mercoledì 26 settembre 2007

Solidarietà al PM De Magistris: firma anche tu la petizione per fermare l'On. Demente Pastella

"De Magistris è titolare di alcune inchieste che hanno toccato, trasversalmente, diversi esponenti politici regionali e nazionali. L’ultima in ordine di tempo, denominata "Why not", su un presunto comitato che avrebbe gestito ingenti fondi pubblici, europei e nazionali, destinati alla Calabria, ha fatto registrare l’iscrizione nel registro degli indagati di numerosi politici ed anche, senza mai alcuna conferma ufficiale, del Presidente del Consiglio, Romano Prodi. Lo stesso De Magistris era titolare dell’inchiesta "Poseidone", relativa alla gestione di fondi per la depurazione e l'ambiente. L’inchiesta gli venne revocata dal procuratore capo Lombardi, dopo che lo stesso de Magistris aveva inviato un avviso di garanzia al senatore Giancarlo Pittelli, coordinatore in Calabria di Forza Italia. Lombardi motivò la scelta di revocare l’inchiestra a de Magistris sostenendo che non era stato informato degli sviluppi. De Magistris è poi titolare dell’inchiesta sulle cosiddette "toghe lucane", e cioè della presunta esistenza di un comitato tra affari e politica, con il coinvolgimento di alcuni magistrati, in Basilicata."

per firmare la petizione on-line: http://www.petitiononline.com/2468a/petition.html

martedì 25 settembre 2007

CON UN CONVINTO NO AL 20 OTTOBRE LI MANDEREMO TUTI A CASA

Il 20 Ottobre i partiti della cosiddetta “Sinistra radicale” hanno indetto una manifestazione con il solo scopo di presentarsi alla propria base con una veste accettabile e continuare così ad ingannare i lavoratori.

Hanno proprio la faccia tosta!

Non è bastata evidentemente la lezione del 9 Giugno, quando al loro presidio non erano presenti nemmeno i rispettivi apparati, mentre nella piazza che manifestava coerentemente contro tutte le politiche di guerra vi erano più di centomila tra lavoratori, studenti, pensionati (il popolo della sinistra!) in opposizione ad un governo che confermava, di fatto, la politica di guerra del governo Berlusconi, con l’approvazione della missione militare in Libano, il rifinanziamento della guerra in Afghanistan e l’avallo alla costruzione della più grande base militare USA a Vicenza.

Anche questa volta bisogna lasciarli soli!
Non possiamo aderire a questa farsa!

Non possiamo manifestare al fianco di questi ipocriti, che prima hanno sottoscritto e sostenuto l’accordo, visto che essi sono il governo, e adesso vogliono farci credere che l’ennesima truffa perpetrata ai danni dei lavoratori, con la complicità delle organizzazioni sindacali collaborazioniste, possa essere modificata e resa quindi accettabile.
Ancora una volta il 23 luglio, una data che dal ’92-’93 sembra diventare un incubo, i lavoratori hanno subito l’ennesimo furto, e in quella data nessuno dei promotori del 20 ottobre ha parlato di sciopero, di lotta, né tantomeno ha messo in discussione il governo Prodi.

Mentono pur sapendo di mentire!

Il vero scopo della manifestazione del 20 ottobre è quello di dimostrare di avere un peso nel paese, e ancora una volta quel peso sarà usato in soccorso ad un governo di banchieri e affaristi, che in barba alle promesse elettorali di abrogazione dello scalone “Maroni”, si presenta oggi con un accordo vergognoso, come è quello dal 23 Luglio.
Esso infatti prevede:
· L’innalzamento dell’età pensionabile a 62 anni con la farsa dei lavori usuranti e l’esclusione di una quota minima di lavoratori destinata anch’essa a scomparire;
· Il peggioramento dei coefficienti della riforma Dini, che saranno rivisti al ribasso ogni tre anni, con una sorta di scala mobile al contrario;
· L’aumento dei contributi previdenziali
· La conferma della legge 30 e dei contratti a termine che potranno durare anche oltre 36 mesi!

Tutto questo dopo aver già scippato ai lavoratori il TFR…

Ma oggi abbiamo un’occasione irripetibile: possiamo mandare a casa questi carrieristi della politica, falsi ed ipocriti, che continuano a chiamarsi comunisti e di sinistra.

Se il 20 ottobre, infatti, si ritrovassero ancora una volta soli, se ancora conservano un po’ di dignità dovranno dimettersi da tutti gli incarichi, lasciando lo spazio e la possibilità per i veri comunisti di ricompattarsi, costruendo nel paese una grande opposizione nei confronti di tutti quei governi liberisti che attaccano le conquiste dei lavoratori e lo stato sociale.

Per questo

Invitiamo lavoratori, precari e disoccupati, giovani ed anziani, non chè l’intera base dei partiti promotori, a boicottare la manifestazione del 20 ottobre per costruire un grande sciopero generale contro l’accordo e contro il governo Prodi.

SOLO LA LOTTA PAGA

domenica 9 settembre 2007

Appello per un fronte unico di lotta

riceviamo, pubblichiamo e sottoscriviamo.....


E’ giunto il momento di voltare definitivamente pagina. Di chiudere questo libro che ha rappresentato e descritto i momenti più difficili del movimento e delle lotte sociali che dal G8 di Genova hanno imboccato la via della dissoluzione. Manca una via definita di coordinamento, si rileva mancanza di metodo nella gestione delle lotte, si affermano compromessi con gli apparati istituzionali della società e con i partiti della sinistra radicale che tutto si son rivelati tranne che essere legati nella sostanza alle pratiche effettive di lotta sociale. Ultima capitolazione di tale sinistra si è concretizzata il 9 giugno a Roma. Il movimento si indirizzava definitivamente verso la strada della resistenza e della lotta, anche se deve essere aperto un dibattito sulle modalità di azione e di gestione delle lotte, i partiti della sinistra radicale in netta rottura con il movimento hanno deciso di presenziare in Piazza del Popolo per rappresentare solo ed unicamente i loro interessi. E’ in atto una nuova capitolazione della sinistra italiana, è in atto l’affermazione di una nuova “democrazia cristiana” che sta definendo la propria essenza in quello che sarà tra breve il Partito Democratico. La sinistra radicale deve cercare di sopravvivere per salvaguardare unicamente i propri interessi, quello che sta per porre in essere è solo un partito contenitore facendo confluire dentro di tutto e di più, solo ed unicamente per fini elettorlaistici e propagandistici e istituzionali.
Il movimento di lotta, quello non legato ai partiti, quello indipendente e libero da qualsiasi tipo di macchinazione deve intraprende un percorso di coordinamento e di definizione di una propria identità volta a conseguire la vera opposizione sociale di lotta a questo sistema che persevera nelle sue più fauste inclinazioni di repressione.
Un movimento che sappia far confluire nelle proprie istanze di lotta tutte quelle che ora sono portate avanti senza alcun coordinamento e in modo univoco e autonomo da varie entità. Le lotte che riguardando questioni come l’antifascismo, la repressione sociale la persecuzione dei compagni, la precarietà, l’antimafia, la guerra, la tutela dell’ambiente, l’antirazzismo, il diritto alla casa, alla sicurezza sui luoghi di lavoro, ecc. devono essere condotte da un unico movimento che ora deve confluire in una realtà che necessita più che mai di una propria definizione per sostenere con determinatezza e consistenza le pratiche di lotta e le elaborazioni ideologiche in tal senso. Occorre creare un fronte unico di resistenza e di lotta che si opponga a questo sistema sociale istituzionale di compromesso, che incrementa giorno dopo giorno sempre un maggiore divario tra le componenti sociali della nostra comunità . Occorre saper fronteggiare la più sempre incalzante repressione che si pone su un unico binario quale quello condotto dalla Giustizia del Sistema, dalle Istituzioni e dal Vaticano. Occorre rielaborare le strategie di lotta, occorre rompere la pratica di definizione sulla distinzione del concetto di violenza e non violenza, che ha in concreto diviso il movimento e condotto una frangia sostanziosa di questo sotto le manovre “filodipendenti” dei partiti della sinistra radicale. Occorre Innescare un coordinamento di pianificazione delle lotte che si devono concretizzare in un solo fronte di lotta comune a tutte le istanze che solleva il movimento che si oppone a questo sistema sociale figlio del peggior neoliberismo .La resistenza e la lotta sono un dovere di ogni individuo che non voglia continuare a subire passivamente pratiche di dissoluzione sociale e isolamento, pratiche che con la maschera della precarietà della oppressione e della repressione tendono ad edificare momento dopo momento un cerchio dove racchiudere l’individuo singolo e mutarlo da uomo in automa, alle dipendenze dei ritmi posti dall’apparato esistente, al fine di comportarne uno svilimento delle capacità razionali di porre in essere critiche e formulazioni diverse di una società senza disuguaglianze ,e attuare con pratiche di lotta la elaborazione della idea di una società diversa.
Occorre rielaborare le strategie di lotta, è in atto una riaffermazione, celata sotto le parvenze di questa società definita democratica, di repressione e militarismo. Non sono rispettati i diritti dell’uomo, dell’individuo, si afferma la prevaricazione totale dei potentati sulle individualità singole che condizionano l’affermazione del movimento. Si rileva la diffusione e il consenso sempre più ampio, nonché coperto e protetto dagli apparati statali di forze di estrema destra. Occorre intervenire subito anche con azioni dirette per reprimere questo fenomeno. Occorre prevenire e discutere e confrontare le varie potenzialità che emergono dai comitati di lotta territoriali. Occorre unificare le lotte per un unico obiettivo, il ribaltamento di questo sistema. Occorre sostenere azioni di un certo calibro solo se in linea con le pratiche delle lotte sociali e non finalizzate a se stesse. Occorre lottare in particolare su due fronti a livello giuridico. Nell’ambito del diritto del lavoro per l’abolizione di ogni legge, sia di sinistra appoggiate dai vertici dei sindacati traditori confederali, sia di destra sulla precarietà: occorre ribaltare il concetto sistematico dove è l’uomo che si adegua al lavoro.
A tal proposito è necessario sostenere iniziative volte ad evidenziare e rendere noto il tradimento in atto dei sindacati confederali verso i lavoratori e sostenere la base del sindacato per contrastare la linea dell’attuale dirigenza. I sindacati devono essere fatti dai lavoratori per i lavoratori, che devono rompere con ogni pratica di concertazione. Occorre sostenere con fermezza iniziative volte all’abrogazione del 270 bis c.p. e di tutte quelle norme che in sostanza sono utilizzate solo unilateralmente per reprimere ogni movimento di dissenso sociale. Per arrivare alla riconsiderazione e superamento dell’attuale costituzione che non è più contestualizzata e contestualizzabile con l’idea socialista di società e con tutte le leggi che la connotano. Occorre lottare per una affermazione compiuta e piena del laicismo e anticlericalismo, sono da sostenere le azioni dirette contro il Vaticano e le sue organizzazioni periferiche.
Il quadro sul quale muoversi è molto ampio, la facilità di essere risucchiati in questa fase di ricomposizione politica è delicata e pericolosa. Occorre coordinare le lotte che si affermeranno tra studenti lavoratori e immigrati. Occorre portarle tutte su unico ambito di condotta. E’ necessario a tal fine creare, occupare, spazi dove riunire le pratiche di lotta comune, da autogestire lontano dalle ingerenze di centri sociali filopartitici , da sindacati confederali e da partiti filogovernativi.
Occorre riflettere sul crescente aumento delle censure e chiusure dei siti di informazione, oggi non più di controinformazione. Occorre sostenere iniziative contro i media e la stampa controllata dalle istituzioni. Occorre rielaborare nuove forme di comunicazione che passino specialmente attraverso la cultura l’arte e la tecnologia, senza tralasciare ovviamente i metodi tradizionali di comunicazione. Occorre eliminare ogni frangia di settarismo e di necessità assoluta di prevaricazione di gruppi per l’affermazione di una propria identità che rischiano di compromettere e distruggere il movimento. Occorre sostenere solo ed unicamente pratiche di autofinanziamento, non devono essere accolte pratiche di finanziamento di nessun tipo.
Occorre “lavorare” nelle periferie delle città e dei paesi, per accerchiare il centro delle città. Occorre stringere rapporti di collaborazione di intervento con le forze estreme di sinistra dei vari paesi europei per arrivare a colpire il sistema li dove ha partorito il tutto.
Occorre sostenere le lotte condotte all’interno degli Usa dai movimenti indipendenti di sinistra che sono nella sostanza soggetti a qualsiasi forma di censura .Occorre sostenere forme di boicottaggio contro i prodotti strategici del sistema. La società individualistica e conservatrice giorno dopo giorno incrementa il proprio potere. Il capitalismo e il neoliberismo, non sono in crisi ma in fase di espansione, occorre ora più che mai bloccare questa fase di espansione per una idea socialista di società. Tutto ciò è possibile solo attraverso un coordinamento tra le varie componenti politiche, di lotta e di movimento (come i sindacati di base) che mirano alla costruzione di una vera opposizione sociale di sinistra che non miri alla conquista delle poltrone istituzionali ma sia diretta a creare un fronte unico di lotta e di azione per contrastare il sempre più incalzante potere della borghesia. E’ necessario confrontarsi con tutte le realtà di opposizione di sinistra radicale, che non siano compromesse con gli apparati del sistema, per pianificare e definire le strategie di lotta da attuare a partire dal mese di ottobre 2007. Un primo importante appuntamento sarà il 20 ottobre.
Bisogna arrivare a quella data con l’obiettivo di contrapporsi a quelle realtà partitiche e di lotta che nella realtà dei fatti hanno tradito i lavoratori ed il ceto debole della società, in modo congiunto e coordinato per creare una vera opposizione sociale di sinistra. Un coordinamento tra le varie realtà, finalizzato a concretizzare il fronte unico di lotta, dove ogni realtà politica organizzata mantenga la propria identità, ma dove si possa definire un programma di azione congiunto e specifico sul quale porre le iniziative di lotta sociale.
Invito tutti i compagni a riflettere su ciò, e sull’attivarsi il prima possibile per arrivare alla creazione di un coordinamento di azione per il fronte unico di lotta.

