lunedì 26 luglio 2010

Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.

E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).

Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.

E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».

Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».

E Garibaldi parlò di «cose da cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.

Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.

Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.

Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.

E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.

Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.

Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).

Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).

E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).

Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.

Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.

Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.

Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)? Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere italiano: «Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi d’Italie.»

Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (…), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (…) della più complessa realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.

Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).

Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.

Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.

A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati: esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie. E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.

Loro che usano “italiano” come un insulto e abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma riorganizzò l’impero (quella meridionale venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima “Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul Tirreno).

Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto, perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente). «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito».

Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata.

Dopo centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa; e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne nutrono.

Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad agire “di conseguenza”.

venerdì 16 luglio 2010

Appello Comunisti Uniti

L’appello “Comunisti Uniti” nasce con l’intento di ricomporre i comunisti sparsi nel territorio nazionale (e quindi anche per la nostra piccola provincia dimenticata da tutti) per dare avvio ad una nuova fase di rilancio e , appunto, di ricomposizione di tutte le forze comuniste che si riconoscono come tali. L’appello “Comuniste e comunisti cominciamo da noi”, che ha dato vita all’esperienza di Comunisti Uniti, era stato pubblicato sui principali quotidiani nazionali il 17 aprile 2008, all’indomani della sconfitta elettorale dell’arcobaleno, che per la prima volta aveva cancellato la presenza dei comunisti nel parlamento italiano, e rilanciato di nuovo negli ultimi mesi. Non cerchiamo scorciatoie organizzativistiche e rifiutiamo la contrapposizione “tutti fuori” o “tutti dentro” il PRC e il PdCI. Crediamo però che sia urgente costruire un cambiamento di rotta, a partire dall’apertura di sedi di dibattito e di iniziativa e dai loro meccanismi di funzionamento. Non chiediamo perciò a nessuno di uscire dai nostri rispettivi partiti o da altre organizzazioni, coordinamenti o federazioni ma ci rivolgiamo a tutti i comunisti e alle comuniste per costruire insieme un collegamento dal basso sui territori, prendendo consapevolezza che quanto oggi esiste non è sufficiente per rilanciare il nostro ruolo e per ricostruire un’organizzazione unitaria ed efficace. Servono intenti comuni e piattaforme condivise da cui ripartire e su cui organizzarci: di fronte alla crisi, abbiamo bisogno di costruire una strada per un’alternativa di sistema e non di mero “governo” delle cose presenti. Per questo compito immane non serve allora un ennesimo partitino ma è necessario andare tutti insieme verso la ricostruzione di un solo Partito, che sia Comunista, radicato nella società ed efficace nella lotta politica. Con questa nostra lettera intendiamo perciò rilanciare il progetto dei Comunisti Uniti anche nella nostra provincia, dove siamo già in tanti ad avervi aderito, per dotarci di uno strumento efficace nella lotta di classe e per il superamento della frammentazione. Costruiremo i Comunisti Uniti come un luogo di dibattito e di iniziativa politica condivisa, una Casa Comune che abbia una sua autonomia di analisi e di proposta e sia capace di parlare a tutti i comunisti e alle comuniste indipendentemente dalla loro collocazione. Come un movimento trasversale, i Comunisti Uniti comprenderanno allo stesso titolo compagni del PRC, del PdCI, delle altre organizzazioni e quelli privi di appartenenza, sforzandosi di unire tutti quei compagni che, anche da prospettive diverse, si riconoscano in alcune semplici priorità: Nonostante alle elezioni europee abbiamo assistito alla prima creazione di una lista comunista e anticapitalista, utilizzata anche alle ultime elezioni regionali, che si poneva come alternativa al Pd, questo non ci ha consentito di ottenere una rappresentanza in seno al Parlamento Europeo, secondo noi per le troppe lacerazioni interne in seno alle varie forze politiche che hanno consentito di comporre la suddetta lista. Per questo motivo ci rivolgiamo a tutti i comunisti sparsi per la nostra provincia di aderire all'appello Comunisti Uniti, per superare tutte le divisioni, per costruire una sinistra forte attorno a un solo Partito Comunista. Senza unità dei comunisti non c'è unità della sinistra. L’Unità dei Comunisti appartiene a voi, donne e uomini liberi, che volete far di nuovo sentire la vostra voce in questa provincia dove ancora, nel 2010, si emigra.

Nicola Iozzo (Coordinatore PdCI Vibo Valentia) responsabile regionale Comunisti Uniti

Alessandro De Padova (Coordinamento prov. Giovani Comunisti PRC VV) responsabile regionale Comunisti Uniti

sabato 10 luglio 2010

Solidarietà a Pietro Comito

Il Partito dei Comunisti Italiani esprime la più viva solidarietà e vicinanza al giornalista di Calabria Ora Pietro Comito. Questi atti intimidatori dimostrano, per chi ancora non l'avesse capito, che la stampa libera fa paura ma sappiamo bene che nessuno riuscirà a bloccare e zittire le voci libere di questo lembo terra.
Il Parito dei Comunisti Italiani è dalla parte dei cittadini onesti e non sopporta, e non vorrà mai sopportare, chi con la violenza e l'arroganza cerca di imporre la propria legge e la sua "voce del silenzio e dell'omertà".

Iozzo Nicola
coordinatore PdCI

domenica 4 luglio 2010

Bentornata Radio Londra

La stampa italiana si è sempre contraddistinta per la varietà di testate giornalistiche presenti, tali da soddisfare i più disparati orientamenti di pensiero. Tutto ciò non può che essere un bene per quello che, almeno sulla Carta, è uno Stato democratico. La libertà di informazione, il pluralismo sono pilastri fondanti la democrazia, segnano la differenza tra democrazia ed autoritarismo, tra un’opinione pubblica che decide liberamente come informarsi ( e di conseguenza formarsi ) e la verità di regime. O ancora, tra cittadini e sudditi. Perché è questo ciò che contraddistingue la cittadinanza dalla sudditanza. Il cittadino è colui che si informa e che perciò è in grado di avere uno sguardo critico sulla società nella quale è immerso; ciò gli permette di essere cosciente di ciò che accade attorno a lui, di indignarsi per le ingiustizie e, di conseguenza di partecipare, con la forza delle proprie idee che la libera stampa ha contribuito a formare, alla vita sociale, politica e culturale del paese. Il suddito no. Egli preferisce sentirsi rassicurato dalla disinformazione di regime che puntualmente all’ora di cena gli sviscera dagli schermi della sua tv al plasma un’enorme quantità di menzogne, atte a tenerlo buono buono, rilassato sul suo divano in pelle, passivo. Il suddito non sa che c’è la crisi economia, non sa che la pagherà lui, non sa che si sta cercando di impedire alla magistratura di fare il suo dovere imponendo pesanti limitazioni alle intercettazioni, non sa che il 30% dei giovani è disoccupato, non sa che all’Aquila ancora c’è gente nelle tende e tra le macerie che ancora non sono state tolte. E potremmo continuare all’infinito. Purtroppo la maggior parte degli italiani non legge i giornali, non si informa su internet. La loro unica fonte di (dis)informazione sono i telegiornali che, a parte la lodevole eccezione del tg3, sono filogovernativi. E come se non bastasse la stampa libera italiana è minacciata dal ddl Alfano sulle intercettazioni che non solo pone delle forti limitazioni allo strumento più efficace ed essenziale nella lotta al crimine organizzato ma impedisce di fatto la libera circolazione delle notizie sulla carta stampata. Anzitutto, i giornalisti non potranno più pubblicare gli atti delle inchieste in versione integrale fino al termine dell’udienza preliminare, ma solo per riassunto. Le trascrizioni delle telefonate, invece, non si potranno più pubblicare in versione integrale e tantomeno per riassunto,fino al processo. Per non parlare delle multe salatissime agli editori che si troveranno costretti a fare pressioni per non far pubblicare determinate notizie scomode. Se la legge fosse già in vigore non avremmo saputo della “cricca”, della casa di Scajola, delle infiltrazioni negli appalti per la ricostruzione de l’Aquila, del caso-D’Addario ecc. I giornalisti sostenuti dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana sono pronti alla disobbedienza civile e a fare ricorso alla Corte di Strasburgo qualora il ddl passasse alla Camera, visto il già incassato voto di fiducia del Senato. Numerose sono le iniziative per eludere ed arginare questa legge autoritaria: dalla creazione di siti web di controinformazione fino al riprendere notizie successe in Italia e pubblicate da giornali stranieri. Un po’ come succedeva, con altri mezzi, durante la Resistenza da parte degli antifascisti rifugiati all’estero. Bentornata Radio Londra.

