lunedì 15 ottobre 2007
giovedì 11 ottobre 2007
E’ necessario uno sciopero generale nazionale a Roma
All’indomani di un primo anno di centrosinistra tutto all’insegna di tagli, finanziarie lacrime e sangue, aumenti alle spese militari e regali di ogni tipo ai padroni amici di Confindustria, ora è la volta delle pensioni. L’obiettivo del padronato era quello di alzare l’età pensionabile. Detto…fatto… Al posto del famigerato “scalone”, previsto dalla Legge Maroni (che dal 1/1/2008 prevedeva il passaggio da 57 a 60 anni per accedere alla pensione di anzianità), si introduce un accordo addirittura peggiore con 4 “scalini” che innalzano l’età pensionabile fino a 61 anni con 36 anni di contributi o 62 anni con 35 anni di contributi fino al 2013: dunque addio pensione di anzianità!
Ma questa è solo la punta dell’iceberg!
Al danno si aggiunge infatti la beffa del taglio delle pensioni attraverso una riduzione automatica dei coefficienti a partire dal 2010, che penalizzerà fortemente chi andrà in pensione col metodo contributivo.
Non solo: ben lungi dal cancellarla, questo “Protocollo d’intesa” riconferma gran parte delle figure contrattuali precarie della Legge 30 (apprendistato, contratti a termine, lavoro a tempo parziale, a progetto, occasionale…), prevedendo addirittura la possibilità per il padrone di reiterare oltre i tre anni i contratti a tempo determinato.
Con lo stesso accordo, ancora una volta, si regalano i soldi dei lavoratori ai padroni utilizzando la cassa dell’INPS per “gli sgravi del costo del lavoro” e si regala a Confindustria la detassazione degli straordinari, che provocherà una diminuzione delle entrate all’INPS, una riduzione delle assunzioni e forti aumenti di profitto per i padroni! Anche la riduzione della spesa pubblica passerà attraverso l’accorpamento degli enti previdenziali (INPS-INAIL) che produrrà tagli di posti di lavoro e un probabile aumento dei contributi che gravano sulle busta paga.
Che i lavoratori non avessero nulla di buono da aspettarsi da questo governo confindustriale e neodemocristiano era cosa che molti di noi andavano denunciando da tempo, memori soprattutto di ciò che il centrosinistra era stato capace di fare all’epoca del primo governo Prodi e dei successivi governi D’Alema e Amato.
Questo è il governo della repressione e dei licenziamenti delle avanguardie.
I padroni, quando non possono gestire o corrompere gli attivisti sindacali, li licenziano!
Chiunque si è opposto ai piani di ristrutturazione dell’azienda o si è impegnato in prima fila nel movimento operaio nel difendere gli interessi e i diritti dei propri compagni di lavoro, è stato licenziato, e nel caso dei sindacati confederali, espulso dall’organizzazione. E’ il caso di moltissimi operai e delegati dal Nord al Sud, da Pomigliano a Termoli, da Vibo Valenzia a Milano. Che questa consapevolezza inizi a diffondersi in fasce ampie del mondo del lavoro dipendente e della “sinistra diffusa”, rappresenta indubbiamente un elemento di novità di cui tutte le realtà del sindacalismo di base e della sinistra di classe devono tenere conto. Le contestazioni ad Epifani, Pezzotta, Angeletti e ai loro soci nel corso delle prime assemblee sindacali nelle principali fabbriche, sono la dimostrazione di un malcontento diffuso a cui abbiamo l’obbligo di dare voce e rappresentanza, a livello sia sindacale che politico.
Pensiamo, tuttavia, che il percorso che dovrà portarci ad uno sciopero generale, indetto da alcune sigle del sindacalismo di base per il 9 novembre, necessiti di alcuni elementi di chiarezza, in mancanza dei quali la giornata del 9 novembre rischierebbe di tramutarsi, di fatto, in un doppione della m,manifestazione del 20 ottobre.
1) In primo luogo, va resa chiara ed esplicita la nostra opposizione a questo governo. Da che mondo è mondo, le grandi mobilitazioni si rivolgono non solo contro i singoli provvedimenti di un governo, ma contro il governo stesso in quanto artefice di quelle leggi, dunque controparte per definizione di chi scende in piazza.
Per questa ragione, compito primario delle realtà che prendono parte al percorso di costruzione dello sciopero generale è in prima istanza quello di evitare di finire nel tritacarne orchestrato ad hoc dalla stampa borghese, secondo il quale chiunque si oppone a Prodi sarebbe artefice di un ritorno di Berlusconi al governo.
Noi dobbiamo dire con chiarezza che scenderemo in piazza contro questo governo e che lavoreremo tenacemente per la sua caduta, poichè esso si è dimostrato per i lavoratori peggiore del governo Berlusconi in quanto è riuscito a portare avanti con la complicità dei sindacati di regime e della cosiddetta “sinistra radicale” quelle politiche di macelleria sociale che a Berlusconi erano state impedite con le mobilitazioni di piazza, e che gli sarebbero impedite comunque se tornasse al potere
2) Alla luce di ciò, riteniamo di basso profilo la proposta di indire mobilitazioni su scala locale: se davvero puntiamo disturbare il manovratore, lo strumento migliore per fare sentire in maniera chiara e forte il dissenso e la rabbia dei lavoratori, non può che essere quello di un unico corteo nazionale a Roma. A tal proposito, non ci sono ancora chiare le ragioni per cui si è deciso di dar vita a due distinte giornate di lotta, una il 9 e l’altra il 24 ottobre: pensiamo che spezzettare gli appuntamenti, in questa fase, sortisca come unico esito l’indebolimento di entrambi.
Se il problema reale è quello della cosiddetta generalizzazione dello sciopero, ossia la partecipazione al 9 novembre non solo dei precari, ma anche delle mille forme di opposizione sociale sviluppatesi sui territori negli ultimi mesi (movimento contro la guerra, No-Tav, No-Dal Molin, movimenti contro gli inceneritori, comitati di immigrati, lotte contro la repressione, ecc), pensiamo sia compito degli organizzatori dello sciopero l’elaborazione di una piattaforma di rivendicazioni generale che sia capace di sintetizzare tutto l’ampio ed articolato panorama dell’opposizione sociale.
3) Il 20 Ottobre i partiti della cosiddetta “Sinistra radicale” hanno indetto una manifestazione con il solo scopo di presentarsi alla propria base con una veste accettabile e continuare così a speculare sulla pelle dei lavoratori. Pensiamo che anche su questo l'assemblea delle Reti e delle organizzazioni contro l’accordo del 23 luglio debba esprimersi con chiarezza. Come accadde il 9 giugno in occasione dell’arrivo di Bush a Roma, anche questa volta bisogna lasciarli soli!
Non possiamo manifestare al fianco di chi prima ha sottoscritto e sostenuto l’accordo (visto che Prc, PdCI, Verdi e SD erano e sono al governo), e adesso, ipocritamente, vorrebbe farci credere che l’ennesima truffa perpetrata ai danni dei lavoratori possa essere emendata e resa quindi accettabile.
Il vero scopo della manifestazione del 20 ottobre è quello di ridar fiato ad una sinistra sempre più di governo e sempre meno “radicale”, di far recuperare credibilità ai veri Bertinotti, Giordano, Diliberto, Mussi, ecc., oramai screditati anche presso la base dei loro stessi partiti. Dunque, offrire sponde politiche o ciambelle di salvataggio a queste operazioni sarebbe da parte nostra a dir poco suicida.
4) Sull’iter di costruzione della mobilitazione contro l’accordo: se è vero che in occasione del referendum-farsa indetto da Cgil-Cisl-Uil le organizzazioni politiche e sindacali presenti oggi si sono presentate in ordine sparso (talune lavorando a rafforzare il fronte del NO, altre praticando il boicottaggio della consultazione), è altrettanto vero che, all’indomani del 10 ottobre, comunque vada il referendum e certi di un risultato truccato dalle burocrazie sindacali a favore del SI, saremo tutti chiamati a proseguire, o meglio a iniziare le mobilitazioni sui territori e nei singoli luoghi di lavoro. Ciò affinché la giornata del 9 novembre non rappresenti un appuntamento isolato, ma sia al contrario il punto d’approdo e di convergenza di una vera e propria “campagna d’autunno” messa in campo dalle realtà riunitesi oggi in assemblea.
Per questa ragione facciamo nostra la proposta, già lanciata da numerosi gruppi di lavoratori (tra cui l’ “Appello per la convocazione di uno sciopero generale unitario contro il protocollo su welfare e pensioni” sottoscritto da più di cento tra lavoratori e delegati sindacali appartenenti alle più svariate sigle del sindacalismo di classe), a costruire dal basso, in ogni luogo di lavoro e su ogni territorio dove siamo presenti, comitati di lotta unitari contro lo scippo delle pensioni, al fine di sviluppare iniziative e mobilitazioni congiunte nel corso del mese che ci separa dallo sciopero.
• NO ALL’ACCORDO TRUFFA DEL 23 LUGLIO
• CONTRO TUTTI I LICENZIAMENTI
• CONTRO IL CARO VITA, RIVENDICHIAMO FORTI AUMENTI SALARIALI
• NO ALLA PRECARIETA’: PER LA CANCELLAZIONE DELLA LEGGE 30, DEL PACCHETTO TREU E DI TUTTE LE NORME PRECARIZZANTI
• RIPRISTINO DELLA SCALA MOBILE
• SALARIO GARANTITO A DISOCCUPATI E PRECARI
• LAVORARE TUTTI LAVORARE MENO
• CONTRO OGNI GUERRA IMPERIALISTA: FUORI LA NATO DALL’EUROPA
• NO ALLE GRANDI OPERE (TAV, INCENERITORI, ECC.) CHE INQUINANO E UCCIDONO PER SODDISFARE LA FAME DI PROFITTI.
PER LA CACCIATA DEL GOVERNO PRODI
Coordinamento per l’Unità dei Comunisti
Associazione Marxista Unità Comunista
SLAI- Cobas Coordinamento Provinciale di Napoli
martedì 9 ottobre 2007
manifestazione del 20 ottobre: NOI NON CI SAREMO!!!
Non è bastata la lezione del 9 giugno, quando il popolo di sinistra, in gran parte elettori e militanti o ex-militanti del PRC e del PdCI, ha disertato la loro manifestazione contro/per ed ha preferito partecipare a quella antimperialista della sinistra extra parlamentare; i burocrati di partito, ora, ci riprovano con rinnovata faccia tosta.
