martedì 25 marzo 2008

senza vergogna....risposta di Unità Comunista - Vibo al signor Malerba

sabato 22 marzo il signoe Matteo Malerba rilascia un'intervista alla stampa locale dove attacca l'amministrazione provinciale dimenticando di esserne stato assessore negli ultimi 4 anni.
ecco la nostra risposta:

Abbiamo letto con stupore e meraviglia l’intervista rilasciata dal signor (e non compagno da ormai tanto tempo) Malerba e ci siamo resi conto ancora di più di quanto è caduta in basso la sinistra a Vibo Valentia.
Ma si può avere così tanta assenza di vergogna?
Non c’è limite all’indecenza, un personaggio in continua ricerca d’autore (e di poltrone) che dimentica tutto quello che è accaduto nell’amministrazione provinciale negli ultimi 4 anni e tutto quello che è accaduto nel SUO partito. Proprio noi, quando ancora facevamo parte dei Giovani Comunisti, avevamo denunciato pubblicamente i metodi clientelari degli apparati di potere della giunta provinciale (22 marzo 2007 sulle pagine del quotidiano) con voto favorevole proprio del signor Malerba e per tutta risposta abbiamo avuto solo epurazioni.
Ma è vero siamo in campagna elettorale e tutto è lecito, perfino criticare una giunta in cui si è stati in silenzio per 4 lunghi anni avallando ogni sua scelta e senza porre nemmeno una critica ed è ancora più comodo aspettare le elezioni per dire che “noi non ci siamo sporcati le mani” lasciando intendere che qualcuno le mani se le è sporcate ma non i duri e puri come lui. E che dire della situazione dell’ambiente nella nostra provincia? Secondo l’ex assessore è tutto migliorato ma basta dare un’occhiata all’acqua del mare in periodo estivo per capire che chi scaricava i propri rifiuti in maniera abusiva in mare continua tranquillamente a farlo e senza nessun controllo, ma ci potrà benissimo rispondere che questo è un compito che spetta ai comuni e non ad un semplice assessorato provinciale e si capirebbe perciò la perfetta inutilità di questo compito e dell’ente provincia in generale, che dal nostro semplice punto di vista andrebbe abolito in quanto ente predisposta solamente a elargire favori e a sperperare denaro pubblico….ma questa è tutta un’altra storia.
Forse dovremmo ricordare all’ex assessore di come ha avuto l’incarico? Che è stato frutto di un accordo personale e non politico?
Ma non finisce qui; il signor Malerba riferisce che lui non è il partito e nemmeno Daniele eppure a noi risulta l’esatto contrario e fanno fede anche i risultati, tangibili agli occhi di tutti, raggiunti dal SUO partito, scarsa presenza sul territorio, nessuna iniziativa politica, nessun segno nemmeno di un semplice volantino, circoli chiusi o presenti solo sulla carta con tanto di iscritti fantasma, scarso senso della democrazia interna con relativo spirito d’inventario dello statuto, dibattito nullo a tutti i livelli, decine e decine di compagni che hanno abbandonato il partito denunciando proprio i malesseri sopra elencati, per non parlare di tutti i trasformismi eseguiti dal signor Malerba nel corso di questi anni (ma non solo da lui). Una cosa vera l’ha detta e cioè che ci sono ancora dei compagni in gamba all’interno del SUO partito, dei sinceri comunisti, e speriamo che si rendano conto presto che di comunista in quel partito è rimasto solo il simbolo…..pardon, nemmeno quello, ora c’è l’arcobaleno con una piccola macchia rossa in una miriade di colori.
Grazie, Matteo, un grazie di cuore da tutti i compagni.

UC-CUC in corteo a cosenza










sabato 22 marzo 2008

STAVOLTA NON SI VOTA!!!!

Lavoratori e proletari non hanno nessuno che li rappresenta: dunque non hanno nessuno per cui votare


Dopo un anno e mezzo di lavoro sporco al servizio di padroni, banchieri, gendarmi e parassiti di ogni risma, il governo Prodi è caduto: non ne sentiremo la mancanza, così come non la sentiranno milioni di uomini e donne, lavoratori, pensionati e famiglie ridotti quasi alla fame e impossibilitati ad arrivare neanche alla terza settimana a causa di un decennio ininterrotto di attacchi allo stato sociale, finanziarie lacrime e sangue, licenziamenti e soprattutto precarietà del lavoro, del reddito, della vita.
Avremmo al contrario fatto volentieri a meno di una campagna elettorale quale quella che si è aperta nelle ultime settimane.
Una vera e propria farsa imperniata sulla figura di due squallidi commedianti, Veltroni e Berlusconi, e dei loro rispettivi carrozzoni elettorali, PD e PdL, oramai concordi su tutto, in quanto entrambi ansiosi di aggiudicarsi, a colpi di spot pubblicitari e strategie di marketing, il ruolo di zerbino dei padroni e delle lobby affaristico-massonico-clericali che occultamente muovono i fili della politica parlamentare.
Due partiti-fotocopia di tal fatta non possono che essere destinati a governare insieme: ciò anche nel caso in cui uno dei due dovesse formalmente stare all’opposizione nelle aule parlamentari.

Dunque, per chi vive del proprio lavoro, per quelli a cui il lavoro è negato, per chi è costretto ad elemosinare spezzoni di lavoro con ritmi schiavistici e paghe da fame, si profila all’orizzonte un mostro a più teste: il mostro del padronato unito sotto le insegne del duopolio PdL-PD!

Alla periferia dei due principali azionisti del “mercato elettorale” (come oramai, senza un minimo di pudore, lo definiscono giornali e mass media) vivacchiano cespugli e cespuglietti vari, prima sedotti e poi abbandonati: a destra gli impresentabili fascisti di Storace e della aristocratica Santanchè, al centro la premiata ditta dei nostalgici della DC guidati da Casini, Pezzotta e Tabacci, a “sinistra” (del PD), la melma informe dell’Arcobaleno targato Bertinotti- Pecoraro Scanio- Diliberto- Mussi, ovvero un’accozzaglia di personaggi in cerca d’autore (e di poltrone) tra cui si distinguono i leader dei due partiti (ex)comunisti, che arrivano al punto di dismettere il simbolo della falce e martello pur di candidarsi ancora una volta, nel caso ce ne fosse bisogno, a ruota di scorta di Veltroni e compagnia.
Tra marche e sottomarche, non c’è spazio per alcuna alternativa: tutti i contendenti alle prossime elezioni sono, chi più chi meno, prodotto di un sistema corrotto e marcio quanto la monnezza che, a causa loro, giace da mesi sulle strade della Campania!

Intanto sui luoghi di lavoro si continua a morire al ritmo di cinque operai al giorno, grazie proprio a quelle leggi precarizzanti messe in piedi da centrodestra e centrosinistra; milioni di famiglie non arrivano alla terza settimana poiché ai prezzi saliti alle stelle fanno da contraltare salari sempre più da fame; milioni di giovani subiscono il perenne ricatto di dover scegliere la schiavitù del precariato come unica alternativa alla disoccupazione.

Per i movimenti e per la sinistra di classe tutta, questa farsa avrebbe reso necessaria una presa di posizione chiara e netta agli occhi di tutto il paese.
Ci saremmo aspettati che tutte le forze genuinamente antisistema, partendo dal malcontento montante in settori consistenti di operai, precari e semplici cittadini, facessero un ragionamento semplice: non spetta a noi decidere chi dovrà sfruttarci, ucciderci, intossicarci nei prossimi cinque anni, dunque queste elezioni se le facciano loro!

Purtroppo invece, mentre simili posizioni vengono lasciate in balia del populismo e dei vaffanculo grilliani, da più parti è scattata una folle gara per raccogliere le briciole cadute dalla tavola di Rifondazione e del PdCI.
Così ecco un proliferare di liste e listarelle comuniste, anticapitaliste, di classe, di alternativa, e chi più ne ha più ne metta: qualcuna di queste, come nel caso di Sinistra Critica, addirittura sostenitrice di Prodi fino a qualche settimana fa (per poi improvvisamente convertirsi all’opposizione anticapitalista!): liste tanto ambiziose nei proclami quanto autoreferenziali nei fatti, e destinate inevitabilmente a dar vita a una surreale competizione “in famiglia” all’insegna dello zero virgola qualcosa in più o in meno.

Da proletari, da comunisti, da anticapitalisti conseguenti ci dichiariamo programmaticamente fuori da questi siparietti autolesionisti: non abbiamo altra scelta se non quella di non legittimare questa farsa, quindi non andare a votare o, comunque, annullare la scheda!

E ciò non in nome di un astensionismo “per principio” (sterile ed innocuo quasi quanto l’elettoralismo) bensì in base a un elementare schema di priorità. Avremmo potuto anche noi raccogliere un manipolo di firmette e gettarci nella mischia, non ci vuole poi molto…

Preferiamo invece partire da un compito ben più arduo: lavorare alla ricomposizione delle avanguardie di classe atomizzate e disperse sui territori e nei luoghi di lavoro, riattivarle dopo decenni di delusioni e tradimenti; ricreare quelle forme di collegamento e di organizzazione cancellate dalle nuova organizzazione del lavoro e dei nuovi tempi dettati dal dominio capitalistico;
Preferiamo lavorare a un unico partito, comunista e di classe, e non ad alimentare la già abbondante pletora di improbabili partitini “dalla giusta linea”, ognuno in guerra col vicino;
Preferiamo lavorare, con la classe e nella classe, nelle lotte e nei conflitti, a un vero blocco autonomo di classe inteso come espressione dei settori proletari più combattivi e radicali: non certo a rincorrere i tempi e le modalità della politica borghese.

Attraverseremo questa campagna elettorale, e se necessario la utilizzeremo, per promuovere e diffondere le nostre campagne politiche e sociali contro il carovita, la precarietà, lo sfruttamento, la guerra, la repressione, e diamo sin da ora appuntamento a dopo il 14 aprile all’intera sinistra di classe per avviare una discussione a 360 gradi, scevra da ansie elettoraliste e cretinismi parlamentari, e finalizzata a dar vita a un movimento costituente comunista e di classe adeguato alle sfide e ai compiti del nuovo secolo ma al tempo stesso fermamente ancorato all’idea che il comunismo rappresenti ancor’oggi l’unica reale alternativa alla barbarie del capitalismo, e il partito comunista l’unico strumento utile a conseguire questo obiettivo.

associazione Unità Comunista

martedì 11 marzo 2008

I COMUNISTI TRA EMERGENZA DEMOCRATICA, CONFLITTO SOCIALE E GUERRA PERMANENTE

I COMUNISTI TRA EMERGENZA DEMOCRATICA, CONFLITTO SOCIALE E GUERRA PERMANENTE
ROMA, VENERDI’ 14 MARZO - ORE 17.00
VIA BALDASSARRE ORERO, 61 (CASAL BERTONE)

ASSEMBLEA – DIBATTITO

Intervengono:
Sergio Cararo (Rete dei Comunisti)
Nando Simeone (Sinistra Critica)
Germano Monti (Coordinamento per l’Unità dei Comunisti
Gianluigi Pegolo (Area “L’Ernesto” del PRC)
Gualtiero Alunni (Autoconvocati del PRC)

Coordina: Andrea Fioretti (Coordinamento per l’Unità dei Comunisti)

E' necessario un forte salto in avanti attraverso un programma di lotta incentrato sugli interessi popolari e di classe; vanno riunificate le avanguardie reali della classe, le energie migliori del movimento sindacale e dei movimenti di lotta in un’organizzazione politica comunista che sia veramente un "Partito nuovo" e non l'ennesimo "nuovo partitino".

I lavoratori ed i movimenti popolari hanno bisogno di avere un’organizzazione politica, non decine di organizzazioni! Il nostro è quindi un appello ad avviare, insieme, questo processo. Un processo che abbia, alla sua base, l'Unità delle comuniste e dei comunisti, cioè di quante/i lavorano per l´organizzazione indipendente del proletariato come strumento di trasformazione sociale, per il ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi, per l'abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo a qualsiasi titolo, e della schiavitù del lavoro salariato, per la riappropriazione sociale dei beni comuni.