Per adesioni : fronteunico@yahoo.it

Firmatari Barone Marco(Coordinamento nazionale movimento costitutivo Partito Comunista dei Lavoratori)

Marco Piracci(Coordinamento Regionale Lazio movimento costitutivo Partito Comunista dei Lavoratori)

Nicola Iozzo (Unità Comunista Vibo Valentia)

sabato 1 settembre 2007

NUOVI MODELLI SU VECCHI MANICHINI

«Martedì 28 agosto si è svolta, a Reggio e Cosenza, l’ennesima sfilata di modelli per la stagione autunno-inverno a venire, l’ennesima passerella di statuari marcantoni (o forse erano ciceroni… mah!) con indosso i vestiti puliti, specchio della loro immacolata coscienza. L’evento è stato preceduto, come accade sempre in questi casi, dai noti fatti di Duisburg, ridente località teutonica famosa, tra l’altro, per aver dato ospitalità agli azzurri in occasione degli scorsi mondiali di calcio, ma abbiamo motivo di credere che questa volta si sia trattato solo di un caso: la sfilata avrebbe comunque avuto luogo, con o senza Duisburg, e non amiamo certo la dietrologia tanto da sospettare che l’uno non sarebbe avvenuto se non in funzione dell’altra! Il tema della giornata era la lotta alla ‘ndrangheta, ridente organizzazione criminale calabra famosa, tra l’altro, per aver dato ospitalità agli azzurri in occasione degli scorsi mondiali di calcio; e di risate, riteniamo, se ne saranno fatte a iosa i galantuomini che formano cotale consesso. L’organizzazione (della sfilata, mica la ‘ndrangheta!) è stata curata dal nascente Partito Democratico, ridente compagine politica famosa, tra l’altro, perché darà ospitalità agli ex democristiani, agli ex comunisti e agli ex riciclati del Partito Democratico Meridionale: le fila della futura dirigenza erano al gran completo, mentre quelle della futura base militante sono state astutamente lasciate semivuote per lasciare la possibilità a sempre nuovi papabili candidati di occuparle.»
Ma quant’è dura ridere di cose tanto tristi! Cose che a guardarle con un po’ più di attenzione che quella dell’accaldato lettore di giornali di fine agosto 2007, fanno davvero sorgere la sensazione di essere costantemente presi in giro e circondati, così come il PD ha voluto simbolicamente circondare la Calabria, occupando per un giorno Reggio e Cosenza.
Una manifestazione antimafia a cui partecipano i politici è una contraddizione in termini: è un po’ come se papa Ratzinger scendesse in piazza per affermare la laicità dello Stato, o se Luca Cordero di Montezemolo (speriamo di aver messo le maiuscole al posto giusto!) guidasse un corteo di metalmeccanici incazzati. Perché è così – forse non è inutile ripeterlo: la mafia è lo Stato. Volente o nolente lo Stato, “questo” Stato, è la ragione per cui le mafie prosperano, lo Stato, spesso incompetente quando non addirittura connivente, che si ricorda della ‘ndrangheta quando si manifesta nella sua bestiale violenza, esattamente così come si ricorda del dissesto idrogeologico del territorio quando piove a dirotto, si straccia le vesti per qualche tempo alla ricerca di pezze da mettere sulla falla finché regge l’attenzione degli inconsapevoli elettori veicolata dai media e poi torna alla ordinaria amministrazione.
Una manifestazione antimafia organizzata dal Partito Democratico (meridionale… calabrese, meglio), invece, è una vera e propria aporia: il partito che governa il Paese, la Regione Calabria, la Provincia e il Comune di Vibo e i cui esponenti, insieme a quelli del centro destra, hanno la responsabilità dei problemi creati e mai risolti degli ultimi quindici anni e legittimamente detengono l’eredità di quelli dei cinquant’anni precedenti, dovrebbe manifestarla, la propria antimafiosità, nelle sedute del Parlamento o del Consiglio dei Ministri, nelle Giunte e nei Consigli delle Amministrazioni locali, e dovrebbe manifestarla nei fatti. Ma forse questo è pretendere troppo dalla politica, viste certe liste elettorali. Gli elettori si devono accontentare dei proclami lanciati dal probabile segretario Veltroni, i soliti: trasparenza negli appalti, efficienza e velocità nella confisca dei beni, severità e certezza della pena, ecc..
Eppure i politici sono stati i giustamente protagonisti almeno di una manifestazione antimafia: era il luglio del 1992 e la folla di Palermo, inferocita, assalì i politici presenti ai funerali “di Stato” dei cinque membri della scorta del giudice Borsellino: non è cambiato nulla da allora, nulla o quasi di sostanzialmente rilevante è avvenuto nella politica di lotta alla cultura mafiosa, l’unica lotta nella cui efficacia credeva Paolo Borsellino, ma almeno qualche calcio nel sedere, i politici, l’hanno preso…

Unità Comunista – Vibo Valentia
Partito Comunista dei Lavoratori – Vibo Valentia

mercoledì 22 agosto 2007

Appello per la convocazione di uno sciopero generale unitario contro il protocollo su welfare e pensioni

Lo scorso 23 luglio Governo Prodi, Confindustria e CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto il protocollo d’intesa su welfare, lavoro e pensioni.
Un’accordo che sulle pensioni è addirittura peggiorativo rispetto allo scalone di Maroni: attraverso il varo di 4 “scalini” si innalza l’età pensionabile fino a 61 anni a partire dal 2013. Non solo: al danno si aggiunge la beffa del taglio delle pensioni attraverso un’riduzione dei coefficienti a partire dal 2010!
Il protocollo inoltre riconferma in toto le politiche di precarizzazione sancite prima col Pacchetto Treu, poi con la Legge 30, prevedendo addirittura la possibilità per il padrone di reiterare i contratti a termine oltre i 3 anni.
Nel frattempo, ancora una volta si regalano i soldi dei lavoratori ai padroni utilizzando la cassa dell’INPS per “gli sgravi al costo del lavoro”, si regala a Confindustria la detassazione dei premi e si incentiva il padrone ad un uso ancor più massiccio ed indiscriminato dello straordinario attraverso la riduzione dei contributi che il datore di lavoro è tenuto a versare per assicurarsi le prestazioni lavorative extra!
Dulcis in fundo, l’accorpamento degli enti previdenziali (INPS-INAIL), che produrrà tagli di posti di lavoro e un probabile aumento dei contributi in busta paga.

In parole povere, quest’accordo scandaloso è una vera e propria provocazione da parte di Governo e Confindustria nei confronti di tutti i lavoratori.

La resa senza condizioni dei vertici CGIL-CISL-UIL di fronte ai diktat di Prodi e Montezemolo rappresenta l’ennesima riprova di come le burocrazie confederali siano diventate nient’altro che apparati di controllo del movimento dei lavoratori, il cui unico fine è quello di co-gestire le politiche di macelleria sociale portate avanti dal “governo amico” di centro-“sinistra”, servile agli interessi del grande capitalismo italiano ed europeo!

Come attivisti sindacali, riteniamo sia giunta l’ora di rispondere in maniera unita e organizzata contro quest’attacco concentrico alle condizioni di vita e di lavoro, che vede uniti centro-destra e centro-sinistra, padroni e vertici sindacali.
Non possiamo stare a guardare:
la lotta è qui ed ora!

Per queste ragioni, ci rivolgiamo a tutti i lavoratori e le lavoratrici, indipendentemente dalla sigla sindacale di appartenenza, per costruire dal basso, in ogni luogo di lavoro e su ogni territorio, comitati di lotta unitari contro lo scippo delle pensioni, al fine di sviluppare iniziative e mobilitazioni congiunte.
Ci rivolgiamo inoltre a tutte le organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale, e agli stessi settori genuinamente anticoncertativi del sindacalismo confederale, affinché costruiscano uno sciopero generale unitario di tutte le categorie e di tutte le sigle sindacali anticoncertative contro quest’ignobile accordo: un’unica, grande scadenza di lotta, che veda l’intero movimento dei lavoratori unito contro i comuni avversari: governo e padronato.

Solo la lotta paga
Uniti si vince

Per adesioni: sciopero.generale@yahoo.it

Primi Firmatari: Luigi Izzo, Cantieri Navali Megaride - Napoli; Dario Calzavara, FIOM-CGIL AleniaBreda - Napoli; Antonio Pelilli, RSU FP-CGIL Comune di Pozzuoli (NA); Riccardo De Angelis, RSU FLMU-CUB Telecom - Roma; Andrea Fioretti, FLMU-CUB Gruppo Sirti - Roma; Francesco Fumarola, FLMU-CUB Atesia - Roma; Giuliano Micheli, CUB Trasporti Alitalia - Roma; Luigi Giacinti, FLMU-CUB MVS - Roma; Giovanni Ciccone, RSA FLAICA-CUB Gruppo Cremonini - Roma; Claudio Lorenzoni, RdB-CUB INPS - Roma; Katia Lauria - FLMU-CUB Atesia - Roma; Federico Giusti, RSU Cobas Comune di Pisa (PI); Giovanni Bruno, RSU Cobas Scuola - Firenze; Giulio Pasquali, Coordinamento esternalizzati - Pisa; Massimiliano Murgo, RSU Alternativa Operaia Marcegaglia Building - Sesto S. Giovanni (MI); Elena Cinzia Bega, RSU Siemens - Milano; Ettore Magrini, RSU RdB-CUB Smmt, Baiano - Spoleto (PG); Enzo Carlini, RSU CGIL Cementir - Spoleto (PG); Aurelio Fabiani, RSU CUB IISS - Spoleto (PG); Paolo Bernardini, RSU CGIL Manini - Perugia; Gigi Fucchi RSU, RdB-CUB ASL n° 2 - Assisi (PG).

martedì 24 luglio 2007

Regione Calabria: un altro mondo è ancora possibile?