Salvatore Schinello

FGCI - Vibo Valentia

TRIPODI REPLICA AD ORSOMARSO, PRENDE LUCCIOLE PER LANTERNE! AL COMUNE DI REGGIO APERTA QUESTIONE MORALE GRANDE QUANTO UN MACIGNO

Dei gusti e anche della capacità di comprendonio non si può discutere. E, infatti, non discuto affatto la vaporosa affermazione del vice capogruppo vicario del PdL al Consiglio Regionale della Calabria Fausto Orsomarso, che annuncia la “rinascita della Calabria, inaugurata da Giuseppe Scopelliti”. Ma discuto, e come, nonostante la navigazione senza bussola del nostro contraddittore, la tesi secondo cui avrei chiesto lo scioglimento del Consiglio regionale.
E quando mai? Orsomarso prende lucciole per lanterne!
Semmai, e giustamente, ho chiesto lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria, alla luce dei fatti gravissimi e scandalosi che emergono dall'inchiesta giudiziaria denominata “Operazione Meta” - che ritengo di grande spessore e di grande valore, condotta brillantemente dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e dai carabinieri del Ros - che apre uno spaccato inquietante sulla vita cittadina al punto da poter affermare con decisione che il Comune di Reggio è una vera e propria melma. Senza dimenticare che già altre importanti iniziative giudiziarie di questi anni, come l'arresto del consigliere comunale di Alleanza Nazionale Labate, avevano già messo in evidenza la situazione torbida e puzzolente che esiste nel comune di Reggio Calabria.
La mia richiesta, peraltro, è stata ben compresa dagli esponenti reggini del PdL a tal punto che abbiamo potuto registrare reazioni assai scomposte, segno di un pesante nervosismo che si sta facendo strada nel file della destra reggina.
Solo Orsomarso, insomma, non ha capito che ho chiesto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria.
Ma non c’è solo questo errore di fatto nell’iroso attacco di Orsomarso, che predica il confronto evangelico e, al tempo stesso, lancia contro di me improperi, e mi qualifica come chi “vuole mestare nel torbido” e “seminare zizzanie”. C’è che il vice capogruppo vicario del Pdl al Consiglio Regionale della Calabria, con mossa decisamente prepotente, si erge a gran corte di Cassazione e assicura, a inchiesta giudiziaria aperta, che “non c’è alcun elemento giudiziario che riguardi i nostri amministratori, per come emerge nell’ordinanza della magistratura”. Di quale ordinanza della magistratura parli Fausto Orsomarso davvero non sappiamo e non abbiamo curiosità di sapere. Con uno che legge e non capisce quel che legge non è possibile discutere. Tanto più con uno che scambia la propria immaginazione con la realtà.
Infine, voglio ricordare che nella mia nota sull'operazione Meta, non mi sono richiamato ad alcun provvedimento giudiziario né l'ho richiesto. Mi sono solo limitato a prendere atto che a Reggio è ormai aperta una questione etica e morale grande quanto un macigno a cui la politica, quella con la p maiuscola, ha il dovere di dare le risposte che i cittadini attendono per impedire che la città di Reggio Calabria sprofondi definitivamente in una condizione di malaffare, di degrado, di corruzione e di illegalità nella quale sono cancellati i diritti di tutti e il futuro della città rischia di essere condizionato da un sistema di potere espressione dell'intreccio tra 'ndrangheta, massoneria deviata, politica e affari.

Reggio Calabria, 20 giugno 2010
Michelangelo Tripodi
Segretario Regionale PdCI Calabria

OPERAZIONE META, IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PDCI TRIPODI CHIEDE LO SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE DI REGGIO CALABRIA

COMUNICATO STAMPA

Nelle diverse reazioni di esponenti del pdl e della destra sulla brillante operazione giudiziaria denominata “META” condotta con successo dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e dal Ros dei Carabinieri, c’è sempre un comune denominatore che colpisce : viene apprezzato il lavoro investigativo della Procura ma contemporaneamente si comunica che non c’è alcun avviso di garanzia nei confronti dell’ex Sindaco ed attuale Presidente della Regione Giuseppe Scopelliti. In effetti appare evidente che queste numerose dichiarazioni siano state fatte solo allo scopo di annunciare “urbi et orbi” che Scopelliti non è indagato, anche se non bisognerebbe mai dimenticarsi la famosa locuzione latina “excusatio non petita, accusatio manifesta”. A parte il fatto che costoro non spiegano come mai in questa come in altre recenti clamorose operazioni giudiziarie siano numerosi i sindaci, amministratori, consiglieri comunali e circoscrizionali della destra coinvolti e raggiunti anche da provvedimenti di custodia cautelare.
Ma quello che sta emergendo dal provvedimento della Procura è ancora più grave ed inquietante dell’emanazione di un mero avviso di garanzia a chicchessia.
Per la prima volta, dopo le tantissime denunce politiche che noi abbiamo fatto in questi anni, viene alla luce in modo chiaro e netto un sistema di potere e di governo della cosa pubblica (fino ad oggi il Comune di Reggio, ma domani tutto questo potrebbe investire l’intera Regione Calabria?) profondamente corrotto e degradato, che ha dissestato il comune e lo ha trasformato nell’orticello privato di un gruppo di potere assai vasto ed articolato che lo ha gestito a piacimento con mezzi leciti e, molto spesso, illeciti ed illegittimi. Il comune è diventato una vera e propria melma. Questo è il tanto decantato “Modello Reggio” che adesso vorrebbero estendere a tutta la regione.
Questo sistema si è impadronito della città di Reggio Calabria e della sua massima istituzione elettiva dando vita ad un formidabile intreccio politica – massoneria deviata - ndrangheta – affari, che fa tutt’uno con un sottobosco cittadino che vive nei gangli fondamentali del potere comunale in cui dominano faccendieri, affaristi, mazzettisti, imprenditori senza scrupoli, professionisti collusi e invischiati, burocrati asserviti, politici legati alle cosche, prestanome insospettabili, boss e affiliati.
Del resto l’arresto dell’ex consigliere comunale di alleanza nazionale, il poliziotto Labate, si poteva già considerare come la punta dell’iceberg di una situazione fortemente compromessa e condizionata dalle cosche della ndrangheta che spadroneggiano nella città in tutti i campi e che decidono i candidati e gli eletti, umiliando, in ogni modo e con ogni mezzo, noi e tutti quelli che non intendono piegarsi.
Al di là degli avvisi di garanzia che non ci sono stati, si pone, quindi, un’enorme questione etica e morale che non si risolve e non si affronta solo in sede giudiziaria, ma riguarda la città, la sua coscienza pubblica e collettiva, il suo bisogno di ritrovare la via della legalità e della trasparenza, il suo rifiuto netto e categorico di una trasformazione del comune, inteso come casa di tutti, nel palazzo degli affari e degli imbrogli per pochi, la sua volontà di aprire una nuova fase della sua vita.
E’ davvero normale quello che è avvenuto in questi anni nel comune e di cui l’operazione Meta rappresenta uno spacccato o il “modello Reggio” della destra di Scopelliti non è invece il punto più basso di caduta verticale della legalità, della trasparenza, del diritto e della democrazia quale mai si era stato toccato a Reggio, ancora peggio della stagione di tangentopoli.
Obbligo della politica è dare queste risposte. Per parte nostra cerchiamo di presentare una proposta credibile ed alternativa capace di cambiare radicalmente questa condizione. Riteniamo che questo sia il modo migliore per sostenere concretamente l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine affinché vadano avanti indagini e processi e vengano individuati e colpiti i responsabili politici e mafiosi di questo sistema che ha ridotto la città in terreno di conquista e di dominio, in cui perfino il pane diventa affare della ndrangheta.
Quello che sta venendo fuori ci interroga tutti e ci pone la necessità di avere uno scatto di orgoglio e di dignità per rovesciare una situazione puzzolente e torbida in cui gli interessi comuni e generali sono stati totalmente cancellati e tutto è stato piegato alle logiche ndranghetistiche, affaristiche e clientelari dalle assunzioni nel comune e nelle società miste alle forniture, dagli appalti, alla manutenzione, ai contributi alle associazioni, alle nomine, ecc.
Del resto non ci vorrebbe poi tanto, basterebbe solo ricordarsi qualche volta che questa città nel suo recente passato, dopo gli anni della “città dolente” che sembrano tornati di moda, ha conosciuto un sindaco eccezionale come Italo Falcomatà e una stagione indimenticabile che è stata chiamata “la primavera di Reggio”.
Ciò significa che la prima cosa fare, nel prendere atto che il Comune è diventato una melma, è lo scioglimento del Consiglio Comunale, azzerando una classe dirigente che sta portando Reggio alla rovina.