Siamo consapevoli che si tratterà di un processo lungo, tutt´altro che semplice, e che richiederà necesseriamente (per un certo periodo) una fase "costituente". Siamo però convinti che i tempi siano maturi per cominciare questo percorso comune di speranza e di riscossa.

COORDINAMENTO PER L’UNITA’ DEI COMUNISTI

venerdì 7 marzo 2008

Resoconto della II assemblea nazionale dell’Associazione Marxista Unità Comunista

Al lavoro per l’unità dei comunisti rivoluzionari


Lo scorso 1 marzo si è svolta, presso la coop. Cantieri Navali Megaride a Napoli, la seconda assemblea nazionale di UC.

Un passaggio necessario alla luce della importanza della fase politica e del difficile lavoro di unificazione delle forze comuniste cui la nostra associazione ha dato vita negli ultimi mesi insieme ad altre soggettività comuniste organizzate in diverse regioni d’Italia.

Un lavoro che può già vantare un primo ed importante traguardo: la nascita, nello scorso giugno 2007, del Coordinamento nazionale per l’Unità dei Comunisti (CUC).

In questi mesi abbiamo dato il nostro contributo, modesto quanto prezioso, e per lo più in quadro politico generale tutt’altro che in discesa, all’articolazione di alcune tra le più significative scadenze dell’opposizione sociale al governo di centrosinistra: dalla battaglia contro l’accordo-bidone del 23 luglio stipulato da Governo-Confindustria-Cgil-Cisl-Uil culminata nello sciopero generale del 9 novembre, all’opposizione alle guerre imperialiste, dal No alla base Dal Molin fino ad arrivare alle lotte contro l’emergenza rifiuti in Campania e alla denuncia degli omicidi bianchi e della repressione messa in atto dallo stato e dai padroni contro singoli compagni (vedi il caso di Michele Fabiani) o avanguardie operaie (come nel caso dei lavoratori Fiat a Melfi e Pomigliano d’Arco).

Nei prossimi mesi ci aspetta un compito di gran lunga più arduo: dar vita a un movimento politico che si proponga di costituire una nuova costituente comunista sul piano nazionale: questa per noi è la prima, necessaria tappa verso la ricostruzione di un nuovo Partito Comunista in Italia.

Come associazione Unità Comunista saremo fieri di mettere in piedi, col CUC e con altri (singoli, gruppi, associazioni, organizzazioni) quest’impresa tutt’altro che agevole, ma al tempo stesso di urgente e stringente necessità.

Dunque tutti i nostri sforzi saranno orientati nella direzione della ricomposizione delle forze migliori e più combattive all’interno del variegato panorama della sinistra di classe e comunista: senza questo sforzo, infatti, il nostro tentativo andrebbe ad aggiungersi al già sterminato elenco di micro-partitini comunisti autonominatisi tali per decreto, ma privi della benché minima rappresentatività all’interno della classe.

Ma UC non si scioglie, tuttaltro: continuiamo a mantenere la nostra identità, frutto di una storia quasi decennale, e con la nostra identità, le nostre idee e le nostre proposte contribuiremo alla costruzione della casa comune dei comunisti.

Ciò nella consapevolezza che l’identità rappresenta un valore aggiunto solo se è capace di dialettizzarsi con la complessità della classe e, dunque, di fare i conti con le diversità presenti nelle sue avanguardie; in caso contrario, i richiami identitari finiscono per ridursi ad un’inutile feticcio, uno sterile ed infantile esercizio di purezza “rivoluzionaria”, che lasciamo volentieri ad altri.

L’associazione a tutt’oggi risulta presente, seppur “a macchia di leopardo”, nelle province di Napoli, Vibo Valentia, Salerno, Pisa, Roma, Potenza, Ferrara, Trieste. In diverse altre località vi sono nuclei o gruppi di simpatizzanti.

E’ evidente che una UC più forte e organizzata è garanzia di una maggiore forza e organizzazione del CUC prima, del movimento poi.
D’altra parte, è altrettanto evidente come la fase attuale, caratterizzata da grande confusione e disorientamento in settori larghissimi di militanti comunisti, ivi compresi centinaia di militanti provenienti dalle fila della sinistra istituzionale, rende UC uno strumento insufficiente a soddisfare appieno la domanda di partecipazione e costruzione di iniziativa politica dal basso.

Per questa ragione abbiamo già nei fatti più volte in questi mesi operato una “cessione parziale di sovranità” a favore del CUC, e lo stesso faremo a favore del futuro movimento.
Il soggetto comune è infatti lo strumento prioritario per sviluppare l’iniziativa politica con immediata ricaduta di massa (campagne, assemblee pubbliche di movimento, appuntamenti di piazza, ecc.), lasciando ad UC invece il compito di continuare a sviluppare il versante maggiormente teorico, culturale e programmatico dell’iniziativa comunista: in primis la ripresa del lavoro di formazione seminariale lasciato incompiuto lo scorso anno per cause di forza maggiore.

Nel frattempo, individuiamo alcune priorità tematiche nell’iniziativa locale dei prossimi mesi:
• Presentazione all’esterno del nuovo movimento (Maggio-Giugno)
• Promozione della campagna contro la repressione nei luoghi di lavoro (primavera)
• Prosieguo della campagna a sostegno della scarcerazione di Michele Fabiani (Marzo-Aprile, e comunque da concordare con i compagni di Spoleto)
• Preparazione di una iniziativa sui temi del lavoro, del salario e del carovita (maggio-giugno, eventualmente anche in coincidenza con la presentazione del movimento).
• Organizzazione di seminari interni di carattere teorico-programmatico (in date e luoghi da definire).

Questione elettorale

Le prossime elezioni politiche vedono di fatto in campo due partiti-fotocopia (PD e PdL) e attorno una schiera di satelliti di destra, centro e “sinistra”. Particolarmente nefasto il ruolo giocato dalla sedicente sinistra arcobaleno, la quale, dopo essere stata la più convinta sostenitrice di Prodi, e dopo aver tentato fino allo sfinimento di elemosinare un accordo elettorale con Veltroni, ora tenta l’acrobazia di tornare ad accreditarsi come voce dell’alternativa. In realtà, e al di la dei tentativi bislacchi di Bertinotti di rispolverare una fraseologia “di sinistra”, questi avanzi veltroniani, nel mettere in soffitta anche il simbolo della falce e martello, compiono l’ultimo, estremo e solenne atto di genuflessione nei confronti della borghesia e delle compatibilità di sistema.

Alla sinistra dell’Arcobaleno, stiamo assistendo in queste settimane ad una proliferazione di liste comuniste ed anticapitaliste: PCL, Sinistra Critica, PdAC, CARC, ecc. Ciò riconferma come la strada verso la ricomposizione della sinistra di classe e comunista è ancora lunga e tortuosa: essa potrà avanzare solo attraverso la creazione di fronti unici dal basso, che partano dalle lotte e dalla materialità dello scontro di classe. Si tratta quindi di un impresa estremamente complessa, da costruire mattone dopo mattone.
Da almeno due anni assistiamo invece alla nascita di partiti per decreto, su iniziativa di qualche avanguardia, o peggio ancora partoriti ad hoc in prossimità di qualche scadenza elettorale.
Come associazione Unità Comunista, riteniamo questi tentativi errati, oltre che velleitari.

Alla luce di ciò, l’assemblea si è espressa all’unanimità per la non partecipazione al voto, seppur con sfumature diverse rispetto all’approccio da tenere in sede pubblica.
Mentre i compagni di Napoli evidenziano come nel capoluogo partenopeo vi siano le condizioni per una campagna astensionista di massa, i compagni delle altre città sottolineavano come nei loro territori l’operazione fosse decisamente più ostica.

Si è dunque deciso, ferma restando la comune cornice del non voto, di muoversi “cum grano salis”, ossia accentuando o temperando la campagna astensionista a seconda del contesto in cui ci troviamo ad operare.


Organizzazione

L’assemblea ha confermato il compagno Salvatore Ferraro presidente di UC. Si è inoltre eletto un direttivo di sette compagni con compiti di natura “operativa”:
Luigi Izzo, Peppe D’Alesio, Peppe Raiola (Emilia), Dario Parisi, Antonio Vitale (Lazio-Basilicata),Erwin Dorigo (Toscana), Nicola Iozzo (Calabria).
A norma di statuto, è stata anche nominata una commissione di garanzia, composta da Antonio Pellilli, Peppe Beni e Peppe Iannaccone.



Tesseramento

Il referente per la campagna di tesseramento è il compagno Izzo. L’assemblea ha stabilito di determinare l’importo delle quote-tessera in 20 euro (10 euro per disoccupati e studenti); per quanto concerne le realtà locali, ad esse andrà il 50% del ricavato delle quote-tessera.
L’orientamento dell’assemblea è quello di dar vita ad una campagna di tesseramento operata allo stesso tempo con apertura e discrezione: evitando dunque sia forme di selezione estrema (tipica dei gruppetti m-l), sia pratiche di tesseramento selvaggio ed indiscriminato “in stile-Rifondazione”.


Giornale

Si è stabilito di dar vita, entro la fine di marzo, a un foglio di 4 pagine con i seguenti articoli:
• Elezioni
• Caos rifiuti in Campania
• Questioni lavoro e contratti
• Articolo sulla vicenda di Michele Fabiani
• Varie ed eventuali su proposta delle singole realtà locali


I compagni sono dunque invitatati a far pervenire i loro eventuali contributi entro e non oltre il 28 marzo.



Napoli, 1 marzo 2008

mercoledì 5 marzo 2008

un pollaio a pochi metri dall'ospedale di Vibo Valentia

ecco cosa c'è a pochi metri dall'ospedale di Vibo Valentia.....un bel "pollaio"!!!
facciamo i complimenti a tutti quelli che invece di operare per il bene e la salute dei cittadini pensano tranquillamente alle loro poltrone, sperando di trovarne sempre di più grosse....e a noi povero popolo vengono lasciate solo le vergogne come questa!
che se ne vadano tutti!

domenica 2 marzo 2008

Appello per una Manifestazione nazionale contro la mafia a 30 anni dall'assassinio di Peppino Impastato