Le continue vicende giudiziarie che in Calabria stanno coinvolgendo politici, imprenditori e forze dell’ordine, mettono a nudo il carattere trasformistico della politica regionale degli ultimi 20 anni.
In un quadro sociale drammatico, in cui la criminalità diventa fattore di ammortizzatore sociale, appare sconcertante la continuità delle politiche di precarietà e massacro sociale che questo Governo regionale sta imponendo alla popolazione calabrese.
Al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, è ammissibile l’estraneità della politica della Giunta dai problemi reali a fronte di un incancrenito intreccio politico-affaristico-mafioso?
Una "inquietante commistione" tra massoneria, affari, politica, alti esponenti delle istituzioni "di ogni genere e specie"; "intrallazzi", "questioncelle", "pizzi" e "tangenti": è questo il criminale intreccio di cui attualmente è protagonista la regione Calabria e che vede coinvolti politici del "centro-destra" e del "centro-sinistra", imprenditori, ex piduisti, boss mafiosi, alti ufficiali delle "forze dell'ordine" e prelati del Vaticano.
Giorno dopo giorno la degenerazione del sistema politico calabrese assume sempre più un carattere irreversibile all’emergere delle varie inchieste. Sanità, infrastrutture, fondi Ue, economia sommersa: qualunque settore in questa regione generi profitto, è soggetto a speculazioni, truffe e collusioni tra malavita organizzata e classe politica.
Dagli 864 milioni di euro sperperati in Calabria negli ultimi dieci anni per costruire decine di depuratori e impianti per rifiuti poco funzionati o mai collaudati che hanno portato la magistratura ad ipotizzare l’esistenza di questa sorta di ’superloggia segreta’ specializzata nel controllo del denaro che scende a pioggia sull’asse Bruxelles-Roma-Catanzaro, all’inchiesta “Why Not”: una società di lavoro interinale aderente alla Compagnia delle Opere, che ora è diventata centrale nell’istruttoria sulla presunta Cupola segreta e nella quale risulterebbe indagato anche il presidente del Consiglio dei Ministri Romano Prodi . La Why Not riceve commesse milionarie dalla Regione, occupa 500 persone e ne distacca ben 146 nelle segreterie di partito e negli assessorati.
Ed ancora, dall’ “Operazione Omnia”, che ha portato alla luce un inquinato circuito finanziario nella Sibaritide, in cui la cosca dei Forastefano di Cassano allo Ionio, applicava tassi usurai del 100% annuo a commercianti e grossi imprenditori con un guadagno di svariati milioni di euro all’anno, all’inchiesta sull’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria che ha accertato come le principali cosche della fascia tirrenica reggina e vibonese avevano messo le mani sugli appalti per i lavori di ammodernamento sia estorcendo il 3% del valore dei lavori -la cosiddetta tassa "sicurezza cantiere" versata dalle imprese appaltatrici dei lavori-, sia imponendo il ricorso a società di riferimento per la fornitura di materiale e servizi. Un affare da svariate decine di milioni di euro.
Probabilmente è arrivato il momento di chiedersi che senso ha definirsi “sinistra” quando si è direttamente e indirettamente complici di un sistema legato ai poteri forti e oscuri di questo nostro Mezzogiorno.
Le forme di precarietà, in tutti i settori, sono il prodotto di scelte volute da chi gestisce il potere e vuole ad ogni costo tenere sotto continuo controllo – anche attraverso il ricatto elettorale – la gran parte della popolazione che non riesce a soddisfare i propri bisogni primari.
Sarebbe opportuno esprimere un forte dissenso anche nei confronti di quell’elettorato borghese che nei fatti sostiene, a vantaggio dei propri interessi, una classe politica rampante e senza scrupoli.
Il perpetuarsi di questo sistema di potere è garantito, inoltre, dall’omologazione degli intellettuali alle attuali politiche dominanti che inibiscono oggettivamente la capacità critica e culturale della gente comune.
Si discute di un Piano Sanitario che, oltre a tagliare il 60% dei fondi alle strutture sovvenzionate - con il conseguente rischio di centinaia di licenziamenti - non garantisce il potenziamento delle strutture pubbliche ma tende all’ abbandono di queste per la costruzione di nuovi ospedali (vedi Ospedale di Vibo Valentia).
Cosa comporta tutto ciò?
Assegnazioni di appalti per la costruzione, per le forniture di impianti e servizi, assunzioni clientelari, mazzette etc etc.
Il 5 agosto del 2006 nell'ambito della legge finanziaria regionale è stata approvata dal Consiglio Regionale una norma (art. 29, comma 4, della legge regionale n. 7 del 21 agosto 2006) che impedisce la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria (BURC) degli atti - e dei conseguenti impegni di spesa - relativi alla Giunta ed alla presidenza del Consiglio Regionale. Un provvedimento che, oltre a calpestare i principi costituzionali della trasparenza e della partecipazione del cittadino alla pubblica amministrazione, vuole nascondere i misfatti e l’ambiguità della disciplina regionale.
I lavoratori precari Lsu e Lpu in Calabria sono circa 8000 e continuano a ricevere con forte ritardo le proprie spettanze e a non avere risposte sulla propria stabilizzazione. Risposte che tardano ad arrivare sia dal governo nazionale, sia dal governo regionale.Ancora oggi non viene sciolto il nodo sulle risorse previste in finanziaria sulle loro stabilizzazioni. Tutto ciò a dimostrazione di come la questione Lsu e Lpu non sia fra le priorità assolute della giunta regionale, né del governo Prodi sulle questioni del Mezzogiorno.
E’ doveroso sollecitare l’elettorato “sano” affinché si ponga fine agli appelli di sindacati e amministratori sulla concertazione; la Calabria è oramai una regione persa, al collasso che ha davanti a sé le prospettive peggiori che si possano immaginare, finchè questa classe politica calabrese continuerà ad alternarsi sulle poltrone del potere.
Bisogna liberarsi dalla demagogia attuata nei confronti delle persone oneste per dire basta a tutte le espressioni clientelari che chiudono le porte al futuro delle giovani generazioni e dei disoccupati che abbandonano terra e affetti per trovare sistemazione all’estero o per continuare a fare i precari nel nord-Italia.
Chiedere le dimissioni della Giunta Loiero e dell’intera classe politica calabrese è un atto dovuto di civiltà e di cambiamento da parte di chi vive e di chi chiede un futuro in questa Regione.
La “vera sinistra” dovrebbe rompere con i rappresentanti dei poteri forti ed elaborare un programma che, partendo dai bisogni reali delle classi economicamente più deboli, concretizzasse le aspettative e le speranze di larga parte della popolazione meridionale.
La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; un reddito minimo ai giovani disoccupati; casa e sanità garantite; la ripubblicizzazione dei servizi come l’acqua e l’abolizione del segreto bancario sono solo alcune delle proposte che dovrebbero essere rimesse al centro del confronto politico e delle vertenze di lotta.
Mai come adesso i comunisti calabresi e non solo devono muoversi in quest’ottica. Se non ora, quando?

Coordinamento per l’Unità dei Comunisti – Cosenza

martedì 10 luglio 2007

contro la privatizzazione dell'acqua

L’emergenza idrica in Calabria e, in particolare, nella provincia di Cosenza è attualmente una questione al centro del dibattito politico ma soprattutto civile. Nel marasma delle responsabilità non chiarite e nella perseveranza del problema, chi paga “profumatamente” le dirette conseguenze sono i cittadini-utenti. Non sarà stato certo confortante ascoltare il sindaco Perugini che, durante una trasmissione televisiva di un’emittente locale, si è difeso giustificando il problema idrico di Cosenza come antico di mezzo secolo e perciò non attribuibile alla sua amministrazione. Questa pagina vuole informare, essere uno spunto di riflessione e di chiarimento per evitare ulteriori prese in giro da parte della classe politica calabrese.

E’ ormai noto che la SORICAL è’ una società a capitale misto pubblico/privato, attiva dal 1° novembre 2004, i cui soci pubblici sono la Regione, le Province, l'ANCI regionale, che ha il mandato di gestire il complesso infrastrutturale delle opere idropotabili della Regione e il connesso servizio di fornitura ai Comuni per trent'anni a partire dal 2004.

Il capitale sociale della Sorical è detenuto per il 51% dalla Regione Calabria mentre il restante 49% da Acqua Calabria, la società costituita dal socio privato Enel Hydro, dopo l'uscita di scena dell'Acquedotto pugliese che ha ceduto all'Enel la propria partecipazione. Secondo la relazione di un recente incontro a tema tenutosi all’Unical, si era appreso dall’ingegner Baietti, responsabile della Direzione Tecnica della SORICAL S.p.A, che Il 49% della SORICAL era passata dalla Società ENEL HYDRO ad una Società francese. Si apprende anche che la SORICAL ha fatto un grosso investimento per la ristrutturazione di tutti i 13 impianti di potabilizzazione, in quanto obsoleti e per rendere l’acqua più limpida e, nel 2006 è prevista una gara d’appalto nel territorio di Cosenza per il completamento della diga dell’ Esaro e il raddoppio della condotta Abatemarco fino alla città di Cosenza.

La Regione ha affidato alla SORICAL anche l'attuazione degli investimenti, finalizzati alla integrazione e al completamento del complesso delle infrastrutture idriche, in modo da garantirne la gestione unitaria su tutto il territorio regionale. Il complesso acquedottistico affidato alla SORICAL comprende oltre 200 schemi acquedottistici che servono complessivamente 380 su 409 Comuni della Regione, ma che rappresentano il 99% della popolazione. L'acqua distribuita mediamente è di 260 milioni di m3 all'anno.

Un problema è che, secondo l’Ing. Collorafi - ex direttore tecnico del comune di Cosenza, con incarichi in passato nell’A.T.O. Calabria1-Cosenza e attualmente membro del C.d.A. della Cosenza Acque s.p.a., società formata da 96 dei 155 sindaci della provincia di Cosenza- Cosenza paga 18 milioni di m3 di acqua alla ValleCrati per la depurazione, ma se ne fa pagare solo 4 milioni dai suoi cittadini, i quali però a loro volta hanno sborsato nella fattura del 2004 ben 130 euro solo di spese di depurazione.

I serbatoi di Cosenza dispongono di 5 milioni di m3 di acqua, provenienti direttamente dalle proprie sorgenti, più 11 milioni di m3 di acqua fornita dalla SORICAL, per un totale di 17 milioni di m3 di acqua. Si dovrebbe quindi avere una dotazione idrica per abitante in media di 500 litro/(abitante al giorno), ma purtroppo non è così: che fine fanno 13 milioni di metri cubi d'acqua che i cittadini perdono, visto che il Comune ne fattura solo 4 milioni erogati sui 17 totali approvvigionati? Ci sono grosse perdite lungo la rete cittadina e, sicuramente, sperequazioni di distribuzione. È uno di quegli aspetti che ci fa ammettere che la gestione è da rivedere. Nella convenzione firmata dal governo Chiaravalloti, era previsto il blocco delle tariffe per cinque anni; le conseguenze dell'affare Sorical, dunque, i calabresi le sperimenteranno sulle proprie tasche molto presto.

Secondo la valutazione intermedia del Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006, un indicatore significativo è quello relativo alle perdite di rete, espresse in termini di differenza tra acqua immessa in rete e acqua erogata o fatturata. La percentuale della Calabria (56%) è alquanto più alta di quella media (42%) relativa alla totalità degli ATO italiani considerati nella rilevazione. L’ATO di Reggio Calabria (65%) e quello di Cosenza (58%) raggiungono livelli maggiori dell’indicata media. Anche se si suppone che i consumi collettivi e quelli abusivi, normalmente non conteggiati, pesino di più che in altre regioni, l’entità del dato indica un cattivo funzionamento della gestione del servizio, e mette in luce grosse esigenze di finanziamento per interventi riparatori della criticità.

La quale criticità lascia sospettare insufficienze nelle attività di manutenzione degli impianti e quindi la vetustà di questi.