Il consiglio dei ministri, il parlamento: queste sono le piazze in cui dovete gridare le vostre ragioni! Perché – immaginiamo – i vostri “obbedisco” saranno pronunciati con un filo di voce appena udibile e con gli occhi rivolti a terra, vergognosi… Forse avete bisogno che la piazza, la piazza dei vostri elettori, vi dia la forza di scegliere, una buona volta, tra la lotta e il governo, tra la coerenza e l’opportunismo? Ma non dovreste essere voi a guidarci? Vi abbiamo delegato per far sentire la nostra voce e voi scaricate su di noi le vostre responsabilità, chiedendoci di dire no, tra le altre cose, all’innalzamento dell’età pensionabile a 62 anni (con la farsa dei lavori usuranti e l’esclusione di una quota minima di lavoratori destinata anch’essa a scomparire), al peggioramento dei coefficienti della riforma Dini, che saranno rivisti al ribasso ogni tre anni, con una sorta di scala mobile al contrario, all’aumento dei contributi previdenziali e alla conferma della legge 30 e dei contratti a termine, che potranno durare anche oltre 36 mesi? E tutto questo dopo lo scippo del TFR ai lavoratori, senza che nulla abbiate fatto per invertire la rotta di questa politica al massacro dello stato sociale? Ma per quanto tempo ancora vorrete prenderci in giro? Ritrovate in fondo a voi stessi – molto in fondo, perché è lì che l’avete ricacciata – un briciolo di onestà intellettuale e assumetevi le vostre responsabilità: smettete di menare per il naso quelli che in buona fede credono ancora in voi, gettate la maschera e mostrate a tutti la vostra faccia. Tornate a sorridere orgogliosi ai lavoratori oppure continuate a guaire ossequiosi a Prodi e a Confindustria, ma lasciate che il movimento comunista si ricompatti e si riorganizzi su basi nuove e costruisca una vera opposizione di classe ai governi (neo)liberisti che in nome del mercato, giorno dopo giorno, stanno svendendo le conquiste dei lavoratori. Noi a queste pagliacciate non ci saremo, non più.
Unità Comunista - Vibo Valentia
LA RAZZIA NOTTURNA DI ZAPATERO !
Il disegno del governo Zapatero è evidentemente quello di annientare con la repressione il diritto del popolo basco all'autodeterminazione, di impedirgli di vivere in pace sulla propria terra, distruggendo ogni forma di organizzazione di massa:ma il popolo Basco viene da lontano ed è ormai chiara a tutti la sua stupefacente capacità di resistenza simile a quella del popolo palestinese.Ai tempi dell'illegazione di Batasuna, che nei Paesi Baschi è una forza politica di massa, di ispirazione comunista ed indipendentista, che raccoglieva centinaia di migliaia di voti, che amministrava città e province e che esprimeva decine di sindaci, Presidenti di Provincia e Parlamentari, organizzammo una colorata e riuscita manifestazione che si concluse sotto il Consolato Spagnolo di Ventimiglia. Nel frattempo in Spagna non governa più la destra franchista di Aznar ma il rosso Zapatero: Icona della Sinistra nostrana grazie al "socialismo dei cittadini", ma questo socialismo non è flessibile e non comprende il popolo basco.
Zapatero rimane sordo e cieco davanti alle circostanziate denunce di ricorso sistematico alla tortura da parte della polizia spagnola ai danni dei baschi detenuti, avanzate dalle organizzazioni basche e da Amnesty International.Occorre poi aprire una parentesi sul grande inquisitore e carnefice del popolo basco, quel Baltazar Garzon, degno erede dei torturatori franchisti, che sino a non molto tempo fa veniva a pontificare sulla "giustizia" ai vari Social Forum tra gli applausi dei delegati.
Governo di destra o Governo di sinistra per il popolo basco esiste solo fascismo, repressione, torture e arresti per reati di opinione come aver partecipato ad una manifestazione o aver preso parola pubblicamente.
SI SCRIVE ASKATASUNA SI LEGGE LIBERTA'!
LIBERTA' PER IL POPOLO BASCO CHE RESISTE! LIBERTA' PER GLI ARRESTATI E I PRIGIONIERI POLITICI! LIBERTA' PER BATASUNA! Solidarietà. Internazionalismo. Resistenza.
lunedì 1 ottobre 2007
Aria di Cambiamento?
Il famigerato movimento dei mille a Catanzaro sarebbe la espressione di tale cambiamento. Quello che prima era il movimento c.d "ammazzateci tutti", ora è divenuto quello c.d "trasferiteci tutti".
Diremmo che è arrivato il momento di preparare le valige e partire via da questa terra. Perché se è questo il segno del cambiamento che si respira qui in Calabria, di chi ancora una volta utilizza i media, strumentalizzato dalla falsa politica, per cercare un audience inutile alla società calabrese, ma utile alla politica ad personam; diremmo che lor signori del movimento ex ammazzateci tutti, ora trasferiteci tutti, avranno vita lunga in quello che sarà la nuova democrazia massonica cristiana il Partito Democratico, e contribuiranno alla lunga allo sfacelo della politica Calabrese.
Ci viene da chiedere, perchè quando da Vibo è stato trasferito Ruperti, non c'è stata nessuna raccolta firme, nessun movimento del trasferiteci tutti ecc? Forse perché a Vibo la mafia è talmente meccanizzata nella quotidianità, nelle istituzioni, che la rassegnazione è cosi forte che una iniziativa mediatica come quella di Catanzaro, pur utile per qualche passerella politica, è stata snobbata..
Diremmo che siamo veramente al collasso. Una città dove i Prefetti cambiano con una periodicità allarmante, dove testimoni di giustizia vengono abbandonati a se stessi, dove la politica comunale è morta e sepolta ,tranne per i portafogli degli assessori,consiglieri ecc; una città dove nascono comitati per la difesa del cento storico solo per motivi propagandistici perché se non ci sbagliamo si sapeva già da tempo dell'inizio dei lavoro di riqualificazione del corso, ma come sempre bisogna battere il ferro quando è caldo, altro che prevenzione...
Una città dove il lavoro non esiste,a meno che non si fa affidamento al collocamento privato figlio delle logiche del clientelismo,e della mafia; una città dove è impossibile tentare cause di lavoro per difendere lavoratori sfruttati ed in nero, una città dove si rileva una speculazione edilizia incredibile a discapito dell'ambiente, una città dalle mille banche ma che risulta essere una delle più povere d’Italia .Qualcosa non torna…..
Se non ora, quando bisogna scendere in piazza per rivendicare tutti insieme una società libera dalla Mafia, una società dove si possa parlare di Democrazia e Libertà?In Birmania c’è la dittatura militare, qui abbiamo la mafia e non crediamo che le differenze siano poi cosi enormi, cosa aspettiamo per rivendicare i nostri diritti? Qualche strage di stato? Aspettiamo che tutta la nostra generazione emigri via perché qui non ha futuro per lasciare questa Terra in mano ai mafiosi ed a chi li sostiene anche indirettamente? Se non ora quando si deve scendere in piazza per dire Basta a questo marciume? La politica attuale, con tutti i suoi partiti di destra sinistra, e sinistra radicale, hanno stancato; si sono rivelati tutti uguali speculando sulla disperazione della gente comune.
La risposta a ciò può essere solo una componente politica vera che sia espressione del non compromesso con le “istituzioni,” e tutto questo non lo sarà il nascente Partito Democratico, ne la Cosa Rossa . Si sta verificando una ricomposizione, forse la peggiore degli ultimi cinquanta anni si salvi chi può…
Invitiamo tutti a riflettere e prendere una volta per tutte coscienza dello stato disastroso delle cose attuale,e di non stupirsi se alle prossime elezioni politiche ci sarà un astensionismo di grandi proporzioni.
Unità Comunista - Vibo Valentia (aderente al coordinamento nazionale per l’unità dei comunisti)
Barone Marco - Coordinamento nazionale PCL
mercoledì 26 settembre 2007
Solidarietà al PM De Magistris: firma anche tu la petizione per fermare l'On. Demente Pastella
per firmare la petizione on-line: http://www.petitiononline.com/2468a/petition.html
martedì 25 settembre 2007
CON UN CONVINTO NO AL 20 OTTOBRE LI MANDEREMO TUTI A CASA
Il 20 Ottobre i partiti della cosiddetta “Sinistra radicale” hanno indetto una manifestazione con il solo scopo di presentarsi alla propria base con una veste accettabile e continuare così ad ingannare i lavoratori.
Hanno proprio la faccia tosta!
Non è bastata evidentemente la lezione del 9 Giugno, quando al loro presidio non erano presenti nemmeno i rispettivi apparati, mentre nella piazza che manifestava coerentemente contro tutte le politiche di guerra vi erano più di centomila tra lavoratori, studenti, pensionati (il popolo della sinistra!) in opposizione ad un governo che confermava, di fatto, la politica di guerra del governo Berlusconi, con l’approvazione della missione militare in Libano, il rifinanziamento della guerra in Afghanistan e l’avallo alla costruzione della più grande base militare USA a Vicenza.
Anche questa volta bisogna lasciarli soli!
Non possiamo aderire a questa farsa!
Non possiamo manifestare al fianco di questi ipocriti, che prima hanno sottoscritto e sostenuto l’accordo, visto che essi sono il governo, e adesso vogliono farci credere che l’ennesima truffa perpetrata ai danni dei lavoratori, con la complicità delle organizzazioni sindacali collaborazioniste, possa essere modificata e resa quindi accettabile.
Ancora una volta il 23 luglio, una data che dal ’92-’93 sembra diventare un incubo, i lavoratori hanno subito l’ennesimo furto, e in quella data nessuno dei promotori del 20 ottobre ha parlato di sciopero, di lotta, né tantomeno ha messo in discussione il governo Prodi.
Mentono pur sapendo di mentire!
Il vero scopo della manifestazione del 20 ottobre è quello di dimostrare di avere un peso nel paese, e ancora una volta quel peso sarà usato in soccorso ad un governo di banchieri e affaristi, che in barba alle promesse elettorali di abrogazione dello scalone “Maroni”, si presenta oggi con un accordo vergognoso, come è quello dal 23 Luglio.
Esso infatti prevede:
· L’innalzamento dell’età pensionabile a 62 anni con la farsa dei lavori usuranti e l’esclusione di una quota minima di lavoratori destinata anch’essa a scomparire;
· Il peggioramento dei coefficienti della riforma Dini, che saranno rivisti al ribasso ogni tre anni, con una sorta di scala mobile al contrario;
· L’aumento dei contributi previdenziali
· La conferma della legge 30 e dei contratti a termine che potranno durare anche oltre 36 mesi!
Tutto questo dopo aver già scippato ai lavoratori il TFR…
Ma oggi abbiamo un’occasione irripetibile: possiamo mandare a casa questi carrieristi della politica, falsi ed ipocriti, che continuano a chiamarsi comunisti e di sinistra.
Se il 20 ottobre, infatti, si ritrovassero ancora una volta soli, se ancora conservano un po’ di dignità dovranno dimettersi da tutti gli incarichi, lasciando lo spazio e la possibilità per i veri comunisti di ricompattarsi, costruendo nel paese una grande opposizione nei confronti di tutti quei governi liberisti che attaccano le conquiste dei lavoratori e lo stato sociale.
Per questo
Invitiamo lavoratori, precari e disoccupati, giovani ed anziani, non chè l’intera base dei partiti promotori, a boicottare la manifestazione del 20 ottobre per costruire un grande sciopero generale contro l’accordo e contro il governo Prodi.
SOLO LA LOTTA PAGA
domenica 9 settembre 2007
Appello per un fronte unico di lotta
E’ giunto il momento di voltare definitivamente pagina. Di chiudere questo libro che ha rappresentato e descritto i momenti più difficili del movimento e delle lotte sociali che dal G8 di Genova hanno imboccato la via della dissoluzione. Manca una via definita di coordinamento, si rileva mancanza di metodo nella gestione delle lotte, si affermano compromessi con gli apparati istituzionali della società e con i partiti della sinistra radicale che tutto si son rivelati tranne che essere legati nella sostanza alle pratiche effettive di lotta sociale. Ultima capitolazione di tale sinistra si è concretizzata il 9 giugno a Roma. Il movimento si indirizzava definitivamente verso la strada della resistenza e della lotta, anche se deve essere aperto un dibattito sulle modalità di azione e di gestione delle lotte, i partiti della sinistra radicale in netta rottura con il movimento hanno deciso di presenziare in Piazza del Popolo per rappresentare solo ed unicamente i loro interessi. E’ in atto una nuova capitolazione della sinistra italiana, è in atto l’affermazione di una nuova “democrazia cristiana” che sta definendo la propria essenza in quello che sarà tra breve il Partito Democratico. La sinistra radicale deve cercare di sopravvivere per salvaguardare unicamente i propri interessi, quello che sta per porre in essere è solo un partito contenitore facendo confluire dentro di tutto e di più, solo ed unicamente per fini elettorlaistici e propagandistici e istituzionali.