Reggio Calabria, 26.6.2010
MICHELANGELO TRIPODI
SEGRETARIO REGIONALE PdCI

mercoledì 9 giugno 2010

NON CI RESTA CHE PIANGERE

Ci vuole la licenza!
Nella mitica scena di “ Non ci resta che piangere”, il boia Ugolone, spiegava, ad un incredulo Benigni, la necessità della licenza per intraprendere una qualsiasi attività. "Oggi" in Italia, invece, il governo intende, innanzitutto modificando l’ art. 41 della Costituzione, eliminare i permessi e le autorizzazioni, necessari per aprire un impresa, sostituendoli con autocertificazioni. Secondo Tremonti e Berlusconi, questo servirebbe a snellire le procedure per “liberare piccole e medie imprese e gli artigiani dal peso soffocante della burocrazia”. In realtà è l’ ennesimo tentativo di trasformare il Paese in una giungla, nella quale le regole non solo si possono non rispettare, ma spesso non ci sono neppure. A questo punto ci chiediamo: sarà sufficiente l’ autocertificazione anche per il certificato antimafia?

OLTRE LA CRISI: COSTRUIRE INSIEME UN FUTURO MIGLIORE

Dal rapporto annuale dell’Istat presentato nei giorni scorsi emerge un quadro drammatico per il nostro Paese, ed in particolare per la condizione di tantissimi giovani: sono 2 milioni, più della metà nel Mezzogiorno, le ragazze ed i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che sono esclusi contemporaneamente sia dal mondo del lavoro sia da quello della formazione. Nella fascia di età immediatamente successiva, tra i 30 e i 34 anni, il 28,9% vive ancora a casa con i propri genitori, un dato più che triplicato dal 1983. Non si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di una libera scelta, ma di una dura necessità imposta dalla mancanza di un reddito stabile.
Siamo in fondo ad un precipizio nel quale ci hanno condotto vent’anni di politiche liberiste, di privatizzazioni, di compressione dei diritti e dei salari. Dall’abolizione della scala mobile alla trasformazione del sistema pensionistico, dagli attacchi all’articolo 18 al Pacchetto Treu e alla legge 30, sino all’ultima straordinaria offensiva contro il contratto collettivo nazionale di lavoro.

A questa vera e propria lotta di classe del capitale contro il lavoratori si è accompagnata un’offensiva sul terreno culturale che ha modificato nel profondo il senso comune del nostro Paese, distruggendo l’idea, banalmente progressista, che l’avanzamento delle condizioni di vita di ciascuno potesse realizzarsi attraverso lotte collettive. Il tutto anche per tramite di ampi settori della sinistra politica e sociale italiana che, invece che attrezzarsi ad una reazione all’altezza dell’offensiva, hanno accompagnato questa deriva, assumendo strategicamente (nelle proposte politiche, negli atteggiamenti pubblici e persino in quelli privati) il punto di vista dell’avversario.

In questo contesto desolante di mercato senza regole, di precarietà diventata norma, di una solitudine e di una frammentazione sociale che viene imposta a tutti e in primo luogo ai più giovani e ai più deboli, si colloca la Finanziaria: una manovra che chiede sacrifici ancora una volta ai lavoratori, mentre propone per i ricchi e i furbi l’ennesimo condono (edilizio).

Nella scuola le conseguenze saranno irreparabili. Il blocco del turn over e il nuovo tetto di spesa significheranno 26mila insegnanti licenziati, che si aggiungeranno ai 20mila che perderanno il lavoro il 1° settembre prossimo a causa dei tagli contenuti nella legge 133 del ministro Gelmini.

Questi pochi numeri sono il segno tangibile di un progetto di società. Un Paese meno istruito e più ignorante è più facilmente abbindolabile dalle palle a reti unificate del padrone o dall’Uomo della Provvidenza di turno.

E, come si diceva prima, accanto al dramma sociale (la Grecia è vicinissima, misure identiche a quelle del governo del Pasok in Grecia sono la logica conseguenza, in tempi brevissimi, della Finanziaria di Berlusconi) c’è l’emergenza democratica, l’imbarbarimento culturale e civile.

Il Parlamento è totalmente svuotato dei suoi poteri (il 93% delle leggi sono di provenienza governativa), la magistratura è quotidianamente sotto attacco, pezzi di classe dirigente sono in costante odore di corruzione, le pulsioni xenofobe e omofobe vengono istituzionalizzate e propagandate ossessivamente, la ricerca e la formazione svilite e dileggiate da modelli culturali violenti e asserviti ai poteri economici.

Il compito di chi non si rassegna è produrre uno scarto tra la contemplazione disillusa della realtà e l’organizzazione politica del conflitto di classe.

Ancor di più nella nostra generazione, privata del diritto al futuro e costretta, come si diceva, ad una solitudine esistenziale prima ancora che politica e civile probabilmente inedita per la stessa storia del capitalismo.

Allora proviamoci: individuiamo i terreni di lotta comuni ed unificanti delle tante solitudini del Paese, e incarichiamoci – insieme a tanti altri, alle forze migliori della società – di incanalarle in una prospettiva di cambiamento radicale, con proposte di mobilitazione e agitazione immediate (la manifestazione dei sindacati di base del 5 giugno, lo sciopero generale della Cgil, con una piattaforma nostra che chieda investimenti massicci nella formazione, la cancellazione della legge 30, un salario dignitoso, sanzioni durissime contro il lavoro nero) e con la costruzione di un nuovo immaginario rivoluzionario, che torni a parlare ai giovani e ai lavoratori di un processo non più rinviabile di democratizzazione dal basso di tutti gli ambiti della società: democrazia operaia in fabbrica, democrazia studentesca nelle scuole e nelle Università, autogestione, autogoverno, socialismo.

Proprio nell’intreccio stretto di questi due livelli (rivendicazioni immediate e battaglie di prospettiva) decliniamo l’identità comunista del terzo millennio. Una rinnovata cultura politica della trasformazione al servizio delle lotte e del conflitto sociale.

Le nostre organizzazioni, nella Federazione della sinistra, devono essere uno strumento per invertire la rotta e costruire un futuro diverso e migliore.

Flavio Arzarello - coordinatore nazionale FGCI
Simone Oggionni - portavoce nazionale Giovani Comuniste/i

GIOVANI E LAVORO: FERMIAMO IL SACCHEGGIO AI DANNI DELLA NOSTRA GENERAZIONE!

I nuovi dati Istat sull’occupazione sono l’ennesimo campanello d’allarme per la sorte della nostra generazione.
La disoccupazione complessiva in Italia in Aprile si è attestata all’ 8,9%, con un +0,4% rispetto a fine 2009 e un +0,1% rispetto a marzo 2010.
Il dato quindi è ancora in trend di crescita e parla di un paese che è ben lontano dall’uscita o dalla “fase calante” della crisi. Come avevamo detto più volte, controcorrente rispetto alla messa cantata dei media ufficiali che predicavano ottimismo, la crisi deve ancora far vedere i suoi effetti più catastrofici.La disoccupazione giovanile è al 30%, un dato mostruoso: inizia a crearsi una nuova categoria generazionale di dimensioni rilevanti, quella dei “giovani morti”, disoccupati a carico delle famiglie che non hanno più ambizioni o vie d’uscita per rendersi indipendenti.
A tutto ciò cosa risponde il governo?