Le gestioni comunali hanno mostrato infine un’altra criticità sul versante della gestione amministrativa degli acquedotti in quanto hanno accumulato rilevanti debiti nei confronti della Regione per l’acquisto dell’acqua da distribuire agli utenti. Se i Comuni non pagano l’Ato per pagare a sua volta le società di gestione, si verificano poi casi come quello della Smeco – società a cui era affidata la gestione degli impianti di depurazione- i cui lavoratori sono in mobilità da maggio scorso. Questo fatto, oltre a porre al nuovo gestore del sovrambito qualche problema per il recupero dei crediti, è indice di una politica regionale soffice nei rapporti finanziari con gli enti locali, forse spiegabile in relazione allo stato di disagio finanziario di questi ultimi e delle popolazioni servite. La Regione Calabria, pur avendo recepito con legge regionale 10/97 la legge Galli e stipulato l’accordo di programma sul ciclo integrato delle acque nell’anno 1999, ha maturato notevoli e colpevoli ritardi che stanno provocando gravi danni al processo di riorganizzazione, di innovazione ed ammodernamento, teso a dare ai cittadini un servizio di qualità, efficiente ed efficace. A fronte di tutto ciò, occorre approfondire e chiarire il problema delle tariffe sia per quanto concerne la fornitura di acqua a livello di soprambito sia a livello di Ato tenendo conto delle normative in vigore, della qualità del servizio offerto e delle diverse condizioni sociali dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti.

Alcune proposte:

a) il riconoscimento effettivo come diritto umano - universale, indivisibile ed imprescrittibile - dell'accesso all'acqua potabile nella quantità e qualità considerate necessarie ed indispensabili per la vita. L'Oms (ad esempio) fa riferimento a 50 litri al giorno per persona.

b) l'adozione del principio che i costi relativi all'accesso all'acqua potabile come diritto umano debbono essere presi a carico della fiscalità generale e specifica. L'adozione di tariffe speciali per certe fasce disavvantaggiate della popolazione deve essere considerata una soluzione parziale e provvisoria;

c) il governo pubblico dell'acqua significa il governo di tutte le acque.

d)dare la priorità ad una politica di risparmio, di uso sostenibile e di riuso delle acque, mirando a promuovere una cultura della gestione delle acque centrata sulla manutenzione e l'ammodernamento permanente graduale, anziché continuare sulla via delle grandi opere idriche, dei grandi sistemi idrici e, quindi, dei grandi investimenti che hanno largamente dimostrato finora di essere soprattutto fonte inevitabile di sprechi, di ritardi, di corruzione, di inefficienze dovute al gigantismo dei sistemi, di trasferimento di potere alle imprese costruttrici ed al capitale privato
e) tagliare i fondi per le spese militari a favore dei beni necessari come l’acqua per garantirne gratuitamente l’accesso.



Coordinamento per l'unità dei comunisti - Cosenza

lunedì 9 luglio 2007

Perché abbiamo lasciato il PRC

La crisi che attanaglia i partiti della politica italiana è roba vecchia di anni: dai grandi partiti di massa del dopoguerra alla “burocrazia assoluta” dei nostri giorni il cammino è stato lungo, ma non troppo difficile. Mai come in questi anni, però, i partiti vivono una fase di cambiamento cosi cruciale e delicata soprattutto nelle fila del Centrosinistra. Da una parte assistiamo alla nascita della nuova formazione del Partito Democratico che, lungi dall’essere promosso e sostenuto dalla base degli iscritti, nasce dalla forza dei lombi dei dirigenti della Margherita e dei DS i quali hanno pensato bene di sommare i loro voti in un’operazione che poco o nulla ha a che vedere con scopi politici, quanto, piuttosto, con fini elettorali. Dall’altra parte la sinistra che, con la fuoriuscita di Mussi e il rapido avvicinamento di Comunisti Italiani e Verdi, vede sorgere un nuovo soggetto politico che si colloca nel vuoto lasciato dai DS, quello della socialdemocrazia, un termine tanto caro negli ultimi anni anche alla dirigenza del PRC.

Proprio in questo quadro, come anche in altre questioni locali, si inseriscono le motivazioni del nostro addio al partito. Già il compagno Carmelo Sergio aveva comunicato le sue dimissioni al Comitato Politico Federale il 1 giugno, assieme a tutto il circolo di Dasà; cosi alla riunione del 29 giugno abbiamo fatto lo stesso anche noi. Ma non finisce qua: hanno lasciato il PRC quasi tutti i compagni del coordinamento dei Giovani Comunisti della Federazione, alcuni soprattutto per la dirigenza federale, e decine di altri giovani compagni, appartenenti a componenti diverse, non rinnoveranno la tessera.

Un partito sempre più moderato, sempre più di centro e meno di sinistra, che con le sue scelte elettorali e la sua condotta al governo del Paese ha ormai dimezzato i consensi elettorali (dati alla mano delle ultime elezioni amministrative). Al governo nazionale il PRC ha una rappresentanza di oltre 60 parlamentari che, puntualmente, eseguono le scellerate direttive del partito (con l’unica eccezione di Franco Turigliatto) come il rifinanziamento, per ben due volte, della missione “umanitaria” in Afghanistan (ma che avrà di umanitario se i nostri soldati sono presenti sul territorio afgano armati fino ai denti), un voto che ha buttato al vento la lotta del nostro partito contro la guerra imperialista degli USA da 10 anni a questa parte, da quando ci schierammo senza se e senza ma contro l’intervento militare in Kosovo (allora era premier D’Alema e il PRC era all’opposizione).

Il nostro partito è cambiato in questi anni: parafrasando il Presidente Bertinotti “sempre più di governo, sempre meno di lotta”. L’assurdo slogan (creare un partito di lotta e di governo) si è dimostrata una teoria insostenibile, dettata, da una parte, dalla voglia di spartire un po’ di potere con gli ex compagni e con i neo democristiani, dall’altra, dalla paura di perdere i voti provenienti dalla base radicale del partito, tanto cresciuta proprio in virtù della politica di coerenza e dall’atteggiamento critico del partito fino a qualche anno fa.

A tutto questo è da aggiungere una forte critica alla dirigenza provinciale del nostro partito. La Federazione di Vibo Valentia, che resisteva come uno dei pochi capisaldi di opposizione alla linea maggioranza del partito, con una forte componente di Progetto Comunista del trotskista Marco Ferrando, da 4 anni a questa parte si è piegata alla sete di potere e al più gretto trasformismo: sono cambiate le idee, non i dirigenti! Una discussione interna sempre piu ostacolata, soprattutto negli ultimi sei mesi in cui, su 5 comitati politici convocati, 2 sono andati persi per la mancanza del numero legale e negli altri sono stati discussi argomenti di capitale importanza politica come la festa provinciale del partito ed l’approvazione del bilancio economico!

In questo partito abbiamo militato per dieci anni, spendendoci, nei limiti del possibile e dei nostri impegni universitari, in maniera costante e nessuno può negare che il lavoro dei Giovani Comunisti nella nostra provincia ha portato grossi benefici in termini di consenso tra i cittadini: le manifestazioni, gli incontri, le assemblee, momenti di crescita e di sviluppo nostro e del nostro ex-partito. I compagni del partito, nel corso di questi anni, ci hanno fatti crescere e maturare, ci hanno aiutato a capire i nostri errori, ci hanno valorizzati, ma, poi, sempre più ci hanno sottovalutati ed infine ci hanno messi da parte: da ogni momento abbiamo tratto qualcosa di buono per il nostro bagaglio. Conosciamo bene il partito e siamo, dunque, convinti che la nostra fuoriuscita non recherà nessun danno al partito e che, anche se tutto il coordinamento provinciale si dimettesse in blocco (ad oggi resta in carica solo una compagna), il senso militante dei compagni lo ricostituirà facilmente, magari, questa volta, più ossequioso e più rispondente ai desideri del compagno Matteo Malerba o del compagno Franco Daniele!

Ebbene, ora che siamo diventati grandi e siamo in grado di camminare sulle nostre gambe, una piccola lezione crediamo di poterla dare anche a coloro dai quali ne abbiamo prese tante: il progetto di un mondo più giusto e libero, di una distribuzione equa del lavoro e della ricchezza, deve essere perseguito con serietà, con coerenza e con trasparenza… noi vogliamo continuare a farlo.

Infine, la cosa che più ci preme di dire: grazie, e lo diciamo con un nodo in gola, alle compagne e ai compagni che in questi dieci anni ci hanno dato tanto: ai militanti di tutti i circoli, ai giovani comunisti con cui abbiamo lavorato e grazie anche agli assessori, agli ex assessori, ai dirigenti tutti della Federazione, senza i quali, forse, non avremmo fatto questo passo.



Filippo Benedetti, componente del Comitato Politico Federale e del Coordinamento dei GC



Nicola Iozzo, componente del Comitato Politico Federale e del Coordinamento Nazionale dei GC, Coordinatore Provinciale dei GC

mercoledì 4 luglio 2007

siamo usciti dal prc

dopo tanti anni di militanza nel prc abbiamo deciso di abbandonarlo, naturalmente con tanto rammarico.....
nei prossimi giorni pubblicheremo il comunicato ufficiale di uscita dal prc e di adesione a unità comunista.

giovedì 21 giugno 2007

Stop alla gestione affaristica della Regione Calabria: Ora basta!

Le continue vicende giudiziarie che in Calabria stanno coinvolgendo politici, imprenditori e forze dell’ordine, mettono a nudo il carattere trasformistico della politica regionale degli ultimi 20 anni.
In un quadro sociale drammatico, in cui la criminalità diventa fattore di ammortizzatore sociale, appare sconcertante la continuità delle politiche di precarietà e massacro sociale che questo Governo regionale sta imponendo alla popolazione calabrese.

Al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, è ammissibile l’estraneità della politica della Giunta dai problemi reali a fronte di un incancrenito intreccio politico-affaristico-mafioso?

Non è forse arrivato il momento di chiederci che senso ha definirsi "sinistra" quando si è direttamente e indirettamente complici di un sistema legato ai poteri forti e oscuri di questo nostro Mezzogiorno?

Le forme di precarietà, in tutti i settori, sono il prodotto di scelte volute da chi gestisce il potere e vuole ad ogni costo tenere sotto continuo controllo – anche attraverso il ricatto elettorale – la gran parte della popolazione che non riesce a soddisfare i propri bisogni primari.

Riteniamo opportuno esprimere un forte dissenso anche nei confronti di quell’elettorato borghese che nei fatti sostiene, a vantaggio dei propri interessi, una classe politica rampante e senza scrupoli.

Il perpetuarsi di questo sistema di potere è garantito, inoltre, dall’omologazione degli intellettuali alle attuali politiche dominanti che inibiscono oggettivamente la capacità critica e culturale della gente comune.

Si parla di un Piano Sanitario che, oltre a tagliare il 60% dei fondi alle strutture sovvenzionate - con il conseguente rischio di centinaia di licenziamenti - non garantisce il potenziamento delle strutture pubbliche ma tende all’ abbandono di queste per la costruzione di nuovi ospedali (vedi Ospedale di Vibo Valentia).

Cosa comporta tutto ciò?

Assegnazioni di appalti per la costruzione, per le forniture di servizi, assunzioni clientelari, mazzette etc etc.

Il 5 agosto del 2006 nell'ambito della legge finanziaria regionale è stata approvata dal Consiglio Regionale una norma (art. 29, comma 4, della legge regionale n. 7 del 21 agosto 2006) che impedisce la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria (BURC) degli atti - e dei conseguenti impegni di spesa - relativi alla Giunta ed alla presidenza del Consiglio Regionale. Un provvedimento che, oltre a calpestare i principi costituzionali della trasparenza e della partecipazione del cittadino alla pubblica amministrazione, vuole nascondere i misfatti e l’ambiguità della disciplina regionale.

I lavoratori precari Lsu e Lpu in Calabria sono circa 8000 e continuano a ricevere con forte ritardo le proprie spettanze e a non avere risposte sulla propria stabilizzazione.
Risposte che tardano ad arrivare sia dal governo nazionale, sia dal governo regionale.
Ancora oggi non viene sciolto il nodo sulle risorse previste in finanziaria sulle loro stabilizzazioni. Tutto ciò a dimostrazione di come la questione Lsu e Lpu non sia fra le priorità assolute della giunta regionale, né del governo Prodi sulle questioni del Mezzogiorno.

E’ giunta l’ora, secondo noi, di sollecitare l’elettorato "sano" affinché si ponga fine agli appelli di sindacati e amministratori sulla concertazione; la Calabria è oramai una regione persa, al collasso che ha davanti a sé le prospettive peggiori che si possano immaginare, finchè questa classe politica calabrese continuerà ad alternarsi sulle poltrone del potere.