Il movimento di lotta, quello non legato ai partiti, quello indipendente e libero da qualsiasi tipo di macchinazione deve intraprende un percorso di coordinamento e di definizione di una propria identità volta a conseguire la vera opposizione sociale di lotta a questo sistema che persevera nelle sue più fauste inclinazioni di repressione.
Un movimento che sappia far confluire nelle proprie istanze di lotta tutte quelle che ora sono portate avanti senza alcun coordinamento e in modo univoco e autonomo da varie entità. Le lotte che riguardando questioni come l’antifascismo, la repressione sociale la persecuzione dei compagni, la precarietà, l’antimafia, la guerra, la tutela dell’ambiente, l’antirazzismo, il diritto alla casa, alla sicurezza sui luoghi di lavoro, ecc. devono essere condotte da un unico movimento che ora deve confluire in una realtà che necessita più che mai di una propria definizione per sostenere con determinatezza e consistenza le pratiche di lotta e le elaborazioni ideologiche in tal senso. Occorre creare un fronte unico di resistenza e di lotta che si opponga a questo sistema sociale istituzionale di compromesso, che incrementa giorno dopo giorno sempre un maggiore divario tra le componenti sociali della nostra comunità . Occorre saper fronteggiare la più sempre incalzante repressione che si pone su un unico binario quale quello condotto dalla Giustizia del Sistema, dalle Istituzioni e dal Vaticano. Occorre rielaborare le strategie di lotta, occorre rompere la pratica di definizione sulla distinzione del concetto di violenza e non violenza, che ha in concreto diviso il movimento e condotto una frangia sostanziosa di questo sotto le manovre “filodipendenti” dei partiti della sinistra radicale. Occorre Innescare un coordinamento di pianificazione delle lotte che si devono concretizzare in un solo fronte di lotta comune a tutte le istanze che solleva il movimento che si oppone a questo sistema sociale figlio del peggior neoliberismo .La resistenza e la lotta sono un dovere di ogni individuo che non voglia continuare a subire passivamente pratiche di dissoluzione sociale e isolamento, pratiche che con la maschera della precarietà della oppressione e della repressione tendono ad edificare momento dopo momento un cerchio dove racchiudere l’individuo singolo e mutarlo da uomo in automa, alle dipendenze dei ritmi posti dall’apparato esistente, al fine di comportarne uno svilimento delle capacità razionali di porre in essere critiche e formulazioni diverse di una società senza disuguaglianze ,e attuare con pratiche di lotta la elaborazione della idea di una società diversa.
Occorre rielaborare le strategie di lotta, è in atto una riaffermazione, celata sotto le parvenze di questa società definita democratica, di repressione e militarismo. Non sono rispettati i diritti dell’uomo, dell’individuo, si afferma la prevaricazione totale dei potentati sulle individualità singole che condizionano l’affermazione del movimento. Si rileva la diffusione e il consenso sempre più ampio, nonché coperto e protetto dagli apparati statali di forze di estrema destra. Occorre intervenire subito anche con azioni dirette per reprimere questo fenomeno. Occorre prevenire e discutere e confrontare le varie potenzialità che emergono dai comitati di lotta territoriali. Occorre unificare le lotte per un unico obiettivo, il ribaltamento di questo sistema. Occorre sostenere azioni di un certo calibro solo se in linea con le pratiche delle lotte sociali e non finalizzate a se stesse. Occorre lottare in particolare su due fronti a livello giuridico. Nell’ambito del diritto del lavoro per l’abolizione di ogni legge, sia di sinistra appoggiate dai vertici dei sindacati traditori confederali, sia di destra sulla precarietà: occorre ribaltare il concetto sistematico dove è l’uomo che si adegua al lavoro.
A tal proposito è necessario sostenere iniziative volte ad evidenziare e rendere noto il tradimento in atto dei sindacati confederali verso i lavoratori e sostenere la base del sindacato per contrastare la linea dell’attuale dirigenza. I sindacati devono essere fatti dai lavoratori per i lavoratori, che devono rompere con ogni pratica di concertazione. Occorre sostenere con fermezza iniziative volte all’abrogazione del 270 bis c.p. e di tutte quelle norme che in sostanza sono utilizzate solo unilateralmente per reprimere ogni movimento di dissenso sociale. Per arrivare alla riconsiderazione e superamento dell’attuale costituzione che non è più contestualizzata e contestualizzabile con l’idea socialista di società e con tutte le leggi che la connotano. Occorre lottare per una affermazione compiuta e piena del laicismo e anticlericalismo, sono da sostenere le azioni dirette contro il Vaticano e le sue organizzazioni periferiche.
Il quadro sul quale muoversi è molto ampio, la facilità di essere risucchiati in questa fase di ricomposizione politica è delicata e pericolosa. Occorre coordinare le lotte che si affermeranno tra studenti lavoratori e immigrati. Occorre portarle tutte su unico ambito di condotta. E’ necessario a tal fine creare, occupare, spazi dove riunire le pratiche di lotta comune, da autogestire lontano dalle ingerenze di centri sociali filopartitici , da sindacati confederali e da partiti filogovernativi.
Occorre riflettere sul crescente aumento delle censure e chiusure dei siti di informazione, oggi non più di controinformazione. Occorre sostenere iniziative contro i media e la stampa controllata dalle istituzioni. Occorre rielaborare nuove forme di comunicazione che passino specialmente attraverso la cultura l’arte e la tecnologia, senza tralasciare ovviamente i metodi tradizionali di comunicazione. Occorre eliminare ogni frangia di settarismo e di necessità assoluta di prevaricazione di gruppi per l’affermazione di una propria identità che rischiano di compromettere e distruggere il movimento. Occorre sostenere solo ed unicamente pratiche di autofinanziamento, non devono essere accolte pratiche di finanziamento di nessun tipo.
Occorre “lavorare” nelle periferie delle città e dei paesi, per accerchiare il centro delle città. Occorre stringere rapporti di collaborazione di intervento con le forze estreme di sinistra dei vari paesi europei per arrivare a colpire il sistema li dove ha partorito il tutto.
Occorre sostenere le lotte condotte all’interno degli Usa dai movimenti indipendenti di sinistra che sono nella sostanza soggetti a qualsiasi forma di censura .Occorre sostenere forme di boicottaggio contro i prodotti strategici del sistema. La società individualistica e conservatrice giorno dopo giorno incrementa il proprio potere. Il capitalismo e il neoliberismo, non sono in crisi ma in fase di espansione, occorre ora più che mai bloccare questa fase di espansione per una idea socialista di società. Tutto ciò è possibile solo attraverso un coordinamento tra le varie componenti politiche, di lotta e di movimento (come i sindacati di base) che mirano alla costruzione di una vera opposizione sociale di sinistra che non miri alla conquista delle poltrone istituzionali ma sia diretta a creare un fronte unico di lotta e di azione per contrastare il sempre più incalzante potere della borghesia. E’ necessario confrontarsi con tutte le realtà di opposizione di sinistra radicale, che non siano compromesse con gli apparati del sistema, per pianificare e definire le strategie di lotta da attuare a partire dal mese di ottobre 2007. Un primo importante appuntamento sarà il 20 ottobre.
Bisogna arrivare a quella data con l’obiettivo di contrapporsi a quelle realtà partitiche e di lotta che nella realtà dei fatti hanno tradito i lavoratori ed il ceto debole della società, in modo congiunto e coordinato per creare una vera opposizione sociale di sinistra. Un coordinamento tra le varie realtà, finalizzato a concretizzare il fronte unico di lotta, dove ogni realtà politica organizzata mantenga la propria identità, ma dove si possa definire un programma di azione congiunto e specifico sul quale porre le iniziative di lotta sociale.
Invito tutti i compagni a riflettere su ciò, e sull’attivarsi il prima possibile per arrivare alla creazione di un coordinamento di azione per il fronte unico di lotta.
Per adesioni : fronteunico@yahoo.it
Firmatari Barone Marco(Coordinamento nazionale movimento costitutivo Partito Comunista dei Lavoratori)
Marco Piracci(Coordinamento Regionale Lazio movimento costitutivo Partito Comunista dei Lavoratori)
Nicola Iozzo (Unità Comunista Vibo Valentia)
giovedì 6 settembre 2007
sabato 1 settembre 2007
NUOVI MODELLI SU VECCHI MANICHINI
Ma quant’è dura ridere di cose tanto tristi! Cose che a guardarle con un po’ più di attenzione che quella dell’accaldato lettore di giornali di fine agosto 2007, fanno davvero sorgere la sensazione di essere costantemente presi in giro e circondati, così come il PD ha voluto simbolicamente circondare la Calabria, occupando per un giorno Reggio e Cosenza.
Una manifestazione antimafia a cui partecipano i politici è una contraddizione in termini: è un po’ come se papa Ratzinger scendesse in piazza per affermare la laicità dello Stato, o se Luca Cordero di Montezemolo (speriamo di aver messo le maiuscole al posto giusto!) guidasse un corteo di metalmeccanici incazzati. Perché è così – forse non è inutile ripeterlo: la mafia è lo Stato. Volente o nolente lo Stato, “questo” Stato, è la ragione per cui le mafie prosperano, lo Stato, spesso incompetente quando non addirittura connivente, che si ricorda della ‘ndrangheta quando si manifesta nella sua bestiale violenza, esattamente così come si ricorda del dissesto idrogeologico del territorio quando piove a dirotto, si straccia le vesti per qualche tempo alla ricerca di pezze da mettere sulla falla finché regge l’attenzione degli inconsapevoli elettori veicolata dai media e poi torna alla ordinaria amministrazione.
Una manifestazione antimafia organizzata dal Partito Democratico (meridionale… calabrese, meglio), invece, è una vera e propria aporia: il partito che governa il Paese, la Regione Calabria, la Provincia e il Comune di Vibo e i cui esponenti, insieme a quelli del centro destra, hanno la responsabilità dei problemi creati e mai risolti degli ultimi quindici anni e legittimamente detengono l’eredità di quelli dei cinquant’anni precedenti, dovrebbe manifestarla, la propria antimafiosità, nelle sedute del Parlamento o del Consiglio dei Ministri, nelle Giunte e nei Consigli delle Amministrazioni locali, e dovrebbe manifestarla nei fatti. Ma forse questo è pretendere troppo dalla politica, viste certe liste elettorali. Gli elettori si devono accontentare dei proclami lanciati dal probabile segretario Veltroni, i soliti: trasparenza negli appalti, efficienza e velocità nella confisca dei beni, severità e certezza della pena, ecc..