Sono passati ormai trent'anni dall'assassinio politico-mafioso di Peppino Impastato e 29 dalla manifestazione nazionale contro la mafia che abbiamo organizzato a Cinisi in occasione del primo anniversario della sua morte. Non possiamo dire che da allora nulla sia cambiato; abbiamo raggiunto obiettivi importanti con il nostro impegno e con la lotta quotidiana che abbiamo condotto io, mia madre, i compagni di Peppino, Umberto Santino e Anna Puglisi fondatori del Centro siciliano di documentazione di Palermo, successivamente dedicato a Peppino, seguiti da una parte della sinistra e dei movimenti legati alla nostra storia e alla nostra lotta. Abbiamo affrontato un lungo percorso di fatica e di sofferenza che ci ha portato anche a sperimentare l'amarezza e la rabbia quando abbiamo toccato con mano le collusioni tra la politica, le istituzioni e la mafia. Il lavoro di memoria e le attività portati avanti in questi anni sono stati difficili, ma non certo inutili: hanno contribuito a sviluppare una coscienza antimafiosa nelle nuove generazioni che hanno recepito positivamente il nostro messaggio. Il pensiero, le idee di Peppino e la sua esperienza di militante comunista che guardava tutte le sfaccettature della realtà lo conducevano a partire dal basso, riprendendo la linea delle lotte contadine, anticipando i tempi e accelerando un processo di crescita e di presa di coscienza rispetto al pericolo costituito dalla mafia, fino ad allora volutamente sottovalutato: la sua era una vera e propria lotta di classe contro un sistema criminale basato sullo sfruttamento e sulla sopraffazione. Non è stato facile per lui, così come non è stato facile per noi: abbiamo raccolto la sua eredità e siamo andati avanti, cercando di continuare giorno dopo giorno per costruire un progetto di antimafia sociale che partisse dall'esperienza di Peppino, dalle sue lotte nel territorio contro la speculazione edilizia, contro la disoccupazione, a fianco dei contadini di Punta Raisi che venivano affamati dall'esproprio delle proprie terre. Peppino era in prima fila a Palermo nelle lotte studentesche del 1968 e nei movimenti del 1977, sempre alla ricerca di metodi innovativi, sfruttando al meglio con la sua fantasia e la sua passione i poveri mezzi di comunicazione che aveva a disposizione. Facendo tesoro delle sue scelte e del suo percorso nel 1979 abbiamo sfilato per le troppo silenziose strade di Cinisi nella prima manifestazione nazionale contro la mafia, organizzata da Radio Aut, dal Centro di documentazione di Palermo, assieme ai compagni di Democrazia Proletaria e a quella parte di movimento che era rimasta profondamente colpita dall'uccisione di Peppino. Eravamo in duemila: persone che venivano da ogni parte d'Italia, con un misto di rabbia, dolore, determinazione ed entusiasmo per i nuovi contenuti che portavamo in piazza. La mafia non era più un fenomeno locale, circoscritto alla Sicilia, ma un fenomeno che aveva invaso pericolosamente tutto il territorio nazionale, coniugandosi con ogni forma di speculazione, di corruzione, di collusione con le istituzioni e con il potere politico ed economico, accumulando grandi masse di capitale con il traffico di droga che provocava migliaia di morti per overdose. Siamo stati poi catapultati in una situazione pesante; ci siamo scontrati con una realtà drammatica: la mafia aveva alzato il tiro uccidendo chiunque tentasse di ostacolare il suo processo di espansione. Giudici, poliziotti, politici, militanti della sinistra, giornalisti, tutti ammazzati uno dopo l'altro in una mattanza che è durata molti anni, troppi, ed è culminata con la strategia dello stragismo. Abbiamo vissuto tutto questo sulla nostra pelle mentre eravamo impegnati nella ricerca della verità e non solo riguardo l'omicidio di Peppino, denunciando e mettendo in evidenza gli ostacoli più turpi, quelli più dilanianti, quelli causati dalla collusione mafiosa con una parte delle istituzioni. Le vicende giudiziarie riguardo il "caso Impastato" lo dimostrano: forze dell'ordine, magistrati, politici hanno tentato in tutti i modi di non farci arrivare alla giustizia, orchestrando un depistaggio vergognoso e tacciando Peppino di essere un terrorista-suicida. Non ci sono riusciti. Parlare di legalità oggi significa anche riportare alla luce la versione veritiera di quanto è accaduto a Peppino e più in generale dal dopoguerra in poi, da quei grandi movimenti di liberazione che furono la Resistenza antifascista e il Movimento contadino. Le stragi di stato e le trame nere hanno insanguinato il nostro paese: Portella della Ginestra, le bombe nelle camere del lavoro, l'eliminazione di circa 40 sindacalisti e militanti della sinistra, il piano Solo, Piazza Fontana, il golpe Borghese, Piazzale della Loggia, l'Italicus, il sequestro Moro, il ruolo di Gladio, la stazione di Bologna, il Rapido 904 ed altri eventi sono tappe fondamentali nel nostro vissuto, nel vissuto di un paese costretto con la violenza a rispettare gli equilibri e gli accordi internazionali e bloccato nel suo processo di rinnovamento. La repressione del sistema è scattata costantemente e in maniera scientifica ogni qualvolta si è cercato di apportare dei cambiamenti nel sistema sociale e ogni qualvolta il regime democristiano è stato messo in crisi. L'intolleranza rispetto ad una vittoria delle sinistre alle elezioni e alla loro avanzata ha scatenato la violenza del potere reazionario e dei gruppi fascisti contro ogni tutela democratica. Non parliamo di vicende remote e lontane nel tempo: ancora oggi pesano le impunità delle azioni criminali fasciste dovute alle coperture e complicità istituzionali, ed è per questo che è necessario insegnare l'antifascismo nelle scuole come uno dei pilastri fondamentali della nostra Costituzione. Negli ultimi anni la violenza di Stato ha attaccato i movimenti di lotta sociale, come è accaduto a Napoli e a Genova in occasione del G8, riapplicando lo stesso schema e le stesse strategie repressive che hanno coinvolto istituzioni, gruppi dell'estrema destra, servizi segreti e mafia. Ecco perché bisogna gettare luce anche su alcuni lati oscuri dell'omicidio di Peppino: dai processi è venuta fuori solo una verità parziale, anche se fondamentale, una grande vittoria, ma non le motivazioni che hanno condotto al depistaggio. La Relazione della Commissione parlamentare antimafia sul "caso Impastato" ha ricostruito le dinamiche e le responsabilità del depistaggio, ma i responsabili sono rimasti impuniti. Oggi, a distanza di tanti anni da quei fatti, viviamo una realtà che non si è affatto riassestata. Il sistema mafioso prolifera e i conflitti sociali non si sono mai assopiti: per far fronte alle degenerazioni della società, da cui scaturiscono le fortune politiche di personaggi come Berlusconi e di tanti altri, i movimenti continuano a mettere in pratica l'impegno dal basso ricoprendo un ruolo centrale nel mantenere viva l'autodeterminazione dei cittadini. è arrivato, però, il momento che acquisiscano una maggiore consapevolezza sulla centralità dell'impegno nella lotta alla mafia. Bisogna rendesi conto che dopo il crollo del cosiddetto "socialismo reale" viviamo in una sistema di globalizzazione capitalistica, poco importa se la definizione più giusta sia imperialista o imperiale, che ricicla anche le forme più primitive di schiavitù, rilancia la guerra come forma di imposizione del dominio, rinfocola fanatismi e terrorismi, impone la dittatura del mercato e vuole cancellare le conquiste del movimento operaio, approfondisce squilibri territoriali e divari sociali, emarginando la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, esalta la finanziarizzazione speculativa. In questo quadro le mafie si moltiplicano, con fatturati del cosiddetto "crimine transnazionale" che raggiungono più di mille miliardi di dollari, e con la formazione di veri e propri Stati-mafia. Le analisi condotte in questi anni dal Centro Impastato di Palermo, da La borghesia mafiosa a Mafie e globalizzazione, si sono dimostrate le più aderenti alla realtà. I movimenti noglobal degli ultimi anni rappresentano una forma di resistenza al neoliberismo e al pensiero unico ma non hanno sviluppato un'analisi adeguata del ruolo delle mafie nel contesto attuale. Nel nostro Paese le mobilitazioni di questi ultimi mesi che hanno visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza per chiedere di rispettare il programma di governo, per pretendere giustizia e verità sui fatti di Genova, per difendere i diritti delle donne hanno mostrato che è presente nei cittadini la volontà di cambiare lo stato di cose. In questa prospettiva di mutamento la lotta alla mafia è uno dei terreni decisivi della lotta per il soddisfacimento dei bisogni e per la democrazia. Ecco perché è importante che tutte le realtà impegnate nella lotta dal basso (No GLOBAL, No TAV, No PONTE, No TRIV, No al DAL MOLIN, e gli altri) garantiscano la loro presenza a Cinisi il 9 maggio 2008 in occasione del trentennale dell'omicidio di Peppino, per iniziare un nuovo percorso, per costruire e dare la spinta ad un movimento di lotta alla mafia che segua un programma rivoluzionario, non astratto e sloganistico, ma concreto e praticabile, e che si ponga l'obiettivo di battere definitivamente il fenomeno mafioso. Non possiamo continuare ad aspettare, abbiamo perso troppo tempo. Se non riusciamo a costruire un progetto e a trasmettere un messaggio di fiducia e di speranza alle nuove generazioni, bombardate da una strategia della diseducazione che indica come esempi da seguire personaggi di successo cinici e sfrontati, politici e rappresentanti delle istituzioni spesso sotto processo o condannati per mafia, come Dell'Utri e Cuffaro, difficilmente riusciremo a far crescere in loro una coscienza democratica e antimafiosa. E non possiamo rimanere inerti al cospetto dei più di 1300 morti l'anno sul lavoro, un'autentica vergogna nazionale, delle migliaia di morti per l'amianto, delle vittime della malasanità, delle vittime dei soprusi e delle violenze nei paesi emarginati. Non possiamo rimanere inerti rispetto alle devastazioni dell'ambiente e della natura che stanno letteralmente distruggendo il nostro pianeta. Non si può sorvolare sulla necessità della laicità dello Stato come forma di garanzia per l'uguaglianza sociale e giuridica di tutti, al bando delle differenze sessuali, etniche e religiose. Facciamo appello a tutte le associazioni che lottano per una legalità non retorica e formale, sparse sul territorio nazionale, affinché ci diano il loro contributo di idee e di azioni per lo svolgimento della manifestazione del prossimo 9 maggio. Qualcosa comincia a muoversi: i movimenti anti-pizzo hanno ottenuto i primi risultati, promuovendo il consumo critico e l'associazionismo, i senzacasa di Palermo chiedono e ottengono le case confiscate ai mafiosi, le scuole si impegnano in prima linea, una parte del mondo religioso ha mostrato di volersi impegnare. Facciamo appello all'informazione democratica e ai mezzi di comunicazione liberi affinché ci sostengano e sviluppino una conoscenza reale delle mafie e dell'antimafia, mentre troppo spesso assistiamo a trasmissioni e servizi che danno un'immagine suggestiva di feroci criminali e riducono l'antimafia alle iniziative più spettacolari. Chiediamo il loro contributo agli artisti che si dichiareranno disponibili affinché con la musica, il cinema, il teatro e lo sport si cominci un'opera di sensibilizzazione e di educazione adeguate. è importante che anche i Comuni che hanno intitolato una strada a Peppino partecipino al trentennale, così come gli iscritti alle sedi dei partiti della sinistra a lui dedicate. Facciamo appello alle scuole, agli insegnanti e agli studenti, affinché siano al nostro fianco in questo difficile percorso. Facciamo appello alle donne, ancora imbrigliate dai comportamenti maschilisti della nostra società, affinché partecipino numerose per rinnovare la rottura di mia madre Felicia rispetto all'immobilismo culturale, bigotto e reazionario, e per ripercorrere i passi delle tante donne, madri, figlie, sorelle, che hanno fatto dell'impegno antimafia la loro ragione di vita. Anche i sindacati devono assumersi le proprie responsabilità, mettendo al centro i problemi del lavoro nero, precario, ultraflessibile, riprendendo le battaglie che furono di Peppino e dei suoi compagni. E chiediamo alle forze politiche che si dicono democratiche di operare un taglio netto con mafie e corruzione. Si parla tanto di criminalità, di riciclaggio, di lavoro nero, di immigrazione clandestina, di sfruttamento minorile, di violenza sulle donne, di violenza razziale e di altre problematiche che non ci danno respiro: troppe volte ci si ferma alle parole o si adottano strategie più deleterie degli stessi problemi che dovrebbero risolvere, come i cosiddetti "provvedimenti per la sicurezza dei cittadini" che finiscono per annullare diritti umani fondamentali.. Esistono percorsi ben più sostenibili e compatibili con il benessere e il rispetto di tutti, che vengono però esclusi perché non fanno gli interessi dei soliti noti. Aspettiamo ancora il perfezionamento della legge sulla confisca dei beni mafiosi, la legge 109 del '96, proposta da Libera di Don Ciotti con una petizione popolare che ha raccolto un milione di firme sull'onda emotiva delle stragi di Capaci e via D'Amelio. L'intento era di avviare un nuovo percorso di sviluppo economico antimafioso, ma si è arenato negli scogli della burocrazia, del lasciar correre e degli interessi mafiosi. Il 9 maggio a Cinisi, nell'ambito delle iniziative del Forum antimafia "Peppino e Felicia Impastato", sarà un'occasione per riflettere su tutte queste tematiche, per far sentire la propria voce, per ribellarsi: siamo convinti che costruire un mondo senza mafia è possibile. Non solo, è necessario: un mondo senza questa "montagna di merda" che ci travolge. Il luogo scelto per la nuova Manifestazione Nazionale Contro la Mafia è Cinisi, non solo perché è lì che Peppino è nato ed ha svolto le sue attività, ma anche perché è da sempre una roccaforte dell'organizzazione mafiosa; lo fu ai tempi di Cesare Manzella prima e di Tano Badalamenti poi. Ma tuttora il nostro paese è un pilastro del controllo mafioso: i clan locali sono rappresentati nella "commissione regionale" ed hanno un rapporto diretto con i capimafia; così è stato con Provenzano e con Lo Piccolo fino a poco fa. è ora di attivarsi: dal 9 maggio in poi vogliamo cominciare a respirare aria pura, intrisa di libertà; vogliamo iniziare a vivere la gioia della bellezza. Peppino, con il suo sacrificio, ci ha dato tanto. Non basta ricordarlo. Bisogna raccogliere quanto ci ha lasciato e continuare; dare nuova vita al suo pensiero e alla sua azione di uomo libero, ma soprattutto di siciliano libero.