Bisogna liberarsi dalla demagogia attuata nei confronti delle persone oneste e bisogna dire basta a tutte le espressioni clientelari che chiudono le porte al futuro delle giovani generazioni e dei disoccupati che abbandonano terra e affetti per trovare sistemazione all’estero o per continuare a fare i precari nel nord-Italia.

Dobbiamo dire con forza che siamo contro la Giunta Loiero e contro l’intera classe politica calabrese ed è proprio per questo motivo che chiediamo le dimissioni immediate del governo regionale;

Se la "vera sinistra" fosse disponibile a rompere con i rappresentanti dei poteri forti potremmo elaborare un programma che, partendo dai bisogni reali delle classi economicamente più deboli, concretizzerebbe le aspettative e le speranze di larga parte della popolazione meridionale.

La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; un reddito minimo ai giovani disoccupati; casa e sanità garantite; la ripubblicizzazione dei servizi come l’acqua e l’abolizione del segreto bancario sono solo alcune delle proposte che dovrebbero essere rimesse al centro del confronto politico e delle vertenze di lotta.

Come comunisti ci muoveremo in quest’ottica. Se non ora quando!?



Coordinamento per l’Unità dei Comunisti - Cosenza

9 Giugno 2007: una giornata storica per la sinistra di classe

La straordinaria riuscita della manifestazione nazionale del movimento contro la guerra contro l’arrivo in Italia del criminale di guerra G.W. Bush è la testimonianza che qualcosa nel nostro paese stà cambiando.
Per la prima volta negli ultimi anni i movimenti e l’intera sinistra di classe dimostrano di poter riempire le piazze senza aver bisogno dell’appoggio dei “pacifinti” (Rifondazione, Verdi, PdCI, SD, CGIL, ecc.), quindi senza dover annacquare le parole d’ordine e le piattaforme di lotta per accontentare gli “amici del governo amico”.

Ma il dato più significativo emerso nella giornata del 9 giugno è senz’altro il flop clamoroso del presidio organizzato dalla sinistra di governo: le poche centinaia di persone presenti a piazza a Piazza del Popolo, se confrontate con le circa 100000 presenti al corteo, rappresentano uno schiaffo in pieno viso ai vari Giordano, Diliberto e compagnia, al loro opportunismo e alle loro menzogne.
Una sconfitta tanto più bruciante in quanto la stessa base di quei partiti, stanca di essere presa in giro ha voltato le spalle ai propri dirigenti, abbandonandoli al loro destino e scendendo in piazza nell’unica manifestazione che poteva a pieno titolo definirsi “contro Bush e contro le guerre”.

Quali gli insegnamenti che possiamo trarre da quanto accaduto il 9 giugno?

1) I compromessi al ribasso con il ceto politico e gli apparati della sinistra di governo si dimostrano non necessari per la riuscita di una manifestazione: negli ultimi anni questa argomentazione è risuonata ai quattro venti, facile alibi per nascondere i limiti del movimento e in primo luogo delle sue direzioni (vere o presunte che fossero).
Evidentemente, quando tutti marciano nella stessa direzione, quando le organizzazioni promotrici orientano tutti i loro sforzi alla riuscita delle iniziative e non, viceversa, a combattersi tra loro in sterili quanto autoreferenziali guerre intestine, il movimento tutto diventa più credibile agli occhi del popolo ed è capace di coniugare la partecipazione di massa con la radicalità degli obiettivi.
Non sempre la quantità si ottiene a discapito della qualità, dunque…
Vista in quest’ottica, la giornata del 9 giugno rappresenta una clamorosa smentita anche per tutte quelle “civette” sedicenti rivoluzionarie che da anni vorrebbero far credere che la partecipazione di massa è possibile solo se il movimento si prostra ai piedi della sinistra di governo e alle “sigle ufficiali”, solo cioè se si ammorbidiscono i contenuti della lotta per renderli graditi al politicante o al burocrate di turno.

2) Le politiche antioperaie, neoliberiste e guerrafondaie del governo Prodi rendono di giorno in giorno sempre più difficile stare con un piede in due scarpe.
Milioni di lavoratori, di studenti e di sfruttati nel nostro paese sperimentano sulla loro pelle quotidianamente le menzogne e le falsità che si celano dietro i proclami dei segretari e dei parlamentari della sinistra di governo. Un anno di guerre, tagli allo stato sociale, privatizzazioni, attacchi ai diritti (dallo scippo del TFR all’imminente attacco alle pensioni) e subalternità ai diktat di Confindustria e del Vaticano sono bastati per aprire gli occhi anche ai ciechi. Quel governo che solo dodici mesi fa appariva al popolo della sinistra come una speranza di cambiamento , ora è divenuto il principale motivo di rabbia e disincanto, mostrandosi in totale continuità col precedente governo-Berlusconi. Il risultato delle recenti elezioni amministrative non fa che confermare questo stato di cose.

Oramai è evidente a tutti lo spartiacque tra governo ed opposizione, tra chi continua ad illudere e vendere fumo, speculando sulle lotte e svendendo le aspirazioni di milioni di proletari sull’altare degli interessi di poltrona e della pace sociale, e chi non intende fare sconti al governo Prodi, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di studio.
Questo spartiacque dev’essere chiaro anche in futuro, e non può essere rimosso nel nome di un presunto "bisogno di unità" con chi vota in parlamento a favore delle guerre e delle peggiori misure antioperaie.
“O con Prodi o con chi lotta contro Prodi”: questa pensiamo debba essere la discriminante che il movimento deve assumere da oggi in poi, nelle piazze e nel paese.

3) Per la sinistra di classe si apre una nuova fase, densa di compiti e responsabilità.
L’ottimo risultato della manifestazione del 9 Giugno non deve farci però adagiare sugli allori, ma deve al contrario spingere le principali sigle politiche e sindacali ad un assunzione di responsabilità anche in prospettiva futura.
Il dibattito che si stà sviluppando in questi giorni, e che attraversa svariati ambiti e strutture, è senz’altro il segno che qualcosa inizia a muoversi, e che la domanda di unità della sinistra di classe, ovvero di una rappresentanza politica degli interessi delle classi sfruttate che vada oltre la polverizzazione delle sigle attuali, inizia a diventare un’esigenza avvertita anche da singoli compagni e militanti.
Sarebbe però sbagliato, magari sull’onda dell’entusiasmo, pensare di risolvere il problema “qui ed ora” dando vita a contenitori omnicomprensivi con la pretesa di fare da megafono più o meno politico a tutto ciò che si muove in giro per l’Italia; d'altra parte, ancor più sbagliato, come abbiamo sempre sostenuto, è il pensare (come qualcuno continua a fare) che un’organizzazione autonoma delle classi sfruttate possa nascere per iniziativa di un manipolo di eletti che si autoproclamano “partito”.
Queste ipotesi rappresentano, da sponde opposte, due risposte sbagliate ad una giusta domanda di rappresentanza.

Come Associazione Unità Comunista, pensiamo invece che siano maturi i tempi per dar vita ad una costituente comunista: dunque, non una generica costituente dei movimenti di lotta, né tantomeno la riproposizione dell’ennesima gabbia asfittica e settaria dell’ennesimo (ed inutile) partitino comunista, bensì la (ri)costruzione di un percorso, ostico ma quantomai necessario, di confronto politico, culturale e teorico tra tutti coloro che ritengono ancora attuale il tema della trasformazione rivoluzionaria dell’esistente e dell’edificazione di una società socialista.
Un dibattito franco e orizzontale, scevro da cristallizzazioni ideologiche e richiami nostalgici, ma orientato con chiarezza alla costruzione di un programma politico di classe da contrapporre a quello dei due poli della borghesia e alternativo a una sinistra di governo "radicale" a chiacchiere ma sempre più impresentabile nei fatti.
Il nostro lavoro, al fianco di numerosi compagni e collettivi in tutta Italia, nel costituendo Coordinamento per l’Unità dei Comunisti, che ha visto il suo atto di nascita lo scorso 10 giugno a Roma, testimonia di come questo sforzo non sia solo un nostro desiderio astratto, ma al contrario si appresta sin d’ora a divenire movimento reale.

Associazione Unità Comunista

domenica 17 giugno 2007

solidarietà a Batasuna

Apprendiamo della notizia dell’arresto di Arnaldo Otegi, portavoce nazionale di Batasuna, per aver reso omaggio al dirigente fondatore del movimento di liberazione del Popolo Basco, per le sue esternazioni in merito alla Corona di Spagna, per “reati d’opinione”, in definitiva.
L’Associazione Unità Comunista, da sempre al fianco della lotta e della resistenza internazionalista, a sostegno esplicito e militante del diritto all’autodeterminazione e della libertà dei Popoli, esprime la sua piena, incondizionata solidarietà al dirigente indipendentista basco, condannando senza appello, la politica repressiva dello Stato e del Governo spagnolo e di tutti quanti intendano “risolvere” questioni di ordine politico e sociale con procedimenti giudiziari sì come propri alla magistratura borghese.
Istituzioni governative sempre più lontane dai bisogni reali delle popolazioni, autocratiche ed autoreferenziali, incuranti delle aspirazioni di emancipazione e di riscatto delle masse popolari, fanno ricorso, con sempre maggiore spregiudicatezza, al loro braccio armato, convinte di stroncare, con carcere e manganelli, il dissenso politico e sociale alle politiche dominanti.
Pertanto, per un attestato di giustizia politica e sociale necessario, per riaffermare i diritti dei Popoli alla loro indipendenza ed alla propria identità, l' Associazione Unità Comunista si schiera, senza esitazione alcuna, al fianco di Batasuna, dei compagni baschi, di tutti i movimenti di lotta più coscienti ed avanzati al fine di costruire un sempre più ampio fronte comune contro questa ulteriore stretta autoritaria che vede uniti, indistintamente, Governi nazionali ed Istituzioni europee nel comune obbiettivo di mettere a tacere chi scende in piazza, lotta e si organizza per rivendicare i propri diritti di libertà e dignità, autodeterminazione popolare.
Contro al repressione, solo la lotta paga!
Per l’autodeterminazione dei Popoli!
Solidarietà militante ad Alvaro Otigi, a Batasuna, al movimento indipendentista basco!

l'antifascismo non è un reato

Apprendiamo con sgomento ma, del resto, senza sorpresa, la rapidità d'intervento delle forze dell'ordine nel tentare di piegare la capacità di resistenza e controffensiva antifascista dei compagni e della compagne dell’Aska.
Tre compagni sono stati posti agli arresti domiciliari per i fatti relativi allo scorso 14 maggio, quando, la polizia ha fatto irruzione nell’Università di Torino, con manganelli e lacrimogeni, per disperdere gli studenti e le studentesse antifasciste che protestavano contro i sempre maggiori spazi di agibilità concessi ai neo-fascisti del FUAN.
Istituzioni sempre più lontane dai bisogni reali della gente, sempre più autocratiche ed autoreferenziali, talora solidali e complici con la riabilitazione di revanscismi di stampo fascista, fanno ricorso al loro braccio armato con sempre maggiore spregiudicatezza! Loro convinzione sarebbe quella di "risolvere" questioni politiche come la difesa degli spazi di agibilità democratica antifascista nei luoghi dell’aggregazione sociale e culturale, come Scuola ed Università, con i manganelli o la magistratura borghese.
Obiettivo risulta, ovviamente, quello di eliminare dissenso politico e sociale “da sinistra” poiché non conforme alla logica bipartizan dei poli dell'alternanza borghese di governo ad ogni livello, sempre più estranei alle esigenze popolari, sempre più votati a derive governiste finalizzate a configurare espliciti comitati d'affari della classe dominante, schierati a difesa di interessi di casta e proprietà e che, pertanto e per “riequilibrare a centro”, sdoganano i neofascisti di contro chi lotta per difendere il diritto ad una cultura libera e critica, all’autodeterminazione politica per diretta rappresentanza, alla giustizia sociale.
Tre arresti ingiustificati – gli ennesimi! – quali elemento di pressione e repressione politica dei movimenti di classe, all’indomani della straordinaria riuscita della grande manifestazione nazionale del 9 giugno scorso delle sinistre dell’opposizione sociale contro la guerra. Tre arresti che non demoralizzeranno, non fermeranno la nuova stagione di lotta che va aprendosi nel Paese. Non inibiranno la forza d’urto dei movimenti di lotta, ormai del tutto antitetici alle organizzazioni della “sinistra” di governo. Non stroncheranno la necessità, sempre più avvertita dalle masse, di riscatto ed emancipazione politica e sociale.
L’Associazione Unità Comunista, da sempre schierata dalla parte dei movimenti di lotta contro la repressione veicolata dallo Stato borghese, esprime la sua ferma, incondizionata solidarietà ai Compagni Fabio, Marco, Davide, l’Askatasuna tutta, continuando, anche nel loro nome, la lotta per l’unità e la mobilitazione della masse contro le politiche di guerra, repressione e sfruttamento, emblemi del normale funzionamento del sistema del profitto; confermando che la lotta contro il rigurgito fascista è una lotta giusta poiché giusto è non indietreggiare di un solo passo di fronte a chi ha fatto dell’oppressione, della miseria e della distruzione di ogni libertà il vessillo del proprio agire politico. Perseverando senza posa nella lotta per il Comunismo.
LIBERTÀ PER I COMPAGNI ARRESTATI!
ORA E SEMPRE RESISTENZA!
LA SOLIDARIETÀ È UN ARMA!