Eppure i politici sono stati i giustamente protagonisti almeno di una manifestazione antimafia: era il luglio del 1992 e la folla di Palermo, inferocita, assalì i politici presenti ai funerali “di Stato” dei cinque membri della scorta del giudice Borsellino: non è cambiato nulla da allora, nulla o quasi di sostanzialmente rilevante è avvenuto nella politica di lotta alla cultura mafiosa, l’unica lotta nella cui efficacia credeva Paolo Borsellino, ma almeno qualche calcio nel sedere, i politici, l’hanno preso…
Unità Comunista – Vibo Valentia
Partito Comunista dei Lavoratori – Vibo Valentia
mercoledì 22 agosto 2007
Appello per la convocazione di uno sciopero generale unitario contro il protocollo su welfare e pensioni
Un’accordo che sulle pensioni è addirittura peggiorativo rispetto allo scalone di Maroni: attraverso il varo di 4 “scalini” si innalza l’età pensionabile fino a 61 anni a partire dal 2013. Non solo: al danno si aggiunge la beffa del taglio delle pensioni attraverso un’riduzione dei coefficienti a partire dal 2010!
Il protocollo inoltre riconferma in toto le politiche di precarizzazione sancite prima col Pacchetto Treu, poi con la Legge 30, prevedendo addirittura la possibilità per il padrone di reiterare i contratti a termine oltre i 3 anni.
Nel frattempo, ancora una volta si regalano i soldi dei lavoratori ai padroni utilizzando la cassa dell’INPS per “gli sgravi al costo del lavoro”, si regala a Confindustria la detassazione dei premi e si incentiva il padrone ad un uso ancor più massiccio ed indiscriminato dello straordinario attraverso la riduzione dei contributi che il datore di lavoro è tenuto a versare per assicurarsi le prestazioni lavorative extra!
Dulcis in fundo, l’accorpamento degli enti previdenziali (INPS-INAIL), che produrrà tagli di posti di lavoro e un probabile aumento dei contributi in busta paga.
In parole povere, quest’accordo scandaloso è una vera e propria provocazione da parte di Governo e Confindustria nei confronti di tutti i lavoratori.
La resa senza condizioni dei vertici CGIL-CISL-UIL di fronte ai diktat di Prodi e Montezemolo rappresenta l’ennesima riprova di come le burocrazie confederali siano diventate nient’altro che apparati di controllo del movimento dei lavoratori, il cui unico fine è quello di co-gestire le politiche di macelleria sociale portate avanti dal “governo amico” di centro-“sinistra”, servile agli interessi del grande capitalismo italiano ed europeo!
Come attivisti sindacali, riteniamo sia giunta l’ora di rispondere in maniera unita e organizzata contro quest’attacco concentrico alle condizioni di vita e di lavoro, che vede uniti centro-destra e centro-sinistra, padroni e vertici sindacali.
Non possiamo stare a guardare:
la lotta è qui ed ora!
Per queste ragioni, ci rivolgiamo a tutti i lavoratori e le lavoratrici, indipendentemente dalla sigla sindacale di appartenenza, per costruire dal basso, in ogni luogo di lavoro e su ogni territorio, comitati di lotta unitari contro lo scippo delle pensioni, al fine di sviluppare iniziative e mobilitazioni congiunte.
Ci rivolgiamo inoltre a tutte le organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale, e agli stessi settori genuinamente anticoncertativi del sindacalismo confederale, affinché costruiscano uno sciopero generale unitario di tutte le categorie e di tutte le sigle sindacali anticoncertative contro quest’ignobile accordo: un’unica, grande scadenza di lotta, che veda l’intero movimento dei lavoratori unito contro i comuni avversari: governo e padronato.
Solo la lotta paga
Uniti si vince
Per adesioni: sciopero.generale@yahoo.it
Primi Firmatari: Luigi Izzo, Cantieri Navali Megaride - Napoli; Dario Calzavara, FIOM-CGIL AleniaBreda - Napoli; Antonio Pelilli, RSU FP-CGIL Comune di Pozzuoli (NA); Riccardo De Angelis, RSU FLMU-CUB Telecom - Roma; Andrea Fioretti, FLMU-CUB Gruppo Sirti - Roma; Francesco Fumarola, FLMU-CUB Atesia - Roma; Giuliano Micheli, CUB Trasporti Alitalia - Roma; Luigi Giacinti, FLMU-CUB MVS - Roma; Giovanni Ciccone, RSA FLAICA-CUB Gruppo Cremonini - Roma; Claudio Lorenzoni, RdB-CUB INPS - Roma; Katia Lauria - FLMU-CUB Atesia - Roma; Federico Giusti, RSU Cobas Comune di Pisa (PI); Giovanni Bruno, RSU Cobas Scuola - Firenze; Giulio Pasquali, Coordinamento esternalizzati - Pisa; Massimiliano Murgo, RSU Alternativa Operaia Marcegaglia Building - Sesto S. Giovanni (MI); Elena Cinzia Bega, RSU Siemens - Milano; Ettore Magrini, RSU RdB-CUB Smmt, Baiano - Spoleto (PG); Enzo Carlini, RSU CGIL Cementir - Spoleto (PG); Aurelio Fabiani, RSU CUB IISS - Spoleto (PG); Paolo Bernardini, RSU CGIL Manini - Perugia; Gigi Fucchi RSU, RdB-CUB ASL n° 2 - Assisi (PG).
martedì 24 luglio 2007
Regione Calabria: un altro mondo è ancora possibile?
In un quadro sociale drammatico, in cui la criminalità diventa fattore di ammortizzatore sociale, appare sconcertante la continuità delle politiche di precarietà e massacro sociale che questo Governo regionale sta imponendo alla popolazione calabrese.
Al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, è ammissibile l’estraneità della politica della Giunta dai problemi reali a fronte di un incancrenito intreccio politico-affaristico-mafioso?
Una "inquietante commistione" tra massoneria, affari, politica, alti esponenti delle istituzioni "di ogni genere e specie"; "intrallazzi", "questioncelle", "pizzi" e "tangenti": è questo il criminale intreccio di cui attualmente è protagonista la regione Calabria e che vede coinvolti politici del "centro-destra" e del "centro-sinistra", imprenditori, ex piduisti, boss mafiosi, alti ufficiali delle "forze dell'ordine" e prelati del Vaticano.
Giorno dopo giorno la degenerazione del sistema politico calabrese assume sempre più un carattere irreversibile all’emergere delle varie inchieste. Sanità, infrastrutture, fondi Ue, economia sommersa: qualunque settore in questa regione generi profitto, è soggetto a speculazioni, truffe e collusioni tra malavita organizzata e classe politica.
Dagli 864 milioni di euro sperperati in Calabria negli ultimi dieci anni per costruire decine di depuratori e impianti per rifiuti poco funzionati o mai collaudati che hanno portato la magistratura ad ipotizzare l’esistenza di questa sorta di ’superloggia segreta’ specializzata nel controllo del denaro che scende a pioggia sull’asse Bruxelles-Roma-Catanzaro, all’inchiesta “Why Not”: una società di lavoro interinale aderente alla Compagnia delle Opere, che ora è diventata centrale nell’istruttoria sulla presunta Cupola segreta e nella quale risulterebbe indagato anche il presidente del Consiglio dei Ministri Romano Prodi . La Why Not riceve commesse milionarie dalla Regione, occupa 500 persone e ne distacca ben 146 nelle segreterie di partito e negli assessorati.
Ed ancora, dall’ “Operazione Omnia”, che ha portato alla luce un inquinato circuito finanziario nella Sibaritide, in cui la cosca dei Forastefano di Cassano allo Ionio, applicava tassi usurai del 100% annuo a commercianti e grossi imprenditori con un guadagno di svariati milioni di euro all’anno, all’inchiesta sull’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria che ha accertato come le principali cosche della fascia tirrenica reggina e vibonese avevano messo le mani sugli appalti per i lavori di ammodernamento sia estorcendo il 3% del valore dei lavori -la cosiddetta tassa "sicurezza cantiere" versata dalle imprese appaltatrici dei lavori-, sia imponendo il ricorso a società di riferimento per la fornitura di materiale e servizi. Un affare da svariate decine di milioni di euro.
Probabilmente è arrivato il momento di chiedersi che senso ha definirsi “sinistra” quando si è direttamente e indirettamente complici di un sistema legato ai poteri forti e oscuri di questo nostro Mezzogiorno.
Le forme di precarietà, in tutti i settori, sono il prodotto di scelte volute da chi gestisce il potere e vuole ad ogni costo tenere sotto continuo controllo – anche attraverso il ricatto elettorale – la gran parte della popolazione che non riesce a soddisfare i propri bisogni primari.
Sarebbe opportuno esprimere un forte dissenso anche nei confronti di quell’elettorato borghese che nei fatti sostiene, a vantaggio dei propri interessi, una classe politica rampante e senza scrupoli.
Il perpetuarsi di questo sistema di potere è garantito, inoltre, dall’omologazione degli intellettuali alle attuali politiche dominanti che inibiscono oggettivamente la capacità critica e culturale della gente comune.
Si discute di un Piano Sanitario che, oltre a tagliare il 60% dei fondi alle strutture sovvenzionate - con il conseguente rischio di centinaia di licenziamenti - non garantisce il potenziamento delle strutture pubbliche ma tende all’ abbandono di queste per la costruzione di nuovi ospedali (vedi Ospedale di Vibo Valentia).
Cosa comporta tutto ciò?
Assegnazioni di appalti per la costruzione, per le forniture di impianti e servizi, assunzioni clientelari, mazzette etc etc.
Il 5 agosto del 2006 nell'ambito della legge finanziaria regionale è stata approvata dal Consiglio Regionale una norma (art. 29, comma 4, della legge regionale n. 7 del 21 agosto 2006) che impedisce la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria (BURC) degli atti - e dei conseguenti impegni di spesa - relativi alla Giunta ed alla presidenza del Consiglio Regionale. Un provvedimento che, oltre a calpestare i principi costituzionali della trasparenza e della partecipazione del cittadino alla pubblica amministrazione, vuole nascondere i misfatti e l’ambiguità della disciplina regionale.
I lavoratori precari Lsu e Lpu in Calabria sono circa 8000 e continuano a ricevere con forte ritardo le proprie spettanze e a non avere risposte sulla propria stabilizzazione. Risposte che tardano ad arrivare sia dal governo nazionale, sia dal governo regionale.Ancora oggi non viene sciolto il nodo sulle risorse previste in finanziaria sulle loro stabilizzazioni. Tutto ciò a dimostrazione di come la questione Lsu e Lpu non sia fra le priorità assolute della giunta regionale, né del governo Prodi sulle questioni del Mezzogiorno.
E’ doveroso sollecitare l’elettorato “sano” affinché si ponga fine agli appelli di sindacati e amministratori sulla concertazione; la Calabria è oramai una regione persa, al collasso che ha davanti a sé le prospettive peggiori che si possano immaginare, finchè questa classe politica calabrese continuerà ad alternarsi sulle poltrone del potere.
Bisogna liberarsi dalla demagogia attuata nei confronti delle persone oneste per dire basta a tutte le espressioni clientelari che chiudono le porte al futuro delle giovani generazioni e dei disoccupati che abbandonano terra e affetti per trovare sistemazione all’estero o per continuare a fare i precari nel nord-Italia.
Chiedere le dimissioni della Giunta Loiero e dell’intera classe politica calabrese è un atto dovuto di civiltà e di cambiamento da parte di chi vive e di chi chiede un futuro in questa Regione.
La “vera sinistra” dovrebbe rompere con i rappresentanti dei poteri forti ed elaborare un programma che, partendo dai bisogni reali delle classi economicamente più deboli, concretizzasse le aspettative e le speranze di larga parte della popolazione meridionale.