Risuonano ancora le parole di Sacconi, quando ha suggerito (bontà sua) ai giovani italiani di accettare qualsiasi lavoro veniva loro offerto, non pretendendo più di ricevere impieghi o salari commisurati alle loro passioni e titoli di studio.
Una affermazione solo debolmente ammantata della retorica del “sii umile e datti da fare” che in realtà sottende la più becera della visioni padronali: “La classe dirigente è al completo e non si tocca, tutti gli altri si preparino ad essere rotelle della macchina senza pretese e aspettative.”
Da anni la classe dirigente liberale e liberista italiana non ha la più pallida idea di come investire sullo sviluppo e scommette sull’abbassamento del costo del lavoro per reggere la concorrenza di paesi più “economici” come l’est Europa o la Cina.
Oltre a non funzionare, è facile capire che con questa visione la direzione che prende il benessere sociale non è in avanti ma all’indietro, con l’abbassamento medio dei salari, la precarizzazione dei posti di lavoro, l’aumento della disoccupazione e – cosa che vediamo chiaramente già da tempo – il blocco di qualsiasi ascensore sociale.
La nostra generazione è la prima della storia della nostra Repubblica che starà sicuramente peggio di quella precedente.
Tutto ciò è inaccettabile tanto più che nel clima di disorientamento e passività generale noi giovani del 2000, con la scusa della tenuta del sistema, stiamo subendo una ruberia di diritti sociali, retribuzione e garanzie per il futuro senza precedenti.
Va da sé che se il "sistema" per reggere deve dissanguarci, non è un sistema che ci rappresenta, che ci è utile, che vogliamo.
Occorre per prima cosa un investimento serio su istruzione e ricerca per riportare il sistema produttivo in Italia sul mercato della qualità e non della quantità; bloccare la proliferazione dei contratti precari che stanno impedendo a milioni di giovani di progettare il proprio futuro oltre che frantumare qualsiasi identità di lavoro.
Adattare il welfare alle necessità del presente: oggi noi precari di norma non possiamo accedere ad un mutuo, non possiamo prevedere spese a lungo termine, costruire una famiglia. Siamo carne da macello ad ogni oscillazione del mercato, privi di cassa integrazione e invisibili alle statistiche dei licenziamenti.
Per far fronte a tutto ciò serve un cambio di rotta radicale, una alternativa di sistema, che miri alla qualità della vita e alla giustizia sociale, per rilanciare il progresso di questo martoriato e stagnante paese ma anche per fermare il saccheggio che una classe politica e imprenditoriale vecchia, corporativa e irresponsabile sta perpetuando a nostre spese.
È ora di smettere di farci mungere in silenzio, serve una piattaforma di rivendicazioni chiara e precisa su cui ricostruire una battaglia di vertenze. Su presto molto presto diremo la nostra con delle proposte ufficiali su welfare, salari, istruzione.
È in gioco il nostro futuro e non intendiamo tirarci indietro.

Alessandro Squizzato - responsabile nazionale lavoro FGCI

LA FGCI CONTRO IL TERRORISMO DI STATO DI ISRAELE

La FGCI condanna duramente il vile attaco compiuto questa mattina da Israele, ai danni del convoglio navale di pacifisti che portavano aiuti alla popolazione palestinese di Gaza. Un vero e proprio atto terroristico ancor più deprecabile, proprio perchè peprpetrato ai danni di persone disarmate, colpevoli solo di voler raggiungere una popolazione da mesi rinchiusa in una prigione a cielo aperto e sottoposta al blocco degli aiuti internazionali.
E' evidente ormai
da tempo che Israele non ha nessuna intenzione di risolvere il conflitto e l' uso della forza militare è l' unica risposta di cui è capace.
Israele non può continuare ad agire indisturbato ed impunito; chiediamo alla comunità internazionale, di agire affinchè cessino
le vessazioni ai danni dei palestinesi e vengano presi provvedimenti contro le azioni criminali dello stato di Israele.
Dalla parte della Palestina sempre!

PENSIONI - DILIBERTO: "QUESTA EUROPA NON CI PIACE, URGE CONFLITTO SOCIALE"

"Questa Europa, che chiede sacrifici ai lavoratori e ai pensionati, non ci piace.
La crisi la paghi chi l'ha prodotta: padroni e speculatori in primis. Il governo italiano non usi l'Europa come pretesto per ridurre i diritti dei lavoratori: ora più che mai c'è bisogno di conflitto sociale". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.

GRAZIE AI MAGISTRATI, AI MEDICI, A TUTTI QUELLI CHE LOTTANO PER CACCIARE LA CRICCA

"I "politici" di destra per denigrare le lotte le chiamano politiche. C'è una logica, visto che la loro è la politica del malaffare.
Io voglio invece ringraziare i magistrati edi medici per aver proclamato sciopero ridando valore alla "politica" e dimostrando una piena sensibilità nei confronti di tutti i cittadini. In Italia non c'è giustizia perché c'è un premier indaffarato ad impedirla. Non c'è una sanità adeguata perché i tagli si stanno facendo sulla pelle di tutti i cittadini. Non c'è più scuola pubblica - per anni ed anni vanto della Repubblica italiana- perché il governo opera tutti i giorni per distruggerla. Grazie ancora ai magistrati ed ai medici. Saremo e siamo al loro fianco. La cricca che s'è impadronita dell'Italia deve essere cacciata a calci.

Oliviero Diliberto
segretario nazionale PdCI

Sciopero Generale unitario contro la macelleria sociale. Facciamo pagare ai padroni la loro crisi!

La nuova manovra economica “anti-crisi” del governo Berlusconi contiene misure “lacrime e sangue” contro i lavoratori dipendenti e i pensionati: tagli alla spesa sociale e ai salari, congelamento delle liquidazioni, blocco totale del turn-over, negazione del diritto al contratto nazionale, furto sul salario accessorio, chiusura delle finestre di uscita per i pensionamenti. I lavoratori ancora una volta dovranno compiere nuovi sacrifici e si approfondirà la forbice economica fra le masse popolari e i gruppi oligarchici/finanziari.

Dopo la propaganda berlusconiana della ripresa e dell’uscita dalla crisi, il Governo porta un attacco senza precedenti a milioni di lavoratori con licenziamenti, cassa integrazione, ristrutturazioni, delocalizzazione e con il famigerato “collegato lavoro” per smantellare lo Statuto dei Lavoratori.

L’obiettivo di queste misure è quello di scaricare sulle masse lavoratrici il peso della crisi e dei debiti del capitalismo per difendere gli interessi di una minoranza di banditi/sfruttatori.

Difatti nessuna misura viene presa contro i monopoli capitalistici che continuano a fare profitti enormi, gli speculatori finanziari e gli evasori fiscali, i grandi patrimoni, le rendite fondiarie e finanziarie, i mafiosi e i boiardi di stato. Nessun taglio alle spese militari, alle inutili grandi opere, al Vaticano, ai privilegi di manager!

A questa vera e propria macelleria sociale perpetrata dal governo Berlusconi e dalla Confindustria i lavoratori devono dare una risposta dura, decisa e immediata.

Costruiamo un ampio movimento d’opposizione e di resistenza su un programma minimo in difesa degli interessi economici e politici del proletariato.
Dispieghiamo e organizziamo il conflitto nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri contro questa nuova offensiva capitalista.
Rilanciamo la lotta di classe contro la barbarie del capitale, ricostruiamo il Partito Comunista, unico strumento politico e sociale di difesa e rappresentanza della classe operaia.
I lavoratori non sono i responsabili della crisi. Che la paghino i padroni!

Siamo di nuovo in piazza il 12 Giugno alla manifestazione della CGIL per sostenere tutte le mobilitazioni contro gli attacchi del padronato e del Governo.

Sciopero generale unitario, subito!

Roma, 12 Giugno 2010

COMUNISTI UNITI

www.comunistiuniti.it

info@comunistiuniti.it

MANOVRA - DILIBERTO: "MERITA OPPOSIZIONE UNITA IN PIAZZA"

"Caro Bersani, la Manovra merita una risposta forte e compatta di tutta l'opposizione, parlamentare e non, in piazza.
E' il momento di agire sulla strada dell'opposizioone unitaria. Il governo, sotto i colpi di una crisi economica, sociale e politica straordinaria, si sta sfarinando e tenta di scaricare le sue responsbailità sui ceti sociali meno abbienti. Serve un'altra idea di politica economica e un altro governo, e solo un fronte ampio e partecipato può riuscire a buttar giù questa cricca di incapaci". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.

Intercettazioni - PDCI: "Fiducia è ennesimo atto di regime"

"La fiducia al Ddl è l'ennesimo atto di regime. Chiediamo all'Ue di vigilare sull'Italia, sempre più a rischio democrazia.
E' una legge che manda al macero la libertà di stampa e la civiltà giuridica: l'Europa si svegli prima che sia troppo tardi". E' quanto afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.

Protezione Civile - Licandro: "Premier fomenta clima di odio"

"Se il premier ha elementi li riferisca alla magistratura altrimenti le sue sono solo parole pericolossisime ed eversive.
Chi usa un tale linguaggio non può fare il Primo Ministro di un Paese civile". E' il commento di Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra, in merito alle dichiarazioni dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sull'inchiesta sulla Protezione Civile attivata dalla Procura dell'Aquila, che continua: "Berlusconi sta fomentando un clima di odio e non sappiamo dove voglia davvero arrivare".

