviso di garanzia nei confronti dell’ex Sindaco ed attuale Presidente della Regione Giuseppe Scopelliti. In effetti appare evidente che queste numerose dichiarazioni siano state fatte solo allo scopo di annunciare “urbi et orbi” che Scopelliti non è indagato, anche se non bisognerebbe mai dimenticarsi la famosa locuzione latina “excusatio non petita, accusatio manifesta”. A parte il fatto che costoro non spiegano come mai in questa come in altre recenti clamorose operazioni giudiziarie siano numerosi i sindaci, amministratori, consiglieri comunali e circoscrizionali della destra coinvolti e raggiunti anche da provvedimenti di custodia cautelare.
Ma quello che sta emergendo dal provvedimento della Procura è ancora più grave ed inquietante dell’emanazione di un mero avviso di garanzia a chicchessia.
Per la prima volta, dopo le tantissime denunce politiche che noi abbiamo fatto in questi anni, viene alla luce in modo chiaro e netto un sistema di potere e di governo della cosa pubblica (fino ad oggi il Comune di Reggio, ma domani tutto questo potrebbe investire l’intera Regione Calabria?) profondamente corrotto e degradato, che ha dissestato il comune e lo ha trasformato nell’orticello privato di un gruppo di potere assai vasto ed articolato che lo ha gestito a piacimento con mezzi leciti e, molto spesso, illeciti ed illegittimi. Il comune è diventato una vera e propria melma. Questo è il tanto decantato “Modello Reggio” che adesso vorrebbero estendere a tutta la regione.
Questo sistema si è impadronito della città di Reggio Calabria e della sua massima istituzione elettiva dando vita ad un formidabile intreccio politica – massoneria deviata - ndrangheta – affari, che fa tutt’uno con un sottobosco cittadino che vive nei gangli fondamentali del potere comunale in cui dominano faccendieri, affaristi, mazzettisti, imprenditori senza scrupoli, professionisti collusi e invischiati, burocrati asserviti, politici legati alle cosche, prestanome insospettabili, boss e affiliati.
Del resto l’arresto dell’ex consigliere comunale di alleanza nazionale, il poliziotto Labate, si poteva già considerare come la punta dell’iceberg di una situazione fortemente compromessa e condizionata dalle cosche della ndrangheta che spadroneggiano nella città in tutti i campi e che decidono i candidati e gli eletti, umiliando, in ogni modo e con ogni mezzo, noi e tutti quelli che non intendono piegarsi.
Al di là degli avvisi di garanzia che non ci sono stati, si pone, quindi, un’enorme questione etica e morale che non si risolve e non si affronta solo in sede giudiziaria, ma riguarda la città, la sua coscienza pubblica e collettiva, il suo bisogno di ritrovare la via della legalità e della trasparenza, il suo rifiuto netto e categorico di una trasformazione del comune, inteso come casa di tutti, nel palazzo degli affari e degli imbrogli per pochi, la sua volontà di aprire una nuova fase della sua vita.
E’ davvero normale quello che è avvenuto in questi anni nel comune e di cui l’operazione Meta rappresenta uno spacccato o il “modello Reggio” della destra di Scopelliti non è invece il punto più basso di caduta verticale della legalità, della trasparenza, del diritto e della democrazia quale mai si era stato toccato a Reggio, ancora peggio della stagione di tangentopoli.
Obbligo della politica è dare queste risposte. Per parte nostra cerchiamo di presentare una proposta credibile ed alternativa capace di cambiare radicalmente questa condizione. Riteniamo che questo sia il modo migliore per sostenere concretamente l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine affinché vadano avanti indagini e processi e vengano individuati e colpiti i responsabili politici e mafiosi di questo sistema che ha ridotto la città in terreno di conquista e di dominio, in cui perfino il pane diventa affare della ndrangheta.
Quello che sta venendo fuori ci interroga tutti e ci pone la necessità di avere uno scatto di orgoglio e di dignità per rovesciare una situazione puzzolente e torbida in cui gli interessi comuni e generali sono stati totalmente cancellati e tutto è stato piegato alle logiche ndranghetistiche, affaristiche e clientelari dalle assunzioni nel comune e nelle società miste alle forniture, dagli appalti, alla manutenzione, ai contributi alle associazioni, alle nomine, ecc.
Del resto non ci vorrebbe poi tanto, basterebbe solo ricordarsi qualche volta che questa città nel suo recente passato, dopo gli anni della “città dolente” che sembrano tornati di moda, ha conosciuto un sindaco eccezionale come Italo Falcomatà e una stagione indimenticabile che è stata chiamata “la primavera di Reggio”.
Ciò significa che la prima cosa fare, nel prendere atto che il Comune è diventato una melma, è lo scioglimento del Consiglio Comunale, azzerando una classe dirigente che sta portando Reggio alla rovina.
Reggio Calabria, 26.6.2010
MICHELANGELO TRIPODI