La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; un reddito minimo ai giovani disoccupati; casa e sanità garantite; la ripubblicizzazione dei servizi come l’acqua e l’abolizione del segreto bancario sono solo alcune delle proposte che dovrebbero essere rimesse al centro del confronto politico e delle vertenze di lotta.
Mai come adesso i comunisti calabresi e non solo devono muoversi in quest’ottica. Se non ora, quando?
Coordinamento per l’Unità dei Comunisti – Cosenza
martedì 10 luglio 2007
contro la privatizzazione dell'acqua
E’ ormai noto che la SORICAL è’ una società a capitale misto pubblico/privato, attiva dal 1° novembre 2004, i cui soci pubblici sono la Regione, le Province, l'ANCI regionale, che ha il mandato di gestire il complesso infrastrutturale delle opere idropotabili della Regione e il connesso servizio di fornitura ai Comuni per trent'anni a partire dal 2004.
Il capitale sociale della Sorical è detenuto per il 51% dalla Regione Calabria mentre il restante 49% da Acqua Calabria, la società costituita dal socio privato Enel Hydro, dopo l'uscita di scena dell'Acquedotto pugliese che ha ceduto all'Enel la propria partecipazione. Secondo la relazione di un recente incontro a tema tenutosi all’Unical, si era appreso dall’ingegner Baietti, responsabile della Direzione Tecnica della SORICAL S.p.A, che Il 49% della SORICAL era passata dalla Società ENEL HYDRO ad una Società francese. Si apprende anche che la SORICAL ha fatto un grosso investimento per la ristrutturazione di tutti i 13 impianti di potabilizzazione, in quanto obsoleti e per rendere l’acqua più limpida e, nel 2006 è prevista una gara d’appalto nel territorio di Cosenza per il completamento della diga dell’ Esaro e il raddoppio della condotta Abatemarco fino alla città di Cosenza.
La Regione ha affidato alla SORICAL anche l'attuazione degli investimenti, finalizzati alla integrazione e al completamento del complesso delle infrastrutture idriche, in modo da garantirne la gestione unitaria su tutto il territorio regionale. Il complesso acquedottistico affidato alla SORICAL comprende oltre 200 schemi acquedottistici che servono complessivamente 380 su 409 Comuni della Regione, ma che rappresentano il 99% della popolazione. L'acqua distribuita mediamente è di 260 milioni di m3 all'anno.
Un problema è che, secondo l’Ing. Collorafi - ex direttore tecnico del comune di Cosenza, con incarichi in passato nell’A.T.O. Calabria1-Cosenza e attualmente membro del C.d.A. della Cosenza Acque s.p.a., società formata da 96 dei 155 sindaci della provincia di Cosenza- Cosenza paga 18 milioni di m3 di acqua alla ValleCrati per la depurazione, ma se ne fa pagare solo 4 milioni dai suoi cittadini, i quali però a loro volta hanno sborsato nella fattura del 2004 ben 130 euro solo di spese di depurazione.
I serbatoi di Cosenza dispongono di 5 milioni di m3 di acqua, provenienti direttamente dalle proprie sorgenti, più 11 milioni di m3 di acqua fornita dalla SORICAL, per un totale di 17 milioni di m3 di acqua. Si dovrebbe quindi avere una dotazione idrica per abitante in media di 500 litro/(abitante al giorno), ma purtroppo non è così: che fine fanno 13 milioni di metri cubi d'acqua che i cittadini perdono, visto che il Comune ne fattura solo 4 milioni erogati sui 17 totali approvvigionati? Ci sono grosse perdite lungo la rete cittadina e, sicuramente, sperequazioni di distribuzione. È uno di quegli aspetti che ci fa ammettere che la gestione è da rivedere. Nella convenzione firmata dal governo Chiaravalloti, era previsto il blocco delle tariffe per cinque anni; le conseguenze dell'affare Sorical, dunque, i calabresi le sperimenteranno sulle proprie tasche molto presto.
Secondo la valutazione intermedia del Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006, un indicatore significativo è quello relativo alle perdite di rete, espresse in termini di differenza tra acqua immessa in rete e acqua erogata o fatturata. La percentuale della Calabria (56%) è alquanto più alta di quella media (42%) relativa alla totalità degli ATO italiani considerati nella rilevazione. L’ATO di Reggio Calabria (65%) e quello di Cosenza (58%) raggiungono livelli maggiori dell’indicata media. Anche se si suppone che i consumi collettivi e quelli abusivi, normalmente non conteggiati, pesino di più che in altre regioni, l’entità del dato indica un cattivo funzionamento della gestione del servizio, e mette in luce grosse esigenze di finanziamento per interventi riparatori della criticità.
La quale criticità lascia sospettare insufficienze nelle attività di manutenzione degli impianti e quindi la vetustà di questi.
Le gestioni comunali hanno mostrato infine un’altra criticità sul versante della gestione amministrativa degli acquedotti in quanto hanno accumulato rilevanti debiti nei confronti della Regione per l’acquisto dell’acqua da distribuire agli utenti. Se i Comuni non pagano l’Ato per pagare a sua volta le società di gestione, si verificano poi casi come quello della Smeco – società a cui era affidata la gestione degli impianti di depurazione- i cui lavoratori sono in mobilità da maggio scorso. Questo fatto, oltre a porre al nuovo gestore del sovrambito qualche problema per il recupero dei crediti, è indice di una politica regionale soffice nei rapporti finanziari con gli enti locali, forse spiegabile in relazione allo stato di disagio finanziario di questi ultimi e delle popolazioni servite. La Regione Calabria, pur avendo recepito con legge regionale 10/97 la legge Galli e stipulato l’accordo di programma sul ciclo integrato delle acque nell’anno 1999, ha maturato notevoli e colpevoli ritardi che stanno provocando gravi danni al processo di riorganizzazione, di innovazione ed ammodernamento, teso a dare ai cittadini un servizio di qualità, efficiente ed efficace. A fronte di tutto ciò, occorre approfondire e chiarire il problema delle tariffe sia per quanto concerne la fornitura di acqua a livello di soprambito sia a livello di Ato tenendo conto delle normative in vigore, della qualità del servizio offerto e delle diverse condizioni sociali dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti.
Alcune proposte:
a) il riconoscimento effettivo come diritto umano - universale, indivisibile ed imprescrittibile - dell'accesso all'acqua potabile nella quantità e qualità considerate necessarie ed indispensabili per la vita. L'Oms (ad esempio) fa riferimento a 50 litri al giorno per persona.
b) l'adozione del principio che i costi relativi all'accesso all'acqua potabile come diritto umano debbono essere presi a carico della fiscalità generale e specifica. L'adozione di tariffe speciali per certe fasce disavvantaggiate della popolazione deve essere considerata una soluzione parziale e provvisoria;
c) il governo pubblico dell'acqua significa il governo di tutte le acque.
d)dare la priorità ad una politica di risparmio, di uso sostenibile e di riuso delle acque, mirando a promuovere una cultura della gestione delle acque centrata sulla manutenzione e l'ammodernamento permanente graduale, anziché continuare sulla via delle grandi opere idriche, dei grandi sistemi idrici e, quindi, dei grandi investimenti che hanno largamente dimostrato finora di essere soprattutto fonte inevitabile di sprechi, di ritardi, di corruzione, di inefficienze dovute al gigantismo dei sistemi, di trasferimento di potere alle imprese costruttrici ed al capitale privato
e) tagliare i fondi per le spese militari a favore dei beni necessari come l’acqua per garantirne gratuitamente l’accesso.
Coordinamento per l'unità dei comunisti - Cosenza
lunedì 9 luglio 2007
Perché abbiamo lasciato il PRC
Proprio in questo quadro, come anche in altre questioni locali, si inseriscono le motivazioni del nostro addio al partito. Già il compagno Carmelo Sergio aveva comunicato le sue dimissioni al Comitato Politico Federale il 1 giugno, assieme a tutto il circolo di Dasà; cosi alla riunione del 29 giugno abbiamo fatto lo stesso anche noi. Ma non finisce qua: hanno lasciato il PRC quasi tutti i compagni del coordinamento dei Giovani Comunisti della Federazione, alcuni soprattutto per la dirigenza federale, e decine di altri giovani compagni, appartenenti a componenti diverse, non rinnoveranno la tessera.
Un partito sempre più moderato, sempre più di centro e meno di sinistra, che con le sue scelte elettorali e la sua condotta al governo del Paese ha ormai dimezzato i consensi elettorali (dati alla mano delle ultime elezioni amministrative). Al governo nazionale il PRC ha una rappresentanza di oltre 60 parlamentari che, puntualmente, eseguono le scellerate direttive del partito (con l’unica eccezione di Franco Turigliatto) come il rifinanziamento, per ben due volte, della missione “umanitaria” in Afghanistan (ma che avrà di umanitario se i nostri soldati sono presenti sul territorio afgano armati fino ai denti), un voto che ha buttato al vento la lotta del nostro partito contro la guerra imperialista degli USA da 10 anni a questa parte, da quando ci schierammo senza se e senza ma contro l’intervento militare in Kosovo (allora era premier D’Alema e il PRC era all’opposizione).
Il nostro partito è cambiato in questi anni: parafrasando il Presidente Bertinotti “sempre più di governo, sempre meno di lotta”. L’assurdo slogan (creare un partito di lotta e di governo) si è dimostrata una teoria insostenibile, dettata, da una parte, dalla voglia di spartire un po’ di potere con gli ex compagni e con i neo democristiani, dall’altra, dalla paura di perdere i voti provenienti dalla base radicale del partito, tanto cresciuta proprio in virtù della politica di coerenza e dall’atteggiamento critico del partito fino a qualche anno fa.
A tutto questo è da aggiungere una forte critica alla dirigenza provinciale del nostro partito. La Federazione di Vibo Valentia, che resisteva come uno dei pochi capisaldi di opposizione alla linea maggioranza del partito, con una forte componente di Progetto Comunista del trotskista Marco Ferrando, da 4 anni a questa parte si è piegata alla sete di potere e al più gretto trasformismo: sono cambiate le idee, non i dirigenti! Una discussione interna sempre piu ostacolata, soprattutto negli ultimi sei mesi in cui, su 5 comitati politici convocati, 2 sono andati persi per la mancanza del numero legale e negli altri sono stati discussi argomenti di capitale importanza politica come la festa provinciale del partito ed l’approvazione del bilancio economico!
In questo partito abbiamo militato per dieci anni, spendendoci, nei limiti del possibile e dei nostri impegni universitari, in maniera costante e nessuno può negare che il lavoro dei Giovani Comunisti nella nostra provincia ha portato grossi benefici in termini di consenso tra i cittadini: le manifestazioni, gli incontri, le assemblee, momenti di crescita e di sviluppo nostro e del nostro ex-partito. I compagni del partito, nel corso di questi anni, ci hanno fatti crescere e maturare, ci hanno aiutato a capire i nostri errori, ci hanno valorizzati, ma, poi, sempre più ci hanno sottovalutati ed infine ci hanno messi da parte: da ogni momento abbiamo tratto qualcosa di buono per il nostro bagaglio. Conosciamo bene il partito e siamo, dunque, convinti che la nostra fuoriuscita non recherà nessun danno al partito e che, anche se tutto il coordinamento provinciale si dimettesse in blocco (ad oggi resta in carica solo una compagna), il senso militante dei compagni lo ricostituirà facilmente, magari, questa volta, più ossequioso e più rispondente ai desideri del compagno Matteo Malerba o del compagno Franco Daniele!