Rai - Pignatiello: "Parole premier dimostrano che livello di allarme è alto"

"La Rai non è di sua proprietà: le parole del premier non fanno che acuire il suo già enorme conflitto di interessi".
E' quanto afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra, che continua: "O la pensate come me oppure non firmo il contratto di servizio significa minacciare la libertà di espressione e il concetto stesso di democrazia. Siamo oltre il livello massimo d'allarme: questo premier fa male all'Italia".

ufficio stampa PdCI

lunedì 31 maggio 2010

Vigliacchi! Attacco nazisionista di Israele alla Flotilla diretta verso Gaza

Ancora dubbi? Dopo l’assalto premeditato e vile delle truppe israeliane alla Flotilla che portava cibi e beni di prima necessità nella Striscia (sigillata) di Gaza (mentre scriviamo i morti ammazzati tra gli operatori umanitari della nave turca sono 19!) la politica sionista sulla quale si fonda lo Stato di Israele rinnova con il sangue versato da innocenti la sua essenza di politica di tipo nazista. Siamo a fianco della Flotilla ed a fianco del Popolo Palestinese in Resistenza contro l’oppressore occupante. E’ nostro dovere di comuniste e di comunisti resistere un secondo di più dei carnefici sionisti, senza arretrare di un millimetro. Dichiariamo ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, Benjamin Netanyahu ed il Governo da lui presieduto responsabile di crimini contro l’umanità e di genocidio.

Dipartimento Comunicazione Comunisti Uniti


Gaza, assalto in mare

Sono almeno venti le vittime dell’assalto dell’esercito israeliano, avvenuto questa mattina all’alba, di una delle navi che portano aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. La barca assaltata, la Mari Marmara, fa parte della Freedom Flotilla, gruppo di imbarcazioni partite da vari paesi per portare sollievo alla popolazione civile di Gaza.

Impossibile contattare gli altri attivisti della Flotilla, i cui telefoni sono stati oscurati nella notte, poche ore prima dell’assalto dei corpi speciali israeliani. Tutti i membri della Flotilla sono da considerare in stato di fermo e le unità militari israeliane li stanno portando nel porto di Haifa, mentre in un primo momento il loro arrivo era previsto nel porto di Ashdod. L’ultimo comunicato stampa della rete che gestisce l’iniziativa recita: ‘”Lo streaming video mostra i soldati israeliani che sparano a civili”, e l’ultimo messaggio diceva: “Aiutateci, siamo stati abbordati dagli israeliani”.

La coalizione formata dal Free Gaza Movement (FG), European Campaign to End the Siege of Gaza (ECESG), Insani Yardim Vakfi (IHH), Perdana Global Peace Organisation , Ship to Gaza Greece, Ship to Gaza Sweden, e International Committee to Lift the Siege on Gaza lancia un appello alla comunità internazionale per chiedere a Israele di fermare questo brutale attacco contro civili che stavano tentando di portare aiuti di vitale importanza ai palestinesi imprigionati a Gaza e di consentire alle navi di continuare il loro cammino. La diretta dell’iniziativa umanitaria veniva seguita in diretta sul sito della coalizione, WitnessGaza.

Il numero delle vittime non è accertato, l’unico numero è stato fornito da un portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri. Quest’informazione, fornita in una intervista in tv, non ha per ora altra conferma.

Le immagini, trasmesse in tutto il mondo da al-Jazeera, che ha una troupe a bordo di una delle navi, mostrano elementi delle forze d’assalto israeliane che fanno irruzione a bordo. La Radio Militare israeliana ha confermato, poco fa, che le vittime sono almeno 16. Secondo i militari israeliani, gli incursori avrebebro incontrato resistenza nel tentativo di salire a bordo, in quanto alcuni membri dell’equipaggio brandivano non meglio precisate ‘armi da taglio’.

L’assalto è avvenuto a 65 chilometri dalla costa della Striscia di Gaza, in acque internazionali. Il cargo batteva bandiera turca e il governo di Ankara ha già rilasciato una nota nella quale chiede immediati chiarimenti al governo israeliano. La polizia turca ha protetto dall’assalto di un gruppo di dimostranti la sede diplomatica israeliana ad Ankara.

Una fonte ufficiale dell’esercito israeliano, sentito dalla televisione al-Arabiya, ha confermato che che le vittime sono 19: nove cittadini turchi e diversi arabi, anche se non è stata fornita la nazionalità di tutte le vittime. Al momento sono stati inoltre ricoverati 16 feriti, tra cui dieci soldati israeliani colpiti con coltelli durante l’assalto alle navi dai volontari. Si attende l’arrivo di tutte le navi nel porto di Ashdod mentre prosegue il recupero dei feriti da parte della marina israeliana.

La Turchia ha convocato l’ambasciatore israeliano ad Ankara dopo l’assalto. Lo ha reso noto un diplomatico turco. “L’ambasciatore Gabby Levy è stato convocato al ministero degli Esteri. Faremo presente la nostra reazione nei termini più perentori”. Il vice-premier Bulent Airnc ha convocato una riunione di emergenza ad Ankara a cui partecipano tra l’altro il ministro dell’Interno, il comandante della Marina e il capo delle operazioni dell’esercito

“Proclamiamo per domani uno sciopero generale a Gaza e in Cisgiordania in solidarietà con i volontari della flotta attaccata dai militari israeliani”, ha annunciato Ismail Haniyeh, primo ministro di Hamas. Haniyeh ha indetto una conferenza stampa, in diretta televisiva, questa mattina. ”Quella di oggi sarà ricordata come la giornata della libertà per il popolo palestinese – ha affermato – tutte le vittime di questo attacco saranno i martiri del nostro popolo”. Haniyeh ha invocato la collaborazione dell’Autorità nazionale palestinese, guidata da Abu Mazen e che controlla la Cisgiordania, della Lega Araba e dell’Unione Europea. La Lega Araba ha reagito subito, convocando per domani al Cairo una riunione urgente dopo l’attacco di questa mattina. Lo ha reso noto una fonte della Lega Araba citata da al-Arabiya.

Alta tensione anche in Israele. La polizia israeliana, appena è stata diffusa la notizia dell’assalto alla nave della Flotilla, ha predisposto la chiusura al traffico di alcune vie di comunicazione sensibili, in particolare in zone dov’è alta la presenza di arabi-israeliani. Movimenti di polizia si sono, in particolare, registrati subito nella zona di Wadi Ara, dove la tensione è alta, in quanto si è diffusa la notizia che una delle vittime sarebbe lo sceicco Raed Sallah, originario di questa zona.

La polizia israeliana ha inoltre deciso di isolare la zona della Spianata delle Moschee a Gerusalemme.

di Christian Elia su “PeaceReporter.net”

INTERVISTA AL NOSTRO SEGRETARIO NAZIONALE

L’esigenza del partito comunista e la lotta per costruirlo

Costretto ad un lungo periodo di riposo, a causa di un serio incidente al ginocchio, il compagno Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, non sembra affatto sotto tono, quando ci accoglie nella sua casa. E lì, circondato dai suoi tanti e amati libri ed una graziosa gattina che ci gira attorno, inizia a parlare. Ed è un fiume in piena. «Accordo di governo, dopo le prossime elezioni nazionali? Sarebbe un errore, un guaio sia per noi che per il Pd, mentre ciascuno dovrà fare la sua, differente, parte. Questa è una crisi di sistema e per uscirne bisogna cambiare il sistema. Del resto i temi posti dai comunisti sono oggi, rispetto alla crisi strutturale del capitale e alle accelerazioni iperliberiste dell’Unione europea, più attuali che mai. Il punto è che occorrerebbe un partito comunista forte, radicato, di lotta e questo partito non c’è. Occorre risolvere il problema, contribuire alla costruzione di un partito comunista di questo tipo. E’ per questo che abbiamo lanciato, ormai da tempo (e solo parzialmente ascoltati) il progetto dell’unità dei comunisti. I comunisti e le comuniste bisogna unirli e unirle. Noi continueremo a lavorare per questo obiettivo e porteremo avanti questo progetto con tutti coloro che saranno disponibili».

Una prima domanda sulla cogente attualità. Credi che si stiano determinando le condizioni per elezioni anticipate?

È molto probabile. È difficile che il Governo possa reggere alla crisi ed ai continui scandali, oltre alla rottura stessa che si è andata consumando nel Pdl. E poi Berlusconi ha tutto l’interesse ad andarci. La scadenza del 2013 è in contrasto con i suoi interessi personali perché non potrebbe candidarsi a Presidente della Repubblica. Non è inverosimile pensare che le elezioni politiche possano tenersi insieme alle prossime elezioni amministrative.