Giovanni Impastato

venerdì 29 febbraio 2008

assemblea nazionale dell'associazione Unità Comunista

Sabato 1 Marzo dalle ore 14:30 presso i "Cantieri Navali Megaride" Calata Marinella, Interno Porto di Napoli si svolgera l'assemblea nazionale dell'Associazione.
Sarà l'occasione per discurere:

- Dell'organizzazione generale dell'associazione
- si effettuerà il tesseramento
- resoconto del nostro percorso all'interno del Coordinamento Nazionale per l'Unità dei Comunisti
- Si parlerà delle prospettive e del futuro lancio di una fase "Costituente dei Comunisti"

Vi salutiamo a Pugno chiuso
Associazione Unità Comunista

martedì 19 febbraio 2008

La posizione dei COBAS sulle prossime elezioni

Prima delle elezioni del 2006 avevamo segnalato in tutte le forme possibili gli enormi rischi di un governo Prodi che proseguisse le politiche berlusconiane senza Berlusconi, con dentro tutta la cosiddetta “sinistra radicale”, una parte della quale aveva operato per anni all’interno dei movimenti di lotta, guadagnandosi benemerenze, simpatia e credito presso significativi settori popolari, salariati, di movimento. Dicemmo: “Peggio di un governo di destra ci può essere solo un governo di ‘sinistra’, o presunta tale, che faccia una politica di destra”. I motivi di allarme ci sembravano evidenti: un governo del genere minacciava di disarmare, assai meglio di Berlusconi, le sinistre vere, i movimenti, le lotte, usando lo spauracchio del ritorno del centrodestra al potere.Le cose sono andate ancora peggio delle più nere previsioni. Le iniziative del governo sono state improntate al liberismo più sfacciato, al bellicismo, al disprezzo dei lavoratori e dei settori popolari e al culto del padronato; e persino al razzismo anti-migranti, alla più vergognosa sottomissione al Vaticano e a tutti i poteri forti di questo disgraziato Paese. Sempre più allibiti e infuriati, abbiamo visto la riconferma delle missioni militari di guerra e l’aggiunta di nuove spedizioni come quella in Libano, che hanno portato l’Italia al quarto posto nella scandalosa graduatoria dei militari impegnati in missioni belliche; l’ampliamento delle basi militari Usa-Nato e l’imposizione alla popolazione vicentina, compattamente ostile, di una seconda base al Dal Molin; le spese militari aumentate del 25% in due anni; la riconferma della TAV e il proseguimento della devastazione ambientale, fino all’esplosione di quello scandalo internazionale che è lo smaltimento mafioso e assassino dei rifiuti in Campania; gli accordi del 23 luglio che hanno ulteriormente massacrato le pensioni ed eternalizzato la precarietà; due Finanziarie che, invece di far “piangere” i padroni, li hanno satollati oltre misura, colpendo ancora una volta i salariati e i settori popolari, portati oramai in massa alla soglia della pura sopravvivenza; la ripresa di violenze neofasciste, di aggressioni e intimidazioni che si sono alimentate nel generale humus politico-culturale di “revisionismo storico”. E poi ancora: lo scippo del TFR; l’indulto per i padroni per i reati commessi ai danni della salute dei lavoratori, nonostante il terrificante record italiano di quattro assassinii sul lavoro in media al giorno, su cui il barbaro rogo della Thyssen Krupp ha gettato una oscena luce ma senza provocare alcun mutamento; la caccia all’immigrato romeno o rom; decreti sulla sicurezza di stampo fascista; nomina del principale responsabile delle violenze genovesi De Gennaro a comandante della “mondezza” in Campania; G8 del 2009 imposto alla Maddalena.Quello che invece non abbiamo visto sono stati l’abrogazione del pacchetto Treu/legge 30, della Turco-Napolitano/Bossi-Fini e della riforma Moratti; una legge decente che garantisse i diritti civili delle coppie italiane, indipendentemente dall’orientamento sessuale; la legge sul conflitto d’interessi; la depenalizzazioni dei reati legati alle lotte sociali; la nuova legge sui diritti sindacali, che anzi sono stati ulteriormente massacrati dalla sempre più potente casta di Cgil-Cisl-Uil.In questi due anni abbiamo subito, più che mai, l’erosione del potere d’acquisto dei salari, il restringimento degli spazi di libertà, il dilagare della clientela, della corruzione, del controllo da parte dei politici sulla magistratura e in difesa della casta, fino alla vergognosa solidarietà data da tutti all’inquisito Mastella; lo scatenarsi della repressione, con condanne a decenni per i fatti di Genova 2001, di Firenze 1999 (manifestazione contro la guerra in Jugoslavia), richieste di condanne pesantissime all’allucinante processo di Cosenza e a quelli a carico di coloro che hanno lottato contro il carovita: e tutto nel silenzio quasi totale della “sinistra di governo”, che ha invece parlato all’unisono per difendere la gerarchia di Ratzinger, contro i professori e giovani che, difendendo la laicità dello Stato, si sono opposti all’insopportabile ingerenza nella vita politica e culturale del nostro Paese di un Vaticano, che in questi giorni sta cercando di sferrare un attacco mortale persino al diritto delle donne ad abortire senza umiliazioni e con il minimo di sofferenza.Oggi, a quasi due anni dall’avvento del governo Prodi, il quadro istituzionale è avvelenato come non mai, la mitica unità delle sinistre che doveva servire a fare argine a Berlusconi è stata distrutta dalle “sinistre” stesse e Berlusconi riaccreditato alla grande proprio da esse (Veltroni e Bertinotti in primis), che, come ciliegina finale al cianuro su una torta avvelenata, hanno lavorato con grande energia alla sua rivalutazione, tramite la trattativa sul sistema elettorale, dopo che la battaglia al Cavaliere aveva motivato per anni ogni schifezza. Il PD e il PRC sono arrivati al punto da proporre un governo con Berlusconi pur di salvare le poltrone, cancellando anche l’ultimo, o meglio l’unico, argomento che aveva legittimato il governo Prodi anche nei suoi punti più bassi. E non solo il centrosinistra tutto ha rivalutato il Cavaliere oltre ogni previsione, ma addirittura si è proposto e si ripropone di governarci insieme. Dicevamo prima delle elezioni che tra il centrodestra e il centrosinistra non ci sarebbe stata più differenza di quanta ce n’è negli Stati Uniti tra partito repubblicano e democratico. Sbagliavamo. Non c’è nemmeno più quella: il PD vuole, se i risultati elettorali saranno di un certo tipo, governare in una grande coalizione con Berlusconi e Fini.La nostra distanza e ripulsa, dunque, nei confronti di PD e PdL è massima. Ma la neonata Sinistra Arcobaleno non merita nulla di più. Nasce come operazione obbligata per salvare le burocrazie di quattro partiti sottomessi in questi due anni al liberismo, bellicismo, clericalismo e razzismo del governo Prodi; e si dà come obiettivo ancora oggi l’alleanza e un governo comune con un PD legato al Vaticano e alla Confindustria, che a sua volta vuole governare con i Berlusconi e i Fini. E soprattutto nella Sinistra arcobaleno ci sono i partiti più responsabili dello sfascio a sinistra, della divisione e tentata disgregazione dei movimenti, i partiti che più hanno dato “scandalo” a giovani e meno giovani, togliendo la voglia, con il loro trasformismo senza limiti, a milioni di persone di continuare a battersi per un mondo migliore. Quella marea di giovani che a Genova si era avvicinata al conflitto e alla speranza di “un altro mondo possibile” si è trovata di fronte una casta politica non dissimile dalle altre, disposta, oltre che a giustificare ogni infamia del governo Prodi, ad esaltare persino reparti bellici di ispirazione fascistoide come la Folgore o le gerarchie vaticane indicate come “maestre di vita e elevate autorità morali”, e ad attaccare i pochi e coraggiosi contestatori del papa-re alla Sapienza.Di fronte a questo agghiacciante quadro chi ci dovesse dire: “non schierandovi con la sinistra contribuite al ritorno di Berlusconi”, verrebbe ridicolizzato proprio dalla sedicente “sinistra”, visto che il progetto del PD è proprio quello di andare al governo con il Cavaliere, mentre le forze principali della Sinistra Arcobaleno hanno trattato con lui fino a ieri per la legge elettorale, definendolo interlocutore credibile e affidabile. Per tutte queste ragioni, mentre confermiamo come COBAS il nostro massimo impegno per l’intensificazione del conflitto contro il liberismo, la guerra, il patriarcato, la devastazione ambientale, il razzismo, i nuovi rigurgiti fascisti, la repressione e contro qualsiasi governo emerga dalle urne del 13-14 aprile, nonchè la disponibilità ad ampie alleanze e a fronti e patti unitari tematici con chi è intenzionato come noi a lavorare per potenziare tale conflitto, dichiariamo che NELLE PROSSIME ELEZIONI NON SOSTERREMO NESSUNA LISTA, NON DAREMO INDICAZIONE DI VOTO PER NESSUNO, NON METTEREMO CANDIDATI IN ALCUNA LISTA; E CHE NOSTRI MILITANTI CHE DOVESSERO EVENTUALMENTE CANDIDARSI LO FAREBBERO SENZA ALCUN COINVOLGIMENTO DEI COBAS E NON AVREBBERO IL NOSTRO SOSTEGNO.

Confederazione COBAS

assemblea dibattito a Pisa sul fallimento del centro sinistra

GIOVEDI’ 21 FEBBRAIO
ORE 21,15

presso la biblioteca comunale Lungarno Galilei 42 Pisa

ASSEMBLEA – DIBATTITO
FALLIMENTO DEL CENTRO-SINISTRA
E CRISI DELLA SINISTRA ARCOBALENO

I COMUNISTI
E LA SINISTRA ANTICAPITALISTA
TRA EMERGENZA DEMOCRATICA, CONFLITTO SOCIALE E GUERRA PERMANENTE



Interverranno:

Peppe D'Alesio Cordinamento per l’Unità dei Comunisti

Mimmo Provenzano Rete dei comunisti

Matteo Bartolini Sinistra critica

Ruggero Rognoni Pcl

lunedì 11 febbraio 2008


9 anni di Governo Rivoluzionario

Grandi opere per non dimenticare

Il Governo Rivoluzionario del Venezuela compie 9 anni pieni di successi. Ha estinto il debito con la Banca Mondiale e con il Fondo Monetario Internazionale, ha recuperato l’industria nazionale petrolifera (PDVSA), ha sradicato l’analfabetismo, ha il Prodotto Interno Lordo più alto dell’America Latina e le riserve internazionali superano i 30 milioni di dollari.

La rivoluzione venezuelana arriva nel 1998 con la vittoria del candidato Higo Chàvez Frìas nelle elezioni presidenziali dello stesso anno. L’essenza della sua campagna elettorale è stato convocare un’Assemblea Costituente per dare vita ad una nuova Costituzione, che servisse da base politica per rifondare la Repubblica e fondare un nuovo stato che garantisse l’uguaglianza.

Così è stato ed il risultato fu l’approvazione della costituzione del 1999, nel cui preambolo venne stabilito il modello di società verso cui si sarebbero diretti tutti gli sforzi del governo: una società democratica, partecipativa e protagonistica, multietnica e pluriculturale, in uno stato di giustizia, federale e decentralizzato, tutto ciò in sostituzione della costituzione del ’61, che stabiliva una democrazia politica, rappresentativa, che servì al bipartitismo e che permise di radicare nel paese il modello neoliberale.