Ebbene, ora che siamo diventati grandi e siamo in grado di camminare sulle nostre gambe, una piccola lezione crediamo di poterla dare anche a coloro dai quali ne abbiamo prese tante: il progetto di un mondo più giusto e libero, di una distribuzione equa del lavoro e della ricchezza, deve essere perseguito con serietà, con coerenza e con trasparenza… noi vogliamo continuare a farlo.
Infine, la cosa che più ci preme di dire: grazie, e lo diciamo con un nodo in gola, alle compagne e ai compagni che in questi dieci anni ci hanno dato tanto: ai militanti di tutti i circoli, ai giovani comunisti con cui abbiamo lavorato e grazie anche agli assessori, agli ex assessori, ai dirigenti tutti della Federazione, senza i quali, forse, non avremmo fatto questo passo.
Filippo Benedetti, componente del Comitato Politico Federale e del Coordinamento dei GC
Nicola Iozzo, componente del Comitato Politico Federale e del Coordinamento Nazionale dei GC, Coordinatore Provinciale dei GC
mercoledì 4 luglio 2007
siamo usciti dal prc
nei prossimi giorni pubblicheremo il comunicato ufficiale di uscita dal prc e di adesione a unità comunista.
giovedì 21 giugno 2007
Stop alla gestione affaristica della Regione Calabria: Ora basta!
In un quadro sociale drammatico, in cui la criminalità diventa fattore di ammortizzatore sociale, appare sconcertante la continuità delle politiche di precarietà e massacro sociale che questo Governo regionale sta imponendo alla popolazione calabrese.
Al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, è ammissibile l’estraneità della politica della Giunta dai problemi reali a fronte di un incancrenito intreccio politico-affaristico-mafioso?
Non è forse arrivato il momento di chiederci che senso ha definirsi "sinistra" quando si è direttamente e indirettamente complici di un sistema legato ai poteri forti e oscuri di questo nostro Mezzogiorno?
Le forme di precarietà, in tutti i settori, sono il prodotto di scelte volute da chi gestisce il potere e vuole ad ogni costo tenere sotto continuo controllo – anche attraverso il ricatto elettorale – la gran parte della popolazione che non riesce a soddisfare i propri bisogni primari.
Riteniamo opportuno esprimere un forte dissenso anche nei confronti di quell’elettorato borghese che nei fatti sostiene, a vantaggio dei propri interessi, una classe politica rampante e senza scrupoli.
Il perpetuarsi di questo sistema di potere è garantito, inoltre, dall’omologazione degli intellettuali alle attuali politiche dominanti che inibiscono oggettivamente la capacità critica e culturale della gente comune.
Si parla di un Piano Sanitario che, oltre a tagliare il 60% dei fondi alle strutture sovvenzionate - con il conseguente rischio di centinaia di licenziamenti - non garantisce il potenziamento delle strutture pubbliche ma tende all’ abbandono di queste per la costruzione di nuovi ospedali (vedi Ospedale di Vibo Valentia).
Cosa comporta tutto ciò?
Assegnazioni di appalti per la costruzione, per le forniture di servizi, assunzioni clientelari, mazzette etc etc.
Il 5 agosto del 2006 nell'ambito della legge finanziaria regionale è stata approvata dal Consiglio Regionale una norma (art. 29, comma 4, della legge regionale n. 7 del 21 agosto 2006) che impedisce la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria (BURC) degli atti - e dei conseguenti impegni di spesa - relativi alla Giunta ed alla presidenza del Consiglio Regionale. Un provvedimento che, oltre a calpestare i principi costituzionali della trasparenza e della partecipazione del cittadino alla pubblica amministrazione, vuole nascondere i misfatti e l’ambiguità della disciplina regionale.
I lavoratori precari Lsu e Lpu in Calabria sono circa 8000 e continuano a ricevere con forte ritardo le proprie spettanze e a non avere risposte sulla propria stabilizzazione.
Risposte che tardano ad arrivare sia dal governo nazionale, sia dal governo regionale.
Ancora oggi non viene sciolto il nodo sulle risorse previste in finanziaria sulle loro stabilizzazioni. Tutto ciò a dimostrazione di come la questione Lsu e Lpu non sia fra le priorità assolute della giunta regionale, né del governo Prodi sulle questioni del Mezzogiorno.
E’ giunta l’ora, secondo noi, di sollecitare l’elettorato "sano" affinché si ponga fine agli appelli di sindacati e amministratori sulla concertazione; la Calabria è oramai una regione persa, al collasso che ha davanti a sé le prospettive peggiori che si possano immaginare, finchè questa classe politica calabrese continuerà ad alternarsi sulle poltrone del potere.
Bisogna liberarsi dalla demagogia attuata nei confronti delle persone oneste e bisogna dire basta a tutte le espressioni clientelari che chiudono le porte al futuro delle giovani generazioni e dei disoccupati che abbandonano terra e affetti per trovare sistemazione all’estero o per continuare a fare i precari nel nord-Italia.
Dobbiamo dire con forza che siamo contro la Giunta Loiero e contro l’intera classe politica calabrese ed è proprio per questo motivo che chiediamo le dimissioni immediate del governo regionale;
Se la "vera sinistra" fosse disponibile a rompere con i rappresentanti dei poteri forti potremmo elaborare un programma che, partendo dai bisogni reali delle classi economicamente più deboli, concretizzerebbe le aspettative e le speranze di larga parte della popolazione meridionale.
La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; un reddito minimo ai giovani disoccupati; casa e sanità garantite; la ripubblicizzazione dei servizi come l’acqua e l’abolizione del segreto bancario sono solo alcune delle proposte che dovrebbero essere rimesse al centro del confronto politico e delle vertenze di lotta.
Come comunisti ci muoveremo in quest’ottica. Se non ora quando!?
Coordinamento per l’Unità dei Comunisti - Cosenza
9 Giugno 2007: una giornata storica per la sinistra di classe
Per la prima volta negli ultimi anni i movimenti e l’intera sinistra di classe dimostrano di poter riempire le piazze senza aver bisogno dell’appoggio dei “pacifinti” (Rifondazione, Verdi, PdCI, SD, CGIL, ecc.), quindi senza dover annacquare le parole d’ordine e le piattaforme di lotta per accontentare gli “amici del governo amico”.
Ma il dato più significativo emerso nella giornata del 9 giugno è senz’altro il flop clamoroso del presidio organizzato dalla sinistra di governo: le poche centinaia di persone presenti a piazza a Piazza del Popolo, se confrontate con le circa 100000 presenti al corteo, rappresentano uno schiaffo in pieno viso ai vari Giordano, Diliberto e compagnia, al loro opportunismo e alle loro menzogne.
Una sconfitta tanto più bruciante in quanto la stessa base di quei partiti, stanca di essere presa in giro ha voltato le spalle ai propri dirigenti, abbandonandoli al loro destino e scendendo in piazza nell’unica manifestazione che poteva a pieno titolo definirsi “contro Bush e contro le guerre”.
Quali gli insegnamenti che possiamo trarre da quanto accaduto il 9 giugno?
1) I compromessi al ribasso con il ceto politico e gli apparati della sinistra di governo si dimostrano non necessari per la riuscita di una manifestazione: negli ultimi anni questa argomentazione è risuonata ai quattro venti, facile alibi per nascondere i limiti del movimento e in primo luogo delle sue direzioni (vere o presunte che fossero).
Evidentemente, quando tutti marciano nella stessa direzione, quando le organizzazioni promotrici orientano tutti i loro sforzi alla riuscita delle iniziative e non, viceversa, a combattersi tra loro in sterili quanto autoreferenziali guerre intestine, il movimento tutto diventa più credibile agli occhi del popolo ed è capace di coniugare la partecipazione di massa con la radicalità degli obiettivi.
Non sempre la quantità si ottiene a discapito della qualità, dunque…
Vista in quest’ottica, la giornata del 9 giugno rappresenta una clamorosa smentita anche per tutte quelle “civette” sedicenti rivoluzionarie che da anni vorrebbero far credere che la partecipazione di massa è possibile solo se il movimento si prostra ai piedi della sinistra di governo e alle “sigle ufficiali”, solo cioè se si ammorbidiscono i contenuti della lotta per renderli graditi al politicante o al burocrate di turno.
2) Le politiche antioperaie, neoliberiste e guerrafondaie del governo Prodi rendono di giorno in giorno sempre più difficile stare con un piede in due scarpe.
Milioni di lavoratori, di studenti e di sfruttati nel nostro paese sperimentano sulla loro pelle quotidianamente le menzogne e le falsità che si celano dietro i proclami dei segretari e dei parlamentari della sinistra di governo. Un anno di guerre, tagli allo stato sociale, privatizzazioni, attacchi ai diritti (dallo scippo del TFR all’imminente attacco alle pensioni) e subalternità ai diktat di Confindustria e del Vaticano sono bastati per aprire gli occhi anche ai ciechi. Quel governo che solo dodici mesi fa appariva al popolo della sinistra come una speranza di cambiamento , ora è divenuto il principale motivo di rabbia e disincanto, mostrandosi in totale continuità col precedente governo-Berlusconi. Il risultato delle recenti elezioni amministrative non fa che confermare questo stato di cose.
Oramai è evidente a tutti lo spartiacque tra governo ed opposizione, tra chi continua ad illudere e vendere fumo, speculando sulle lotte e svendendo le aspirazioni di milioni di proletari sull’altare degli interessi di poltrona e della pace sociale, e chi non intende fare sconti al governo Prodi, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di studio.
Questo spartiacque dev’essere chiaro anche in futuro, e non può essere rimosso nel nome di un presunto "bisogno di unità" con chi vota in parlamento a favore delle guerre e delle peggiori misure antioperaie.
“O con Prodi o con chi lotta contro Prodi”: questa pensiamo debba essere la discriminante che il movimento deve assumere da oggi in poi, nelle piazze e nel paese.
3) Per la sinistra di classe si apre una nuova fase, densa di compiti e responsabilità.
L’ottimo risultato della manifestazione del 9 Giugno non deve farci però adagiare sugli allori, ma deve al contrario spingere le principali sigle politiche e sindacali ad un assunzione di responsabilità anche in prospettiva futura.
Il dibattito che si stà sviluppando in questi giorni, e che attraversa svariati ambiti e strutture, è senz’altro il segno che qualcosa inizia a muoversi, e che la domanda di unità della sinistra di classe, ovvero di una rappresentanza politica degli interessi delle classi sfruttate che vada oltre la polverizzazione delle sigle attuali, inizia a diventare un’esigenza avvertita anche da singoli compagni e militanti.
Sarebbe però sbagliato, magari sull’onda dell’entusiasmo, pensare di risolvere il problema “qui ed ora” dando vita a contenitori omnicomprensivi con la pretesa di fare da megafono più o meno politico a tutto ciò che si muove in giro per l’Italia; d'altra parte, ancor più sbagliato, come abbiamo sempre sostenuto, è il pensare (come qualcuno continua a fare) che un’organizzazione autonoma delle classi sfruttate possa nascere per iniziativa di un manipolo di eletti che si autoproclamano “partito”.
Queste ipotesi rappresentano, da sponde opposte, due risposte sbagliate ad una giusta domanda di rappresentanza.