E secondo te, allora, cosa dovrebbero fare le forze della sinistra e, in particolar modo, i comunisti? Ripetere l’esperienza del 2006 e l’accordo di governo col centro-sinistra?

Obbiettivamente oggi non vedo alcuna condizione per un patto di governo. Un accordo di questo tipo, oggi sarebbe un guaio sia per noi che per il Pd : troppo distanti i progetti e i programmi. Invece un largo fronte democratico che contrasti la peggiore destra di tutta Europa è auspicabile. E mi auguro che vi siano le condizioni per cambiare la legge elettorale che è folle, obbliga a formare schieramenti eterogenei e crea un Parlamento che non rispecchia il Paese, visto che di fatto non è eletto ma nominato. Noi comunisti dobbiamo lottare e muoverci politicamente per il ritorno alla legge proporzionale: è una richiesta che dobbiamo avanzare e per la quale dobbiamo mobilitarci. Altra questione è la risoluzione del conflitto d’interessi. Berlusconi, col suo dittatoriale monopolio dell’intero mondo televisivo ha trasformato un intero popolo di telespettatori in suoi elettori. Da questo punto di vista, dal punto di vista dell’organizzazione degenerata dell’organizzazione del consenso la situazione italiana è di una gravità inaudita: non solo è ora ma è già tardi per riportare la democrazia su questo terreno e togliere a Berlusconi questo strapotere.

Concentriamoci sull’ Unione europea e sulla crisi che la sta attraversando. E’ questa, una crisi passeggera?

Se si analizzano le questioni si capisce come questa crisi non sia affatto ciclica e passeggera. Essa è dovuta alla finanziarizzazione del mercato (denaro che genera altro denaro) che ha colpito paesi diversissimi tra di loro, non necessariamente fragili dal punti di vista economico. E questo perché ci troviamo di fronte ad una vera e propria crisi capitalistica di sistema.

Questo vuol dire che ci troviamo di fronte a sconvolgimenti che cambieranno nel profondo l’Unione Europea e l’Eurozona?

Io temo che ci si stia avviando verso due euro-zone. La prima, forte, guidata dalla Germania. Ed una seconda, più debole, che è l’eurozona mediterranea (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) a cui verrà applicato un cambio diverso. Il che renderebbe tutto molto più complesso ed esporrebbe questi paesi al rischio di forti speculazioni finanziarie, che in parte stanno già avvenendo. Tutto questo si innesta su una crisi più complessiva che vede un attacco contro l’euro da parte degli Stati Uniti d’America e di alcuni speculatori europei.

Perché questo?

Fondamentalmente, perché l’euro è una moneta sui generis, priva di uno Stato nazione.

Si è parlato infatti di una moneta senza uno Stato ed una politica economica.

Esattamente. E proprio questo essere una moneta senza Stato, fa dell’euro un paradigma emblematico del capitalismo, dove la politica viene cancellata e rimane solo il denaro.

Ma allora cosa pensi di questa Europa?

Questa Europa semplicemente non esiste. Voglio essere più esplicito: alcuni di noi hanno coltivato anni addietro l’idea che potesse nascere un’Europa politica, espressione dei popoli europei e con poteri decisionali, così che potesse formare un polo alternativo agli Usa. Ma tutto questo non è avvenuto e forse non poteva nemmeno avvenire. Lo dico con rammarico, ma bisogna prenderne atto, del resto gli Usa hanno lavorato sui singoli governi amici per impedire che si arrivasse ad un’unità politica. E la crisi sta ancora di più acuendo le difficoltà dell’Europa, rendendone impossibile la compiutezza di progetto politico, ma anzi disgregandola ancora di più, al punto che oggi, il Parlamento europeo è un vuoto simulacro, privo di poteri decisionali e di indirizzo.

Come si esce da questa crisi allora?

Come ho già detto prima, questa è una crisi di sistema. E allora non ci sono tante alternative: per uscire da una crisi di sistema bisogna cambiare il sistema. Il che, evidentemente, non vuol dire che io veda nell’immediato le condizioni per poterlo fare. I comunisti però hanno il compito di indicare una prospettiva di cambiamento radicale del sistema. Oggi più che mai la crisi rende attualissime le vecchie intuizioni contenute nel III libro del Capitale di Marx. Egli viveva in una economia con uno stadio embrionale di finanziarizzazione, ma aveva già allora lucidamente individuato i rischi enormi connaturati nel passaggio dalla fase in cui “merce produce denaro” a quella in cui “denaro produce denaro”. Ma tutto questo è intrinsecamente connaturato con il capitale. Oggi chi è comunista è più che mai attuale.

Ci sono, dunque, le condizioni per la ripresa della lotta e del conflitto? In Europa, in fondo, ci sono esempi che vanno in questa dimensione, basta vedere quello che accade in Grecia…

La ripresa delle lotte c’è. Ma proprio la Grecia ci dice che questo avviene se c’è un forte Partito Comunista, come il KKE, e un sindacato di classe. Non è l’unica condizione, ma è assolutamente indispensabile, altrimenti – come vediamo in Italia – le lotte sono parcellizzate ed incapaci di rappresentare gli interessi complessivi dei lavoratori.

E’ centrale il ruolo del KKE …

Assolutamente. In Grecia c’è un Partito Comunista forte, organizzato, che rasenta il 10% del voti, con strutture, militanti, organi di stampa: è un partito di massa. E quindi è in grado anche di essere parte integrante di queste lotte. In Italia invece noi dobbiamo ricominciare da capo, ed è evidente che il nostro cimento è quello di costruire una soggettività di radicale opposizione al capitalismo che sia in grado di proporsi come una speranza, una guida per il futuro.

Ma il KKE non parla solo al popolo greco. Nel loro striscione all’Acropoli di Atene i comunisti hanno invitato i popoli di tutta Europa a ribellarsi.

I greci hanno un fortissimo senso dell’internazionalismo che è figlio della loro storia e della loro precisa identità politica. Per cui non mi sono stupito, anzi ho condiviso questo appello. Bisogna vedere quanti sono in grado di raccoglierlo. La parcellizzazione delle forze della sinistra di classe e degli stessi comunisti a livello europeo è incredibile. Uno dei temi oggi è quello di ricostruire un internazionalismo credibile, senza il quale sarà difficile anche organizzare le lotte.

Veniamo all’Italia. Il Governo ha, per lungo tempo, disseminato ottimismo e fatto credere che la crisi fosse già passata. Ora invece si avvia ad una manovra finanziaria di “lacrime e sangue”. Tutto questo non dovrebbe aiutare a creare un clima ostile al governo delle destre e più vicino alle ragioni delle forze di sinistra e dei comunisti?

La crisi si accentuerà e porterà ad un ulteriore indebolimento delle fasce più deboli della popolazione, con tagli di stipendi, salari, pensioni e, soprattutto, tagli allo stato sociale. Tutto questo però non necessariamente porta a sinistra. In altre fasi drammatiche della storia europea è accaduto un pericoloso spostamento a destra. Anche perché per governare politiche così drasticamente antipopolari ci vogliono governi autoritari, la militarizzazione delle società. E infatti io sono molto preoccupato.

Che fare, allora?

Io vedo due questioni: una grande questione democratica in cui i comunisti e la sinistra, assieme alle altre forze democratiche, devono lavorare per mantenere l’agibilità democratica della piazza, affinché all’esplodere del conflitto si mantenga la possibilità della protesta e della lotta sociale. Questo è nell’interesse di tutte le forze che si riconoscono nei valori dell’arco costituzionale.

E l’altra questione?

È un aspetto più squisitamente nostro, perché attiene alla nostra capacità di essere parte dei conflitti e guidarli. Oggi le lotte non sono sparite, ma sono oramai parcellizzate. Assistiamo all’esplodere di micro conflitti diffusi (di una città o addirittura di una sola fabbrica). Il compito di noi comunisti, se ci riusciamo, è quello di tessere la rete di questi conflitti e metterli su un piano politico più generale, che li faccia uscire da questa atomizzazione e spettacolarizzazione, indotta dal fatto che la cancellazione dai mezzi di comunicazione porta ad esasperare gli aspetti simbolici ed eclatanti, proprio per riuscire a bucare lo schermo e dare voce alla propria lotta e protesta.

E qual è, secondo te, il contenuto centrale che queste lotte devono fare proprio?

Oggi, dopo la grande ubriacatura neoliberista degli anni ’90 ritorna con forza il ruolo dello stato in economia. E con questo non intendo gli aiuti a pioggia per risanare i bilanci delle banche. Se lo stato concede degli aiuti, deve entrare nelle proprietà ed entrare nei consigli di amministrazione. Non c’è altra strada. So che su questo il Pd è sordo, ma si deve provare ad aprire una stagione nuova.