mercoledì 6 giugno 2007

dimissioni dal coordinamento nazionale dei GC del compagno Iozzo

All'attenzione della segreteria nazionale del Prc
alla Direzione Nazionale
al Comitato Politico Nazionale
all’Esecutivo Nazionale Giovani Comunisti
al Coordinamento Nazionale Giovani Comunisti
alla segreteria provinciale di Vibo Valentia
al Comitato Politico Federale di Vibo Valentia
alla segreteria regionale della Calabria
al Comitato Politico Regionale
all’Esecutivo e al Coordinamento Regionale GC
all’Esecutivo e al Coordinamento provinciale GC

Oggetto : Dimissioni dal coordinamento nazionale dei giovani comunisti

Il sottoscritto Iozzo Nicola, membro del coordinamento nazionale dei giovani comunisti in riferimento al documento congressuale “GC: il cuore dell’opposizione”, comunico la decisione di consegnare le mie dimissioni dall’ incarico di membro del coordinamento nazionale dei giovani comunisti assunti in nome, per conto e su mandato dell’ ex Area Programmatica del Progetto Comunista, esperienza importantissima all’interno del PRC, oggi finita in seguito allsnaturamento di classe del PRC e alla costituzione dell’associazione di Unità comunista.
Per anni il partito della rifondazione comunista ha rappresentato il più alto punto di riferimento in Italia per milioni di lavoratori, operai, studenti, per tutti coloro che vivevano sulla propria pelle gli effetti di un sistema capitalistico sempre più aggressivo che determinava mediante le politiche di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, una proletarizzazione di ampi settori della società, determinando un impoverimento di quelli che 10 anni fa potevano essere considerati come ceto medio.
Privilegi in difesa dell’imperialismo italiano ed europeo perpetrati da una classe politica figlia degli interessi delle aziende italiane tra le quali oltre ai tradizionali partiti democristiani, dobbiamo annoverare gli stessi DS. Il partito della rifondazione comunista nasceva essenzialmente in opposizione a tutto ciò, in alternativa alla svolta liberal- democratica dei DS, iniziata con la Bolognina di Occhetto quindici anni fa.
Alla luce degli ultimi accadimenti politici: alleanza organica al governo Prodi, abiura del marxismo-leninismo e della lotta di classe, la pratica della non-violenza assunta come paradigma centrale del suo agire politico, e in ultimo la costituzione della sinistra europea un nuovo soggetto politico che niente a che vedere con l’internazionalismo comunista, dobbiamo nostro malgrado registrare una svolta a destra del nostro partito. Il compimento della deriva governista del Partito della Rifondazione Comunista, con la scomparsa di ogni opposizione di sinistra e di classe al governo dei poteri forti (Confindustria, banchieri, Vaticano, ecc.) ha aperto uno scenario politico tanto inedito quanto drammatico. Un involuzione record compiuta dal PRC nel giro di un decennio e che apre nella situazione politica italiana degli scenari nuovi per i comunisti. Ciò che necessita è la costruzione di una reale opposizione politica comunista e di classe.
Opposizione reale che non può essere rappresentata da tutta la miriade di organizzazioni che in Italia si propongono la costruzione del Partito in base a questa o quella interpretazione dei “testi sacri” (siano essi maoisti, bordighisti, vetero o neo-stalinisti)
È evidente come tali soggetti, almeno per come sono strutturati e caratterizzati, al momento non possano rispondere al bisogno impellente di una opposizione comunista e di classe.
Ciò che oggi necessita è la costruzione di un BLOCCO AUTONOMO DI CLASSE alternativo ai due poli della borghesia, e dunque costruire insieme a tutte quelle forze comuniste una piattaforma di rivendicazione e di mobilitazione comune, cercando di raccogliere attorno a questa piattaforma quei pezzi della sinistra che oggi in seguito al tradimento dei propri partiti si trovano privato di un referente politico.
Continuerò a militare all’interno del PRC fin quando esisteranno le condizioni politiche per farlo o “fin quando mi sarà permesso”....quindi ancora per poco.

Nicola Iozzo

Il circolo Lenin di Dasà lascia il PRC

Il governo Prodi si pone in un ottica di sostanziale continuità con il passato governo Berlusconi. La situazione politica rimane sostanzialmente invariata con una classe politica che sfacciatamente sotto l’etichettatura di “centro-sinistra” continua comunque nella sua opera di precarizzazione del lavoro e delle politiche popolari, militarizzazione dei territori, asservimento ai dicktat della NATO e degli USA, rifinanziamento delle missioni belliche, sudditanza alle direttive della Banca Europea, soffocamento violento delle lotte popolari e repressione delle avanguardie comuniste tacciate dalle magistrature e governi borghesi come terroristi o filoterroristi e comunque destabilizzanti per l’ordine e l’equilibrio della società (capitalista!!!!)
Nessuna rottura e discontinuità alle politiche fasciste della casa delle libertà, anzi una ripresa delle politiche del berlusconismo di cui Prodi e Padoa Schioppa sono i più tenaci e fedeli prosecutori. Ecco dunque che se Berlusconi esce fuori dalla scena politica italiana dalla porta, la sua filosofia e prassi politica rientrano dalla finestra.
Dunque il centrosinistra si ripresenta al governo con gli stessi obiettivi (difesa degli interessi dell’imperialismo europeo, delle classi borghesi, dei privilegi del capitalismo made in italy), la stessa strategia (puntare ad ammortizzare il conflitto mediante una subdola concertazione da parte dei sindacati cofederali), e gli stessi strumenti (tagli allo stato sociale, privatizzazioni, precarietà del lavoro, aggressioni militari, il tutto nel rispetto ossequioso dei dogmi dell'imperialismo europeo), ma con una sostanziale novità: l’organicità dei partiti della cosiddetta sinistra radicale e l’aggravante della presenza del partito della rifondazione comunista costruito in alternativa a tale stato di cose.
Partito della rifondazione comunista che ha maturato negli ultimi tempi la sua “bolognina” e che ha snaturato gli ideali e le finalità per cui era stato costruito da parte di fedeli e tenaci compagni all’indomani della disfatta del vecchio PCI .
Affermiamo questo alla luce dei mutamenti che hanno caratterizzato negli ultimi anni la sua politica: alleanza organica al governo Prodi, abiura del marxismo-leninismo e della lotta di classe, la pratica della non-violenza assunta come paradigma centrale del suo agire politico, e in ultimo la costituzione della sinistra europea un nuovo soggetto politico che niente a che vedere con l’internazionalismo comunista. Sinistra europea che non sarà altro che un contenitore di forze socialdemocratiche,e quindi anti-comuniste, anti-rivoluzionarie, anti-operarie; e già rifondazione sembra adattarsi benissimo a tutto ciò costituendo peraltro il PRC, l’asse portante di questo nuovo calderone di forze tutt’altro che comuniste.
Dopo anni di lenta ed inesorabile deriva moderata e riformista della sinistra, persino quello che poteva essere considerato come l’ultimo baluardo delle masse oppresse, l’ultimo partito comunista occidentale di una certa consistenza passa dall’idea della trasformazione all’idea della governabilità, dalla prospettiva dell’alternativa a quella dell’alternanza.
Il risultato di questo pasticcio della sinistra europea è ben rappresentato dal miscuglio di rivendicazioni di cui si fa portavoce che niente hanno a che vedere con un programma di classe, niente a che vedere col marxismo e il comunismo.
La situazione del partito della rifondazione comunista della federazione di Vibo Valentia non va in controtendenza rispetto al partito a livello centrale. Questa federazione si distingueva da molte altre fino a qualche anno fa per la sua intransigenza politica, unica federazione in Italia a dire no alla tesi congressuale “Bertinotti-Cossutta” nel ’96. “Non si fanno accordi nemmeno nei condomini” dichiarava l’allora segretario federale Malerba, che ora assessore alla provincia, ha maturato la propria involuzione politica passando da rivoluzionario Trotskista, a Grassiano, completando la sua ricerca d’identità.
I primi sintomi che iniziavano ad indicare una svolta strategico-opportunista nella gestione della politica del PRC nella federazione si verificarono nel 2004 con la scissione dei compagni vibonesi dall’AMR di Ferrando, associazione marxista rivoluzionaria che si opponeva alla deriva socialscioviniosta che la maggioranza bertinottiana stava compiendo.
La domanda qui sorge spontanea: come può un intera federazione che fino a ieri si professava rivoluzionaria fautrice e promotrice di una politica di opposizione alla svolta socialdemocratica della maggioranza del partito, che annoverava tra i suoi esponenti dei dirigenti nella direzione nazionale dell’AMR, che dal momento della fondazione del partito ha sempre sostenuto tale strategie, come può nel giro di qualche settimana cambiare radicalmente prospettiva e visione politica tanto da allearsi alle provinciali del 2004 con quei partiti neo-democristiani tanto criticati fino al giorno prima? Facile: le opzioni sono due e ed entrambe non sono giustificazioni.
O improvvisamente nella provincia di Vibo valentia sono cambiate le condizioni che fino all’altro giorno impedivano di schierarsi al fianco di partiti sinistroidi e neo democristiani (cambiamenti che oggettivamente non si sono verificati); oppure tutte le politiche perpetrate dai nostri dirigenti fino al 2004 erano guidate da un fine prevalentemente opportunistico, che consistevano nel militare in una corrente minoritaria al fine di acquisire quella visibilità e quei posti di prestigio negli organi dirigenti nazionali che quasi sicuramente sarebbero stati loro negati vista e considerata l’esiguità del consenso del PRC nella provincia vibonese.
Fatto sta che in 3 anni di convivenza nel governo locale non siamo riusciti a spostare una virgola nella gestione politica dell’amministrazione provinciale, anzi ci siamo subordinati e prostrati alle direttive della maggioranza, rendendoci complici di politiche clientelari e anti operaie, a Vibo così come a tutti i livelli di governo regionale e nazionale.
Per tutta tale serie di motivi.
NON POSSIAMO RINNOVARE L’ADESIONE AL PRC PER IL 2007.
Restare ulteriormente in questo partito è ormai diventato impossibile per ragioni politiche evidenti: non si può continuare a vivere nella stessa organizzazione quando non si condivide ormai più niente della linea e dell’agire politico.
Restarci significa diventare comunque complici delle sue scelte e della sua azione. Oggi non possiamo che prendere atto del carattere definitivo ed irreversibile della svolta governista.
Siamo fortemente convinti che in Italia ci sia una sempre più urgente necessità di dar vita ad una forza comunista e di opposizione, che dia voce al malessere sociale di milioni di lavoratori e di sfruttati, di coloro che vivono sulla loro pelle, quotidianamente, gli effetti delle politiche di fame e miseria imposte dal sistema di produzione capitalistico per salvaguardare la mole sempre più ingente dei profitti finiti nelle tasche dei padroni. Siamo fortemente convinti che il capitalismo del nuovo secolo, pur mutando aspetto e caratteristiche del modo di produzione, continua a fondarsi sulla schiavitù del lavoro salariato, alimentando forme sempre più acute di precarietà, miseria e barbarie. Per questo riteniamo che la classe lavoratrice, e in primo luogo gli operai, siano ancora il fulcro di ogni contraddizione di oggi e il motore di ogni processo di trasformazione reale.
Finchè esisterà una classe oppressa, ci sarà bisogno di un partito comunista che la rappresenti con coraggio e coerenza: ed è in questa prospettiva che continueremo a militare e a lottare all’interno dell’associazione politica marxista UNITA’ COMUNISTA. Pertanto, con rammarico ma allo stesso tempo in maniera convinta ed irrevocabile, ci dichiariamo fin da ora estranei al nuovo soggetto politico, che nulla ha a che vedere con quell'idea di Rifondazione Comunista che ci spinse a fondare e a costruire il Prc non senza duri sacrifici, e quindi non innoveremo la nostra iscrizione al Prc-Sinistra Europea.
Auspicando che il nostro atto sia un imput, uno stimolo per quei compagni, sinceri comunisti che come noi non intendono morire democristiani e che intendano fin da ora lavorare alla costruzione di un nuovo soggetto politico, realmente comunista e di classe, necessità oggettiva e unica alternativa al cambiamento dello stato di cose attuale. Nuovo soggetto politico che non può essere oggetto di autoproclamazione dall’alto ma che richiede un lavoro arduo, lungo e faticoso ma nello stesso tempo necessario e affascinante. Questo è il progetto che l’associazione “unità comunista” si propone di portare avanti ed è proprio in quest’ottica che noi decidiamo di militare al suo interno. Un’associazione nazionale avente come suo scopo quello della riunificazione di tutti i comunisti senza partito che come noi non intendono “morire democristiani”.
Un progetto che ha come finalità di invertire una rotta che ci vede da anni, come comunisti, in preda ad un circolo vizioso fatto di divisioni, isolamenti e “arroccamenti identitari”, che non hanno prodotto nessun avanzamento significativo per il movimento comunista nel suo complesso.