Come Associazione Unità Comunista, pensiamo invece che siano maturi i tempi per dar vita ad una costituente comunista: dunque, non una generica costituente dei movimenti di lotta, né tantomeno la riproposizione dell’ennesima gabbia asfittica e settaria dell’ennesimo (ed inutile) partitino comunista, bensì la (ri)costruzione di un percorso, ostico ma quantomai necessario, di confronto politico, culturale e teorico tra tutti coloro che ritengono ancora attuale il tema della trasformazione rivoluzionaria dell’esistente e dell’edificazione di una società socialista.
Un dibattito franco e orizzontale, scevro da cristallizzazioni ideologiche e richiami nostalgici, ma orientato con chiarezza alla costruzione di un programma politico di classe da contrapporre a quello dei due poli della borghesia e alternativo a una sinistra di governo "radicale" a chiacchiere ma sempre più impresentabile nei fatti.
Il nostro lavoro, al fianco di numerosi compagni e collettivi in tutta Italia, nel costituendo Coordinamento per l’Unità dei Comunisti, che ha visto il suo atto di nascita lo scorso 10 giugno a Roma, testimonia di come questo sforzo non sia solo un nostro desiderio astratto, ma al contrario si appresta sin d’ora a divenire movimento reale.
Associazione Unità Comunista
domenica 17 giugno 2007
solidarietà a Batasuna
L’Associazione Unità Comunista, da sempre al fianco della lotta e della resistenza internazionalista, a sostegno esplicito e militante del diritto all’autodeterminazione e della libertà dei Popoli, esprime la sua piena, incondizionata solidarietà al dirigente indipendentista basco, condannando senza appello, la politica repressiva dello Stato e del Governo spagnolo e di tutti quanti intendano “risolvere” questioni di ordine politico e sociale con procedimenti giudiziari sì come propri alla magistratura borghese.
Istituzioni governative sempre più lontane dai bisogni reali delle popolazioni, autocratiche ed autoreferenziali, incuranti delle aspirazioni di emancipazione e di riscatto delle masse popolari, fanno ricorso, con sempre maggiore spregiudicatezza, al loro braccio armato, convinte di stroncare, con carcere e manganelli, il dissenso politico e sociale alle politiche dominanti.
Pertanto, per un attestato di giustizia politica e sociale necessario, per riaffermare i diritti dei Popoli alla loro indipendenza ed alla propria identità, l' Associazione Unità Comunista si schiera, senza esitazione alcuna, al fianco di Batasuna, dei compagni baschi, di tutti i movimenti di lotta più coscienti ed avanzati al fine di costruire un sempre più ampio fronte comune contro questa ulteriore stretta autoritaria che vede uniti, indistintamente, Governi nazionali ed Istituzioni europee nel comune obbiettivo di mettere a tacere chi scende in piazza, lotta e si organizza per rivendicare i propri diritti di libertà e dignità, autodeterminazione popolare.
Contro al repressione, solo la lotta paga!
Per l’autodeterminazione dei Popoli!
Solidarietà militante ad Alvaro Otigi, a Batasuna, al movimento indipendentista basco!
l'antifascismo non è un reato
Tre compagni sono stati posti agli arresti domiciliari per i fatti relativi allo scorso 14 maggio, quando, la polizia ha fatto irruzione nell’Università di Torino, con manganelli e lacrimogeni, per disperdere gli studenti e le studentesse antifasciste che protestavano contro i sempre maggiori spazi di agibilità concessi ai neo-fascisti del FUAN.
Istituzioni sempre più lontane dai bisogni reali della gente, sempre più autocratiche ed autoreferenziali, talora solidali e complici con la riabilitazione di revanscismi di stampo fascista, fanno ricorso al loro braccio armato con sempre maggiore spregiudicatezza! Loro convinzione sarebbe quella di "risolvere" questioni politiche come la difesa degli spazi di agibilità democratica antifascista nei luoghi dell’aggregazione sociale e culturale, come Scuola ed Università, con i manganelli o la magistratura borghese.
Obiettivo risulta, ovviamente, quello di eliminare dissenso politico e sociale “da sinistra” poiché non conforme alla logica bipartizan dei poli dell'alternanza borghese di governo ad ogni livello, sempre più estranei alle esigenze popolari, sempre più votati a derive governiste finalizzate a configurare espliciti comitati d'affari della classe dominante, schierati a difesa di interessi di casta e proprietà e che, pertanto e per “riequilibrare a centro”, sdoganano i neofascisti di contro chi lotta per difendere il diritto ad una cultura libera e critica, all’autodeterminazione politica per diretta rappresentanza, alla giustizia sociale.
Tre arresti ingiustificati – gli ennesimi! – quali elemento di pressione e repressione politica dei movimenti di classe, all’indomani della straordinaria riuscita della grande manifestazione nazionale del 9 giugno scorso delle sinistre dell’opposizione sociale contro la guerra. Tre arresti che non demoralizzeranno, non fermeranno la nuova stagione di lotta che va aprendosi nel Paese. Non inibiranno la forza d’urto dei movimenti di lotta, ormai del tutto antitetici alle organizzazioni della “sinistra” di governo. Non stroncheranno la necessità, sempre più avvertita dalle masse, di riscatto ed emancipazione politica e sociale.
L’Associazione Unità Comunista, da sempre schierata dalla parte dei movimenti di lotta contro la repressione veicolata dallo Stato borghese, esprime la sua ferma, incondizionata solidarietà ai Compagni Fabio, Marco, Davide, l’Askatasuna tutta, continuando, anche nel loro nome, la lotta per l’unità e la mobilitazione della masse contro le politiche di guerra, repressione e sfruttamento, emblemi del normale funzionamento del sistema del profitto; confermando che la lotta contro il rigurgito fascista è una lotta giusta poiché giusto è non indietreggiare di un solo passo di fronte a chi ha fatto dell’oppressione, della miseria e della distruzione di ogni libertà il vessillo del proprio agire politico. Perseverando senza posa nella lotta per il Comunismo.
LIBERTÀ PER I COMPAGNI ARRESTATI!
ORA E SEMPRE RESISTENZA!
LA SOLIDARIETÀ È UN ARMA!
mercoledì 6 giugno 2007
dimissioni dal coordinamento nazionale dei GC del compagno Iozzo
alla Direzione Nazionale
al Comitato Politico Nazionale
all’Esecutivo Nazionale Giovani Comunisti
al Coordinamento Nazionale Giovani Comunisti
alla segreteria provinciale di Vibo Valentia
al Comitato Politico Federale di Vibo Valentia
alla segreteria regionale della Calabria
al Comitato Politico Regionale
all’Esecutivo e al Coordinamento Regionale GC
all’Esecutivo e al Coordinamento provinciale GC
Oggetto : Dimissioni dal coordinamento nazionale dei giovani comunisti
Il sottoscritto Iozzo Nicola, membro del coordinamento nazionale dei giovani comunisti in riferimento al documento congressuale “GC: il cuore dell’opposizione”, comunico la decisione di consegnare le mie dimissioni dall’ incarico di membro del coordinamento nazionale dei giovani comunisti assunti in nome, per conto e su mandato dell’ ex Area Programmatica del Progetto Comunista, esperienza importantissima all’interno del PRC, oggi finita in seguito allsnaturamento di classe del PRC e alla costituzione dell’associazione di Unità comunista.
Per anni il partito della rifondazione comunista ha rappresentato il più alto punto di riferimento in Italia per milioni di lavoratori, operai, studenti, per tutti coloro che vivevano sulla propria pelle gli effetti di un sistema capitalistico sempre più aggressivo che determinava mediante le politiche di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, una proletarizzazione di ampi settori della società, determinando un impoverimento di quelli che 10 anni fa potevano essere considerati come ceto medio.
Privilegi in difesa dell’imperialismo italiano ed europeo perpetrati da una classe politica figlia degli interessi delle aziende italiane tra le quali oltre ai tradizionali partiti democristiani, dobbiamo annoverare gli stessi DS. Il partito della rifondazione comunista nasceva essenzialmente in opposizione a tutto ciò, in alternativa alla svolta liberal- democratica dei DS, iniziata con la Bolognina di Occhetto quindici anni fa.
Alla luce degli ultimi accadimenti politici: alleanza organica al governo Prodi, abiura del marxismo-leninismo e della lotta di classe, la pratica della non-violenza assunta come paradigma centrale del suo agire politico, e in ultimo la costituzione della sinistra europea un nuovo soggetto politico che niente a che vedere con l’internazionalismo comunista, dobbiamo nostro malgrado registrare una svolta a destra del nostro partito. Il compimento della deriva governista del Partito della Rifondazione Comunista, con la scomparsa di ogni opposizione di sinistra e di classe al governo dei poteri forti (Confindustria, banchieri, Vaticano, ecc.) ha aperto uno scenario politico tanto inedito quanto drammatico. Un involuzione record compiuta dal PRC nel giro di un decennio e che apre nella situazione politica italiana degli scenari nuovi per i comunisti. Ciò che necessita è la costruzione di una reale opposizione politica comunista e di classe.
Opposizione reale che non può essere rappresentata da tutta la miriade di organizzazioni che in Italia si propongono la costruzione del Partito in base a questa o quella interpretazione dei “testi sacri” (siano essi maoisti, bordighisti, vetero o neo-stalinisti)
È evidente come tali soggetti, almeno per come sono strutturati e caratterizzati, al momento non possano rispondere al bisogno impellente di una opposizione comunista e di classe.
Ciò che oggi necessita è la costruzione di un BLOCCO AUTONOMO DI CLASSE alternativo ai due poli della borghesia, e dunque costruire insieme a tutte quelle forze comuniste una piattaforma di rivendicazione e di mobilitazione comune, cercando di raccogliere attorno a questa piattaforma quei pezzi della sinistra che oggi in seguito al tradimento dei propri partiti si trovano privato di un referente politico.
Continuerò a militare all’interno del PRC fin quando esisteranno le condizioni politiche per farlo o “fin quando mi sarà permesso”....quindi ancora per poco.
Nicola Iozzo
Il circolo Lenin di Dasà lascia il PRC
Nessuna rottura e discontinuità alle politiche fasciste della casa delle libertà, anzi una ripresa delle politiche del berlusconismo di cui Prodi e Padoa Schioppa sono i più tenaci e fedeli prosecutori. Ecco dunque che se Berlusconi esce fuori dalla scena politica italiana dalla porta, la sua filosofia e prassi politica rientrano dalla finestra.
Dunque il centrosinistra si ripresenta al governo con gli stessi obiettivi (difesa degli interessi dell’imperialismo europeo, delle classi borghesi, dei privilegi del capitalismo made in italy), la stessa strategia (puntare ad ammortizzare il conflitto mediante una subdola concertazione da parte dei sindacati cofederali), e gli stessi strumenti (tagli allo stato sociale, privatizzazioni, precarietà del lavoro, aggressioni militari, il tutto nel rispetto ossequioso dei dogmi dell'imperialismo europeo), ma con una sostanziale novità: l’organicità dei partiti della cosiddetta sinistra radicale e l’aggravante della presenza del partito della rifondazione comunista costruito in alternativa a tale stato di cose.
Partito della rifondazione comunista che ha maturato negli ultimi tempi la sua “bolognina” e che ha snaturato gli ideali e le finalità per cui era stato costruito da parte di fedeli e tenaci compagni all’indomani della disfatta del vecchio PCI .