Le politiche economiche neoliberali implementate in Venezuela durante i 40 anni di democrazia rappresentativa, ebbero un effetto negativo sui diritti sociali della popolazione. In questo periodo, due tendenze predominanti emersero nei settori della salute e della educazione: la privatizzazione e l’esclusione, che relegarono il popolo venezuelano in condizioni di miseria e povertà. Questa realtà si tradusse nel malcontento popolare e fu la principale causa della protesta e dei saccheggi del 27 Febbraio 1989, conosciuta come “El Caracazo”, così come la rivolta civico-militare contro il governo di Carlos Andrés Pérez nel 1992, della quale uno dei principali leader fu l’attuale Capo di Stato della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Con la vittoria elettorale del Presidente Hugo Chàvez Frìas e la redazione della nuova Costituzione de parte dell’Assemblea Costituente, si sono aperti gli orizzonti per il popolo venezuelano. Si abbandonò la via della democrazia rappresentativa e nacque la democrazia partecipativa e protagonistica, venne riconosciuto che il Venezuela è un paese multietnico e pluriculturale, anche attraverso il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni. Così si definisce lo stato venezuelano, come uno Stato di Diritto e di Giustizia.

Siamo giunti al 10° anno della rivoluzione, l’anno delle 3 “R”: Revisione, Rettificazione, Reimpulso. Ma sono passati 9 anni e dobbiamo fare una valutazione delle opere del Governo. Qui sono menzionati solo alcuni dei grandi e piccoli successi che non dobbiamo dimenticare.

Sviluppo Umano e Crescita Economica

Il Venezuela nel 2007 ha ottenuto un Indice di Sviluppo Umano pari a 0,792 collocandosi al 74° posto di 177 paesi. L’Indice di Sviluppo Umano è un indicatore del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD) basato su 3 variabili: aspettativa di vita della popolazione, educazione e dignità del livello di vita in base al Prodotto Interno Lordo (P.I.L.) indicato in dollari (USD).

Il P.I.L. del Venezuela è il più alto dell’America Latina con una crescita pari all’11,8%.
Questo è dovuto alle politiche economiche e sociali messe in moto dalla rivoluzione bolivariana.
Il Presidente Hugo Chàvez Frìas, durante la consegna dell’informativa ufficiale (Memoria y Cuenta 2007) sottolineò che il salario minimo venezuelano è il più alto dell’intera regione con 286 dollari mensili e le riserve internazionali, fino al 31 dicembre dello scorso anno, hanno raggiunto i 34 miliardi di dollari, un vero record per il nostro paese.

Durante il suo discorso di fronte all’Assemblea Nazionale, el Presidente Chàvez, ha anche informato il paese che la disoccupazione è scesa al 6,3% nell’anno 2007 e che il 55,6% dei lavoratori sono occupati in settori dell’economia formale. Questi elementi hanno contribuito a determinare un aumento della possibilità di entrate delle classi più povere tra il 300 ed il 400%.

D’altra parte la società Latinobarometro ha realizzato una indagine di opinione pubblica nel 2007, con circa 19.000 interviste in 18 paesi dell’America Latina, in rappresentanza di oltre 400 milioni di abitanti, dalla quale sono emersi dati interessanti e molto favorevoli al paese.

Ad esempio, il 67% dei venezuelani ritiene che lo stato possa dare soluzione ai propri problemi, che il livello di fiducia nel governo è del 66%, mentre la percezione della crescita economica si riscontra nel 52% dei casi. Per di più nei 10 anni di governo si sono realizzati 11 eventi elettorali, “...Questo è un paese che si è abituato a a partecipare in molte forme, a diversi livelli, su varia scala, e con distinti risultati...”, afferma il Capo di Stato nel suo discorso alla Nazione.


Venezuela territorio libero dall’analfabetismo


Il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo nell’Ottobre del 2005, successo riconosciuto da parte di diversi enti multilaterali nel mondo tra i quali l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). La Missione “Robinson” ha permesso di alfabetizzare oltre un milione e cinquecentomila venezuelani.

Sono state costruite 45 città universitarie delle quali hanno beneficiato circa 31.900 studenti.

Le iscrizioni scolastiche per gli anni 1997/98 fu di 6 milioni 26 alunni pari al 26,4% della popolazione nazionale. Per l’anno 2006/07 le iscrizioni sono arrivate a 11 milioni 831 mila studenti, includendo i “Simoncitos” che sono i centri di assistenza ed educazione infantile (prima inesistenti).

Veloce come un treno

La costruzione del Sistema Ferroviario Nazionale è uno dei grandi progetti del Governo Bolivariano in materia di trasporto pubblici di massa.
Fin’ora si è costruita la ferrovia de Los Valles del Tuy e stanno procedendo i lavori della tratta Puerto Cabello – La Encrucijada.

Anche nei singoli stati sono state avviate grandi opere, come la metropolitana di Valencia, la metropolitana di Maracaibo, il filobus di Merida e la riorganizzazione del trasporto di massa di Barquisimento e Tranbarca. Sono inoltre state costruite le seguenti autostrade: Acarigua-Barquisimento; la circonvallazione nord di Barquisimento; la Josè Antonio Paez, che unisce San Antonio con La Fria, nello stato Tachira; la Gran Mariscal de Ayacucho nella parte orientale del paese; la Avenida La Playa nello stato Vargas ed il secondo ponte sull’Orinoco: l’ “Orinoquia”.

L’Ospedale Cardiologico Infantile Latinoamericano, “Dr. Gilberto Rodriguez Ochoa”, e le residenze dello stesso ospedale costituiscono davvero un’opera di cuore che salva la vita delle bambine e dei bambini latinoamericani.

La Rivoluzione Incentiva le imprese di produzione sociale

La Corporazione Venezuelana Agraria (CVA) mantiene 52 unità di produzione socialista, tra le quali impianti di produzione di beni alimentari di prima necessità (latte, mais, etc.) distribuiti in diverse regioni del territorio nazionale.

Energia: più quantità e più qualità

Il Governo Bolivariano ha messo tutto l’impegno nello sviluppo del potenziale energetico del paese, per metterlo al servizio della popolazione. La creazione della centrale idroelettrica “Francisco de Miranda” ne è la dimostrazione.
Sempre nell’ambito dell’energia è importante sottolineare la creazione della centrale termoelettrica “Rafael Urdaneta” ed i progetti in materia petrolifera.

Una volta giunti ad uno studio avanzato di questa fase, si è creato il “Piano di Approvigionamento Petrolifero 2002-2015”, che consta di 6 linee strategiche vitali per il paese:
- Magna Reserva: che consiste nella quantificazione e certificazione delle riserve petrolifere nella falda dell’Orinoco;
- Proyecto Orinoco: nato per sviluppare la falda petrolifera dell’Orinoco;
- Proyecto Delta del Caribe: aggiunge il gas all’offerta energetica del paese;
- Aumento della capacità di raffinazione;
- Creazione di nuove infrastrutture;
- Promozione dell’integrazione continentale anche attraverso le risorse petrolifere.

Queste risorse petrolifere sono investite nei molti programmi sociali, come le Missioni Bolivariane, che includono diverse aree (salute, educazione, abitazioni, alimentazione, etc.).

D’altra parte va tenuto presente che la produzione di petrolio grezzo venezuelano dell’impresa nazionale (PDVSA) è arrivato nel 2007 a 2,3 milioni di barili al giorno.

Il Venezuela propone 4 riforme urgenti all’ONU:
- L’ampliamento del Consiglio di Sicurezza
- La revisione delle norme sui lavori per favorire la trasparenza nei processi decisionali
- L’abolizione del diritto di veto
- Il rafforzamento della figura e dei poteri del Segretario Generale




Fonti consultate:
http://www.trinchera.org.ve

http://www.gobiernoenlinea.ve

http://www.minci.gob.ve

http://www.minci.gob.ve

http://www.misionribas.gov.ve

lunedì 4 febbraio 2008

CUBA HA CELEBRATO IL 21 GENNAIO LE ELEZIONI CON IL 40,8% DI CANDIDATURE FEMMINILI



A Cuba si sono svolte domenica 21 gennaio le elezioni generali, in cui sono stati eletti i 1201 delegati delle assemblee provinciali e 614 deputati al Parlamento. Fra i candidati vi era un gran numero di donne, in un paese in cui le donne hanno guadagnato una partecipazione attiva in tutti i livelli della società.

Secondo Mayra Álvarez, membro della Commissione di Candidatura, a Cuba le cifre della partecipazione femminile alla politica sono in aumento e in queste elezioni la rappresentanza delle donne sul numero totale dei candidati raggiungerà livelli storici.

Cuba può vantare una “rappresentanza di candidati femminili tra i delegati provinciali del 40,8 per cento, molto superiore a quelle delle precedenti elezioni”, ha dichiarato in un’intervista con l’inviata di TeleSUR all’Avana, Patricia Villegas.

Alle ultime elezioni si era avuto il 37% di rappresentanze femminili. “Nell’Assemblea Nazionale, fra le candidature proposte al popolo che si voteranno domenica in maniera diretta e segreta, le donne sono il 43,16%”, ha precisato la Álvarez.

Fra i leader mondiali della partecipazione femminile

Si stima che nel mondo la media della rappresentanza femminile nei parlamenti sia del 17%, secondo quanto affermato dal membro della Commissione di Candidatura.

Ella sottolinea che “Cuba è, in questo momento, all’ottavo posto nel mondo e con questo numero di candidature femminili salirà al terzo posto nel mondo per presenza di donne in un Parlamento”.

La Álvarez insiste sul fatto che queste cifre si sono raggiunte senza bisogno di una legge sulle quote.

“Credo sia un riflesso del ruolo delle cubane, del successo che hanno ottenuto in tutti questi anni, di come siano rappresentate in tutti i settori della società”, commenta.

Per la rappresentante si tratta di una battaglia che ha avuto successo grazie soprattutto alla consapevolezza e all’educazione, “le persone riconoscono il ruolo della donna, la necessità che le donne siano rappresentate e partecipino nell’attività decisionale a tutti i livelli”.

La chiave sta nella partecipazione popolare

Mayra Álvarez ha anche descritto lo svolgimento del processo elettorale a Cuba, sottolineando che esso è fondato sulla partecipazione popolare a tutti i livelli, a partire dalle decisioni che si formano all’interno delle comunità.

Un aspetto importante è “la partecipazione delle comunità, a partire dai quartieri. E’ da lì che provengono i primi delegati e le prime delegate del Potere Popolare”, ha detto la rappresentante.

I candidati delle elezioni cubane sono nominati in modo libero e diretto dai propri stessi elettori, senza la mediazione di partiti politici. Sono indicativi per la nomina i valori umani e i meriti personali e sociali.

Vi è nell’isola una Commissione di Candidatura nazionale composta dai rappresentanti di tutte le organizzazioni di massa, di lavoratori, contadini, donne e studenti.

Questo sistema elettorale fu istituito nel 1976, quando attraverso un referendum i cubani decisero di dare all’isola una nuova costituzione.

Il partito non compare sulle schede elettorali

Fra le caratteristiche del sistema elettorale cubano, vi è il fatto che i partiti politici non partecipano alle elezioni. “Vi sono persone che sono militanti del partito (Partito Comunista) e altre che non lo sono. Chi realmente propone, nomina ed elegge i candidati a tutti i livelli sono i quartieri popolari e in un secondo momento le assemblee municipali”, spiega Mayra.

Secondo i dati, il 63 per cento dei candidati a queste elezioni è di nuova nomina. Delle persone elette nella scorsa legislatura, solo il 30 per cento è stato ricandidato.

“La maggioranza sono nuovi compagni e nuove compagne, come parte di un normale processo di rinnovamento, il che sottolinea, soprattutto, la continuità della rivoluzione, la continuità del compromesso di cubane e cubani con il nostro progetto sociale”, commenta Mayra Álvarez.