Promotori:
Sergio Carmelo (segretario circolo PRC “V. Lenin”, coord provinciale GC Vibo Valentia)
Bufalo Mariangela(coordinamento provinciale GC Vibo Valentia)
Racina Cristian (coordinamento provinciale GC Vibo Valentia)

Sottoscritta da tutti e 34 gli iscritti del circolo “Lenin”.

mercoledì 30 maggio 2007

CONDANNATA LA POLIZIA PER IL G8 DI GENOVA 2001

Segreto di Stato: a Genova ci fu un disegno repressivo, prima condanna per la Polizia al G8 del 2001. La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché. Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001. Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione.

Gennaro Carotenuto

Lo Stato è stato condannato a risarcire Marina Spaccini, 50 anni, pediatra triestina, volontaria per quattro anni in Africa, per il pestaggio che subì da parte della Polizia in via Assarotti, nel pomeriggio del 20 luglio 2001. Marina, come decine di migliaia di militanti cattolici della Rete Lilliput, era seduta, con le mani alzate dipinte di bianco, gridando “non violenza”, quando fu massacrata dalla Polizia. Questa si è difesa sostenendo (sic!) che non era possibile distinguere tra le mani dipinte di bianco di Marina e i Black Block. Per il giudice Angela Latella invece la selvaggia repressione genovese –e la cortina di menzogne sollevata per coprirle- è stata una delle pagine più nere di tutta la storia della Polizia di Stato e per la prima volta ciò viene scritto in una sentenza. Non solo, è ben più grave quello che è scritto nella sentenza genovese. Quelle dei poliziotti non furono né iniziative isolate né eccessi, ma facevano parte di un disegno criminale.

Si inizia a confermare in via processuale quello che chi scrive sostiene e scrive da sei anni. A Genova vi fu un disegno criminale selettivo da parte di apparati dello stato. Tale disegno era teso a terrorizzare non tanto la sinistra radicale ma il pacifismo cattolico, in particolare la Rete Lilliput, che per la prima volta in maniera così convinta e numerosa scendeva in piazza saldandosi in un unico enorme fronte antineoliberale con la sinistra.

Le ragazze e i ragazzi delle parrocchie furono quelli che pagarono il prezzo più alto, soprattutto sabato. I loro spezzoni di corteo furono sistematicamente bersagliati dai lacrimogeni e centinaia di loro furono pestati selvaggiamente. Ma, soprattutto decine di migliaia di loro, e le loro famiglie, furono spaventati a morte in una logica pienamente terroristica. Quanti dopo Genova sono rimasti a casa?

Di fronte all’immagine sorda data dai grandi della terra, Bush, Blair, Berlusconi, quel movimento pacifico, colorato, credibile, fatto di persone serie e non dei pescecani rinchiusi nella città proibita, che si era riunito intorno alle proposte concrete per un nuovo mondo possibile del Genoa Social Forum, doveva essere schiacciato. Non lo sapevamo, ma mancavano 50 giorni all’11 settembre.

Riporto di seguito l’articolo dell’eccellente Massimo Calandri, apparso SOLO sulle pagine genovesi di Repubblica lo scorso 29 aprile. E' normale secondo voi? Esiste ancora il diritto ad essere informati in questo paese?

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Prima condanna per le violenze delle forze dell'ordine contro i manifestanti: "Non furono iniziative isolate". G8, condannato il Ministero - Missionaria picchiata, risarciti invalidità e danni morali "Ho solo ottenuto quello che attendevo da 6 anni: giustizia"

MASSIMO CALANDRI

LA PRIMA condanna nei confronti del Ministero dell?Interno per le illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha motivato la sua decisione rinfrescano la memoria.

Ricordando a tutti che quelle cariche sanguinarie,quelle teste rotte a manganellate, quei lacrimogeni sparati contro le persone inermi, non erano frutto dell?iniziativa isolata o dell'autonomo eccesso di qualche agente. Facevano invece parte di un più ampio disegno -così come le menzogne raccontate più tardi per coprire le nefandezze - , che rappresenta una delle pagine più buie nella storia della Polizia di Stato.

Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: "Non violenza!".

Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c'era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c'erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, Angela Latella ha deciso di condannare il Ministero dell'Interno. La cifra che verrà pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa - cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali - , ma il punto è evidentemente un altro.

«Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia - scrive il giudice - , non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta e riportare l'ordine pubblico gravemente messo in pericolo».

Perché l'intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l'ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come fotografie e filmati portati in aula «siano stati illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una persona a terra, inerme. La stessa Spaccini è una persona di cinquant'anni, di cui giustamente si sottolinea l'aspetto mite». E poi, le testimonianze come quella di una signora settantenne che parla di una «manifestazione assolutamente pacifica e allegra» e di aver quindi visto agenti «bastonare ferocemente persone con le mani alzate ed inermi come lei». Marina Spaccini ha accolto il giudizio con un sorriso: «Era semplicemente quello che attendevo da sei anni. Giustizia».

martedì 29 maggio 2007

carta sprecata

La Repubblica e l'Unità mentono spudoratamente sul Venezuela

dal blog di Gennaro Carotenuto


mercoledì 23 maggio 2007


COCHABAMBA - Mi arrivano eco dall'Italia, qui a Cochabamba (Bolivia), dove sto partecipando al "V incontro mondiale di intellettuali e artisti in difesa dell'umanità" e potrei anticipare le cose dette da Evo Morales stamattina, o la ricchezza del dibattito, o la forza e la ricchezza comunicativa dei comunicatori boliviani (Evo ha un'approvazione del 66%in crescita ma nei media ha l'80% contro). Infatti, amici di GennaroCarotenuto.it mi inviano i pezzi di Repubblica e l'Unità sul non rinnovo della concessione di RCTV in Venezuela. E alle balle bisogna rispondere con le notizie. Ci sarà tempo per parlare di cose serie. Vediamo:


La Repubblica mente:


Rctv, [...] è considerata troppo critica dal presidente, che l'accusa anche di aver simpatizzato con il colpo di stato che cinque anni fa l'aveva spodestato per due giorni.


Amor di verità obbliga a rispondere:


RCTV non è accusata "da Chávez" di aver simpatizzato, ha organizzato il golpe. E' molto facile verificare, ci sono le registrazioni, ma Repubblica preferisce mentire e non fa il suo dovere, semplicemente non verificando. E' evidente l'intenzionalità di trasformare fatti storici noti in un "punto di vista".


La Repubblica mente:


Così, dopo la manifestazione di sabato scorso che aveva raccolto l'adesione di migliaia di partecipanti e attirato l'attenzione internazionale, oggi il corteo è sfilato davanti alle sedi alle sedi in Venezuela dell'Unione europea (Ue) e della Organizzazione degli Stati americani (Osa) e il movimento di protesta ha ricevuto la solidarietà di associazioni di difesa della libertà di stampa di tutto il mondo.


Amor di verità obbliga a rispondere:


Tanto la UE come l'Organizzazione degli Stati Americani ha affermato che è un fatto interno venezuelano e che il governo venezuelano è nel suo pieno diritto nel non rinnovare la concessione.


La Repubblica mente:


Secondo un sondaggio dell'istituto Datanalisis il 70% dei venezuelani disapprova l'oscuramento di Rctv.


Amor di verità obbliga a rispondere:


Il sondaggio è stato commissionato da RCTV e palesemente falso. Secondo la legge italiana, La Repubblica sarebbe obbligata a dire chi commissiona i sondaggi, ma lo evita. Contro Chávez la legge non vale.


La Repubblica mente:


La decisione di non rinnovare la concessione, infatti, avrebbe come effetto quello di limitare alla sola Globovision il panorama audiovisivo nazionale anti-governativo. Con l'aggravante che Globovision è un canale che si vede solo nella capitale.


Amor di verità obbliga a rispondere:


E' la balla più clamorosa. I grandi canali commerciali dell'opposizione che trasmettono in tutto il Venezuela sono quattro. RCTV, Globovision, Venevision e Televen. Inoltre in ogni stato ci sono canali locali dell'opposizione. Repubblica, in totale malafede cancella due canali nazionali e tutti i locali.


Molto simile è il pezzo dell'Unità, probabilmente preso dalle stesse fonti, tutte dell'opposizione. Né l'Unità né la Repubblica ricordano che RCTV non viene chiusa, ma trasferita sul cavo e sul satellite. Entrambe fanno credere che sia una decisione illegale di Hugo Chávez. Soprattutto né l'Unità né La Repubblica citano il punto di vista venezuelano, il ricchissimo dibattito sulla responsabilità sociale dei media, il fiorire di centinaia di media indipendenti nel paese, né il fatto che non esiste solo la libertà di stampa ma anche il diritto costituzionale a essere informati in forma non inquinata.


Questo cronista era a Caracas ed è andato e ha raccontato in questo sito la marcia dell'opposizione. Né La Repubblica né l'Unità erano presenti. Hanno fatto male il loro lavoro, mancando ad ogni dovere etico verso i loro lettori. Questi, è ora che si sveglino e si facciano sentire. BASTA BUGIE SULL'AMERICA LATINA!

martedì 22 maggio 2007

UNA FORZA POLITICA COMUNISTA ALL’ALTEZZA DELLE SFIDE DEL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO

Il compimento della deriva governista del Partito della Rifondazione Comunista, con la scomparsa di ogni opposizione di sinistra e di classe al governo dei poteri forti (Confindustria, banchieri, Vaticano, ecc.) ha aperto uno scenario politico tanto inedito quanto drammatico. Sono venute a mancare l’organizzazione e la rappresentanza politica – per quanto inadeguate e meramente formali – dei bisogni e degli interessi immediati di milioni di lavoratori e lavoratrici, giovani, precari, disoccupati. Il passaggio della “sinistra radicale” nel campo governativo con le forze della borghesia sta anche determinando un irrigidimento autoritario che verifichiamo nei rapporti sociali in generale e, in particolare, nella repressione delle lotte non solo contro lo sfruttamento, ma anche in quelle contro il saccheggio e la devastazione dell’ambiente.