Affermiamo questo alla luce dei mutamenti che hanno caratterizzato negli ultimi anni la sua politica: alleanza organica al governo Prodi, abiura del marxismo-leninismo e della lotta di classe, la pratica della non-violenza assunta come paradigma centrale del suo agire politico, e in ultimo la costituzione della sinistra europea un nuovo soggetto politico che niente a che vedere con l’internazionalismo comunista. Sinistra europea che non sarà altro che un contenitore di forze socialdemocratiche,e quindi anti-comuniste, anti-rivoluzionarie, anti-operarie; e già rifondazione sembra adattarsi benissimo a tutto ciò costituendo peraltro il PRC, l’asse portante di questo nuovo calderone di forze tutt’altro che comuniste.
Dopo anni di lenta ed inesorabile deriva moderata e riformista della sinistra, persino quello che poteva essere considerato come l’ultimo baluardo delle masse oppresse, l’ultimo partito comunista occidentale di una certa consistenza passa dall’idea della trasformazione all’idea della governabilità, dalla prospettiva dell’alternativa a quella dell’alternanza.
Il risultato di questo pasticcio della sinistra europea è ben rappresentato dal miscuglio di rivendicazioni di cui si fa portavoce che niente hanno a che vedere con un programma di classe, niente a che vedere col marxismo e il comunismo.
La situazione del partito della rifondazione comunista della federazione di Vibo Valentia non va in controtendenza rispetto al partito a livello centrale. Questa federazione si distingueva da molte altre fino a qualche anno fa per la sua intransigenza politica, unica federazione in Italia a dire no alla tesi congressuale “Bertinotti-Cossutta” nel ’96. “Non si fanno accordi nemmeno nei condomini” dichiarava l’allora segretario federale Malerba, che ora assessore alla provincia, ha maturato la propria involuzione politica passando da rivoluzionario Trotskista, a Grassiano, completando la sua ricerca d’identità.
I primi sintomi che iniziavano ad indicare una svolta strategico-opportunista nella gestione della politica del PRC nella federazione si verificarono nel 2004 con la scissione dei compagni vibonesi dall’AMR di Ferrando, associazione marxista rivoluzionaria che si opponeva alla deriva socialscioviniosta che la maggioranza bertinottiana stava compiendo.
La domanda qui sorge spontanea: come può un intera federazione che fino a ieri si professava rivoluzionaria fautrice e promotrice di una politica di opposizione alla svolta socialdemocratica della maggioranza del partito, che annoverava tra i suoi esponenti dei dirigenti nella direzione nazionale dell’AMR, che dal momento della fondazione del partito ha sempre sostenuto tale strategie, come può nel giro di qualche settimana cambiare radicalmente prospettiva e visione politica tanto da allearsi alle provinciali del 2004 con quei partiti neo-democristiani tanto criticati fino al giorno prima? Facile: le opzioni sono due e ed entrambe non sono giustificazioni.
O improvvisamente nella provincia di Vibo valentia sono cambiate le condizioni che fino all’altro giorno impedivano di schierarsi al fianco di partiti sinistroidi e neo democristiani (cambiamenti che oggettivamente non si sono verificati); oppure tutte le politiche perpetrate dai nostri dirigenti fino al 2004 erano guidate da un fine prevalentemente opportunistico, che consistevano nel militare in una corrente minoritaria al fine di acquisire quella visibilità e quei posti di prestigio negli organi dirigenti nazionali che quasi sicuramente sarebbero stati loro negati vista e considerata l’esiguità del consenso del PRC nella provincia vibonese.
Fatto sta che in 3 anni di convivenza nel governo locale non siamo riusciti a spostare una virgola nella gestione politica dell’amministrazione provinciale, anzi ci siamo subordinati e prostrati alle direttive della maggioranza, rendendoci complici di politiche clientelari e anti operaie, a Vibo così come a tutti i livelli di governo regionale e nazionale.
Per tutta tale serie di motivi.
NON POSSIAMO RINNOVARE L’ADESIONE AL PRC PER IL 2007.
Restare ulteriormente in questo partito è ormai diventato impossibile per ragioni politiche evidenti: non si può continuare a vivere nella stessa organizzazione quando non si condivide ormai più niente della linea e dell’agire politico.
Restarci significa diventare comunque complici delle sue scelte e della sua azione. Oggi non possiamo che prendere atto del carattere definitivo ed irreversibile della svolta governista.
Siamo fortemente convinti che in Italia ci sia una sempre più urgente necessità di dar vita ad una forza comunista e di opposizione, che dia voce al malessere sociale di milioni di lavoratori e di sfruttati, di coloro che vivono sulla loro pelle, quotidianamente, gli effetti delle politiche di fame e miseria imposte dal sistema di produzione capitalistico per salvaguardare la mole sempre più ingente dei profitti finiti nelle tasche dei padroni. Siamo fortemente convinti che il capitalismo del nuovo secolo, pur mutando aspetto e caratteristiche del modo di produzione, continua a fondarsi sulla schiavitù del lavoro salariato, alimentando forme sempre più acute di precarietà, miseria e barbarie. Per questo riteniamo che la classe lavoratrice, e in primo luogo gli operai, siano ancora il fulcro di ogni contraddizione di oggi e il motore di ogni processo di trasformazione reale.
Finchè esisterà una classe oppressa, ci sarà bisogno di un partito comunista che la rappresenti con coraggio e coerenza: ed è in questa prospettiva che continueremo a militare e a lottare all’interno dell’associazione politica marxista UNITA’ COMUNISTA. Pertanto, con rammarico ma allo stesso tempo in maniera convinta ed irrevocabile, ci dichiariamo fin da ora estranei al nuovo soggetto politico, che nulla ha a che vedere con quell'idea di Rifondazione Comunista che ci spinse a fondare e a costruire il Prc non senza duri sacrifici, e quindi non innoveremo la nostra iscrizione al Prc-Sinistra Europea.
Auspicando che il nostro atto sia un imput, uno stimolo per quei compagni, sinceri comunisti che come noi non intendono morire democristiani e che intendano fin da ora lavorare alla costruzione di un nuovo soggetto politico, realmente comunista e di classe, necessità oggettiva e unica alternativa al cambiamento dello stato di cose attuale. Nuovo soggetto politico che non può essere oggetto di autoproclamazione dall’alto ma che richiede un lavoro arduo, lungo e faticoso ma nello stesso tempo necessario e affascinante. Questo è il progetto che l’associazione “unità comunista” si propone di portare avanti ed è proprio in quest’ottica che noi decidiamo di militare al suo interno. Un’associazione nazionale avente come suo scopo quello della riunificazione di tutti i comunisti senza partito che come noi non intendono “morire democristiani”.
Un progetto che ha come finalità di invertire una rotta che ci vede da anni, come comunisti, in preda ad un circolo vizioso fatto di divisioni, isolamenti e “arroccamenti identitari”, che non hanno prodotto nessun avanzamento significativo per il movimento comunista nel suo complesso.
Promotori:
Sergio Carmelo (segretario circolo PRC “V. Lenin”, coord provinciale GC Vibo Valentia)
Bufalo Mariangela(coordinamento provinciale GC Vibo Valentia)
Racina Cristian (coordinamento provinciale GC Vibo Valentia)
Sottoscritta da tutti e 34 gli iscritti del circolo “Lenin”.
mercoledì 30 maggio 2007
CONDANNATA LA POLIZIA PER IL G8 DI GENOVA 2001
Gennaro Carotenuto
Lo Stato è stato condannato a risarcire Marina Spaccini, 50 anni, pediatra triestina, volontaria per quattro anni in Africa, per il pestaggio che subì da parte della Polizia in via Assarotti, nel pomeriggio del 20 luglio 2001. Marina, come decine di migliaia di militanti cattolici della Rete Lilliput, era seduta, con le mani alzate dipinte di bianco, gridando “non violenza”, quando fu massacrata dalla Polizia. Questa si è difesa sostenendo (sic!) che non era possibile distinguere tra le mani dipinte di bianco di Marina e i Black Block. Per il giudice Angela Latella invece la selvaggia repressione genovese –e la cortina di menzogne sollevata per coprirle- è stata una delle pagine più nere di tutta la storia della Polizia di Stato e per la prima volta ciò viene scritto in una sentenza. Non solo, è ben più grave quello che è scritto nella sentenza genovese. Quelle dei poliziotti non furono né iniziative isolate né eccessi, ma facevano parte di un disegno criminale.
Si inizia a confermare in via processuale quello che chi scrive sostiene e scrive da sei anni. A Genova vi fu un disegno criminale selettivo da parte di apparati dello stato. Tale disegno era teso a terrorizzare non tanto la sinistra radicale ma il pacifismo cattolico, in particolare la Rete Lilliput, che per la prima volta in maniera così convinta e numerosa scendeva in piazza saldandosi in un unico enorme fronte antineoliberale con la sinistra.
Le ragazze e i ragazzi delle parrocchie furono quelli che pagarono il prezzo più alto, soprattutto sabato. I loro spezzoni di corteo furono sistematicamente bersagliati dai lacrimogeni e centinaia di loro furono pestati selvaggiamente. Ma, soprattutto decine di migliaia di loro, e le loro famiglie, furono spaventati a morte in una logica pienamente terroristica. Quanti dopo Genova sono rimasti a casa?
Di fronte all’immagine sorda data dai grandi della terra, Bush, Blair, Berlusconi, quel movimento pacifico, colorato, credibile, fatto di persone serie e non dei pescecani rinchiusi nella città proibita, che si era riunito intorno alle proposte concrete per un nuovo mondo possibile del Genoa Social Forum, doveva essere schiacciato. Non lo sapevamo, ma mancavano 50 giorni all’11 settembre.
Riporto di seguito l’articolo dell’eccellente Massimo Calandri, apparso SOLO sulle pagine genovesi di Repubblica lo scorso 29 aprile. E' normale secondo voi? Esiste ancora il diritto ad essere informati in questo paese?
***************************
Prima condanna per le violenze delle forze dell'ordine contro i manifestanti: "Non furono iniziative isolate". G8, condannato il Ministero - Missionaria picchiata, risarciti invalidità e danni morali "Ho solo ottenuto quello che attendevo da 6 anni: giustizia"
MASSIMO CALANDRI
LA PRIMA condanna nei confronti del Ministero dell?Interno per le illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha motivato la sua decisione rinfrescano la memoria.
Ricordando a tutti che quelle cariche sanguinarie,quelle teste rotte a manganellate, quei lacrimogeni sparati contro le persone inermi, non erano frutto dell?iniziativa isolata o dell'autonomo eccesso di qualche agente. Facevano invece parte di un più ampio disegno -così come le menzogne raccontate più tardi per coprire le nefandezze - , che rappresenta una delle pagine più buie nella storia della Polizia di Stato.
Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: "Non violenza!".
Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c'era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c'erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, Angela Latella ha deciso di condannare il Ministero dell'Interno. La cifra che verrà pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa - cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali - , ma il punto è evidentemente un altro.
«Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia - scrive il giudice - , non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta e riportare l'ordine pubblico gravemente messo in pericolo».
Perché l'intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l'ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come fotografie e filmati portati in aula «siano stati illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una persona a terra, inerme. La stessa Spaccini è una persona di cinquant'anni, di cui giustamente si sottolinea l'aspetto mite». E poi, le testimonianze come quella di una signora settantenne che parla di una «manifestazione assolutamente pacifica e allegra» e di aver quindi visto agenti «bastonare ferocemente persone con le mani alzate ed inermi come lei». Marina Spaccini ha accolto il giudizio con un sorriso: «Era semplicemente quello che attendevo da sei anni. Giustizia».