Veniamo alla sinistra italiana: come vedi la situazione? E soprattutto, come sono messi i comunisti in Italia?

Nei momenti di difficoltà tendono a prevalere sempre le divisioni, le diffidenze reciproche, i distinguo, che sono spesso di lana caprina. Oggi più che mai sarebbe necessario superare questa empasse per provare a ricostruire. In fondo sino a non molti anni fa i comunisti avevano una forza organizzata ed un consenso anche elettorale piuttosto elevato. Nel 2006 Prc e Pdci presi assieme viaggiavano su percentuali a due cifre. Poi ci sono stati errori drammatici, come la partecipazione al governo Prodi.

Esperienza dalla quale i comunisti ne sono usciti con le ossa rotte …

Dobbiamo trarne la giusta lezione: il partito di lotta e di governo non funziona. Una forza politica, questo almeno è la mia visione, deve sempre delineare una prospettiva di governo. Ma un conto è essere un partito di governo, altra cosa è essere un partito al governo.

Puoi chiarire?

Un partito di governo è un partito che, seppur piccolo, è in grado di prospettare soluzioni e proposte per il governo del Paese, ma questo non implica una automatica propensione al governismo. Bisogna vedere se ci sono le condizioni, se si hanno i rapporti di forza, se si è in grado di spostare i rapporti politici. Se tutto queste condizioni mancano, allora bisogna essere un partito di lotta. Le due cose assieme non riuscì a farle nemmeno il PCI quando aveva il 34% dei voti, figuriamoci se possiamo esserlo noi.

E cosa devono fare i comunisti, allora?

Oggi vedo tre terreni di battaglia…

Iniziamo dal primo.

L’agibilità democratica. Ne ho brevemente accennato prima ma ci ritorno. In Italia la questione democratica è molto più accentuata che nel resto d’Europa. Berlusconi ha di fatto azzerato il Parlamento, visto che il 93% delle leggi sono di iniziativa governativa. Se a questo si aggiunge l’attacco alla magistratura (terzo potere dello Stato) e all’informazione (che nei paesi a democrazia avanzata rappresenta una sorta di quarto potere), capiamo come la questione democratica in Italia è davvero stringente. Ma ci rendiamo conto del fatto che, negli ultimi mesi, si sono persi 400 mila posti di lavoro e la Tv passa l’Isola dei Famosi?

E poi?

All’interno di questo fronte democratico, che si caratterizza per battaglie di difesa della democrazia costituzionale, ci deve essere il tentativo di allargare il più possibile la sinistra in quanto tale. Il Pd è un interlocutore che sul terreno sociale ha delle politiche neoliberiste che sono molto distanti dalle nostre. E quindi bisogna allargare e rafforzare la sinistra di classe. Per me il discrimine è la contraddizione tra capitale e lavoro, perché è la contraddizione principale nel mondo. In questo secondo terreno possiamo incontrare le forze politiche che non sono comuniste e che tuttavia coerentemente si battono per miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari.

Vedo prefigurare, in queste tue parole, un ragionamento a cerchi concentrici: prima il terreno largo della democrazia, poi la sinistra e le questioni di classe. Qual è il terzo cerchio, e quindi il perno di tutto questo?

Indubbiamente i comunisti. Oggi non solo la questione comunista è centrale, ma io vedo, come complementare a quanto detto prima, un processo di ricomposizione dei comunisti. Ricostruire la sinistra non vuol dire che non ci devono più essere i comunisti, è il contrario. Nel momento in cui si lancia una battaglia unitaria, e possibilmente si cerca di dar vita ad un fronte largo e democratico, i comunisti per non estinguersi o per non rimanere una nicchia ininfluente, devono lavorare per rimettersi tutti assieme, superando le divisioni che purtroppo nei momenti di crisi tendono ad accentuarsi, invece che attenuarsi.

Perché?

Perché si diventa autoreferenziali quando si è in pochi. Oggi, viceversa, ci sono anche le condizioni oggettive per provare, dentro un percorso a cerchi concentrici di alleanze, a mettere assieme tutti quelli che sono ancora comunisti. Per guardare avanti, perché la crisi ci sta dando ragione. È un paradosso pazzesco: la crisi ci da ragione e tuttavia siamo ridotti ai minimi termini. Quando Prc e Pdci assieme fanno il 3% dei voti, è un dato imbarazzante. Possibile che questo dato colpisca solo me?

E Rifondazione Comunista?

Io ho grande rispetto per il Prc, ma non posso non rilevare come alla nostra richiesta del 2008 di riunificare i due partiti, Rifondazione abbia risposto con una pulsione tutta interna a quel Partito. Secondo me è un errore. Non possiamo che prenderne atto. E dico di più: la linea del Pdci resta in piedi e noi lavoreremo con quelli che sono disponibili a farlo. Il che non significa mettere in discussione il rapporto con le altre forze della sinistra, anzi: dentro una sinistra più larga, i comunisti devono poter esercitare un ruolo.

Ti sento deciso. E’ questa la strada?

Ma certo! In fin dei conti le contraddizioni che stanno esplodendo a livello planetario sono talmente enormi che solo un cieco, o uno in malafede, non vede il ruolo che noi potremmo avere. Il capitalismo è forte e pervasivo. Certo, si manifesta in forme diverse dall’800, come è ovvio, ma se uno si va a rileggere i nostri classici, penso innanzitutto agli scritti di Lenin, trova delle chiavi di lettura utili per capire l’attualità. Sapendo che lo scontro planetario oggi, a differenza che nel passato, è prevalentemente sulle fonti di energia e sull’autosufficienza alimentare. Da questo punto di vista la Repubblica Popolare Cinese sta facendo una politica realmente lungimirante, con i suoi rapporti non di rapina con un continente importante come l’Africa. Noi vogliamo interagire dalla nostra periferia con questi enormi fenomeni, o vogliamo stare a guardare? Io credo che vada ricostruito un moderno internazionalismo, e questo passa solo dall’azione dei comunisti.

Puoi continuare il ragionamento?

Questo in fondo è uno dei terreni unificanti tra i comunisti. Lo scenario mondiale sta profondamente cambiando. Dal Sudafrica, all’America Latina all’Asia. Tutto quello che si muove, va nella direzione di una redistribuzione, cioè in una visione anticapitalistica. Noi, ahimè, viviamo chiusi in un bunker e vediamo il mondo attraverso la feritoia di questo bunker. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire fuori, guardare a 360 gradi. Questo lo possono fare solo i comunisti, perché solo loro mantengono una teoria generale di critica sistemica al capitalismo.

Che fare, allora?

I comunisti vivono oggi una fase difficilissima. Sarebbe facile mollare. Facile ma profondamente sbagliato. Il pendolo della storia ha consegnato alla mia generazione il compito di mantenere viva un’idea per consegnarla alle nuove generazioni. Da questo punto di vista anche proseguire nella ricerca teorica, nella ri-aggregazione degli intellettuali, facendoli uscire dalle loro ricerche settoriali, per metterli in rete l’un l’altro e dare vita ad una ricerca e ad un confronto permanente e strutturato, è un compito del presente. Una volta c’erano centri di ricerca e di studio marxista di altissimo prestigio. Tutto questo va ricostruito da capo. È un lavoro di lunga lena, ma che dobbiamo ricominciare.

In che modo?

Abbiamo costruito l’Associazione “ Marx XXI ” per cominciare a lavorare in questa direzione. Dobbiamo tutti impegnarci perché lavori bene, perché questo seme, riposto oggi su un terreno arido, possa germogliare. Sono sempre più convinto che, nello stato in cui siamo, questo nuovo inizio è indispensabile e va fatto con i passi giusti, ad iniziare dal fatto che è prioritario stare in mezzo alle lotte, altrimenti non recupereremo mai la credibilità nelle nostre classi di riferimento.

Un’ultima domanda.

Immagino sulla Federazione della Sinistra…

Esattamente: che ne pensi?

Penso che la Federazione della Sinistra rappresenti l’occasione per favorire l’unità d’azione dei comunisti insieme ad altre forze della sinistra. Poi bisogna dire che all’interno di uno dei due partiti comunisti ci sono militanti e dirigenti che non si ritengono più comunisti. Lo dico sommessamente e con rispetto, ma è un dato di fatto che c’è chi lavora per fare un nuovo soggetto politico della sinistra, archiviando la questione comunista.

E quindi?