La deriva del PRC – ormai governista almeno quanto il PdCI - è stata segnata anche dall’abbandono di ogni opposizione alla partecipazione italiana alla guerra imperialista: ormai da mesi, il movimento è costretto a fare i conti con questa realtà e ad organizzare le manifestazioni sapendo che fra i fautori ed i complici della guerra vi sono anche quelli che fino a ieri sfilavano al nostro fianco. Del resto, fino a quando si trattava di opporsi solo all’unilateralismo U.S.A., era semplice per i riformisti partecipare, ma lottare anche contro l’imperialismo europeo e italiano richiede un’autonomia politica e ideologica incompatibile con la volontà di governare a tutti i costi.
In questo scenario, che vede anche l’inevitabile smarrimento di migliaia di compagni e di compagne, ricomporre una forza politica comunista organizzata è un compito difficile ma necessario. Una forza politica indipendente a livello locale e nazionale, fuori e contro il bipolarismo in cui si tenta di forzare ogni dialettica politica, con la riduzione della rappresentanza a due schieramenti solo falsamente contrapposti, perché in realtà convergenti nell’identificazione con il Capitalismo come unica prospettiva possibile, cosa che – fra l’altro – rende necessario rilanciare, nel breve periodo, la battaglia per il sistema proporzionale puro.
La ricostruzione di una forza politica comunista all’altezza delle sfide del socialismo del XXI secolo è una necessità e un’esigenza collettiva a cui intendiamo dare risposte. Proveniamo da percorsi differenti e alcuni di noi hanno vissuto l’esperienza del PRC, esperienza ormai incompatibile con qualunque prospettiva di trasformazione dell’esistente e di alternativa di società e di sistema. Riteniamo che, oggi più che mai, vi sia il bisogno dell’unità dei Comunisti attorno ad un programma generale anticapitalista, marxista e rivoluzionario, in grado quindi di ricostruire un’alternativa a tutti i governi della borghesia,nsiano essi di centro-destra che di centro-sinistra. Questa necessità ci appare rafforzata dalla consapevolezza della centralità dello scontro tra capitale e lavoro salariato sul livello internazionale, del conflitto come pratica della lotta di classe e, dunque, della contrapposizione alla concertazione sindacale (altra faccia della medaglia del collaborazionismo di classe).

Vogliamo sottrarci alla tenaglia che ci vorrebbe schiacciati fra chi il partito lo annuncia come già costituito e chi ne rimanda la definizione all’infinito. Noi pensiamo che un Partito Comunista non si proclami, ma si costruisca, anche a partire dalle esperienze rivoluzionarie e del movimento operaio sviluppatesi nel secolo che sta alle nostre spalle.
Per questi motivi, proponiamo a tutti i compagni e le compagne un percorso per la ricomposizione politica dei comunisti, nella consapevolezza che si tratta di un percorso lungo e difficile, ma indispensabile. Un percorso in cui la presenza di contributi diversi non rappresenti un problema, ma arricchisca il dibattito e rafforzi la crescita collettiva di un processo di organizzazione dove l’autonomia delle esperienze territoriali non si cristallizzi nel localismo ma sia un contributo alla prospettiva generale del movimento e dell’organizzazione.
Vogliamo dare vita da subito ad uno strumento di informazione e circolazione delle esperienze e ad un primo livello di coordinamento delle realtà esistenti, di cui la partecipazione alla manifestazione del prossimo 9 giugno a Roma, contro la visita di Bush e la complicità del governo Prodi con i guerrafondai di Washington e Tel Aviv, costituirà il primo momento visibile a tutti.
Invitiamo tutti i compagni e le compagne a partecipare alla prima assemblea nazionale per l’unità dei Comunisti, che si terrà a Roma domenica 10 giugno, a partire dalle ore 10.00, presso la Casa della Pace, in Via Monte Testaccio n. 22.

Il COORDINAMENTO PER L’UNITA’ DEI COMUNISTI

Associazione “Unità Comunista”; Sezioni autoconvocate del PCL di Roma “Stefano Chiarini”, di Padova e dell’Umbria; Comitato comunista “Antonio Gramsci” di Roma; Assemblea Nazionale Anticapitalista

Info e adesioni a: maldoror2006@libero.it

giovedì 17 maggio 2007

Dichiarazione alla stampa del Senatore Fosco Giannini, capogruppo PRC in Commissione Difesa al Senato

In Afghanistan ancora uomini e ancora mezzi.

Ciò mentre cresce di giorno in giorno il livello del conflitto armato e il pericolo di un coinvolgimento pieno nella guerra dei soldati italiani. Oggi in Commissione Difesa ho rivolto al Ministro Parisi due domande:

- se la Conferenza di pace non prendesse corpo e i pericoli aumentassero, il Governo italiano prenderebbe in considerazione il ritiro delle truppe?
- in linea teorica vi è un punto di pericolo oltre il quale il governo non potrà andare, ritirandosi dalla guerra?

Il Ministro Parisi non mi ha risposto, ciò è stato grave. L'Italia vuole forse restare in Afghanistan sino alla fine della guerra? Altri 10 anni fino alla sconfitta degli USA? Sarebbe la vittoria delle destre italiane.

15 Maggio 2007

9 giugno No Bush No War Day

Contro la guerra globale permanente di Bush. Contro l'interventismo militare del governo Prodi


Il presidente Usa, George Bush verrà in Italia il 9 giugno, su invito del governo Prodi per ribadire in questo modo la convinta alleanza militare e politica dell'Italia con gli Stati Uniti. Oggi il presidente Bush ha contro la maggioranza del popolo degli Stati Uniti ma mantiene l'appoggio delle lobbies militari, petrolifere e dell'industria delle armi. Bush è l'estremo interprete della volontà di egemonia mondiale delle classi dominanti statunitensi, volontà che porta da decenni gli USA, indipendentemente dall'alternanza dei governi, ad intervenire militarmente ovunque, con truppe, colpi di stato, stragi e attentati.

Questa volontà di dominio, che fa della guerra una vera e propria strategia politica con la capacità di esportare conflitti dall'Africa all'Asia, dall'America latina alla stessa Europa, produce sudditanza politica e culturale.

In Italia la destra considera Bush il proprio punto di riferimento ma anche il governo Prodi, eletto grazie ai voti del movimento no-war "senza se e senza ma", è orgoglioso dell'alleanza con tale amministrazione e si prepara a ricevere in pompa magna il presidente Usa a Roma.

Questa subordinazione caratterizza anche l'organica politica di intervento militare che il governo Prodi sta praticando, sia pure nella versione "multilaterale", cioè "concertata" con le altre potenze. Un'internità alla logica della guerra che spinge a mantenere le truppe in Afghanistan, che ha aumentato vistosamente le spese militari (+13% nella Finanziaria), che vuole imporre a popolazioni unite nell'opposizione, nuove basi militari come a Vicenza (ma anche a Cameri e in altri luoghi in via di ampliamento), che partecipa alla costruzione di micidiali armi come l'aereo da guerra F35 o lo Scudo missilistico, e conserva le bombe atomiche disseminate nel nostro territorio, come a Ghedi e Aviano.

E' questa subordinazione, politica e culturale, che ha abbandonato una delle esperienza più limpide del pacifismo italiano, quella di Emergency, tradita e sacrificata al governo Kharzai e ai suoi servizi segreti che detengono illecitamente Rahmatullah Hanefi.

Ma la guerra è guerra indipendentemente dalle bandiere usate per condurla e va ripudiata, come il militarismo governativo, che ha riconfermato o promosso le missioni belliche.

Per questo, come tanti e tante in tutto il pianeta e in mille forme, ci prepariamo ad accogliere Bush come si accoglie un vero e proprio guerrafondaio.

Lo facciamo per i torturati di Guantanamo, per i bruciati vivi di Falluja, per i deportati, per quelli rinchiusi nei campi di concentramento in mezzo mondo. Ma lo facciamo anche per dire che esiste un'altra Italia.

Un'Italia che vive già in un altro mondo possibile e concreto. E' quella dei movimenti che si battono contro le basi militari, contro la devastazione ambientale, per i diritti sociali, contro i cpt. Che si batte contro la privatizzazione dell'acqua e la rapina dei beni comuni, contro le spese militari e il riarmo globale.

Il 9 giugno quindi è un giorno importante per la ripresa del cammino del movimento no war nel nostro paese.

Vogliamo il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra, Afghanistan in primis, la chiusura delle basi militari USA e NATO, la restituzione di quei luoghi alle popolazioni per usi civili, per giungere all'uscita dell'Italia dalle alleanze militari.

Esigiamo la rimozione dal territorio nazionale degli ordigni nucleari e delle armi di distruzione di massa.

Diciamo basta alle spese militari, rifiutando lo Scudo missilistico e i nuovi aerei da guerra, affinché le decine di miliardi di euro vengano usati per la scuola e la sanità pubblica, per i servizi sociali, per il miglioramento ambientale.

Pretendiamo che il governo Prodi ottenga l'immediata liberazione di Hanefi e restituisca ad Emergency il suo ruolo meritorio in Afghanistan.

Proponiamo che la mobilitazione del movimento no-war - che ha già tre tappe importanti: la manifestazione contro la progettata base militare per i nuovi cacciabombardieri a Cameri (Novara) il 19 maggio oltre alle iniziative previste ad Aviano e Sigonella; le Carovane contro la guerra, che arriveranno a Roma il 2 giugno per protestare contro la parata militare sui Fori Imperiali; la mobilitazione europea contro il G8 di Rostock-Heiligendamm - culmini il 9 giugno in una grande mobilitazione popolare a Roma che faccia sentire a Bush e Prodi l'avversione nei confronti delle guerre e delle corse agli armamenti, che DICHIARI IL PRESIDENTE USA OSPITE NON GRADITO e faccia sentire a Prodi il ripudio della guerra e del militarismo. Così come recita l'articolo 11 della Costituzione.

Ci uniamo alla popolazione di Vicenza per ribadire a Bush la più chiara determinazione e la più netta opposizione possibile alla costruzione della base Dal Molin.

Inoltre lanciamo fin da subito la campagna perché sia garantita la possibilità a tutti coloro che vorranno manifestare di raggiungere Roma in treno. Invitiamo tutti a Roma, il 18 maggio alle ore 17 presso l'Università di Roma Fac. di Lettere-La Sapienza per discutere di questo appello e preparare insieme la più grande mobilitazione possibile per una giornata NO BUSH-NO WAR

Associazioni, reti

Action-diritti in movimento, Associazione Sinistra Critica, Bastaguerra-Roma, Circolo Arci Agorà-Pisa, Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, Confederazione Cobas, Confederazione Unitaria di Base, Coordinamento Collettivi universitari La Sapienza, Collettivi universitari, Roma 3, Collettivo studentesco T. Muntzer-To, Disarmiamoli, Donne in Nero-Tuscia, Forum Palestina, Global Meeting Network (cso pedro - padova, cso rivolta - marghera, cso morion - venezia, capannone sociale - vicenza, s.o.a. arcadia - schio, cantieri di montecioRock - vicenza, ubik lab - treviso, cso bruno - trento, rete studenti - trento, cso crocevia, alessandria, csoa gabrio - torino, cso terra di nessuno - genova, cso cantiere - milano, casa loca - milano, cs tpo - bologna, lab.occ. paz - rimini, cs fuoricontrollo - monselice, s.p.a.m. - parma, lab. aq16 - reggio emilia, rete degli spazi sociali - venezia giulia, esc atelier occupato - roma, astra19 - roma, lab. insurgencia - napoli, lab. diana - salerno, Movimento antagonista toscano, Ass. difesa lavoratori, tutte le sedi di YaBasta ) I Corvi, Laboratorio di resistenza alla guerra, Laboratorio studentesco di Salerno, Mondo senza guerre, Officina comunista, Partito comunista dei lavoratori, Partito Umanista, Rivista Erre, Rete dei Comunisti, UniRiot (Roma, Napoli, Bologna, Torino)

Firme individuali:

Cinzia Bottene, Olol Jackson (Presidio permanente No Dal Molin), Sandro Bianchi, Giorgio Cremaschi, Mimmo Rizzuti (Rete28Aprile), Mauro Bulgarelli, Franco Turigliatto, Fernando Rossi (senatori), Vauro, Tommaso Di Francesco, Luigia Pasi, Margherita Recaldini (Sdl Intercategoriale), Piero Maestri, (Guerre&Pace), Norma Bertullacelli (Centro ligure documentazione pace), Nella Ginatempo, Melo Franchina, Doretta Cocchi (Bastaguerra Firenze)

adesioni: 9giugnonobush@libero.it