I mandati sono revocabili

A Cuba qualunque cittadino che abbia il pieno godimento dei diritti elettorali può nominare un candidato o essere proposto come tale. Allo stesso modo, tutti hanno il diritto di presentare esposti o proteste riguardo lo svolgimento del processo elettorale.

Per risultare eletti occorre ricevere la maggioranza assoluta dei voti durante lo scrutinio pubblico, aperto alla partecipazione di tutti. Gli eletti non ricevono alcun beneficio monetario dall’esercizio delle loro funzioni, ma devono rendere conto periodicamente ai propri elettori, i quali possono revocare il loro mandato in qualsiasi momento.

A Cuba, i maggiori di 16 anni che non abbiano incapacità mentale o legale sono inclusi automaticamente nelle liste dei votanti, senza ricorrere a procedimenti macchinosi. La lista degli elettori è pubblica e soggetta al controllo popolare.

Il voto è segreto, diretto, ma non obbligatorio. A differenza dei paesi in cui i militari sorvegliano le urne, nell’isola caraibica questa sorveglianza è affidata agli studenti delle scuole primarie.

Da parte sua, il presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, Ricardo Alarcón, ha assicurato di non essere preoccupato degli attacchi da parte dei governi reazionari, né di quelli del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, poiché i cubani dimostrano che la loro democrazia è molto più partecipativa e diretta di quella di molti altri paesi.

Intervistato in esclusiva all’Avana dall’inviata speciale di TeleSUR, Patricia Villegas, Alarcón ha toccato diversi aspetti del processo elettorale nell’isola e ha sottolineato la trasparenza, l’impegno civico e la partecipazione delle donne.

Ha anche parlato delle critiche mosse alla Rivoluzione Cubana, riguardo la presunta assenza di libertà democratiche, secondo quanto affermato da Bush nell’ottobre dello scorso anno, quando egli annunciò una serie di misure volte a inasprire il blocco commerciale e dichiarò in spagnolo ai cubani: “Cuba será pronto libre”.

“A Cuba sì che si vota liberamente”, ha detto Alarcón paragonando il sistema elettorale rappresentativo nordamericano con l’ampia partecipazione popolare che caratterizza le elezioni a Cuba, dove i delegati politici nascono direttamente all’interno delle comunità.

“Una maggioranza molto ampia di cittadini cubani va a votare con fiducia, seleziona alcuni dei candidati e la maggior parte, ne sono certo, vota per tutti i candidati in lista”, ha detto riferendosi al cosiddetto “voto unito”.

Alarcón ha affermato di essersi divertito molto vedendo il presidente Bush parlare in spagnolo per esortare i cubani ad avere “fede” nella “libertà”.

“Era davvero una festa sentire Bush che diceva: ‘Io mi rivolgo a questi cubani che ora mi stanno ascoltando, forse a rischio della propria vita’. Ti immagini lo sghignazzo collettivo di tutta Cuba quando ha visto questo signore esprimersi in modo così scollegato dalla realtà?”, ha detto Alarcón.

Fortunate differenze

Secondo Alarcón, il fatto che l’anno elettorale di Cuba coincida con quello degli Stati Uniti “è un’opportunità in più per paragonare e studiare un sistema tanto diverso e, ovviamente, tanto ammantato di ideali democratici come quello nordamericano”.

“L’anno elettorale (negli USA) è appena cominciato e già abbiamo visto diversi candidati, piuttosto conosciuti, che hanno dovuto interrompere il loro percorso per aver finito il denaro, per non essere riusciti a raccogliere i fondi necessari per proseguire una campagna elettorale così lunga e costosa”, ha spiegato.

Il presidente dell’Assemblea Nazionale cubana ha ripetuto la frase di John Kerry, ex senatore del Massachusetts ed ex candidato alla presidenza: “Bisogna lasciar votare la gente”.

“Il fatto è che (negli USA) vi sono ostacoli che impediscono alla gente di votare. E lui (Kerry) si è riferito a due esempi concreti: si è riferito a una legge appena varata nello stato dell’Indiana che istituisce nuove restrizioni per l’accesso alle urne”.

In Nevada i neri non votano

“Ma Kerry ha detto che esistono altre restrizioni a danno dei democratici”, insiste Alarcón: “Vi è una gran quantità di operai neri che in Nevada non potranno votare, e non lo dico io, lo dice Kerry”.

“Il Nevada è lo stato le cui principali industrie sono il turismo, il gioco d’azzardo, gli alberghi. Tutta la zona di Las Vegas. Ciò vuol dire che molti lavoratori degli alberghi e dei casinò, che dovranno lavorare durante il fine settimana (quando si terranno le primarie di partito), non potranno votare, salvo facilitazioni che consentano loro di votare nei luoghi di lavoro.

Il Partito Democratico, per le sue elezioni primarie, aveva accettato di offrire anche a questi lavoratori la possibilità di votare. Fino al giorno in cui al sindacato dei lavoratori culinari americani non è venuto in mente di appoggiare la candidatura di Barack Obama”.

“Allora, molto semplicemente, li hanno privati del diritto di voto. Come? Non permettendo che si possa votare negli hotel e in nessuno di questi luoghi”. “Questo equivale ad eliminare il diritto di voto”.

“Insisto, tutti i cubani hanno realmente la possibilità e il diritto di votare”, ha concluso Alarcón. “Potremmo anche condividere (ciò che dice Kerry), purché garantiscano al popolo americano questo elementare diritto”.

domenica 3 febbraio 2008

Assolutamente un successone

Non potremmo definire altrimenti la manifestazione nazionale di sabato, non potrebbe passare diversamente agli archivi della memoria nostra e della città tutta.

Chi, dal basso o dall’alto, ha pensato bene di provare a gettare discredito sul risultato ottenuto dal movimento dei movimenti, sceso festosamente in piazza, lo ha fatto certo non per amor di cronaca o di responsabilità ma perché, i pennivendoli cosentini tutti, assolutamente funzionali alla realizzazione dei piani criminosi che si perpetrano in questa città, non possono certo tradire le aspettative dei loro finanziatori/fiancheggiatori occulti, spesso i soggetti contro i quali, il movimento cosentino si scaglia nel combattere le sue battaglie per le libertà e la giustizia sociale.

Ridurre ad una mera questione numerica la portata della giornata di ieri, ricorda il tentativo di qualcuno di voler definire sovversione la presa di coscienza di tanti e tante che ancora, vogliono credere e vogliono lottare per rendere il mondo un qualcosa di diverso; pubblicare di negozi chiusi e commercianti trincerati dietro sbarre, è ammettere candidamente della faziosità che contraddistingue le redazioni cittadine; provare a riesumare simboli e frasi che Cosenza non ha mai conosciuto, sa semplicemente di barzelletta fuori tempo.

E ieri si è scesi in piazza per ribadire questo: Cosenza è una città viva, poco incline a subire passivamente strumentalizzazioni di sorta, solidale e schierata al fianco dei suoi figli perseguitati da un teorema visionario, un romanzo, un qualcosa che insomma tutto è, tranne che un impianto accusatorio presentato per come la legge dispone ovvero basato su delle prove certe.

Dunque, si riparte dalla piazza, piazza Zumbini per l’esattezza, piazza scelta non a caso: dice Voltaire, che per misurare il grado di democrazia d’un popolo, basterebbe fare un giro nelle sue carceri; crediamo noi, che altro strumento per tastare il polso al grado di democraticità d’una nazione, sia indagarsi su quante morti bianche vi occorrano ogni anno… Proprio per voler dare luce a questo dolente tasto, è stato scelto il monumento ai caduti sul lavoro per far da sfondo al concentramento dei manifestanti, una sirena da “inizio turno” per scandirne la partenza.

Già la massiccia partecipazione alle iniziative d’avvicinamento alla data di sabato, ci aveva confortato e non poco, donandoci ottimismo nell’immaginare del corteo.

Ma la sete di partecipazione di Cosenza, ieri, ha stupito anche noi, ed in specie quando il serpentone s’è inerpicato tra le strade del centro storico, fredde ed ammuffite mura ma abitate da gente col cuore grande.

Questo è il dato che ci interessa analizzare e rilanciare: la gente non ha mai smesso di credere e d’essere cosciente che è la partecipazione l’unico strumento di cui dispone per far sentire la sua voce ed anche se cittadini in una terra martoriata ed erosa nelle sue viscere dal malaffare, nella quale ogni tentativo di creare una rete permanente promossa da chi non vuole piegarsi a queste logiche di prevaricazione viene immediatamente ostraciato da questure, procure e scagnozzi vari, anche loro, i signorotti detentori dei poteri forti, tremano dinnanzi ad una partecipazione viva come quella di sabato, mossa sulla scia dell’indignazione provocata dal loro atteggiarsi in città.

Sosteniamo dunque, essere l’incontro il momento dal quale far emergere la voglia di cambiamento mostrata ieri dai cosentini.

Incontro e confronto, quali reazioni genuine da contrapporre alle illiberali coercizioni che s’abbattono quotidianamente sulle nostre vite.

Incontro e confronto che, proprio perché uniche armi in mano nostra, dovranno avvenire come sempre alla luce del sole.

Rilanciamo dunque, come nelle giornate di preparazione del corteo, l’idea di far ruotare il dissenso e la voglia di sovvertire alle dinamiche che ci vorrebbero perdenti, attorno al chiosco comunale sito in piazza XI settembre, cui chiederemo il prolungamento della concessione. Che diventi il punto di raccolta del malcontento d’ogni cittadino, che diventi il punto di partenza per la costruzione d’una nuova città vivibile. Che faccia circolare non solo appelli di solidarietà a chi si trova sotto processo, ma anche a chi nei territori lotta per non farsi schiacciare da logiche che impongono il malaffare prima della dignità della popolazione.
Intanto ricordiamo che lunedì 4 febbraio, nell'aula di Corte d'Assise riprenderà il processo con le arringhe della difesa, certi che il collegio difensivo non incontrerà nessuna difficoltà a rendere, agli occhi della Corte, semplicistiche le accuse mosse dal Fiordaliso.

Cosenza, domenica 3 febbraio 2008
COORDINAMENTO LIBERITUTTI

Per un azzeramento degli organici della ASL di Vibo Valentia e il ripristino degli stessi attraverso nuovi, regolari e trasparenti concorsi pubblici

questa è una petizione del meetup degli amici di Beppe Grillo di Vibo Valentia lanciata in risposta alla provocazione dei medici dell'ospedale di Vibo che hanno chiesto la chiusura dell'ospedale stesso. Chiunque può firmarla all'indirizzo http://www.petitiononline.com/asl8vibo/petition.html.

Unità Comunista di Vibo Valentia aderisce convintamente all'iniziativa, la sostiene e invita tutti a sottoscvriverla e a farla girare.