Quindi sono sempre più convinto del fatto che la Federazione non deve assolutamente lasciare sguarnito il fronte interno. Insomma, dentro la Federazione i comunisti vogliono giocare un ruolo? Io voglio mettere il mio Partito a disposizione di un progetto di ricomposizione dei comunisti su basi più larghe, che non faccia cessare la prospettiva di una sinistra più larga e di un sistema di alleanze, ma all’interno della quale i comunisti contino, abbiano un ruolo ed abbiano una vocazione egemonica. Lavorerò – lavoreremo – per questo.

di Francesco Maringiò su “L’Ernesto”

martedì 25 maggio 2010

Scuola - PDCI: "In nome della Costituzione, bisogna subito mandarli via"

"L’ha detto Berlusconi: “Nella manovra economica non ci saranno tagli alla scuola”. Possibile. Infatti, ha già tagliato il 25% del bilancio statale dell’istruzione, 12 miliardi in quattro anni!
La Gelmini gli fa da controcanto e aggiunge: si potrebbe iniziare la scuola in ottobre, 15-20 giorni più tardi di quanto accade ora. Ovvero, visto che non si possono tagliare i fondi si fa un’operazione più diretta, si taglia la scuola! Sarebbe come dire che non si taglia la sanità ma si chiudono gli ospedali un mese all’anno. Venti giorni di scuola in meno moltiplicati per dieci (gli anni dell’obbligo scolastico) fanno 150-200 giorni, equivalenti a un anno di scuola in meno per alunni-studenti dai sei ai sedici anni di età. Ad esso si va ad aggiungere un altro anno di scuola perduto a causa delle riduzioni di orario operate dalle “riforme gelminiane” in ogni ordine di scuola. Così il governo che “nella manovra economica non taglia alla scuola” è riuscito a ridurre di due anni l’obbligo di istruzione. Anzi di quattro anni! Infatti, i quattordicenni che lo vogliono possono frequentare corsi di formazione professionale anziché la scuola e i quindicenni, anziché andare a scuola, potranno lavorare come apprendisti. In due anni di governo, quattro anni di scuola obbligatoria rubati ai nostri figli. Mai furto sul loro futuro fu così ignobile! Sessant’anni fa la Costituzione italiana scriveva: “l’istruzione è obbligatoria e gratuita per almeno otto anni”. Sessant’anni dopo, nella società della conoscenza, l’hanno ridotta sostanzialmente a sei! Tanto c’è la tv del presidente. In nome della Costituzione italiana, bisogna subito mandarli via!". E' quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola del PdCI-Federazione della Sinistra.

Udine, Leghista fotografa donna con niqab e chiama Ps - PDCI: "Sonno ragione genera mostruosità"

"Il sonno della ragione genera mostruosità. Quanto accaduto a Udine, dove, stando a quanto riferito da alcuni quotidiani locali, il capogruppo comunale della Lega Nord avrebbe fotografato una donna col Niqab chiamando successivamente la polizia, è il segno dei bui e pesanti tempi che vive l'Italia.


L'episodio smaschera la pericolosità di certa parte politica pronta solo a buttare benzina sul fuoco dell'intolleranza ed a soffiarci poi sopra nell'intento di alimentare quell'odio razziale non degno di un Paese civile come il nostro. Chiediamo al ministro dell'Interno Maroni di fare luce su quanto avvenuto e di prendere le immediate distanze da un siffatto comportamento, che mette a serio rischio l'immagine dell'Italia, da sempre culla di civiltà e tolleranza, nel mondo". E' quanto afferma Pino Sgobio, dell'ufficio politico del PdCI - Federazione della sinistra.

Berlusconi - PDCI: "Più poteri? Premier affetto da sindrome del monarca frustrato"

"Più poteri? La manifesta incapacità a governare per gli interessi generali del Paese, evidentemente, genera nel premier la 'sindrome del monarca frustrato'.
Invece di prendersela con la Costituzione e le regole istituzionali, e alla vigilia del varo di una Manovra lacrime e sangue che ha sbugiardato la propaganda del governo, Berlusconi farebbe bene a prendere atto del fallimento politico del suo Esecutivo e andarsene a casa. Un bugiardo, per giunta dedito allo scaricabarile, non può certo governare un Paese serio e democratico". E' quanto afferma Manuela Palermi, dell'ufficio politico del PdCI - Federazione della sinistra.

INTERCETTAZIONI - DILIBERTO: "ITALIA NON MERITA SIMILE VERGOGNA"

"L'Italia non ha bisogno di una simile legge. Nessun emendamento, perciò, potrà mai migliorare una vergogna legislativa come quella che il governo vuole imporre alla democrazia del nostro Paese.
Le voci che si rincorrono sulla possibile fiducia al Senato sul Ddl dimostrano tutta l'arroganza e la prepotenza del governo, che pur di tappare la bocca a magistrati e giornalisti è pronto a passare sul cadavere della civiltà". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.

Manovra - PDCI: "Smaschera bugie governo: il Re è nudo"

"Il Re è nudo: la pesante manovra finanziaria che sta per abbattersi sugli italiani smaschera definitivamente le bugie del governo Berlusconi.
Con le parole del sottosegretario Letta è finita la propaganda di regime: la Grecia è dietro l'angolo e il governo in questi due anni ha solo preso in giro gli italiani sostenendo che la crisi praticamente non c'era, portando così l'Italia sul baratro della bancarotta. Questi governanti da 'strapazzo', che ora chiedono agli italiani sacrifici e sangue per non fare la fine della Grecia, si vergognino, chiedano scusa agli italiani e se ne vadano a casa". E' quanto afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.

Cinema, Cannes - PDCI: "Parole Germano sveglia per Bondi"

"Quanto dichiarato da Elio Germano a Cannes, al momento della premiazione, dovrebbe suonare come una sveglia per il ministro Bondi e per il governo tutto, che sul Festival di Cannes hanno davvero fatto una pessima figura.
Meno male che c'è il talento e la bravura degli attori e dei registi italiani a far fare bella figura all'Italia...". E' quanto afferma Paola Pellegrini, responsabile Cultura del PdCI - Federazione della sinistra.

lunedì 17 maggio 2010

Afghanistan e vomitevole ipocrisia

C'è sull'Afghanistan una vomitevole ipocrisia. Oggi, di fronte ai nuovi morti, qualcuno parla di ridiscutere la nostra presenza. Lo fa Di Pietro, lo fa Calderoli. Oppure, come Anna Finocchiaro, viene avanzata la richiesta di discuterne in Parlamento. Qualche giorno fa Obama si è complimentato con Karzai per aver aperto una trattativa con i talebani.
Durante il governo Prodi, noi, Rifondazione e i Verdi chiedevano il ritiro delle truppe. Ma siccome ci rendevamo conto di esssere in un contesto nazionale e internazionale che rendeva la nostra richiesta niente più che un mero appello, avanzammo anche proposte precise. Primo: avviare una exit strategy attraverso una conferenza di pace e tutti, dal Pdl, al Pd, all'Idv ai media (che brutto ruolo giocarono in quel periodo tante fonti di informazione!) ci guardavano come patetici residuati di un altro secolo. Secondo: aprire un tavolo di trattativa con i talebani, perché la pace si fa con i nemici, non con gli amici. E tutti - gli stessi che ho nominato sopra - ci trattavamo come terroristi, come la lunga mano dei talebani in Italia. Terzo: insistevamo, dati e notizie alla mano, anche di fonte afgana, che quella non era una missione di pace ma una sporca, lurida guerra. E sempre gli stessi dicevano che volevamo abbandonare le donne alla furia dei talebani e il mondo alla follia del terorrismo. C'era poi un'ultima accusa, forse la più indegna. La nostra mancanza di sostegno alla "missione di pace" era un modo di abbandonare i militari italiani, renderli un facile bersaglio del terrorismo. Me li ricordo, i Calderoli di turno, come si ergevano a giudici...
Leggo stamane le loro dichiarazioni con un sentimento che sta tra la frustrazione e lo schifo. Ma poi penso ai ragazzi italiani morti e a quelli feriti, alle migliaia di morti e feriti afgani - civili innocenti - allo strazio delle famiglie, degli amici, e mi dico che nessun senso di frustazione o schifo deve avere la meglio sulla lotta per la pace.
Ho seguito con passione i lavori della Tavola della Pace - interessanti, profondi, impegnati - riportati stamane sui grandi giornali in poche righe. Ho seguito la vicenda di Emergency con solidarietà e angoscia. Non siamo soli. Siamo in tanti, siamo la maggioranza a detestare guerre e violenza. E questo mi dà motivazione e conforto.

Oliviero Diliberto segretario nazionale PdCI