Al Ministro della Salute della Repubblica Italiana
e p.c.
Al Presidente della Repubblica Italiana
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Al Presidente della Regione Calabria
All’Assessore Regionale della Salute

Signor Ministro,
Le scriviamo come semplici cittadini, pensionati, lavoratori, studenti, donne e uomini di Vibo Valentia che non chiedono la Luna, ma vorrebbero vivere in un Paese normale, in una città normale in cui le persone oneste e preparate nel loro campo possano emergere senza difficoltà e siano libere di svolgere il loro compito per la società civile al meglio delle loro possibilità; una città i cui cittadini abbiano la facoltà di esercitare integralmente i diritti che la Costituzione della Repubblica concede loro.
E invece, siamo a Vibo Valentia…
Le vicende del nostro ospedale, signor Ministro, sono finite sulle prime pagine della cronaca nazionale e tutto il clamore, suscitato soprattutto dai gravissimi casi di malasanità verificatisi nell’ultimo anno, lungi dal vederlo come una disgrazia, lo consideriamo, piuttosto, come un’occasione unica, da non lasciarci sfuggire: oggi abbiamo, finalmente, la possibilità di uscire dall’isolamento “omertoso” in cui abbiamo vissuto per troppo tempo!
Le ispezioni dei N.A.S. presso l’ospedale di Vibo Valentia, ordinate in conseguenza di questi casi, hanno denunciato circa 800 violazioni delle norme che dovrebbero garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Eppure, una struttura ospedaliera così fatiscente gode di risorse umane di straordinario livello, visto che a Vibo Valentia c’è la più alta densità planetaria di luminari… In un recentissimo articolo apparso sul Corriere della Sera dello scorso 14 gennaio, Gian Antonio Stella ha gettato un po’ di luce sulla situazione della ASL di Vibo Valentia: oltre 1.900 dipendenti, dei quali 386 medici (115 in ospedale, gli altri «fuori sul territorio»), 680 infermieri e tecnici (220 in ospedale, gli altri «fuori»), 140 ausiliari (16 in ospedale, gli altri «fuori»), 650 impiegati amministrativi e tecnici, dei quali solo 10 in ospedale… per un totale di 200 letti e 191 ricoveri medi giornalieri! E se tutto questo non bastasse, consideri, signor Ministro, che tra i medici, 40 sono i primari, 85 i dirigenti di strutture semplici e 153 i medici ad «alta specializzazione»; in tutto sono 6 le strutture ospedaliere – di due delle quali si attende da un decennio l’inizio dei lavori per la costruzione di nuove e ambiziosissime sedi, Vibo e Nicotera (quest’ultima attiva solo come laboratorio analisi!), e una, Pizzo Calabro, che in 60 anni non ha mai aperto – per una provincia di 170 mila abitanti circa…
Il sospetto che tutto questo fiorire di carriere da luminari e di progetti irrealizzati sia dovuto alla corruzione della classe dirigente e della classe medica è fondato su questi dati, ma ancor più sulla nostra quotidiana esperienza della totale inadeguatezza delle strutture sanitarie, dell’inefficienza della gestione dirigenziale e dell’incompetenza di tanta parte del personale medico e paramedico. Non solo, anche alcuni medici dell’ospedale stesso sembrano pensarla così: «Purtroppo la classe medica vibonese, con le debite eccezioni, non è libera. È debitrice verso gli elargitori di prebende di carriera» ha detto il primario di un reparto dell’ospedale di Vibo Valentia; un altro ha scritto al Presidente della Regione Agazio Loiero parlandogli di direttori generali «addomesticati» e di sindacati medici «lontani anni luce dalla gente che lavora».
In questa situazione di disfatta generale e di fuga precipitosa, i medici dell’ospedale di Vibo Valentia, provocatoriamente, hanno proposto la chiusura dell’ospedale stesso, in questi termini: «Le recenti vicende che hanno coinvolto l'ospedale di Vibo Valentia hanno determinato un inaccettabile clima di sfiducia e di sospetto su ogni aspetto dell'attività dell'ospedale, indipendentemente dalle eventuali responsabilità nei casi specifici, che andranno accertati e perseguiti. […] Ogni giorno corriamo il rischio di essere derisi, maltrattati, oltraggiati, offesi, aggrediti, denunciati ed ormai tutto il personale, in particolare quello medico, si sente intimidito e rischia di perdere ogni serenità nelle valutazioni e nelle decisioni cliniche. I recenti provvedimenti delle autorità hanno ridotto le potenzialità dell'ospedale: chiusa la psichiatria, la pediatria, l'urologia, l'otorinolaringoiatria, la nefrologia, dimezzata la cardiologia, la medicina, la chirurgia, le malattie infettive, assenti la chirurgia toracica e vascolare, la neurochirurgia, grava sul Pronto soccorso e sul 118 l'onere di gestire i pazienti critici e di curarne il trasferimento presso gli ospedali meglio attrezzati. […] Non e' difficile prevedere che in una simile situazione di disagio si verificheranno numerosi casi "critici" che, implacabilmente, riscuoteranno l'attenzione della stampa, sempre vigile sull'"ospedale killer", unico esempio tra gli ospedali italiani e d'Europa nel quale gli eventi infausti e le disgrazie portano alla persecuzione quotidiana e selvaggia di un'intera categoria di professionisti. […] Forse la chiusura dell'Ospedale sarà la soluzione di ogni problema e non troverà nessuna opposizione da parte di noi medici perchè siamo stanchi e non riusciamo più a difendere quello che, nonostante tutto, è stato ed è ancora un presidio di salute. Andremo a lavorare altrove piuttosto che accettare di imboscarci come tanti, in queste condizioni, hanno già fatto grazie ad una raccomandazione politica. Lasceremo questa terra ingrata come altri, scegliendo la professione e la famiglia. Si troveranno certamente altri medici, più validi di noi, disposti a sostituirci».

Ebbene, noi cittadini, con la nostra firma in calce a questo documento, intendiamo opporci a una soluzione del genere che, secondo il tristemente noto principio “tutti colpevoli, nessun colpevole”, impedirebbe di far luce sulle responsabilità oggettive non solo dei tanti casi di malasanità e sulle morti evitabili, ma anche della gestione clientelare della sanità a Vibo Valentia. Non solo; la chiusura dell’ospedale significherebbe la perdita definitiva dei posti di lavoro e di un servizio essenziale e Vibo Valentia non può permettersi né l’una né l’altra. Vadano pure a lavorare altrove i medici dell’ospedale di Vibo Valentia, se è questo che desiderano, lascino pure questa terra ingrata: troveranno senza alcun dubbio decine di porte aperte e centinaia saranno le strutture sanitarie che si contenderanno l’onore e il vanto dei loro servigi!
Noi, al contrario, chiediamo una soluzione diversa:

  1. il graduale azzeramento degli organici della ASL di Vibo Valentia a qualsiasi livello e in qualsiasi ambito (medico, infermieristico, ausiliario, tecnico e amministrativo) e il reintegro degli stessi tramite nuovi, regolari e trasparenti concorsi pubblici;
  2. il ripristino dei reparti chiusi dell’ospedale di Vibo Valentia, dopo il ristabilimento delle condizioni igienico-sanitarie previste dalla legge.

mercoledì 30 gennaio 2008

Sabato 2 Febbraio tutti a Cosenza!!!!!

Erano passati pochi giorni dalla manifestazione di un milione di persone contro la guerra in Iraq che aveva concluso il Forum Sociale Europeo di Firenze, una delle più importanti esperienze di partecipazione democratica realizzate nel nostro paese.

La notte del 15 novembre 2002 venti persone che erano state fra gli organizzatori di quel Forum furono arrestate dai reparti speciali dei ROS e dei GOM. Ad altri cinque furono notificati gli arresti domiciliari. Quarantatre persone finirono indagate nel filone di inchiesta. Le irruzioni di uomini armati fino ai denti e con il volto coperto terrorizzarono molte famiglie a Cosenza, Napoli e Taranto.

Tredici persone furono rinviate a giudizio, accusate di aver voluto “sovvertire violentemente l’ordine economico costituito nello stato” per essere stati fra gli animatori delle grandi manifestazioni di popolo in occasione del vertice OCSE di Napoli e del G8 di Genova nel 2001.

Quel processo, iniziato il 2 dicembre 2004 presso la Corte di Assise di Cosenza, è alle sue battute finali. La requisitoria del Pubblico Ministero è prevista per il 23 gennaio, e poco dopo sarà emessa la sentenza.

Solo un mese fa il Tribunale di Genova ha comminato più di un secolo di carcere a ventiquattro manifestanti. Sono stati inflitti fino a 11 anni di carcere utilizzando reati da codice di guerra come l'accusa di "devastazione e saccheggio".

Al contrario, nessuno ha pagato per le inaudite violenze compiute dalle forze dell’ordine sui manifestanti a Genova, giudicate da Amnesty International la più grave violazione dei diritti umani in Europa dal dopoguerra.

Nessuno dei dirigenti responsabili ha dovuto rendere conto degli errori ed orrori commessi: al contrario, sono stati tutti promossi. I processi per la macelleria della Diaz e le torture a Bolzaneto si avviano alla prescrizione per decorrenza dei termini. L’omicidio di Carlo Giuliani è stato archiviato senza un processo. Il Parlamento ha respinto la richiesta di istituzione di una Commissione di Inchiesta. Al contrario, gli imputati di Cosenza rischiano pene severissime.

Ancora una volta c’è bisogno di difendere la dignità calpestata del nostro paese e le garanzie democratiche –nel sessantesimo della Costituzione. Una volta ancora bisogna pretendere verità e giustizia sui fatti di Genova, e difendere il diritto a costruire un “un altro mondo possibile”.

Il nostro paese è pieno di lotte, vertenze nazionali e locali, resistenze e proposte per i diritti umani, sociali, civili, politici, ambientali, per la difesa dei beni comuni, contro la guerra e il riarmo. L’attivismo civile e la mobilitazione sociale dovrebbero essere considerati una risorsa di questo paese.

Al contrario, questi conflitti finiscono sotto processo e tante persone rischiano di vedersi rovinata la vita per il loro impegno sociale. Crediamo sia necessario allargare la riflessione, la solidarietà e l’iniziativa unitaria di fronte ai segnali di una deriva securitaria e repressiva contro ogni forma di diversità e di dissenso.

Agli imputati di Cosenza viene contestato di essere protagonisti attivi del movimento altermondialista e delle lotte per il cambiamento, attività che viene quindi considerata sovversiva e cospirativa.

Questo processo riguarda perciò fino in fondo tutti coloro che credono doveroso impegnarsi per una società e un pianeta più giusti e che vogliono per tutti e per tutte il diritto ad agire, ad opporsi, a praticare e vivere alternative.

E’ tempo di tornare a Cosenza da ogni parte d’Italia, come facemmo il 23 novembre del 2002 protestando insieme a tutta la città.

Unità Comunista – Vibo Valentia (aderente al Coordinamento Nazionale per l’Unità dei Comunisti) è vicina ai compagni che stanno vivendo questa tristissima vicenda di repressione fascista della libertà di espressione individuale e collettiva; parteciperemo a questa manifestazione come abbiamo partecipato, negli anni scorsi, a tutte le iniziative di proposta alternativa al sistema capitalistico e borghese di cui siamo tutti “prigionieri”.

Andremo alla manifestazione anche per ricordare a tutti che ci sono altri compagni in carcere: infatti lo scorso 23 ottobre sono stati arrestati a Spoleto 5 giovani incensurati. Si contesta loro il reato di violazione dell’art. 270 bis del codice penale contro “le associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale e di eversione dell’ordine democratico”. I cinque avrebbero costituito, organizzato, partecipato a un gruppo di ispirazione anarchico-insurrezionalista denominato Coop-Fai, a Spoleto, dal marzo 2007 all’arresto.

Non sono accusati di nessun reato specifico, ma soltanto indagati per associazione sovversiva prendendo a pretesto azioni non provate o a loro provocatoriamente attribuite. Ma lo scopo dichiarato dell’operazione non è tanto quella di identificare e punire gli autori di tali contestazioni, bensì quello di prevenire l’innalzamento dello scontro. Non esiste infatti uno straccio di prova che attribuisca ai 5 giovani (tutti ventenni) la responsabilità dei reati contestati loro: un tentativo di incendio ad una centralina, una busta con dentro alcuni proiettili recapitata al Presidente della Regione Umbria Lorenzetti e qualche scritta sui muri.

E’ necessario allargare la riflessione, la solidarietà e l'iniziativa unitaria di fronte ai segnali di una deriva securitaria e repressiva contro ogni forma di diversità e di dissenso.
La giornata di oggi rappresenta un doveroso impegno per tutti coloro che credono fondamentale impegnarsi per una società e un pianeta più giusti e che vogliono per tutti e per tutte il diritto ad agire, ad opporsi, a praticare e vivere alternative.
Costruiamo insieme una nuova grande manifestazione a Cosenza sabato 2 febbraio
per liberare chi è sotto processo da accuse inaccettabili.

DIFENDIAMO IL DIRITTO A VOLER CAMBIARE IL MONDO

Libertà per tutti gli imputati!!!

Libertà per i Compagni Umbri!!!

Siamo tutti Sovversivi!!

lunedì 28 gennaio 2008

Contro la repressione, per le libertà, per la giustizia sociale.


27 Gennaio: la Giornata della Memoria....corta!

Il 27 Gennaio 1945, sessantatre anni fa, l’Armata Rossa (i soliti comunisti) liberavano Auschwitz. Nel commando perirono 231 soldati sovietici. Ma in totale, alla fine della seconda guerra mondiale, per scacciare dall’Europa il flagello nazista ed i figli della Lupa (alcuni di loro ebbero pure un rigurgito Repubblichino ma, secondo la vulgata purificatrice, erano troppo giovani per sapere. Fatto strano, cresciutelli, divennero seguaci di Almirante. Piccole incongruenze della logica), l’URSS aveva lasciato sul campo oltre 21.000.000 di morti (13.600.000 militari, 7.500.000 civili). Da tutto ciò ne consegue, per Copyright, che siamo stati liberati esclusivamente dagli Americani (che poi, per la precisione, sarebbero gli Statunitensi). Il 27 Gennaio, per ricordare giustamente quel fatto, onorare le vittime del nazismo e dell’Olocausto ( possibilmente, senza nominare le zecche liberatrici), è stato istituito dal Parlamento Italiano il “Giorno della Memoria”. In realtà, sarebbe meglio dire “Giornata della Memoria Corta”, visto che mancano all'appello gli ultimi sessant’anni di storia contemporanea. In effetti, se dal 1945 in poi il mondo viene rappresentato come immobile, tanto che dobbiamo ricordare solo l’Olocausto, non è che poi ci si può lamentare se i giovani non contestualizzano oppure se vivono con distacco gelido la trapassata crudeltà dei campi di sterminio nazisti. Si potrebbe invece andare incontro alle nuove generazioni, magari informando gli ultimi arrivati con la scheda aggiornata dei crimini commessi dai soliti noti. Non sarebbe male, per esempio, in un’ipotetica “Giornata della Memoria Lunga” ricordare come, oggigiorno, i Sionisti stiano facendo una brodaglia con il Popolo Palestinese, dannato a subire un’infame occupazione lunga una vita. (Naturalmente, se ti occupano per oltre quarant’anni la casa e tu fai resistenza armata continuata, sei un terrorista: mi pare ovvio!) In particolare, se mai si può dire così, gli esseri umani della Striscia di Gaza, solo 1.500.000 (1 milione e cinquecentomila), dotati di pelle ed ossa come quelli che ha così mirabilmente raccontato Primo Levi, sono stati ridotti a vivere ammassati in un recinto, il cui perimetro è stato doviziosamente sigillato da Sharon (quello di Sabra e Chatila: il partigiano Sandro Pertini lo definì un Criminale!) ed Olmert con Muri e Check-Point . Per capire di chi stiamo parlando, si ricordino quelle galline umane che l’altro giorno, in preda a sete, fame e disperazione, hanno pensato bene di sfondare il confine con l’Egitto, per acquistare qualche genere di prima necessità (un po’ d’acqua, qualche fetta di pane, roba del genere). E’ proprio di loro che stiamo parlando! Magari si potrebbero ricordare anche gli oltre due milioni e mezzo di morti irakeni per l’embargo Bush (senior e junior), condito con due guerre d’occupazione aeroterrestri all’uranio impoverito; l’embargo cubano che attanaglia l’isola dal 1961 con un danno stimato in oltre 100 miliardi di dollari (e che si riverbera, poi, nelle cose essenziali, sebbene Cuba abbia tuttora il primato in molti campi: scuola, sanità, università, sport. E questo la dice lunga sulla forza di volontà che i popoli oppressi autoriproducono; si pensi anche al Vietnam). Nella Giornata della Memoria Lunga si potrebbe ricordare il Napalm, l’Uranio impoverito, il Fosforo Bianco, le Bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nakasaki ( solo 200.000 morti senza tirare il fiato), qualche milione di Pellerossa sterminato, qualche Guantanamo, qualche ESMA, qualche Pinochet con Papa Boy al seguito, qualche Darfur, qualche Ruanda (con i suoi machete, che provocarono nel 1994 più o meno un milione di morti di sgozzati su ordinazione, ovviamente, dei papponi imperialisti), qualche Abu Ghraib con annessi prigionieri sodomizzati con lampade chimiche e manici di scopa dal glorioso corpo dei marines (di cui vanno pazzi gli psicotici democristianei di destra e sinistra italiani e di cui non nutre riserve il Baffo cresciuto a Frattocchie, quello della guerra umanitaria in Kosovo). Il Kosovo, i bombardamenti umanitari su Belgrado: perché non ricordiamo pure quelli una volta tanto?

scritto dal compagno Francesco Fumarola

Solidarietà al Popolo di Gaza e di tutta la Palestina giornate pisane di una memoria incompleta

comunicato stampa

Nel giorno della memoria in cui si ricorda il genocidio del popolo ebraico da parte del nazismo con la complicità dei fascisti italiani, il pensiero dei comunisti va anche alle altre vittime di quella barbarie: dagli omosessuali ai comunisti stessi, dagli zingari ad altre minoranze.

Ma il nostro pensiero e la nostra solidarietà oggi va in particolare al Popolo di Gaza e di tutta la Palestina vittima della lunga nefasta, irresponsabile e disumana politica di Israele, appoggiata dagli Stati Uniti e da una Europa servile - Italia compresa -, che sembrano non aver imparato nulla dalla loro stessa esperienza.
Il popolo palestinese reclama terra, cibo, energia e la fine dell'occupazione da parte dello stato di Israele, per questo abbiamo organizzato un volantinaggio per le vie del centro in occasione della giornata mondiale contro la guerra di sabato 26 gennaio

Coordinamento per l'unità dei Comunisti Pisa

La crisi del governo Prodi e le prospettive dei comunisti

Venti milioni di lavoratori sotto pagati; cinque milioni di famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese; prezzi alti come in Germania e salari bassi come in Grecia. Queste sono le vere ragioni della caduta del governo Prodi. Non altro, non i Mastella o i Dini!


Il governo Prodi è caduto perchè ha dissipato l’illusione di molti lavoratori e di molta altra gente che nel giugno del 2006 lo avevano votato.


Nella sua breve vita questo governo ha dimostrato di fare moltissimo per le imprese e molto poco per gli operai ed i lavoratori.


Ha governato anticipando lo scippo del TFR, tagliando le pensioni e aumentando l’età pensionabile, ha accelerato la privatizzazione dei beni comuni come l’acqua ed è rimasto immobile di fronte agli aumenti delle tariffe, della benzina, della luce e del gas. Ha persino introdotto nuovi ticket sanitari.


Ha rifinanziato le missioni di guerra in Afganistan ed in Kossovo e ne ha deciso una di nuova in Libano. Ha aumentato le spese militari, ha autorizzato fregandosene del parlamento l’ampliamento della base americana di Vicenza.
Ha mantenuto ed aumentato i privilegi economici alla chiesa cattolica come l’esenzione dall’ICI, non ha abrogato nè la legge Biagi, mantenendo la precarietà, né la Bossi-Fini ed anzi ha cercato (ed in parte c’è riuscito) di introdurre nella legislazione italiana norme di sicurezza razziste ed il reato di povertà.
Con la finanziaria del 2007 ha proseguito la politica berlusconiana di trasferimento di risorse dai salari ai profitti, alle rendite finanziarie chiedendo sacrifici immediati ai lavoratori a fronte di promesse i cui effetti sono ancora tutte sulla carta.
Solo un po’ di carità per incapienti e le oramai poche famiglie numerose. Se risanamento dei conti pubblici c’è stato l’hanno pagato ancora una volta i lavoratori ed i ceti medio-bassi in generale..


Così il governo Prodi non poteva avere nessun futuro!


Se i lavoratori sono usciti impoveriti da questa esperienza, ne esce sconfitta una classe sindacale confederale inetta che in nome del “governo amico” si è fatta paladina delle compatibilità della Confindustria, ha soffocato le lotte dei lavoratori, ha ridotto al minimo le richieste salariali – pochi euro in tanti anni -, ha negoziato accordi penalizzanti come quello sullo walfare. Le tantissime morti sul lavoro non possono non essere considerate il frutto anche di questa politica sindacale!


Ad essere sconfitta è anche la sedicente “sinistra radicale” che prima fra tutti ha svenduto le speranze dei lavoratori in cambio di un ruolo di secondo piano nel teatrino della politica!


La strada tutta politicista di una nuova legge elettorale, che il centro-sinistra auspica per uscire da questa situazione, è sbagliata e soprattutto pericolosa. Per evitare l’attuale “porcellum” sarebbe sufficiente rivedere i meccanismi di ripartizione dei seggi per il Senato e reintrodurre le preferenze.
La nuova legge elettorale reclamata in sintonia da Veltroni e Berlusconi mira a ridurre spazi di democrazia e non a rispondere in positivo (come forma autocritica) ai disastri delle loro scelte politico-economiche sbagliate.
Non c’è democrazia laddove una minoranza pretende di poter decidere come fosse maggioranza! La stabilità di governo assunta come valore e non come opportunità rappresenta soltanto la rincorsa verso la conservazione del potere, verso una politica dalle mani libere anche sotto il profilo etico-morale affrancata da ogni controllo democratico.


Il fallimento della Cosa Rossa ancora prima della sua nascita sta lasciando dietro di sé un esercito di militanti delusi passivizzati, senza prospettive politiche.


Ma non tutti hanno ceduto alle lusinghe e ai tentativi di corruzione. Non tutti hanno accettato la logica del regime bipolare né sono disponibili ad accettare tutto, anche il peggio, per paura del “ritorno” di Berlusconi.


Le manifestazioni di Roma in occasione della visita di Bush in Italia e di Vicenza contro la nuva base Usa, così come le manifestazioni dei metalmeccanici ma anche quella del 20 ottobre imposta ai dirigente de PRC e PDCI dai loro militanti di base, hanno dimostrato che c’è una vasta rete di organizzazioni politiche, di sindacalismo non concertativo, di strutture popolari di base, di lavoratori coscienti che ha continuato a resistere alla prevalenza degli interessi del capitale anche quando si è fatto rappresentare dal governo della borghesia "illuminata" quale ha cercato di essere il governo Prodi.


Si tratta di una rete che è purtroppo divisa e frammentata e che per questo rischia di rimanere un semplice insieme di microorganizzazioni politiche e sindacali cristallizzate ed autoreferenziali senza possibilità di evolvere verso forme più avanzate e più rispondenti alle necessità della classe lavoratrice.


Se queste dimensioni organizzative potevano avere una loro ragion d’essere quando rappresentavano la “sinistra della sinistra” - mentre il corpo centrale rappresentativo della classe era costituito nei partiti e nei sindacati “storici” - in quanto esercitavano la funzione di pungolo e di ostacolo alla deriva revisionista dei partiti storici della sinistra, oggi questa funzione non è prioritaria.


Oggi, la maggior parte della classe non è organizzata e rischia di perdere coscienza di sé e della sua potenziale forza di cambiamento. Oggi i partiti storici della sinistra non esistono più. Oggi la fase politica è fortemente cambiata.


E’ necessario un forte salto in avanti: i lavoratori, e i movimenti popolari hanno bisogno di avere una sola loro organizzazione politica e non decine di organizzazioni. Hanno bisogno di un “Partito nuovo” e non dell’ennesimo “nuovo partitino”.


Il nostro è un appello esplicito ai lavoratori e alle lavoratrici, alle organizzazioni politiche non sottomesse al regime bipolare, alle organizzazioni sindacali non concertative e a quanti sono mobilitati in difesa dei beni comuni e del proprio territorio, ad avviare insieme il processo di costruzione della loro organizzazione, della loro autonomia politica, del loro Partito.


Un processo che ha alla sua base l’unità dei comunisti, cioè di quanti lavorano per l’organizzazione autonoma del proletariato come strumento di trasformazione sociale, per il ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi – senza negare l’esistenza di alcuna – per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo a qualsiasi titolo, e della schiavitù del lavoro salariato, per la riappropriazione sociale dei beni comuni.


Siamo consapevoli che si tratterà di un processo lungo e tutt’altro che semplice, ma siamo convinti che i tempi siano maturi per cominciare questo percorso comune di speranza e di riscossa.


Coordinamento nazionale per l'Unità dei Comunisti